Wednesday, January 14, 2009

La depressione non cambia le regole

A completamento del precedente articolo sulla teoria del capitale, il professor Murphy ci propone un ulteriore sguardo nella disturbata psiche del professor Krugman e dei suoi seguaci keynesiani.

L'argomento questa volta è la fastidiosa abitudine di cambiare le carte in tavola quando la partita è persa: ci sarà un Premio Nobel anche per i bari di professione?
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Di Robert P. Murphy


Gli scaltri competitori sanno da sempre che se non puoi vincere un gioco, puoi cambiare semplicemente le regole. Ora, durante i periodi economici normali, se qualcuno suggerisse che il governo prendesse in prestito un trilione dollari e lo spendesse su qualsiasi cosa si muova, la maggior parte degli economisti (così come il buonsenso) direbbero, “è una follia.” Così verrebbe da pensare che soprattutto nel mezzo di una grave recessione, in cui il pubblico americano deve recuperare da un sovraconsumo mal indirizzato (alimentato dalle politiche della Fed), una tale massiccia spesa di deficit sarebbe ancora più risibile.

Ah, vi presento gli scaltri accademici. Secondo il nostro Premio Nobel più recente, Paul Krugman, siamo ora in un periodo di “economia di depressione,” dove le regole standard non si applicano. In particolare, continua il ragionamento, quando ci sono in giro risorse inutilizzate, il problema economico classico della scarsità scompare. Il governo può girare la manovella spargendo soldi presi in prestito, e questo potrà soltanto amplificare la produzione totale, perché i lavoratori impiegati producono di più dei lavoratori disoccupati.

Nel presente articolo esaminerò nel dettaglio questo ragionamento e mostrerò che le regole standard continuano ad applicarsi. È uno spreco che il governo requisisca risorse dal settore privato durante i buoni periodi, ed è ancor più nocivo quando il governo prende a calci l'economia durante la recessione.

L'argomento delle risorse inutilizzate

In primo luogo assicuriamoci di presentare giustamente l'argomento in favore di un massiccio “stimolo” governativo. Anche se Krugman ha detto cose equivalenti negli ultimi mesi, Mark Thoma effettivamente fornisce la dichiarazione più succinta che io conosca di tale posizione. Chiedo al lettore di perdonare la seguente lunga citazione, ma la questione è cruciale e dobbiamo davvero capire il punto di Krugman/Thoma:
Lasciate che vi spieghi con un esempio perché penso che queste obiezioni [di crowding out e di distruzione di impieghi per mezzo di imposte o prestiti più elevati] non si applichino alle economie in depressione.

Immaginate una città con una fabbrica di apparecchiature che fornisca occupazione per i lavoratori della città. C'è piena occupazione così che chiunque voglia un lavoro al tasso corrente di compensazione lo possa avere, salvo l'inevitabile disoccupazione frizionale per le persone che cambiano volontariamente occupazione, i traslochi, ecc.

La città inoltre ha bisogno di infrastrutture, in particolare c'è un ponte essenziale per il commercio che non può più sostenere il peso dei camion carichi e questo sta obbligando i camion diretti a e dal mercato a scegliere un itinerario molto più lungo e molto più costoso.

Se il governo prova a costruire un nuovo ponte o a riparare quello vecchio e c'è piena occupazione, sarà costretto a sottrarre quelle risorse da altri utilizzi. Non ci sono forza lavoro o altre risorse inutilizzate in giro che aspettino qualcosa da fare, così se il governo vuole impiegare la manodopera, le materie prime e le attrezzature per riparare il ponte, dovrà sottrarle da altri usi. Una gru che lavora al ponte non può al contempo costruire una nuova fabbrica, la manodopera per costruire il ponte dev'essere tolta alla fabbrica di apparecchiature, ecc. In tal caso, vedremmo un sostanziale crowding out….

È corretto da dire che la spesa pubblica drena l'investimento privato in questo caso e che tutto quello che la spesa pubblica può fare è cambiare la miscela delle occupazioni, non può cambiarne il numero. Nell'esempio di cui sopra la manodopera si è spostata dalle apparecchiature ai ponti, ma non c'è stato un cambiamento nella quantità generale del lavoro.

Ma cambiamo la situazione. Supponete che per qualche motivo … una recessione colpisca e la domanda di apparecchiature cade nazionalmente. A causa di questo, tantissimi operai sono licenziati. Lavorerebbero praticamente per qualsiasi stipendio, e hanno cercato e cercato, ma non c'è niente disponibile per loro.

In questo caso, la spesa pubblica non drena l'investimento privato e crea degli impieghi, non cambia soltanto la miscela. Supponiamo, per semplificare, che … il numero degli operai licenziati è giusto il numero necessario per costruire un nuovo ponte (se non lo è, aggiustate la lista dei progetti ed aggiungetene di più o di meno finché non c'è una corrispondenza ).

Quando il governo entra in azione e assume operai per costruire il ponte, non toglie gli operai da un'altra occupazione. C'è una recessione, le ditte non stanno costruendo nuove fabbriche, nuove costruzioni non sono necessarie, o non necessarie allo stesso grado di quando c'è piena occupazione e ci sono gru immobili che aspettano qualcosa da fare. Le risorse, come la manodopera, non sono più impiegate completamente e metterle al lavoro non significa avere di meno di qualcos'altro. Nelle economie in depressione – quando ci sono risorse inutilizzate che sono involontariamente disoccupate – il crowding out non è un problema….

Quando parliamo del crowding out, intendiamo che la spesa pubblica, usando la gru, la manodopera, ecc., per costruire il ponte, sposta l'investimento privato. Se crediamo che l'investimento privato sia più produttivo dell'investimento del governo (che non è del tutto chiaro per un ponte se il ponte è un'infrastruttura essenziale), allora la crescita futura sarà più bassa a causa del livello più basso dell'investimento del settore privato.

Ma nelle economie in depressione, le cose sono diverse. La scelta non è fra un nuovo ponte e una nuova fabbrica, la scelta è fra un ponte e nessun ponte (potreste provare ad indurre il settore privato a costruire una fabbrica con incentivi fiscali o altri mezzi, ma in una depressione, buona fortuna). [Enfasi aggiunta]
Dopo questa lunga citazione, abbiamo una solida presa del ragionamento krugmaniano: mettere le risorse disoccupate al lavoro può solo aiutare, dal momento che spingere i lavoratori nella produzione anche degli articoli di dubbio valore è meglio che lasciarli seduti a guardare Affari Tuoi.

Purtroppo, ci sono diverse falle fatali in questa prospettiva, che ora andiamo a spiegare.

L'“intelligente” stimolo del governo non può selezionare solo le risorse inutilizzate

Anche nei suoi propri termini, lo scenario di Thomafallisce perché non è realistico. È assurdo pensare che il governo potrebbe sfornare programmi di spesa che utilizzassero soltanto le risorse disoccupate. Il pensiero “macro” keynesiano ignora la complessa struttura del capitale di un'economia. Costruire un ponte (come nell'esempio di Thoma) richiede molto di più che delle gru e dei lavoratori generici. Per esempio, della benzina sarà bruciata per trasportare gli operai appena assunti a e dagli impianti. Chiodi, viti, acciaio, legname ed altre risorse saranno incanalate nel nuovo ponte ed almeno alcuni di questi input saranno deviati da altri usi del settore privato, piuttosto che lasciare semplicemente una condizione di immobilità.

All'interno della vasta categoria del “lavoro” troviamo una simile situazione, una volta che effettivamente contempliamo la realizzazione di questo progetto. Se la città di Houston vuole costruire un nuovo ponte, è davvero il caso che ogni persona anche solo lontanamente coinvolta nel progetto, verrà dalla truppa dei disoccupati entro il raggio della distanza quotidianamente raggiungibile dal sito del ponte di Houston? Certamente il progetto attirerà degli ingegneri, dei capomastri ed altri lavoratori qualificati, che erano ancora impiegati e ben rimunerati anche nel mezzo della recessione e che quindi non potranno lavorare a tutti i progetti del settore privato a cui altrimenti avrebbero collaborato.

Ad essere particolarmente ironico in questa discussione sulle risorse inutilizzate è che è sono i keynesiani pro-stimolo che dovrebbero essere molto pignoli nelle loro raccomandazioni per i progetti di spesa pubblica. Dopo tutto, se tutta la questione è di diminuire le risorse espulse dall'occupazione, allora si avrà cura di adattare il pacchetto di stimolo alle risorse in questione. È davvero il caso, per esempio, che i ponti e le strade richiedano manodopera ed altri input nelle stesse proporzioni della costruzione di case e della finanza? La costruzione di un nuovo sistema di fognatura richiede i servizi di banchieri d'investimento e di posatori di tetti in tali combinazioni che le spese dell'ente locale possono controbilanciare perfettamente lo scoppio della bolla immobiliare?

Anche se la loro posizione lo richiederebbe, in pratica (naturalmente) i keynesiani non sono neanche un po' interessati dai progetti specifici da finanziare. Ragionare in questo modo manca il punto, dicono (avviso che il “punto” cambia da discussione a discussione). Affinché il lettore non ci accusi di slealtà, questo è Paul Krugman sulla questione:
La chiave, quando siete in una situazione come questa, sta nel rendersi conto che le regole normali non si applicano. Normalmente accoglieremmo con favore un aumento nel risparmio privato; ora stiamo vivendo in un mondo soggetto al “paradosso del risparmio,” nel quale la virtù privata è un vizio pubblico. Normalmente vogliamo fare attenzione che i fondi pubblici siano spesi saggiamente; ora la cosa cruciale è che siano spesi velocemente. (John Maynard Keynes suggerì una volta di seppellire bottiglie piene di contanti nelle miniere di carbone e lasciare che il settore privato le scavasse fuori – non come proposta reale, ma come un modo di enfatizzare la priorità di supportare la domanda.) [Enfasi aggiunta]

Perché le risorse sono inutilizzate in primo luogo?

Seppur delle serie obiezioni, le considerazioni di cui sopra in realtà affermano solo che in pratica sarebbe difficile per Thoma adattare un pacchetto di stimolo adeguato alle sue specifiche. Ma anche se concedessimo che il governo potrebbe spendere in modo da coinvolgere soltanto le risorse disoccupate, la misura sarebbe comunque nociva ed renderebbe il paese più povero.

Per vedere il perché, dobbiamo capire cosa provochi tante risorse disoccupate in primo luogo. Secondo la teoria austriaca del ciclo economico, le bolla immobiliare e quella del mercato azionario sono state alimentate dalla decisione di Alan Greenspan di ridurre drasticamente i tassi di interesse nel tentativo di fornire un “atterraggio morbido” dopo il crollo delle dot com e gli attacchi del 9/11. Questo stimolo artificiale ha spronato gli imprenditori a dare il via a numerosi progetti in realtà insostenibili.

In breve, la gente del settore privato ha preso delle decisioni come se ci fossero molte più risorse reali a loro disposizione per “finanziare” il completamento dei progetti. Quando la realtà ha fatto la sua ricomparsa, molti dei progetti hanno dovuto essere abbandonati, con il risultato che i lavoratori ed altre risorse coinvolte hanno dovuto essere congedati (vedi questo articolo per l'analogia di Mises del capomastro fuorviato da un errato inventario delle risorse, e del perché gli operai resterebbero disoccupati una volta scoperto il suo errore.)

Quando la gente nel settore privato ha realizzato di aver preso decisioni orribili durante gli anni del boom, ha dovuto bloccare il consueto commercio e immaginare in che modo tirar fuori il meglio da una brutta situazione. I proprietari di case che avevano lesinato il risparmio per anni (contando su prezzi delle case galoppanti) hanno dovuto ridurre drasticamente le spese per compensare gli anni di consumo eccessivo, mentre gli imprenditori hanno dovuto decidere quali attività avevano possibilità di essere vantaggiose in futuro, alla luce delle nuove informazioni.

Ciò che è dovuto accadere è che la manodopera e le altre risorse mal allocate nella costruzione di abitazioni e nelle banche d'investimento di Wall Street dovevano essere spostate in altri settori. Ripeto, questo era ed è un rimescolamento eccezionalmente complesso, perché persino qualcosa tanto semplice come produrre una matita richiede il contributo di migliaia di lavoratori in tutto il mondo.

Non è una semplice questione di spostare muratori disoccupati e manager di hedge-funds nei settori in “crescita” X, Y e Z, perché (come abbiamo veduto sopra) questi lavoratori recentemente assunti avranno bisogno di attrezzi e risorse complementari che non sono stati lasciati inutilizzati nella stessa misura. Così la questione è, qual è il miglior nuovo utilizzo per tutti questi lavoratori licenziati, così che – considerati tutti i fattori – la miscela finale della produzione meglio soddisfi i desideri del consumatore? Come possiamo essere sicuri che incanalarli nell'occupazione X non arrechi in realtà più danni che benefici?

In pratica, in un'economia di mercato le persone risolvono questo problema eccezionalmente complesso calcolando i profitti e le perdite, che a loro volta si basano sui prezzi di mercato. Per esempio, è chiaro che un ex analista di Wall Street non rende un servizio a nessuno sfornando modelli che danno a delle assicurazioni sui mutui una stella d'oro per la sicurezza. Ma che cosa dovrebbe fare, ora, questo laureato? Dovrebbe entrare in un'università ed insegnare termodinamica (che potrebbe ben essere il soggetto della sua dissertazione)? O la sua impressionante educazione è in realtà uno spreco totale e quindi – a questo punto, date le realtà economiche – renderebbe un servizio migliore lavorando alla cassa di Wal-Mart?

Nessuno conosce la risposta a questo problema. Ciò che accade durante il processo di recupero è che il fenomeno disoccupato inizialmente cerca un lavoro che paghi il suo stipendio precedente. Con il passare dei mesi, si rende conto che questo è non realistico e comincia ad abbassare il suo prezzo minimo. Finalmente, trova un datore di lavoro con desideri compatibili ed i due si accordano a delle condizioni reciprocamente favorevoli.

Come illustra la mia semplice storia, il periodo di “disoccupazione inutilizzata” serve una funzione reale in un'economia di mercato. È vero che tali periodi di grande scoordinamento sono quasi sempre causati dall'interferenza del governo, ma qualunque sia la causa iniziale, non si può negare che lo scoordinamento è reale. Autori come Krugman e Thoma si comportano come se le recessioni fossero causate da lunghi periodi di ansia irrazionale dei consumatori e tutti i problemi si potessero rattoppare con una semplice spinta della “domanda aggregata.”

Al contrario, la struttura del capitale dell'economia è stata davvero gettata in una condizione insostenibile durante gli anni del boom e ci vuole tempo perché il caos possa diradarsi. Quando il governo aumenta un deficit per finanziare progetti di “stimolo,” quello che significa in realtà è che sta obbligando i contribuenti a pagare dei progetti che altrimenti non comprerebbero (è vero che un gruppo di cittadini privati potrebbe non avere la capacità legale di costruire un nuovo ponte, ma questo non è essenziale al ragionamento di Thoma e di Krugman. Immaginate che Thoma avesse discusso il finanziamento di governo di un nuovo centro commerciale).

Anche se parte del calo nella domanda è dovuto al “panico” ed alla corsa alla liquidità in generale, i politici non sono d'aiuto aumentando l'indebitamento della famiglia e buttando soldi in progetti una tantum. Se un proprietario di ristorante interrompe la sua espansione perché la domanda è crollata, in che modo il progetto del ponte di Thoma cambia la situazione? Il ristoratore non farà un investimento a lungo termine basato sulla domanda dei lavoratori del ponte, dato che rimarranno senza lavoro una volta che il ponte sarà finito.

Gli investitori privati sfuggono i beni reali perché sono incerti, e fare trilioni dei dollari soggetti agli accordi politici, piuttosto che alle scelte del consumatore, aumenta soltanto l'incertezza sulle circostanze future. Gli economisti pro-stimolo possono continuare a presentare nuovi aspetti, ma ogni nuova considerazione dimostra solo quanto le loro proposte sono controproducenti.

Conclusione

È difficile pensare obiettivamente alle risorse “inutilizzate” quando sono lavoratori con famiglie da nutrire. Il lettore ancora indeciso dovrebbe per prima cosa lavorare sugli argomenti, pro e contro, con altre risorse. Nei commenti ad un recente blog-post, Mario Rizzo riferisce come in classe Milton Friedman ha utilizzato l'esempio delle camicie sulle mensole dei grandi magazzini. Adottando il punto di vista di Krugman, queste camicie sono inventario “inutilizzato” e sono chiaramente sprecate nell'arrancante settore privato. Chiaramente il governo deve aumentare il deficit e spendere alcuni miliardi di dollari per comprare queste camicie, anche se solo per usarle come strofinacci nei cantieri. Alcuni critici potrebbero obiettare che questo è uno “spreco” di preziose risorse, ma cosa fa di buono una camicia su uno scaffale di negozio?

L'analogia con le camicie di cui sopra non è simpatica e impertinente quanto sembra di primo acchito; il lettore dovrebbe realmente pensare alle implicazioni dell'analogia di Friedman. Ogni problema dello scherzoso suggerimento per quanto riguarda le camicie è (più o meno) applicabile ai lavoratori disoccupati. In particolare, l'acquisto di camicie da parte del governo condurrebbe a un eccesso di nuove camicie prodotte, proprio come i programmi di “lavori verdi” del governo spingeranno i lavoratori a rinunciare ad altre linee e ad entrare nella produzione di pannelli solari.

Anche se Krugman e Thoma hanno fatto l'unica mossa retorica rimasta per salvare le loro disastrose raccomandazioni, la loro affermazione è errata: le regole normali della scarsità si applicano ancora, anche nel mezzo di una depressione. A prescindere dallo scenario, la spesa pubblica drena le risorse dal settore privato. Anche se il progetto occupa lavoratori che erano precedentemente disoccupati, questo comunque ritarda il vero recupero del settore privato dal crollo, perché è un lavoratore disponibile in meno da assumere per un imprenditore.

Se il governo vuole che l'economia recuperi il più rapidamente possibile, la soluzione è semplice: tagli le spese, tagli le tasse, smetta di gonfiare la massa monetaria e la smetta di cambiare le regole ogni tre giorni. Ma questa soluzione non sarà adottata, poiché non permette ai politici di presentarsi come generosi salvatori.

3 comments:

Infettato said...

In particolare, l'acquisto di camicie da parte del governo condurrebbe a un eccesso di nuove camicie prodotte, proprio come i programmi di “lavori verdi” del governo spingeranno i lavoratori a rinunciare ad altre linee e ad entrare nella produzione di pannelli solari.

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Sul paragone non sono d'accordo, investire su energie alternative, pulite, credo e spero che si riveli un ottimo investimento in tutti i sensi, credo anche che questi prodotti possano avere mercato, rispetto alle camicie da usare come stracci. :-)

Il nero prossimo alla casa bianca ha parlato in questi termini, e spero che almeno questa promessa la mantenga, il resto non fa una piega, l'esempio delle automobili è uno dei tanti.

Qui con l'aiuto dello stato, siamo riusciti a pagare anche i debiti delle aziende, avremmo tranquillamente potuto evitare se solo si lasciava il mercato libero da veti di merda governativi "alitalia" tanto per essere chiari.

Roberto

Francesco said...

Lasciamo decidere al mercato quali siano gli "ottimi investimenti". E per ora non mi pare che ci sia una spinta di mercato nella direzione auspicata degli ambientalisti...

Anonymous said...

Favorire un settore piuttosto che un altro è una scelta politico/ideologica. Ora, è lo strumento "stimolo" che è sbagliato, sempre, non solo quando ne condividiamo o meno le finalità. Perchè indirizza risorse verso settori che non sono interessanti per il mercato, ma solo per i portatori di un messaggio ideologico (giusto o sbagliato che sia, non fa differenza).
L'unico "stimolo" plausibile viene da un calo della pressione fiscale e da un taglio della spesa pubblica. Sarà poi il mercato a decidere l'allocazione di queste risorse; e lo farà sempre meglio di un politico.