Sunday, December 7, 2008

Great Society: una critica libertaria #1

Con buon tempismo Mises.org ripropone questo saggio (pubblicato per la prima volta nel 1967 in The Great Society Reader: The Failure of American Liberalism) di Rothbard sulla Great Society, il vasto programma di interventi economici del presidente Lyndon B. Johnson sul modello del New Deal di Roosevelt, uno di quelle grandi operazioni che i governi organizzano quando le bolle scoppiano e le nazioni sprofondano nelle recessioni. Naturalmente il risultato è sempre lo stesso, un peggioramento della situazione, e un'ulteriore limitazione delle libertà.

È impressionante vedere quanto poco sia cambiato da allora, comprese le misure adottate dai governi attuali e quelle promesse dal neo-eletto presidente Obama. Considerati i precedenti e le attuali scoraggianti condizioni dei mercati, le prospettive non sono per niente rosee.

Prima parte.

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Di Murray N. Rothbard


La Great Society è la discendente diretta e l'intensificazione di quelle altre politiche dal nome presuntuoso dell'America del ventesimo secolo: lo Square Deal, la New Freedom, la New Era, il New Deal, il Fair Deal, e la New Frontier. Tutti questi accordi assortiti hanno costituito una variazione basilare e fondamentale nella vita americana: uno spostamento da un'economia relativamente “laissez faire” e da uno stato minimo ad una società in cui lo stato è certamente sovrano. [1]

Nel secolo precedente, il governo poteva essere ignorato in sicurezza da quasi tutti; ora ci siamo trasformati in in un paese in cui il governo è la grande e infinita fonte di potere e privilegi. Quello che un tempo fu un paese in cui ogni uomo poteva generalmente decidere della sua vita, si è trasformato in una terra in cui lo stato detiene ed esercita il potere di vita e di morte su ogni persona, gruppo ed istituzione. Il grande governo Moloch, un tempo limitato e confinato, ha spezzato i suoi deboli legami per dominarci tutti.

La ragione alla base di questo sviluppo non è difficile da immaginare. È stata riassunta al meglio dal grande sociologo tedesco Franz Oppenheimer; Oppenheimer ha scritto che ci sono fondamentalmente due, e soltanto due, percorsi per l'acquisizione di ricchezza. Una via è la produzione di un bene o servizio ed il suo scambio volontario per beni o servizi prodotti da altri. Questo metodo – il metodo del libero mercato – Oppenheimer l'ha chiamato i “mezzi economici” per la ricchezza. L'altro percorso, che evita la necessità della produzione e dello scambio, è che una o più persone s'impadroniscano dei prodotti altrui mediante l'uso della forza fisica. Questo metodo di rubare i frutti della produzione di un altro uomo è stato chiamato sagacemente da Oppenheimer i “mezzi politici.” Attraverso la storia, gli uomini sono stati tentati di impiegare i “mezzi politici” di rubare la ricchezza piuttosto che sforzarsi nella produzione e nello scambio. Dovrebbe essere chiaro che mentre il processo del mercato moltiplica la produzione, il mezzo politico e di sfruttamento è parassitico e, come con tutte le azioni parassitiche, scoraggia ed elimina la produzione e il rendimento nella società. Per regolarizzare ed ordinare un sistema permanente di sfruttamento predatore, gli uomini hanno creato lo stato, che Oppenheimer definisce brillantemente come “l'organizzazione dei mezzi politici.” [2]

Ogni atto dello stato è necessariamente un'occasione per infliggere oneri ed assegnare sovvenzioni e privilegi. Estorcendo il reddito per mezzo della coercizione ed assegnando ricompense con l'esborso di fondi, lo stato crea “classi” o “caste” di governo e governate; per esempio, le classi che Calhoun ha distinto come i “contribuenti” e i “consumatori di tasse,” coloro che vivono di tasse. [3] E poiché, per la sua natura, la rapina può essere sostenuta soltanto dal surplus di produzione oltre la sussistenza, la classe dirigente deve costituire una minoranza della cittadinanza.

Dato che lo stato è, palesemente, un potente motore di rapina organizzata, il governo dello stato, durante i suoi numerosi millenni di storia registrata, ha potuto essere conservato soltanto persaudendo la massa del pubblico che il suo governo in realtà non è sfruttatore – che, al contrario, è necessario, caritatevole o persino, come nei dispotismi orientali, divino. La promozione di questa ideologia fra le masse è stata sempre una delle funzioni principali degli intellettuali, una funzione che ha generato la base per cooptare un corpo di intellettuali in una nicchia sicura e permanente nell'apparato statale. Nei secoli precedenti, questi intellettuali formavano una casta sacerdotale in grado di ammantare di mistero e di semi-divinità le azioni dello stato per un pubblico credulo. Al giorno d'oggi, l'apologia dello stato prende forme più sottili ed apparentemente più scientifiche. Il processo resta essenzialmente lo stesso. [4]

Negli Stati Uniti, una forte tradizione antistatalista e libertaria ha impedito al processo di statizzazione di svolgersi velocemente. La forza principale nella sua propulsione è stata quel teatro favorito dell'espansionismo dello stato, identificato brillantemente da Randolph Bourne come “la salute dello stato,” ovvero la guerra. Perché anche se in tempo di guerra vari stati si trovano in pericolo, ogni stato trova nella guerra un terreno fertile per propagare il mito tra i propri sudditi, che sono quelli che corrono pericolo mortale, da cui il loro stato li protegge. In questo modo gli stati hanno potuto costringere i propri sudditi a combattere e morire per salvarli, con il pretesto che erano i sudditi ad essere salvati dal temuto nemico straniero. Negli Stati Uniti, il processo di statizzazione è cominciato seriamente con il pretesto della guerra civile (coscrizione, regola militare, imposta sul reddito, tasse indirette, alte tariffe, banche nazionali ed espansione del credito per le imprese favorite, cartamoneta, concessioni terriere alle ferrovie) ed ha raggiunto la piena fioritura come conseguenza della prima e seconda guerra mondiale, per culminare infine nella Great Society.

Il gruppo recentemente emerso dei “conservatori libertari” negli Stati Uniti ha afferrato una parte dell'immagine recente dell'accelerato statalismo, ma la loro analisi soffre di parecchi punti ciechi. Uno di questi è la loro totale incapacità di realizzare che la guerra, culminante nell'attuale stato fortezza e nell'economia militar-industriale, è stata la via reale allo statalismo aggravato in America. Al contrario, l'impulso di riverente patriottismo che la guerra provoca sempre nei cuori conservatori, accoppiato al loro entusiasmo di indossare scudo e armatura contro la “cospirazione comunista internazionale,” ha reso i conservatori i partigiani più pronti ed entusiasti della Guerra Fredda. Da qui la loro incapacità di vedere le enormi distorsioni e interventi imposti sull'economia dall'enorme sistema dei contratti di guerra. [5]

Un altro punto cieco conservatore è il fallimento nell'identificare quali gruppi sono stati responsabili del germogliare dello statalismo negli Stati Uniti. Nella demonologia conservatrice, la responsabilità ricade soltanto sugli intellettuali liberal, aiutati ed incoraggiati dai sindacati e dagli agricoltori. I grandi imprenditori, d'altro canto, sono stranamente esenti dalla colpa (gli agricoltori sono imprenditori abbastanza piccoli, apparentemente, per essere un'equa preda per la censura.) Come spiegano allora i conservatori la corsa chiaramente palese dei grandi imprenditori per abbracciare Lyndon Johnson e la Great Society? Con la totale stupidità (non aver letto le opere degli economisti di mercato), con la sovversione da parte di intellettuali liberal (per esempio, l'educazione dei fratelli Rockefeller alla Lincoln School), o con la pusillanime codardia (l'omissione di levarsi decisamente in difesa dei principi di mercato di fronte al potere governativo). [6] Quasi mai è indicato l'interesse come motivo principale per lo statalismo fra gli imprenditori. Questa mancanza è tanto più curiosa alla luce del fatto che i liberali “laissez faire” del diciottesimo e diciannovesimo secolo (per esempio, i filosofici radicali in Inghilterra, i jacksoniani negli Stati Uniti) non si vergognarono mai di identificare ed attaccare la rete di privilegi speciali garantiti agli imprenditori nel mercantilismo del loro tempo.

Infatti, una delle forze motrici principali della dinamica statalista dell'America del ventesimo secolo sono stati i grandi imprenditori e questo molto prima della Great Society. Gabriel Kolko, nel suo innovativo Triumph of Conservatism, [7] ha indicato che lo spostamento verso lo statalismo nel periodo Progressista fu incitato dagli stessi gruppi della grande impresa che si presumeva, nella mitologia liberale, venissero sconfitti e regolati dalle misure progressiste e della New Freedom. Piuttosto che un “movimento del popolo” per il controllo della grande impresa; la spinta per le misure regolarici, dimostra Kolko, provenne dai grandi imprenditori i cui tentativi di monopolio erano stati sconfitti dal mercato competitivo e che quindi si rivolsero verso il governo federale come dispositivo per la cartellizzazione obbligatoria. Questa spinta per la cartellizzazione con il governo accelerò durante la New Era degli anni 20 e raggiunse il suo apice nella NRA di Franklin Roosevelt. Significativamente, questo esercizio di cartellizzazione del collettivismo fu messo in atto dalla grande impresa organizzata; dopo che Herbert Hoover, che aveva fatto molto per organizzare e cartellizzare l'economia, aveva esitato davanti ad una NRA che si avvicinava troppo ad un'autentica economia fascista, la Camera di Commercio degli Stati Uniti ottenne da FDR la promessa che avrebbe adottato un tale sistema. L'ispirazione originale era lo stato corporativo dell'Italia di Mussolini. [8]
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Note


[1] Le rilevazioni trionfali recenti di storici economici che il “laissez faire” puro non è esistito nel'America del diciannovesimo secolo sono fuori bersaglio; nessuno ha mai sostenuto che lo fosse. Il punto è che il potere dello stato nella società era minimo, relativo ad altri tempi e paesi e che il locus generale di risoluzione risiedeva quindi negli individui che compongono la società piuttosto che nello stato. Cf. Robert Lively, "The American System," Business History Review, XXIX (1955), pp. 81–96.

[2] Franz Oppenheimer, The State (New York, 1926), pp. 24-27. O, come concludeva Albert Jay Nock, molto influenzato dall'analisi di Oppenheimer: “Lo stato proclama ed esercita il monopolio del crimine” nella sua zona territoriale. Albert Jay Nock, On Doing the Right Thing, and Other Essays (New York, 1928), p. 143.

[3] Vedi John C. Calhoun, Disquisition on Government (Columbia, S. C., 1850). Sulla distinzione fra questo concetto e quello di Marx di classe dirigente, vedi Ludwig von Mises, Theory and History (New Haven, Conn., 1957), pp. 112 ff. Forse i primi utilizzatori di questo genere di analisi di classe furono gli scrittori francesi libertari del periodo della Restaurazione del primo diciannovesimo secolo, Charles Comte e Charles Dunoyer. Cf. Elie Halevy, The Era of Tyrannies (Garden City. N. Y., 1965), pp. 23–34.

[4] Sulle varie funzioni dell'alleanza fra gli intellettuali e lo stato, vedi The Intellectuals (Glencoe, Ill., 1960); Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York, 1942), pp. 143–55; Karl A. Wittfogel, Oriental Despotism (New Haven, Conn., 1957); Howard K. Beale, “The Professional Historian: His Theory and Practice,” The Pacific Historical Review (August, 1953), pp. 227–55; Martin Nicolaus, “The Professor, The Policeman and the Peasant,” Viet-Report (June-July, 1966), pp. 15–19.

[5] Quindi, cf. H.L. Nieburg, In the Name of Science (Chicago, 1966); Seymour Melman, Our Depleted Society (New York, 1965); C. Wright Mills, The Power Elite (New York, 1958).

[6] (nota degli editori originali che si riferiscono ad un altro saggio nella raccolta.)

[7] New York, 1963. Inoltre vedi Railroads and Regulation (Princeton, N. J., 1965) di Kolko. La revisione elogiatoria di questo libro di George W. Hilton (American Economic Review) e George W. Wilson (Journal of Political Economy) rappresenta un'alleanza potenziale fra la “Nuova Sinistra” e la storiografia del libero mercato.

[8] La National Recovery Administration, una delle creazioni più importanti del primo New Deal, fu istituita dal National Industrial Recovery Act del giugno 1933. Prescriveva ed imponeva codici “di concorrenza leale” sull'industria. Fu dichiarato inconstituzionale dalla Corte Suprema nel 1935. Per un'analisi dell'istituzione della NRA, vedi il mio America's Great Depression (Princeton, N. J., 1963).
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