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Sunday, May 30, 2010

La loro Africa

Il colonialismo, nell'era della neolingua, si chiama “aiuto internazionale.” Questa nuova forma di colonialismo calpesta la dignità degli uomini che pretende di aiutare per mascherarsi da solidarietà.

Per questo Dambisa Moyo, l'autrice del libro La carità che uccide, propone l'immediata eliminazione degli aiuti ai cosiddetti paesi in via di sviluppo: gli aiuti ai governi fanno crescere i governi, non le economie. Infatti, nel suo libro The Bottom Billion, Paul Collier mostra come il 40% delle spese militari in Africa siano pagate con gli aiuti stranieri.
La “solidarietà” coloniale alimenta quegli stessi problemi che usa per giustificare sé stessa.

Nel continente africano, tra il 1970 e il 1998, sono stati immessi oltre un trilione di dollari in “aiuti,” e la povertà è aumentata dall'11% al 66%. Un trilione di dollari che, oggi, farebbero comodo anche nel “ricco” occidente. Il risultato non è stata una redistribuzione di ricchezza, ma una diffusione globale della miseria.





Sunday, March 7, 2010

Political logic

Breve clip dalla fortunata serie inglese Yes Minister.

Sunday, March 30, 2008

Piccolo Glossario della Neolingua - Speciale

Sano divertimento per tutta la famiglia.

Tuesday, February 26, 2008

Piccolo Glossario della Neolingua #28

“A thing is not necessarily true because a man dies for it.”
(Oscar Wilde)
“Fortunato quel paese che non ha bisogno di eroi,” scriveva Bertold Brecht. Ma non c'è stato che possa farne a meno, per nutrire il suo mito col sangue del sacrificio. E il sacrificio è richiesto in qualche misura a tutti, se non dell'intera vita comunque di una parte di essa, che allo stato-divinità deve essere dedicata.
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Sacrificio
Significato originario:
1 nei culti pagani e in molte religioni non cristiane, offerta di doni o vittime alla divinità compiuta per manifestare la propria sottomissione, per esprimere riconoscenza o per renderle onore: s. umano; offrire un animale in s. agli dei | estens., la cerimonia che accompagna tali offerte: durante il s. il sacerdote invocò gli dei
2 relig. ⇒ sacrificio della croce
3a offerta spirituale del credente a Dio che comporta la totale accettazione della volontà divina: offrire in s. a Gesù le proprie sofferenze
3b offerta della propria vita per sostenere un ideale o per il bene di altri: era pronto al s. di sé per la libertà della patria | morte, perdita umana: le guerre costano il s. di molte vite
3c estens., grave rinuncia deliberatamente sopportata in vista di un dato scopo: il successo gli è costato grossi sacrifici | iperb., rinuncia a comodità o a ciò che è gradito: alzarmi presto alla domenica è un s.

Come è facile constatare leggendo le definizioni offerte dal vocabolario, il lemma sacrificio origina nel linguaggio prettamente religioso, e descrive il gesto di offrire in dono alla divinità sia i frutti della terra e del proprio lavoro che, in casi estremi, la propria vita, come ringraziamento per il fatto di averli ricevuti in dono in primo luogo.

Ed è proprio grazie allo smodato uso che i rappresentanti politici fanno di questo lemma che possiamo comprendere una volta di più quanto l'ideologia statalista sia in realtà una dottrina religiosa: per essi, questo dobbiamo credere, la nostra prosperità, la nostra sicurezza e la nostra stessa vita discendono dal supremo organismo dello stato, al quale dobbiamo la nostra riconoscenza. In cambio, e per meritarci la promessa di un futuro sempre più luminoso nel prossimo paradiso terrestre, è dovuto da parte nostra il periodico sacrificio di una parte delle nostre sostanze, e talvolta della vita.

È a questo punto però che la contraddizione esplode nella sua chiarezza: il sacrificio della vita con lo scopo di ottenere un paradiso al di qua della morte non ha molto senso. A questo problema si ovvia con le cerimonie solenni per i militari caduti in qualche angolo di mondo – i missionari democratici – con grande sfoggio di retorica militaresca in cui la patria assume contorni immateriali, trasfigurandosi. Gli eroi sono immortali nel ricordo, e il loro sangue scorre nelle vene dell'organismo sociale rinvigorendolo. La via per il paradiso democratico è lunga e necessita di sacrifici, il cui giusto corrispettivo è da trovarsi in concetti vagamente mistici quale il “sentimento di identità nazionale:”

Come Comandante più elevato in grado dei reparti colpiti da questo lutto – anche a nome dei familiari dei caduti – ringrazio il Consiglio Regionale, le Autorità e tutti gli intervenuti, per questa commemorazione che evidenzia la sensibilità della Regione Campania davanti alla tragedia che ha investito le Forze Armate e i civili impegnati nella delicata e difficile missione “Antica Babilonia” in Iraq.

Questa seduta straordinaria costituisce un momento solenne che ben sintetizza le numerose manifestazioni di straordinaria solidarietà e di profondo affetto pervenuteci in questi giorni dai vertici delle Istituzioni e da cittadini di ogni estrazione sociale.

Sono queste espressioni, il sostegno di tutti, che hanno ulteriormente rafforzato il sentimento di identità nazionale e la vicinanza della gente alle Forze Armate e che costituiscono per esse giusta gratificazione dei loro sacrifici.
Ci si sente maggiormente italiani quando muoiono alcuni militari – in un posto dove non dovevano essere, peraltro? Si è avvicinato forse l'agognato paradiso statale che si suppone essere sempre a distanza di qualche sacrificio in più? Non hanno forse più prosaicamente cessato di esistere alcune vite che avrebbero potuto essere probabilmente più produttive, e che finché sono durate sono oltretutto costate ulteriori sacrifici da parte degli altri componenti dell'organismo sociale? Questa però sarebbe solo un'interpretazione razionale, e la razionalità rifiuta l'idea della sacralità dello stato.

Non c'è allora migliore strumento per indottrinare le masse con questa fittizia sacralità del sangue offerto in sacrificio, immagine capace di risvegliare potenti ricordi ancestrali utili per manipolare le menti e la volontà del popolo. Ma la vita non discende dallo stato, né la prosperità o la sicurezza: i nostri sacrifici servono soltanto a mantenere questa piaga purulenta in cui si annidano voraci parassiti disposti a tutto pur di mantenere la loro confortevole posizione.

Monday, February 18, 2008

Piccolo Glossario della Neolingua #27

“There is nothing so strong or safe in an emergency of life as the simple truth.”
(Charles Dickens)
Emergenza è una parola molto gradita ai nostri governanti, in quanto gli permette di aumentare innanzitutto i loro poteri, nascondendo le loro chiare responsabilità, ed infatti non passa giorno senza che una nuova emergenza venga proclamata. Ma l'emergenza vera, che mette a rischio la sopravvivenza di noi tutti, è proprio quella costituita dalla presenza sempre più ingombrante dello stato.
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Emergenza
Significato originario:
1 l’emergere e il suo risultato; sporgenza
2 improvvisa difficoltà, situazione che impone di intervenire rapidamente: il medico è stato richiamato in ospedale per un’e.; funziona come aggettivogeno: e. neve, e. smog | OB circostanza imprevista
Nell'assurda realtà dello stato ci siamo abituati ad esser sempre accompagnati da una o più emergenze. L'emergenza, è per definizione una condizione eccezionale, ma assai curiosamente non è questo il nostro caso: dal prezzo delle zucchine a qualche caso di meningite, per lo stato l'emergenza è la regola. Naturale corollario della situazione sono ovviamente l'estensione dell'intervento statale, i poteri speciali, i diritti sospesi e tutto ciò che può rendere lo stato più forte e il cittadino più indifeso di fronte ad esso. Leggiamo a titolo d'esempio un articolo di un paio di anni fa, che descrive la reazione dello stato della Florida ad una malattia delle piante di agrumi:
Gli scienziati di stato sostengono che i metodi draconiani sono necessari perché il cancro degli agrumi è immune al trattamento chimico; alcuni scienziati indipendenti non sono d'accordo, sostenendo che il cancro è qualcosa che va e viene.

Scienza a parte, il punto è che i rappresentanti del DOCAS stanno distruggendo proprietà private e stanno calpestando i diritti degli onesti cittadini, che hanno chiamato gli agenti del governo Gestapo degli agrumi. Tutto questo è fatto in nome della protezione dell'industria dell'agrume da 8.5 miliardi di dollari contro un cancro distruggi-piante e sotto l'autorità del presunto amante della libertà Jeb Bush. Ha firmato un ordine di emergenza sotto cui le squadre non hanno bisogno del permesso del proprietario per accedere alla proprietà privata e tagliare gli alberi di agrumi. [...]

Questo potere d'emergenza – uguale a tanti altri poteri d'emergenza assegnati ai governi – è arbitrario, illimitato e brutale, il genere di potere che si penserebbe potrebbe essere conferito ad un Romanov, Lenin, Lincoln, un Mitchell Palmer, un Edgar J. Hoover o un Franklin Roosevelt, i cui agenti radunarono decine di migliaia di nippo-americani nei campi di internamento dopo che la loro proprietà era stata sottratta con vendite all'asta.
Qualsiasi scusa è buona: dalle nostre parti abbiamo assistito alla grave crisi dei rifiuti a Napoli, dove la reazione automatica del governo è stata l'invio di un commissario con poteri speciali, come se il disastro fosse dovuto ad una insufficienza di “poteri” degli amministratori locali, e non alla loro corruzione, collusione e incapacità. No, per lo stato l'unico problema era la mancanza di poteri sufficienti, e infatti nessuna misura è stata presa contro chi, in ultima analisi, è stato responsabile di quel disastro.

Ancora peggiore, perché più vaste le sue ripercussioni, è l'intervento dello stato allorché viene dichiarata un qualche tipo di emergenza economica. Nel settembre del 2001, ad esempio, all'indomani degli attacchi a New York e Washington, il panico provocò negli USA una corsa a rifornirsi di benzina che spinse diversi distributori ad alzare i prezzi. Subito il Texas, la Florida e il Mississippi dichiararono uno stato d'emergenza, minacciando di multe salate ed anche di arresto i rivenditori che avessero alzato il prezzo oltre i 5 dollari al gallone.

Ma l'aumento dei prezzi è semplicemente il segno che il mercato si sta adeguando ad una condizione diversa dalla precedente, ed è anche utile e necessario soprattutto in momenti di crisi:

Se vogliamo che i consumatori possano ottenere ciò di cui hanno bisogno in un caso d'emergenza, quando la richiesta aumenta ai fornitori deve essere permesso e devono essere incoraggiati ad aumentare i loro prezzi. È allora più probabile che i rifornimenti possano essere sostenuti e che la gente che ha più urgentemente bisogno di una merce particolare più probabilmente riesca ad ottenerla. Questo è particolarmente importante durante un'emergenza. L'aumento dei prezzi salva vite.
In questo caso, con il classico rovesciamento logico, l'azione dello stato impedisce di affrontare con efficacia quella stessa emergenza che proclama di voler affrontare con i suoi vasti poteri. Ma questa può essere una sorpresa solo per chi è ancora convinto che i nostri governanti abbiano a cuore le nostre vite ed il nostro benessere.

Tuesday, February 5, 2008

Piccolo Glossario della Neolingua #26

“In general, the art of government consists in taking as much money as possible from one party of the citizens to give to the other”
(Voltaire)
Un lemma fondamentale: il partito, organizzazione mitizzata dalla retorica democratica che non è altro che l'esercito di una guerra civile permanente combattuta con le schede elettorali al posto dei fucili.
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Partito
Significato originario:
1 associazione volontaria e strutturata di cittadini che condividono un’ideologia o un programma politico e mirano allo svolgimento di un’attività politico–sociale comune (abbr. P.): p. progressista, moderato; p. di maggioranza; p. di destra; p. d’opposizione; tessera di p., comitato di p.; p. di governo | l’apparato dirigenziale e strutturale di tale organizzazione: quadri di p., beghe di p.
2 estens., gruppo, schieramento di fautori di un’ideologia o di sostenitori di una particolare rivendicazione: il p. degli interventisti; il p. della scheda bianca | fazione: il p. di Pompeo, il p. dei guelfi, dei ghibellini
Istituzioni basilari della democrazia, i partiti sono il luogo d'elezione – è proprio il caso di dirlo – per chi ambisce alla scalata sociale senza troppa fatica e soprattutto senza il disturbo di offrire qualcosa di utile alla società. Il capo di un qualsiasi partito, anche dell'un per cento, è riverito come neanche i nobili dei tempi andati, a lui si chiedono favori, a lui ci si affida per ottenere privilegi, a lui si guarda come ad un modello, ed i perversi effetti di questa riverenza minano alla base l'ordine della società.

A che pro lavorare infatti, se il favore di un funzionario di partito ti può offrire un sussidio, perché preoccuparsi di migliorare i propri prodotti se una legge ad hoc può penalizzare i tuoi concorrenti? E a che serve studiare, se un diligente servilismo e gli agganci giusti possono farti raggiungere le più invidiabili posizioni? Ogni idea, ogni azione provoca delle conseguenze, e innumerevoli sono le conseguenze della malefica divisione del popolo sulla base di interessi contrastanti che ogni partito cerca di far prevalere gli uni a scapito degli altri. Lo Stato, infatti, come notava con la consueta lucidità Bastiat, “è la grande illusione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri.”

I partiti sono la forma in cui questo desiderio di sfruttamento si esprime nella democrazia. Ma la cosa più curiosa è che il vero scopo di queste organizzazioni è perfettamente espresso dalla stessa etimologia del termine partito; esso deriva infatti dal latino partitus, participio passato del verbo partiri, ovvero: dividere. Latino è anche il motto “divide et impera” (a questo punto potremmo anche fare delle supposizioni sul perché il latino non si insegna più nelle nostre scuole), e questo spiega perché i partiti vengano tenuti in così grande considerazione da chi esercita il potere. Scriveva Mises in Liberalismo:

C'è un gran numero di partiti ed ogni particolare partito è diviso in vari sottogruppi, che presentano generalmente un fronte unito al mondo esterno, ma solitamente si oppongono uno all'altro nei consigli del partito con la stessa veemenza con cui si oppongono pubblicamente agli altri partiti. Ogni partito e fazione particolari si ritiene dedicato ad essere il solo campione di determinati interessi speciali, che si sforza di condurre alla vittoria ad ogni costo. Allocare il più possibile dai forzieri pubblici “ai nostri,” favorirli con tariffe protettive, barriere all'immigrazione, “legislazione sociale,” e privilegi di ogni genere, a scapito del resto della società, è l'intera somma e sostanza della loro politica.
Infatti non esistono differenze sostanziali negli interessi pratici dei diversi individui: ognuno ambisce ad un'occupazione il più possibile gradita ma che soprattutto gli consenta di guadagnarsi da vivere e, eventualmente, di migliorare la propria condizione; tutti desiderano una certa sicurezza, e giustizia in caso di furto o aggressione. Di conseguenza tutti i partiti promettono di soddisfare queste esigenze, e finiscono per differenziarsi solo promuovendo diversi valori etici – che non dovrebbero in nessun caso essere terreno di scontro politico ma esclusiva e legittima scelta dell'individuo – la cui imposizione contribuisce a rendere più profondi i solchi tra i diversi gruppi della società: ogni gruppo guarda con sempre maggiore odio agli avversari, rendendo sempre meno praticabile la riconciliazione ed aumentando anzi la brama di rivalsa ad ogni tornata elettorale.

Friday, January 25, 2008

Piccolo Glossario della Neolingua #25

“Thieves respect property. They merely wish the property to become their property that they may more perfectly respect it.”
(G.K. Chesterton)
La proprietà privata è un diritto apparentemente riconosciuto anche dallo stato, ma si tratta in realtà di un riconoscimento puramente teorico nella misura in cui tale diritto è dallo stato limitato. Così come per la libertà, il diritto alla proprietà non deve essere riconosciuto ma, semplicemente, rispettato.
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Proprietà
Significato originario:
3a dir., diritto di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e secondo gli obblighi fissati dalla legge: diritto di p., tutela, violazione della p., vincoli, limiti della p.; acquisto, cessione, trapasso di p.
3b appartenenza, possesso di qcs.: discussero a lungo sulla p. di certi poderi, anche in funz. agg.inv.: un terreno p. del comune
3c estens., ogni bene di cui si goda e si disponga in modo pieno ed esclusivo: p. mobiliare, immobiliare, fondiaria; ereditare una p., amministrare le p. di famiglia | bene immobiliare considerato in sé, senza riferimento a un proprietario: p. estesa, di ingente valore, confini, limiti di p.
4 per meton., proprietario o insieme di proprietari di una società o di un’azienda: soprusi della p. sui braccianti, la p. ha annunciato dei licenziamenti
Che ogni uomo abbia la proprietà di sé stesso, e di nessun altro, è un fatto generalmente accettato. Negare questo assunto è praticamente impossibile – e in verità, almeno esplicitamente, nessuno al giorno d'oggi lo fa – senza giustificare una qualche forma di schiavitù. In effetti, che il proprio corpo sia inalienabile proprietà di ciascuno è rivendicato da tutti, dai capitalisti fino alle femministe e al movimento omosessuale.

Non altrettanto universalmente riconosciuto, nonostante ne sia la conseguenza logica, è il diritto alla proprietà di oggetti esterni all'individuo. Una buona definizione di proprietà la possiamo trovare nel Secondo trattato sul governo di John Locke, dove leggiamo che

[O]gni uomo ha la proprietà della propria persona. Su questa nessuno ha alcun diritto a parte lui stesso. Il lavoro del suo corpo e delle sue mani, possiamo dire, è propriamente suo. Qualunque cosa allora che egli rimuova dallo stato in cui la natura lo ha fornito, ed in cui lo ha lasciato, e vi abbia mescolato il suo lavoro, ed unito ad esso qualcosa che fosse suo, lo rende quindi di sua proprietà. Il suo esser stata da lui rimossa dal comune stato in cui la natura l'ha disposta, essa ha qualcosa annessa da questo lavoro che esclude il comune diritto di altri uomini.
Ovvero, essendo necessario utilizzare il proprio corpo per un determinato lasso di tempo per ottenere dalla natura un qualsiasi oggetto utile alla sopravvivenza, qualsiasi cosa alla quale l'individuo applica il proprio lavoro si deve considerare logicamente di sua esclusiva proprietà, al pari della sua persona. Questo diritto ovviamente esclude il diritto di chiunque altro sullo stesso oggetto, sia esso un pezzo di terra dissodato, così come uno strumento di lavoro.

Il diritto di chi ha messo a frutto, utilizzando il proprio lavoro, una qualsiasi risorsa, prevale sul diritto di chiunque altro, e solo a lui spetta la decisione, se lo desidera, di cederlo interamente o in parte ad un'altra persona per mezzo di un contratto, ovvero di un accordo reciproco. Questo semplice e lineare ragionamento è però smentito dall'ingerenza dello stato nel momento in cui decide unilateralmente di tassare le proprietà in nome di una più “giusta” ridistribuzione o addirittura, in alcuni casi, di espropriarla per realizzare qualche progetto in nome del “bene comune,” che tanto comune non è perché esclude in partenza la vittima dell'esproprio.

La legittimazione a questo genere di pratiche estortive viene subdolamente inculcata nelle giovani menti già dalla scuola pubblica, e si basa più che altro su motivazioni emozionali, come spiega bene
Tibor Machan in questo articolo:
Un importante motivo per cui la gente non è fedele al principio del diritto alla proprietà privata – o persino lo rifiuta come mitico – è che ha un'idea sbagliata della sua funzione principale. Molti pensano che ne traggano beneficio soltanto i ricchi. Ed anche se non hanno nulla contro l'essere ricchi, hanno qualcosa contro gli ingiusti vantaggi legali per coloro che lo sono. [...]

Questa idea, a sua volta, è alimentata dalla mentalità del “gioco a somma zero,” la convinzione che se qualcuno guadagna, qualcun'altro deve perdere.
Giocando sui desideri degli uomini, e sull'invidia provocata da chi possiede di più, facendo leva su un falso senso di giustizia, i sostenitori del collettivismo insinuano l'idea che la proprietà privata non sia un diritto ma un'appropriazione indebita. Così facendo, però, negano effettivamente anche lo stesso diritto alla proprietà del proprio corpo e del proprio lavoro, grazie ai quali le risorse fornite dalla natura allo stato grezzo sono diventate ricchezza, mezzi di sostentamento o di piacere.

Impedire ad un uomo di recintare il campo che con il suo lavoro da pietraia si è trasformato in coltivazione equivale a riconoscere ad un altro uomo, dotato della forza necessaria, il diritto di servirsene come di uno schiavo. Del resto se il frutto della fatica di ciascuno non è più di sua esclusiva proprietà scompare anche qualsiasi incentivo al lavoro che non sia la minaccia della violenza.

Monday, January 14, 2008

Piccolo Glossario della Neolingua #24

“Prosperity or egalitarianism – you have to choose. I favor freedom – you never achieve real equality anyway, you simply sacrifice prosperity for an illusion.”
(Marios Vargas Llosa)
L'uguaglianza di ogni uomo di fronte alla legge è un concetto che chiunque riconosce come giusto. L'uguaglianza promossa dal collettivismo ne è invece una perversa distorsione, sfruttata senza ritegno dal potere statale per giustificare i suoi crimini e manipolare la popolazione a suo piacimento. Vediamo come.
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Uguaglianza
Significato originario:
1 proprietà di più cose o persone di essere uguali tra loro, in tutto o per determinate caratteristiche: u. di peso, di capacità, u. fra gli oggetti
2 principio etico e politico secondo il quale tutti gli uomini hanno pari dignità umana e sociale e gli stessi diritti
3a uniformità, assenza di dislivelli, di asperità e sim.: u. di un terreno; anche fig.: u. di stile
3b fig., corrispondenza di idee, gusti e sim.
4 mat., relazione tra enti formalmente identici, isomorfi, congruenti, che gode delle proprietà riflessiva, simmetrica, transitiva | relazione tra due espressioni algebriche che portano allo stesso risultato quando vengono calcolate | relazione tra due figure geometriche sovrapponibili
Nel suo romanzo Le sirene di Titano, Kurt Vonnegut immagina una società futura che ha raggiunto la felicità grazie ad una nuova religione, la religione del “Dio Del Tutto Indifferente,” basata sull'assoluta uguaglianza tra gli uomini. Con la sua solita intelligente ironia, Vonnegut così descrive come tale uguaglianza ha potuto essere raggiunta:
Ognuno portava qualche tipo di handicap. La maggior parte degli handicap erano di una specie evidente – fasce zavorrate, sacchetti di piombini, vecchie griglie da fornace – pensate per limitare i vantaggi fisici. Ma c'erano, fra i parrocchiani di Redwine, diversi veri credenti che avevano scelto degli handicap di un genere più sottile e più significativo.

C'erano donne che avevano ricevuto dal capriccio del caso il formidabile vantaggio della bellezza.

Avevano annichilito quell'ingiusto vantaggio con vestiti goffi, cattivo portamento, gomma da masticare e un uso grottesco dei cosmetici.

Un uomo anziano, il cui unico vantaggio era una vista eccellente, aveva rovinato quella vista portando gli occhiali della moglie.

Un giovane di carnagione scura, la cui sensualità procace non poteva essere rovinata da brutti vestiti e dalle cattive maniere, si era handicappato con una moglie nauseata dal sesso.

La moglie del giovane di carnagione scura, che aveva motivo di vanità nella sua chiave Phi Beta Kappa, si era handicappata con un marito che non leggeva altro che fumetti.

La congregazione di Redwine non era unica. Non era particolarmente fanatica. C'erano letteralmente miliardi di persone felicemente auto-handicappate sulla Terra.
Il buon Vonnegut aveva ben chiaro il paradosso dell'assoluta uguaglianza: se le differenze tra gli uomini sono fonte di insoddisfazione e sofferenza, e se l'eliminazione di queste differenze dovute al capriccio della sorte portano alla felicità, tutte le differenze devono essere appianate, così da portare tutti gli uomini al livello dei meno fortunati. Per ovvi motivi, però, Vonnegut non prende in considerazione uomini ancora più sfortunati, come i ciechi, gli zoppi, i mutilati fisicamente o mentalmente; ma si tratta di un romanzo, e in fondo il buon Kurt è riuscito comunque ad illustrare bene il problema che lo stato democratico finge di non vedere.

Esso infatti si propone, per mezzo della ridistribuzione, di riportare la giustizia che le azioni degli uomini negherebbero: ma se la ricchezza di un uomo deriva dalle sue abilità e da liberi scambi con i suoi simili, sottrargliene una parte è un furto, un'appropriazione indebita; al contrario, se la sua ricchezza è stata accumulata con mezzi illegittimi, non di ridistribuzione si deve parlare ma di risarcimento, restituzione cioè a chi è stato derubato, e non ad altri. Ovviamente però questo utilizzo del concetto di uguaglianza serve lo scopo reale dello stato, che non è altro che il furto e lo sfruttamento. Quale altro senso avrebbe altrimenti una logica che, in ultima analisi, costringerebbe Leonardo da Vinci a dipingere bendato, o a Maradona di giocare con i piedi legati?

Da notare inoltre come la furia egalitaria dello stato finisca per occuparsi soltanto della dimensione economica dell'uomo, dimenticando tutte le altre differenze e soprattutto che non tutti gli uomini pongono alla sommità della loro scala di preferenze i beni materiali: proprio la critica che spesso e volentieri gli statalisti rivolgono ai sostenitori del libero scambio e del libero mercato. Ma c'è un ulteriore problema provocato dalla dottrina egalitaria. Paradossalmente, si tratta della discriminazione. Leggiamo da Freedom, Inequality, Primitivism and the Division of Labor di Rothbard:
Nell'impiego, nelle gerarchie, e nello status in generale, ai gruppi oppressi si suppone venga garantita la loro quota di posizioni ben pagate o prestigiose (nessuno sembra preoccuparsi troppo per la rappresentazione delle quote nel rango degli zappatori). Ho notato per la prima volta questa tendenza in un documento scritto un anno dopo il presente saggio ad un simposio sul La Natura e le Conseguenze dell'Ideologia Egalitaria. In quella sede ho reagito fortemente alla rappresentazione di quote per i gruppi designati su cui insisteva il movimento di McGovern alla convenzione democratica del 1972. Questi vittoriosi democratici insistevano che i gruppi quali le donne, la gioventù, i neri e gli ispanici erano caduti sotto la loro quota percentuale di popolazione come delegati scelti in convenzioni precedenti; questo ha dovuto essere rettificato dal partito democratico ignorando le scelte dei loro membri e insistendo sulle quote dovute a questi gruppi presunti oppressi. Notai la particolare idiozia del reclamo che i giovani di 18-25 anni erano stati “sotto-rappresentati” in passato, e indulsi in quella che ora si chiamerebbe una reductio ad absurdum “politicamente inappropriata” suggerendo una correzione immediata all'odiosa e cronica sotto-rappresentazione degli “uomini e donne” di cinque anni. [...]

I portavoce per le quote di gruppo nel nome degli “oppressi” (identificati per scopi di pubbliche relazioni con la frase dal suono positivo “affirmative action”) reclamano generalmente che un sistema di quote è la cosa più lontana dalle loro menti: tutto ciò che desiderano è un'azione positiva per aumentare la rappresentazione dei gruppi favoriti. O sono flagrantemente subdoli o non riescono a capire l'aritmetica elementare. Se il Gruppo Oppresso X deve aumentare la sua “rappresentazione” da, per esempio, l'otto al venti per cento, ne consegue che un certo gruppo o combinazione di gruppi vedrà ridursi la sua rappresentazione totale del 12 per cento. Il nascosto, o a volte non-così-nascosto, ordine del giorno, naturalmente, è che i declini delle quote si suppone avvengano nei ranghi dei Gruppi Oppressori designati, che presumibilmente meritano il loro destino.
In altre parole, sotto la maschera dell'uguaglianza si fa subdolamente passare nient'altro che una forma di discriminazione, eliminando nel contempo progressivamente il sistema meritocratico automaticamente generato in regime di libero scambio. L'avanzamento nelle carriere non è più dovuto ad una serie di scelte determinate da capacità dimostrate ma ad una decisione arbitraria a priori, rivelando così nell'uguaglianza promossa dallo stato esattamente il suo contrario: non più l'uguaglianza di fronte alla legge, ma come nella Fattoria degli animali di Orwell una legge che definisce chi è “più uguale degli altri.”

Monday, January 7, 2008

Piccolo Glossario della Neolingua #23

“It is also important for the State to inculcate in its subjects an aversion to any outcropping of what is now called 'a conspiracy theory of history.' For a search for 'conspiracies,' as misguided as the results often are, means a search for motives, and an attribution of individual responsibility for the historical misdeeds of ruling elites. If, however, any tyranny or venality, or aggressive war imposed by the State was brought about not by particular State rulers but by mysterious and arcane 'social forces,' or by the imperfect state of the world -- or if, in some way, everyone was guilty -- then there is no point in anyone's becoming indignant or rising up against such misdeeds. Furthermore, a discrediting of 'conspiracy theories' will make the subjects more likely to believe the 'general welfare' reasons that are invariably put forth by the modern State for engaging in aggressive actions.”
(Murray N. Rothbard)
Per questo lemma mi affido alle parole di Roberto Quaglia (e a quelle di Rothbard qui sopra, come sempre illuminanti), che lo ha analizzato efficacemente nel presentare il suo libro Il Mito dell’11 Settembre. Non credo sia necessario aggiungere altro.

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Cospirazione
Significato originario:
1 accordo, intesa segreta fra più persone per decidere e organizzare azioni ai danni di qcn., spec. di chi detiene il potere: ordire una c. contro il re, c. politica
2 concorso di più elementi nell’ostacolare qcs. o qcn.

Tutti crediamo di sapere cosa sia un complotto, o una cospirazione. Così come tutti crediamo di sapere cosa sia un cospiratore. In realtà, come vedremo tra poco, queste parole hanno lievemente mutato significato nelle nostre menti, rispetto al loro significato originario, e adesso vogliono dire qualcos’altro. La differenza è piccola, ma, come vedremo, sostanziale.

Il fenomeno diventa più facilmente visibile e comprensibile se alla parola complotto (o cospirazione) aggiungiamo il vocabolo “teoria”. Tutti noi sappiamo anche cosa è una teoria. Eppure, l’espressione combinata “teoria del complotto” significa qualcosa di sostanzialmente differente da ciò che dovrebbe significare.

In inglese è anche più evidente. Provate a menzionare l’espressione conspiracy theory ad un qualsiasi individuo anglofono appena appena erudito e vedrete nel 99% dei casi un sorrisino ironico dipingersi sul suo viso. Non lasciatevi disarmare. Insistete nel vostro esperimento e provate a pretendere di raccontargli di una cospirazione realmente avvenuta o addirittura in atto. Il sorrisino del vostro interlocutore con tutta probabilità si arricchirà di tutti gli altri semantemi espressivi della commiserazione: nel migliore dei casi verrete osservati con il compatimento che naturalmente si destina al solito tapino squilibrato che cerca di propinare al prossimo la strampalata farneticazione paranoide di turno.

Potete effettuare questo esperimento anche in lingua italiana con soggetti italiani. Dovrebbe funzionare anche in italiano, anche se probabilmente non tanto quanto in inglese. Poiché l’esperimento è ripetibile da chiunque ed i risultati ottenuti in linea di massima si equivarranno per tutti, questa può valere da dimostrazione scientifica del fatto che la parola “cospirazione” ha nel tempo smarrito il suo significato originario, soprattutto nella lingua inglese. Conspiracy ormai non è più un vocabolo serio che voglia dire ciò che il dizionario pretende che esso significhi. Conspiracy è ormai un vocabolo che contiene in sé anche l’accezione della propria falsità. Parlate ad un anglofono (ed in misura minore ad un italiano) di una cospirazione ed egli immediatamente comprenderà che vi state riferendo a qualcosa di falso, un teorema infondato, forse addirittura un delirio paranoico, prima ancora che abbiate iniziato ad esporre la vostra tesi. Se alla parola conspiracy aggiungete anche il vocabolo theory (teoria), la frittata è completa. Il concetto di teoria, associato a quello di cospirazione, suggella in modo pressoché definitivo la falsità di quanto venga ipotizzato. Si scrive Teoria della Cospirazione, si legge Teoria Falsa e Paranoide della Cospirazione.

Per inciso, l’uso stesso della parola “teoria”, associata a cospirazione, è completamente fuori luogo. Le teorie attengono al campo della scienza, ne viene dimostrata l’autenticità o la falsità, ma rimangono teorie anche dopo essere state provate. Come il filosofo Popper insegna, per essere degna di tal nome un teoria deve essere falsificabile, poiché rappresenta solo uno dei possibili modi di interpretare un aspetto della realtà. Quindi, una teoria è per definizione associata ad un senso di provvisorietà. L’idea che in un dato caso criminale possa esserci stata una cospirazione a monte è invece una ipotesi. In casi come questo, la domanda dovrebbe quindi essere non tanto se la teoria della cospirazione è fondata (come potrebbe mai esserlo, dato che non è una teoria?), quanto se l’ipotesi che ci sia stata una cospirazione è vera. Ipotizziamo che ci sia stata una cospirazione, non teorizziamo che essa ci sia stata.

Invece, oggi si parla comunemente, e a sproposito, di teoria della cospirazione.

Tutto ciò è curioso. Per caso o per dolo, il semantema che per secoli o millenni ha significato il concetto di cospirazione adesso virtualmente significa cospirazione immaginaria. Scrivi cospirazione, leggi cospirazione immaginaria. Come è mai potuto accadere qualcosa del genere? E, soprattutto, se mai una cospirazione davvero venisse tramata o messa in atto da qualcuno da qualche parte, come potrebbe mai essere possibile discuterne con lucidità, se il fatto stesso di nominarla si tira dietro il significato della infondatezza di ciò di cui si sta parlando? È perfettamente possibile – e per inciso assai probabile – che tale trasmutazione semantica sia interamente casuale. Tuttavia... non è più affascinante pensare per un attimo – anche solo per gioco o per divertimento intellettuale – che dietro a questo curioso fenomeno possa celarsi un astuto progetto, un diabolico artifizio allo scopo di disarmare i tam tam verbali di coloro che di una importante cospirazione venissero a conoscenza, ovvero – anche se indubbiamente ciò suona fantascientifico – una raffinatissima impalpabile arma di guerra psichica?

Eliminare dal linguaggio i significati che potrebbero venire usati contro di te, sostituendoli con significati infettati con il germe della negazione di loro stessi... Qui siamo in pieno Orwell, ma al quadrato, al cubo... ed in più una vocina maliziosa ci tormenta ricordandoci che la realtà prima o poi supera sempre la fantasia! D’altra parte, non sarebbe questa la ripetizione del solito vecchio trucco? La manipolazione semantica ha già trasformato la parola “pace” in guerra (“le missioni di pace”), la parola “libertà” in una informe creatura tentacolare che ormai non so più bene spiegare neanch’io, e potremmo continuare con gli esempi a lungo.
(Roberto Quaglia)

Monday, December 31, 2007

Piccolo Glossario della Neolingua #22

“It is nonsense to place the blame on "money" for the tendencies of some people to value exchangeable goods highly as compared to some nonexchangeable goods. There is no force in the existence of the money economy that compels men to make such choices; money simply enables men to expand enormously their acquisition of exchangeable goods.”
(Murray N. Rothbard)
Anche questa volta il De Mauro ci tradisce, accontentandosi di una definizione di consumismo che, benché largamente accettata, non spiega affatto da cosa nasca tale fenomeno.
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Consumismo
Significato originario:
tendenza delle società capitalistiche a incrementare nuovi consumi ed esigenze, spec. per influsso dei mass–media


Che il consumismo sia un effetto collaterale e deleterio del capitalismo è un assunto largamente accettato. Peccato che, ancora una volta, si tratti di un astuto depistaggio operato dalla propaganda statalista: il capitalismo, infatti, si fonda sul risparmio e l'investimento dei beni capitali, ed è proprio la retorica dello stato sociale a spostare l'attenzione su produzione e consumo. Scriveva Keynes, l'ispiratore – forse involontario – delle politiche economiche degli ultimi decenni:
Due piramidi, due mausolei per i morti, sono due volte meglio di una; ma non così due ferrovie da Londra a York. Siamo così ragionevoli, ci siamo istruiti così da sembrare dei prudenti finanzieri, considerando attentamente prima di aumentare le difficoltà finanziarie dei posteri costruendogli case per viverci dentro, che non abbiamo una tale facile fuga dalle sofferenze della disoccupazione.
Non dovrebbe sfuggire il particolare che già di per sé, la “produzione” di opere inutili, giustificata dalla necessità di mantenere la piena occupazione, è una spinta ad un consumo di risorse irrazionale. Tenendo a mente le parole di Bastiat, dovremmo chiederci: cos'altro avrebbe potuto essere realizzato con i capitali investiti in gigantesche quanto inutili opere?

Ma soprattutto, non bisogna sottovalutare il fatto che il deficit spending dello stato è in gran parte finanziato non già dalle sole tasse, quanto dalla possibilità di stampare denaro dal nulla creando inflazione: la perdita progressiva di valore della moneta spinge così i consumatori a spenderla il più in fretta possibile. Senza bisogno di ricorrere ad esempi del passato, quali la Repubblica di Weimar, possiamo guardare allo Zimbabwe attuale, la cui inflazione è ormai fuori controllo e gli abitanti assaltano i negozi per disfarsi delle banconote velocemente svalutate. Nulla del genere è previsto nel sistema capitalista, in cui il denaro dovrebbe correttamente essere una merce accettata da tutti e non può essere creato a costo zero.

Ma non basta: oltre all'inflazione, il sistema attuale permette un'altra operazione inaccettabile in un sistema autenticamente capitalista: la moltiplicazione del credito ad opera delle banche. La banca non è più infatti un semplice luogo in cui depositare i propri beni capitali per ritrovarli intonsi nel momento del bisogno, ma un organismo che si può permettere di prestare più denaro di quello che ha in cassa. La moltiplicazione avviene nel momento in cui il prestito viene erogato a favore di un altro istituto bancario che, a sua volta, può prestare un ulteriore quantità di valuta, mantenendone nei propri forzieri solo una frazione dell'importo totale.

È il sistema del credito facile, quello che ha portato all'attuale crisi dei mutui subprime. Le banche si sovraespongono, sicure dell'intervento salvifico della banca centrale che, in caso di bisogno, inietterà liquido nel sistema, ovvero stamperà altro denaro per coprirne l'insolvenza, ovviamente creando altra inflazione. Questo ingegnoso sistema – ingegnoso finché i nodi non arrivano al pettine, cioè quando il valore del denaro tocca livelli così bassi che diventa impossibile per i consumatori far fronte alle loro esigenze basilari – è in realtà la vera sorgente del consumismo: non è altro che la logica risposta dei consumatori di fronte al valore percepito dei beni. Un bene di consumo, per quanto frivolo o effimero che possa essere, viene percepito, e non a torto, di valore superiore rispetto alla banconota a corso legale, il cui valore sa essere in costante calo.

In un sistema autenticamente capitalista la percezioen del valore sarebbe ben diversa. La moneta merce, ad esempio garantita dall'oro, manterrebbe inalterato il suo valore nel tempo, senza generare quindi l'urgenza alla spesa immediata: ad essere incentivato è quindi il risparmio, in altre parole posso rinunciare all'uovo di oggi sapendo di poter comprare una gallina domani. A differenza del sistema attuale, in cui se non compro l'uovo subito, è possibile che non sia più in grado di comprarlo al calar della sera.

E vorrei chiudere con le parole di Mises:
Osserviamo che sono i popoli impoveriti delle economie arretrate a dedicare la maggior parte del loro tempo e fatica all'aquisizione dei beni materiali e non gli abitanti ricchi delle economie avanzate. Non sono i poveri a professare così ferventemente il loro desiderio per una maggiore “soddisfazione spirituale” e a denigrare la malvagità del “materialismo” e del “consumismo.” Non perseguono i beni immateriali con lo stesso fervore. Non prendono lezioni in poesia francese per puro divertimento – anche quando è nelle loro possibilità. Non leggono la letteratura New Age né praticano yoga.

La sensibilità verso il “consumismo” è un affettazione in gran parte presente nei ricchi paesi occidentali. Questo parzialmente perché c'è più ricchezza materiale e consumo in questi paesi. Ma anche all'interno dei paesi occidentali, l'apprensione per il “materialismo” ed il “consumismo” è più prevalente fra l'intelligentsia relativamente ricca che fra i poveri o la classe media.

Monday, December 24, 2007

Piccolo Glossario della Neolingua #21

“A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.”
(Friedrich Hayek)
Analizziamo stavolta un lemma che ricorre spesso nei discorsi degli uomini di stato, apparentemente nel rispetto del suo significato, in realtà distorcendolo quel tanto che basta per giustificare la loro posizione ed imporre le loro decisioni.
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Collettività
Significato originario:
1 l’essere collettivo, comune a più individui: la c. di un bene
2 pluralità di persone considerate come insieme unitario, come comunità politica o sociale: il fatto ha impressionato la c., agire nell’interesse della c., la c. nazionale

Il termine collettività deriva dal verbo latino colligere, ovvero raccogliere, ed esprime il concetto di più persone raccolte insieme da un fine comune. È più o meno un sinonimo di società, e subisce la stessa distorsione di significato, sottile ma decisiva, che Mises con la solita lucidità aveva ben esplicitato:
Il peggiore nemico del pensiero libero è la tendenza a ipostatizzare, cioè, attribuire un'entità sostanziale alle costruzioni o ai concetti mentali.

Nelle scienze dell'azione umana il caso più cospicuo di questo errore è il modo in cui il termine società è impiegato dalle varie scuole della pseudo-scienza. Non è dannoso impiegare il termine per indicare la cooperazione di individui uniti in attività per raggiungere fini definiti. È un preciso aspetto delle azioni di diversi individui che costituisce ciò che chiamiamo società o “grande società.” Ma la società in sé non è una sostanza, né un potere, né un essere agente. Solo gli individui agiscono. Alcune delle azioni degli individui sono dirette dall'intenzione di cooperare con altri. La cooperazione degli individui determina una situazione che il concetto della società descrive. La società non esiste al di là dei pensieri e delle azioni delle persone. Non ha “interessi” e non punta a nulla. Lo stesso è valido per tutti le altre collettività.

L'ipostatizzazione non è meramente un errore epistemologico e non fuorvia soltanto la ricerca di conoscenza. Nelle cosiddette scienze sociali spesso serve aspirazioni politiche ben precise sostenendo una maggiore dignità della collettività rispetto all'individuo o persino attribuendo l'esistenza reale soltanto al collettivo e negandola all'individuo, chiamandola pura astrazione.

In altre parole, alla collettività vengono attribuite le caratteristiche del ben noto Leviatano di hobbesiana memoria, sottintendendo un corso di azioni unitario il cui fine sarà ovviamente definito dalla guida politica: tant'è vero che, a fianco di collettività, è usuale il ricorso ad altri termini quali coesione, benessere generale, crescita, o il riferimento di una meta che la società dovrebbe raggiungere, proprio come se di un singolo organismo si stesse trattando.

Non dovrebbe essere difficile notare come l'unico scopo in grado di ottenere effettivamente una certa coesione, l'unica meta che consente di essere indicata come comune a tutti i componenti la collettività, sia la guerra. Come compresero perfettamente i neocon, quando scrivevano nel loro PNAC della necessità di “un evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbor” per stringere le fila della società americana, unirla, sotto la minaccia di un nemico spietato e deciso a distruggerla. E non è una sorpresa, soprattutto se consideriamo che i neocon sono seguaci della dottrina di Leo Strauss, il quale
egge a fondo La Repubblica e Le Leggi (oltre a Senofonte, autore che gli ispira lo studio sulla tirannide) e dal primo dialogo citato riprende il terribile passo della "nobile menzogna", uno dei più controversi luoghi della filosofia politica del grande filosofo ateniese, riattualizzandolo: infatti, poiché nella concezione di Strauss solo pochi eletti, gli aristòi, i migliori per natura, hanno la capacità di vedere il volto segreto dell'essere e la sua negatività originaria, [...] essi, ovvero i "guardiani", hanno il dovere di affettare - o comunque di mettere in scena con grande convinzione - se non la fede, una forte simpatia per essa e per i suoi valori, perché solo la religione è in grado di stabilizzare il quadro politico e di operare come efficace instrumentum regni, frenando il relativismo immanente al democraticismo di matrice giacobina e al liberalismo moderni e fornendo la materia prima per una theologia civilis ancorata a valori che pretendono di spacciarsi come transtemporali.
Una visione fortemente elitaria del potere, quindi, in nome del quale deve essere sacrificata sia la libertà dell'individuo che la verità, e la cui realizzazione può e, in ultima analisi, deve passare per la guerra. Questo intrinseco legame tra collettivismo e guerra non era sfuggito a rothbard, che nel suo saggio War collectivism notava, tra le altre cose, come le stesse forze produttive del paese furono trascinate, senza troppi sforzi, nell'impresa bellica dello stato:
Fu apparentemente necessaria la più gigantesca guerra di tutta la storia per dare all'idea della cooperazione un simile posto nel programma economico generale come quello che i fornitori d'acciaio del paese cercarono di dare alla propria industria quasi dieci anni fa con il breve accordo amichevole fra il giudice Garyand ed il presidente Roosevelt.

È vero che i rapporti del tempo di guerra fra il governo e le acciaierie a volte furono tesi, ma lo sforzo e la dura minaccia del controllo governativo delle risorse furono diretti generalmente alle piccole imprese, come Crucible Steel, che aveva rifiutato testardamente di accettare i contratti di governo.

Nell'industria siderurgica, infatti, erano le grandi acciaierie – U.S. Steel, Bethlehem, Republic, etc. – che, all'inizio della guerra, avevano in primo luogo sollecitato il controllo governativo dei prezzi e dovettero spingere un governo talvolta confuso ad adottare quello che alla fine diventò il suo programma. Il motivo principale era che i grandi produttori d'acciaio, felici dell'enorme aumento dei prezzi dell'acciaio nel mercato come conseguenza della richiesta bellica, erano ansiosi di stabilizzare il mercato su un prezzo elevato ed assicurarsi così a lungo termine una posizione di profitto per la durata della guerra.
Ed è così che, nel solo interesse del potere – ovvero di un ben preciso gruppo di individui – le forze produttive di un popolo vengono trasformate in forza di distruzione, rivelando con la morte di milioni di individui la grande menzogna, l'attribuzione di qualità che sono soltanto dell'individuo alla collettività tutta. Ma a quel punto, tristemente, è ormai troppo tardi.

È una delle poche cose divertenti nel nostro piuttosto monotono mondo che coloro che oggi si agitano più decisamente contro il collettivismo e la minaccia rossa siano proprio quelli che hanno tartassato, corrotto, adulato e tormentato perché lo stato intraprendesse tutti i passi successivi che conducono direttamente al collettivismo.
(Albert Jay Nock: Impostor Terms, Atlantic Monthly, February 1936.)

Monday, December 17, 2007

Piccolo Glossario della Neolingua #20

“There is very little difference between state monopoly capitalism, or corporate state capitalism, what­ever you want to call it, in the United States and Western Europe today, and the mercantilist system of the pre-Industrial Revolution era.”
(Murray N. Rothbard)
Ritorna il nostro Piccolo Glossario dopo una breve interruzione del servizio (causa trasloco), e per l'occasione ho scelto un termine fondamentale, il capitalismo, sul quale si è giocata tutta la politica dell'ultimo secolo. In questo caso anche il dizionario è di scarso aiuto, in quanto accetta in toto la definizione di capitalismo professata da Marx, che del capitalismo fu il più grande detrattore.
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Capitalismo
Significato originario:
1 sistema economico e sociale caratterizzato da una larga formazione e mobilità dei capitali, dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, dalla ricerca del profitto individuale e dalla separazione dei produttori in classi detentrici dei capitali e classi lavoratrici (ed è tipico dell’età della rivoluzione industriale)
2 l’insieme dei capitalisti, dei paesi capitalisti: il c. internazionale, imperialista
Succede spesso che, di fronte a gravi dissesti economici e alla sempre più diffusa ingiustizia, si metta sotto accusa il capitalismo e si richieda maggior controllo e regolamentazione del mercato. Nonostante il declino del marxismo, la sua definizione di capitalismo continua ad essere adottata, specie quando si tratta di spiegare le ragioni della grande sproporzione nella distribuzione della ricchezza. Ed è certamente un grande successo dello stato, che un sistema economico che si è dimostrato capace di produrre ricchezza come nessun altro prima venga accusato dei fallimenti provocati invece dall'intervento statale in economia. Con le parole di Rockwell:
L'economia di mercato ha generato una prosperità incalcolabile e, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo, miracolose capacità di innovazione, produzione, distribuzione e coordinazione sociale. Al mercato libero, dobbiamo tutta la prosperità materiale, tutto il tempo libero, la nostra salute e longevità, la nostra popolazione enorme e in crescita, quasi tutto ciò che chiamiamo la vita in sé. Il capitalismo e solo il capitalismo ha salvato la razza umana da degradante povertà, da malattie rampanti e da precoce morte.

In assenza dell'economia capitalista e di tutte le sue istituzioni fondamentali, la popolazione del mondo, col tempo, si ridurrebbe ad una frazione del suo numero attuale, con quel che fosse rimasto della razza umana ridotta sistematicamente alla sussistenza, mangiando soltanto ciò che può essere cacciato o raccolto. Anche l'istituzione che è la fonte della parola civilizzazione in sé – la città – dipende dallo scambio e dal commercio e non può esistere senza di essi.

E questo soltanto per accennare ai benefici economici del capitalismo. È anche un'espressione di libertà. Non è tanto un sistema sociale ma il risultato naturale di una società in cui i diversi diritti sono rispettati, dove ai commerci, alle famiglie ed a ogni forma di associazione è consentito di fiorire in assenza di coercizione, furto, guerra e aggressione.

Difesa dei diritti di proprietà e libertà di scelta, questi sono i cardini del capitalismo. Le classi? Un abbaglio: non si può forse lavorare e detenere un capitale allo stesso tempo, o passare dalla condizione di dipendente a quella di lavoratore e viceversa? E non sono forse i membri di una stessa classe in competizione tra loro, seppure eventualmente anche condividendo alcune esigenze?

Se c'è una separazione di classi nella società, questa va ricercata altrove, precisamente dove è presente una differenza di diritti: attualmente una simile differenza è riscontrabile nella classe politica, alla quale sono concessi privilegi che ai comuni mortali sono negati. C'è un famoso passo del De Civitate Dei di Sant’Agostino, in cui un pirata si rivolge ad Alessandro Magno:
Per lo stesso motivo per cui tu infesti la terra, anch’io infesto la terra. Ma poiché io lo faccio con una barca insignificante mi chiamano malfattore, poiché tu lo fai con una flotta eccezionale ti chiamano imperatore.
Il punto è che lo stato ha in orrore qualsiasi iniziativa privata, qualsiasi semplice e libero scambio tra due individui da cui esso non possa in qualche modo trarre profitto (leggi = estorcere il pizzo), e tale orrore cerca in ogni modo di trasmettere alla società, così da poter continuare a sottrarle risorse indisturbato. Divide et impera: lo stato trasforma la divisione del lavoro in conflitto di classe, e ruba indisturbato agli imprenditori come ai salariati, che si accuseranno l'un l'altro. Definisce guerra la competizione, e nasconde la scomoda verità che la guerra è sempre e solo lui a farla. Vediamo Mises:
Chiamare la concorrenza guerra competitiva, o semplicemente guerra, è soltanto una metafora. La funzione della battaglia è la distruzione; della concorrenza, la costruzione. La concorrenza economica assicura che la produzione proceda nel modo più razionale. Qui, come dappertutto, il suo compito è la selezione della cosa migliore. È un principio fondamentale della collaborazione sociale che non si può immaginare fuori dal quadro. Neppure una comunità socialista non potrebbe esistere senza di essa in una qualche forma, benché potrebbe essere necessario introdurla con l'apparenza, per esempio, di esami. L'efficienza di un ordine socialista della vita dipenderebbe dalla sua capacità di rendere la concorrenza sufficientemente spietata e pungente da essere correttamente selettiva.
Il senso del capitalismo è questo, è la constatazione che non è necessario né possibile operare su meccanismi naturali – perché adottati liberamente – per migliorarne la capacità di adattamento. Pensare di poter “manipolare geneticamente” la società per migliorarla è una grande illusione, che passa attraverso la limitazione della libertà e dei diritti dell'individuo. In realtà l'economia non è che la risultante di innumerevoli scelte quotidiane degli individui, delle loro preferenze ed esigenze, e che sia così naturalmente
possibile migliorare continuamente la condizione economica dell'intera società non è dovuto ad un incantesimo di magia bianca, ma semplicemente al fatto che ognuna delle interazioni economiche, dei liberi scambi avvenuti, ha migliorato in qualche misura la condizione dei contraenti. Rothbard:
La differenza fra il capitalismo del libero mercato ed il capitalismo di stato è precisamente la differenza fra, da una parte, lo scambio pacifico e volontario, e dall'altra, l'espropriazione violenta. Un esempio di uno scambio nel libero mercato è il mio acquisto di un giornale all'angolo per una moneta da dieci centesimi; ecco uno scambio pacifico e volontario che beneficia entrambe le parti. Compro il giornale perché lo valuto più della moneta da dieci centesimi che dò in cambio; e l'edicolante lo vende perché, a sua volta, stima il valore del decino superiore a quello del giornale. Entrambe le parti nello scambio ottengono un vantaggio. E cosa stiamo entrambi facendo è uno scambio di titoli di proprietà: cedo la proprietà della mia moneta in cambio del quotidiano e l'edicolante esegue il cambio di titolo esattamente opposto. Questo scambio semplice di una moneta da dieci centesimi per un giornale è un esempio di unica azione nel libero-mercato; è il mercato al lavoro.

In contrasto con questo atto pacifico, c'è il metodo dell'espropriazione violenta. L'espropriazione violenta si ha quando vado dall'edicolante e sequestro i suoi giornali o il suo denaro con la pistola puntata. In questo caso, naturalmente, non vi è beneficio reciproco; Guadagno a scapito dell'edicolante vittima. Tuttavia la differenza fra queste due transazioni – fra lo scambio reciproco volontario e la pistola puntata – è precisamente la differenza fra il capitalismo del libero mercato e il capitalismo di stato. in entrambi i casi otteniamo qualcosa – ma che siano soldi o giornali li otteniamo in modi completamente diversi, modi dagli attributi morali e dalle conseguenze sociali completamente diversi.
Per quanto incredibile possa sembrare, la propaganda statalista è riuscita a far accettare come legittima e giusta la transazione a mano armata, e ad attribuire a quella libera ogni iniquità e ingiustizia. Sarebbe quindi ora di ricominciare a chiamare le cose con il loro nome, se non vogliamo accettare la condizione di burattini e legittimare il dominio di Mangiafuoco.

Monday, December 3, 2007

Piccolo Glossario della Neolingua #19

“I’ve concluded that genius is as common as dirt. We suppress our genius only because we haven’t yet figured out how to manage a population of educated men and women. The solution, I think, is simple and glorious. Let them manage themselves.”
(John Taylor Gatto)
È il turno dell'anarchia, un lemma che il potere è riuscito a trasformare efficacemente in ricettacolo di ogni disgrazia, come una specie di moderno vaso di Pandora. Un rovesciamento di senso totale.
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Anarchia
Significato originario:
1a stato di disordine politico e sociale causato dalla debolezza del governo o dalla sua assenza: lo stato è piombato nell’a.
1b estens., disordine, caos, assenza di disciplina e di regole: nella scuola regna la più completa a., basta con questa a.!
2 filos., dottrina politica e filosofica sviluppatasi nell’Ottocento, che propugna l’abolizione dello stato e di ogni potere costituito in nome della libertà e dell’autonomia individuale
Nella vulgata statalista il termine anarchia è diventato un abusato sinonimo di caos, disordine, sopraffazione, dominio del più forte sul più debole. Invero gli uomini di stato amano attribuire all'anarchia tutti i mali peggiori della società: ma come può essere, visto che di anarchia, nella società, non ve n'è punta? Per dirla tutta, è sufficiente indagare questi mali per rendersi conto che è proprio l'esistenza dello stato, se non a provocarli, senza dubbio ad esacerbarli. Vediamo un esempio di tale ragionamento:
Contrariamente al villaggio medioevale, la metropoli moderna con i suoi milioni di abitanti altamente mobili è a malapena immaginabile senza evidenti azioni autoritarie del governo che controllino il comportamento nelle molte situazioni di dilemma del prigioniero. Effettivamente, si può a malapena immaginare che un comportamento non cooperativo come il rubare possa venir controllato solamente dal costume e dalla pressione sociale degli altri membri della comunità in una città come New York. Anche con l'autorità della forza della polizia parti di New York assomigliano ad una giungla hobbesiana.
(Dennis C. Mueller "Anarchy, the Market, and the State." (1988) p. 822)
Come volevasi dimostrare, il fatto che nonostante una imponente forza di polizia diversi quartieri di New York siano dei protettorati del crimine organizzato e non viene utilizzato come argomento a favore dello stato e contro l'anarchia, come se fosse quest'ultima, pur senza essere mai apparsa dalle parti di New York, ad aver provocato tale situazione.

In realtà anarchia significa semplicemente assenza di governo, di autorità (dal greco ἄν = negazione e ἄρχειν = governare), assenza che non giustifica automaticamente il corollario di maledizioni che ad essa si usa accostare. Gli istinti aggressivi dell'uomo hanno forse qualcosa a che fare con la presenza o meno di un'autorità, o anche l'autorità stessa, una volta conferita, possiede il magico potere di purificare l'uomo che ne è investito? La logica suggerirebbe il contrario: è certamente un grosso incentivo all'aggressione il possedere un certo grado di impunità, l'essere considerato in qualche modo “superiore” al resto dell'umanità. È il paradosso ben evidenziato da Rothbard:
Supponiamo, per esempio, di essere tutti improvvisamente caduti giù sulla terra de novo e di esserci quindi tutti confrontati con il problema di quali disposizioni sociali da adottare. E supponiamo allora che qualcuno abbia suggerito: "Siamo tutti destinati a soffrire a causa di quelli tra noi che desiderano aggredire il loro prossimo. Allora risolviamo questo problema del crimine consegnando tutte le nostre armi alla famiglia Jones, là, assegnando tutto il nostro potere definitivo di risolvere le dispute a quella famiglia. In questo modo, con il loro monopolio di coercizione e di ultima risoluzione, la famiglia Jones potrà proteggerci tutti l'uno dall'altro." Penso che questa proposta otterrebbe ben pochi consensi, tranne forse dalla famiglia Jones stessa. Ma questa è precisamente l'usuale argomento per l'esistenza dello stato. Quando cominci dal punto zero, come nel caso della famiglia Jones, la domanda "chi controllerà i controllori?" si trasforma non soltanto in una permanente lacuna nella teoria dello stato ma in una insuperabile barriera per la sua esistenza.
L'anarchia è una risposta alternativa alle esigenze di una comunità di uomini, fondata sull'assioma del diritto che ogni uomo ha di non essere aggredito da altri. Diritto questo indispensabile alla sopravvivenza dell'uomo stesso, poiché solo collaborando può riuscire ad imporsi su un ambiente ostile. In natura, infatti, un uomo solo è una preda, e anche molto ambita; grazie alla cooperazione è diventato specie dominante, rispettato e temuto dagli altri abitanti del pianeta. A questo proposito è bene puntualizzare che l'anarchia non teorizza la dissoluzione del concetto di leader, di guida – si tratta pur sempre di un elemento chiave della cooperazione – quanto la restituzione di tale concetto al suo giusto ambito, come esprime correttamente ancora Rothbard:
Se, allora, la diseguaglianza naturale di abilità e di interesse fra gli uomini deve rendere le elite inevitabili, l'unico percorso ragionevole è abbandonare la chimera di uguaglianza e accettare la necessità universale dei capi e dei seguaci. Il compito del libertario, la persona dedicata all'idea della società libera, non è di opporsi alle elite che, come l'esigenza della libertà, fluiscono direttamente dalla natura dell'uomo. L'obiettivo del libertario è piuttosto di stabilire una società libera, una società in cui ogni uomo è libero trovare il suo livello migliore. In tale società libera, ognuno sarà "uguale" soltanto nella libertà, mentre vario e diseguale sotto tutti gli altri aspetti. In questa società le elite, come chiunque altro, saranno libere di alzarsi al loro livello migliore. Nella terminologia di Jefferson, scopriremo le "aristocrazie naturali" che raggiungeranno l'eccellenza e la leadership in ogni campo. Il punto è di permettere la crescita di queste aristocrazie naturali, ma non la legge delle "aristocrazie artificiali" – coloro che comandano per mezzo della coercizione. Gli aristocratici artificiali, gli oligarchi coercitivi, sono gli uomini che salgono al potere invadendo le libertà dei loro compagni uomini, negando loro la libertà. Al contrario, gli aristocratici naturali vivono in libertà ed armonia con il prossimo e crescono esercitando la loro individualità e le loro più alte abilità al servizio dei loro compagni, in un'organizzazione o producendo efficientemente per i consumatori. Infatti, gli oligarchi coercitivi giungono invariabilmente al potere sopprimendo le elite naturali, e con loro altri uomini; i due generi di leadership sono antitetici.

Non è quindi un'uguaglianza assoluta – dogma tipicamente statalista: ne sono esentate ovviamente le “autorità”, che sono “più uguali degli altri” – quella che si prospetta in un'eventuale società anarchica, ma una parità di diritti che allo stato attuale è clamorosamente scomparsa a causa della proliferazione di diritti positivi assegnati d'autorità a lobby e minoranze assortite in cambio di sostegno o finanziamenti.

Ciò che auspica invece chi sostiene l'idea anarchica è innanzitutto una società più giusta, meritocratica, dove le possibilità di ciascuno di vivere e cercare di costruire la propria felicità non siano decise a priori da altri, senza il consenso del diretto interessato, ed a prescindere dalle sue azioni. In breve, tutto ciò che è negato dalla presenza dello stato, e dalla sua degenerata versione dell'autorità: non come riconosciuta dagli altri in base al proprio effettivo valore per la comunità, ma assegnata d'ufficio, con il sottile velo delle elezioni a sancirne una legittimità che non esiste nei fatti.

Sunday, November 25, 2007

Piccolo Glossario della Neolingua #18

The attempt to determine in money the wealth of a nation or the whole mankind are as childish as the mystic efforts to solve the riddles of the universe by worrying about the dimension of the pyramid of Cheops.
(Ludwig von Mises)
La crescita è uno dei termini più usati dai governi quando informano il popolo sullo stato dell'economia: dà invero un senso di sicurezza l'idea di un'economia che, seppur tra mille difficoltà, continua imperterrita a crescere come la piantina curata da un amorevole giardiniere. Ma ancora una volta, non si tratta altro che di un'illusione da prestigiatori, e la piantina è solo una patetica replica di plastica.
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Crescita
Significato originario:
1 il crescere e il suo risultato: c. del livello del fiume, delle piante, della barba, dei capelli, il bambino presenta una c. anormale, periodo della c.
2 fig., progresso, aumento, sviluppo: c. della mortalità, demografica, del capitale, dello sviluppo culturale
3 econ. ⇒ crescita economica
Se c'è un'immagine di se stessi e del loro ruolo che ai politici piace coltivare, è sicuramente quella dell'amorevole genitore che si cura della crescita dei suoi bambini. Tralasciamo per il momento il lieve dettaglio che, essendo i bimbi in questione contribuenti, ovvero coloro che volenti o meno li mantengono, codesti “genitori” non sono meglio di quelli tanto deprecati che mandano per strada i loro figli in cerca di elemosina o peggio, e occupiamoci piuttosto di questa famosa crescita così spesso citata come risultato del buongoverno dei suddetti.

È noto che tale crescita viene resa visibile con uno strumento tanto famoso quanto misterioso, il famigerato Prodotto Interno Lordo, detto familiarmente PIL. E dico misterioso perché per il grande pubblico altro
non è
che una parolina di tre lettere estratta dal gergo dell'economia che, si sa, è una scienza riservata a pochi illuminati, nonostante il fatto che quasi ogni nostra azione quotidiana abbia a che fare con essa.

Orbene, il PIL è una statistica che guarda al valore dei beni ultimi e dei servizi prodotti durante un determinato intervallo di tempo, costruita sull'opinione che il motore dell'economia non sia la produzione di ricchezza ma il suo consumo. Considera quindi la crescita non in base a ciò che si è in grado di produrre, ma a ciò che si consuma (un genitore che crescesse i suoi figli secondo una simile logica sarebbe probabilmente – direi anche giustamente – privato della tutela dagli assistenti sociali). Questo perché il consumo dei beni può essere stimolato artificiosamente con la creazione di moneta quando questo consumo dovesse calare. Leggiamo:
In generale, più soldi saranno generati dalla banca centrale e dal settore bancario, maggiore sarà la spesa monetaria. Questo a sua volta significa che il tasso di crescita di ciò che si identifica con l'economia reale rispecchierà molto da vicino l'aumento nella riserva monetaria.

Così non c'è da stupirsi se nel contesto del PIL, la banca centrale può causare uno sviluppo economico reale e la maggior parte degli economisti che pedissequamente seguono questa logica credono che sia così. Gran parte della cosiddetta ricerca economica produce un “sostegno scientifico” per la diffusa opinione che, per mezzo del pompaggio monetario, la banca centrale possa far crescere l'economia. Tutti questi studi trascurano il fatto che nessun'altra conclusione può essere raggiunta una volta compreso che il PIL è un parente stretto della massa monetaria. [...]

Per mezzo del PIL, il governo ed i funzionari della banca centrale danno l'impressione di poter guidare l'economia. Secondo questo mito, ci si aspetta che “l'economia” segua il percorso di crescita descritto da onniscienti funzionari. Così ogni volta che il tasso di crescita slitta al di sotto del previsto percorso di sviluppo, ci si aspetta che i funzionari diano una spinta adeguata “all'economia.” Per contro, ogni volta che “l'economia” sta crescendo troppo velocemente, ci si aspetta che i funzionari facciano un passo indietro per raffreddare il suo tasso di crescita.
Insomma, sembra proprio il mascherone del mago di OZ, con l'ometto nascosto che manovra le leve! In altre parole, una simile crescita non è altro che una bolla, destinata presto o tardi a scoppiare. Non c'è una reale ricchezza alle spalle di un consumo sovradimensionato, ma solo un conto che aumenta il cui pagamento viene continuamente rimandato. Scriveva Mises nell'Azione Umana:
Un'ulteriore espansione della produzione è possibile soltanto se la quantità delle merci capitali è aumentata con il risparmio supplementare, cioè dalle eccedenze prodotte e non consumate. Il segno caratteristico del boom da espansione del credito è che tali merci capitali supplementari non sono state rese disponibili.
E aggiungeva Rothbard:
Senza un genuino aumento di risparmio, la struttura del capitale è sbilanciata ed eventualmente gli imprenditori si rendono conto che i loro progetti non possono essere realizzati. Lo “scoppio” arriva quando le aziende interrompono le linee non redditizie e le risorse devono essere ridistribuite ai loro usi adeguati.
Quello è in genere il momento in cui vanno perduti i posti di lavoro e crollano i consumi, e il governo proclama il fallimento del mercato. Un mercato però che fino ad un attimo prima lo stesso governo aveva “guidato”.