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Sunday, May 30, 2010

Una Modesta Proposta

Incredibile a dirsi, la crisi economica è arrivata fino a Laputa. Tanto che, come ci racconta il nostro corrispondente dall'isola volante, si è dovuto ricorrere all'aiuto di una ditta di consulenze per affrontare l'imprevisto problema.

A giudicare dalla soluzione proposta, però, l'impressione è che la velocità di stampa delle rotative laputiane sia molto lontana dalle prestazioni di quelle terrestri: una semplice tassa sul valore aggiunto per i “produttori di moneta” sarebbe infatti da noi una pallida contromisura per lo tsunami inflattivo in arrivo.
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Di Giovanni Pesce


Anche qui a Laputa i problemi economici finanziari non mancano; la crisi ci ha colpito pesantemente.

L'onorata società che fa capo al Centro di Igiene Mentale ha chiesto la consulenza alla “Peligrosa,” ditta della quale è notoria l'affidabilità, garantita anche dalla presenza in quel consiglio di Amministrazione dell’amante del Governatore Maximo (κυβερνήτης).

Le proposte espresse dallo studio sono fondamentalmente due:
  1. Fare cassa svendendo a poco prezzo il patrimonio pubblico (Il Castello, Vicolo corto, la Centrale Elettrica fino a Parco della Vittoria);
  2. Applicare l’imposizione dell’IVA (20%) ai fabbricanti di denaro.
Qui nel nostro paese siamo un po’ legati alle tradizioni e vedere svenduto il patrimonio di tutti a poco prezzo come è successo in Italia, (1992 ed anni seguenti) metteva una certa tristezza addosso.

Pertanto la soluzione (1) è stata abbandonata.

Ma sull’applicazione dell’IVA ai fabbricanti e spacciatori di denaro ci è sembrata veramente cosa buona e giusta.

L'IVA (l'imposta sul valore aggiunto) è un'imposta che colpisce solo il valore aggiunto di ogni fase della produzione, scambio di beni e servizi; per tale ragione una produzione di biglietti che costano pochi centesimi e valgono molti €uro costituisce la base per un’imposizione fiscale del 19,99% di tutto il denaro che viene prodotto.

Idraulici e Parrucchieri di Laputa sono stati felici di ritrovare banchieri europei in fila con loro presso la sede locale dell’Agenzia dell’Entrate a presentare domande di ravvedimento per il mancato pagamento dell’IVA.

Così con un singolo atto normativo abbiamo risolto in parte i nostri problemi economici.

Certo questa soluzione è meno cruenta di quella proposta a suo tempo da Swift; però è molto semplice ed efficace.

Perche non ci pensate anche voi europei?

Sunday, May 9, 2010

La grande crisi finanziaria fiorentina

A Laputa si trova un ricco archivio di antichi documenti, testimonianza di storie ormai quasi dimenticate, ma utili per capire che tutto il mondo è paese, che la storia si ripete, e che in fondo i luoghi comuni hanno una loro ragion d'essere.

Nel suo dispaccio di oggi, il nostro inviato dall'isola volante ci rende partecipi di una di queste vicende, in cui si intrecciano le vite e le ricchezze di tre centri di potere del passato (e, almeno in un caso, anche del presente): Venezia, Firenze e Londra. Una pagina di storia economica più attuale di quanto potrebbe apparire di primo acchito.

Buona lettura a tutti voi, e un augurio a tutte le mamme!
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Di Giovanni Pesce


Intorno al 1345 due case bancarie fiorentine i Bardi (gennaio 1343) e i Peruzzi (ottobre 1343 e 1346), a causa di un’improvvisa mancanza di liquidità, entrarono in crisi e finirono in bancarotta.

La V.U. (versione ufficiale, ndr) ci racconta che le due banche avessero concesso prestiti al Re d’Inghilterra senza adeguate garanzie, così quando quest’ultimo rifiutò il pagamento concordato, giustificandosi con l’urgenza di organizzare la guerra dei Cent’Anni con la Francia, le agenzie inglesi delle due banche andarono verso il fallimento.

Nonostante esistesse un vincolo di mutuo soccorso , che legava tutte le filiali e che avrebbe dovuto garantire in teoria il buon funzionamento del sistema bancario, non fu possibile alcun salvataggio; questo vincolo, invece, si trasformò in un meccanismo di perdizione che, ad una ad una, portò alla bancarotta tutte le filiali in “franchising”della banca.

Fin a qui la storia raccontata sembra corretta; ma il “dark side” è un altro.

La vicenda economica inizia con il religioso intento, da parte dei banchieri fiorentini, di evitare il peccato di usura; con tal intendimento l’ostacolo dell’usura veniva aggirato chiedendo in restituzione dei soldi prestati, merci o servizi particolarmente remunerativi, come quello di “privatizzare” le entrate dello stato o quello di esercitare il monopolio privato della produzione delle merci più importanti (gli alimentari, la lana ed i tessuti, le ferramenta, il sale) che altrimenti sarebbero state esclusivamente prodotte sotto un sistema di licenze e di tassazione reali o nazionali.

Infatti i Peruzzi, da parte loro, possedevano tutti i diritti sulle entrate del Regno di Napoli, controllavano l’esercito di quel regno, riscuotevano tasse e gabelle, nominavano funzionari e soprattutto vendevano tutto il grano prodotto nel regno di re Roberto.

Invece, la merce principale trattata dai Bardi era la lana; la compravano in Inghilterra, la trattavano in Toscana e poi rivendevano i tessuti.

La lana proveniva dalle colline inglesi dove i frati Cistercensi (monaci bianchi) pascolavano le pecore e ne commercializzavano la lana, nonostante ci fosse un’azione di contrasto da parte del Re che talvolta concedeva a dei mercanti esportatori di lana (noti più tardi come Compagnia dei Cernitori di lana Staplers) dei privilegi di monopolio.

I commercianti italiani anticipavano volentieri ai frati i denari di gran parte della produzione dei prossimi “raccolti,” posizionandosi finanziariamente tra i creditori. I guadagni erano notevoli per entrambe le parti e c’era abbastanza margine per “tenera la botta” in caso d’incidente finanziario; tra l'altro Bardi, Peruzzi e Re d’Inghilterra si scambiavano regolarmente truffe e scorrettezze reciproche.

Nei primi anni della Guerra dei Cent’anni, a partire dal 1339, i banchieri fiorentini resisterono ai mancati pagamenti del Re d’Inghilterra e il loro crollo iniziò solo a partire dal 1343.

Dal punto di vista di finanza “cattolica,” vediamo come sia i Bardi che i Peruzzi, da buoni devoti “guelfi bianchi,” si fossero fatti costruire due cappelle “di famiglia” in Santa Croce a Firenze ed avessero scelto come decoratori personaggi del calibro di “Giotto da Bondone” e Maso; i soldi non mancavano, tra l'altro Beatrice Portinari, fiamma del buon Dante Alighieri, guelfo bianco, andò sposa ad un Simone de’ Bardi.

I banchieri veneziani, invece in combutta con il Vaticano, in quel periodo rastrellarono liquidità (monete d’argento) per poter commerciare con l’Oriente e “volutamente” crearono difficoltà alla circolazione di denaro nell’Europa Continentale.

La guerra dei fiorentini per il possesso di Lucca drenò altra liquidità nel mercato interno fiorentino ed astutamente i venexiani, diffusero ad arte la notizia della difficile solvibilità delle due case fiorentine; pertanto coloro i quali avevano depositi presso le due banche, presi dal panico, ritirarono i loro denari facendo saltare i due banchi. Il mercato delle monete passò in quegli anni sotto il controllo della Serenissima.

A Firenze, Aghinolfo, Sozzo e Rubecchio (che nomi! ndr) Bardi, dopo la bancarotta del 1343, cercarono di rifarsi organizzando un sistema di produzione di monete false, furono scoperti ma non furono condannati.

Il cronista dell’epoca (G. Villani) non indagò nel vero meccanismo di movimenti economici e si accontentò di una spiegazione “inglese” della crisi delle banche fiorentine. La “sapienza” venexiana probabilmente suggerì questa versione della vicenda.

Immediatamente dopo la crisi delle finanze fiorentine, iniziò un periodo di carestia e subito dopo la Peste Nera.

Qualche secolo dopo, i Lehman Brothers iniziarono la loro attività negli USA puntando molto sul commercio del cotone…e... il resto lo sapete.

Sunday, March 28, 2010

I Tulipani

La primavera, anche a Laputa, porta con sé la fragranza dei fiori appena sbocciati ed è un'occasione per parlare di un'antica bolla economica, quella ricordata con il nome di “Tulipmania.”

Era senza dubbio un'altra epoca, più romantica della nostra in cui l'illusione del facile guadagno è legata alle fredde cifre dei titoli del debito pubblico o alle azioni di qualche improbabile dotcom.

In quel tempo, furono i bulbi di fiori affascinanti a suscitare il sogno di una ricchezza infinita. C'è bolla e bolla, insomma, lasciamo allora che il nostro inviato da Laputa ci racconti di questa versione poetica del ciclo economico.
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Di Giovanni Pesce


L’argomento scelto questa settimana per i lettori del Gongoro, è la terapia dei malanni economici: ovvero vediamo cosa avviene quando l’economia ha le bolle.

La prima bolla classica è quella conosciuta con il nome “dei tulipani” avvenuta in Olanda nel 1636.

I mercanti olandesi avevano riportato in patria un nuovo fiore: il Tulip della Turchia di Solimano il Magnifico.

I botanici reali, veri opinion leaders, descrissero con grande enfasi le caratteristiche di questo fiore con tutte le sfumature di colori e forme; seguendo la moda del momento tutti i nobili cercarono di ottenere un certo numero di tulipani per inserirli nei loro giardini.

Il top per i collezionisti era il “Tulipano Nero”, fiore ricercatissimo; in attesa di questo gli aficionados si accontentavano anche di una speranzosa attesa, così puntavano sui bulbi “particolari.”

Tra collezionisti c’era infatti un interessante scambio di soldi contanti contro bulbi “probabili” produttori di costosi tulipani. I prezzi iniziarono a salire in una forma di spirale crescente.

Chiunque poteva arricchirsi in quei tempi con i tulipani, fenomeno esattamente identico al pre-1929 di New York quando chiunque poteva fare buoni affari con la Borsa.

Ma anche nel paese dei tulipani, dopo un periodo di crescita “folle” i prezzi crollarono all’improvviso riducendo sul lastrico tutti gli investitori.

Alcuni autori ipotizzano cause psicologiche:
  1. Euforia iniziale per la fine della Guerra dei cent’anni
  2. Crollo finale correlato alla nuova ondata di peste nera
In realtà la bolla si era gonfiata e sgonfiata perché si era svincolato il mercato finanziario dal mondo del lavoro: tutto era puntato ad ottenere dei guadagni “veloci” sui futures tralasciando la vita reale di tutti i giorni.

Come la non-convertibilità di una moneta da un qualcosa di certo, sicuro e inalterabile (l’oro) lascia la moneta stessa libera di gonfiarsi e sgonfiarsi per via di certe “bollicine.”

Naturalmente in quella occasione dei tulipani chi perse tutto furono le new entries del mercato. Quei pochi che in realtà avevano cavalcato le prime fasi della bolla riuscirono a portare a casa un discreto gruzzoletto, come in tutte le storie Ponzi/Madoff. I conoscitori della speculazione avevano fatto in tempo a ritirarsi e a lasciare il cerino acceso ad altri.

A fine bolla il Governo equiparò i debiti provenienti dal gioco in Borsa sui tulipani (“commercio del vento”) al debito dal tavolo di gioco: il debitore era esentato dal pagamento del debito.

E’ mia opinione che anche il capitalismo sia una bolla che ha fatto il suo tempo ed ora stia scoppiando.

Si salvi chi può!

Sunday, March 21, 2010

Banana

Se definire l'Italia una “repubblica delle banane” è ormai pratica alquanto frequente, l'origine di tale definizione è una conoscenza assai meno comune.

Eppure, come illustra l'ultimo dispaccio speditoci da Laputa del nostro corrispondente Giovanni Pesce, proprio indagando la storia della banana e delle “repubbliche” ad essa dedicate si può comprendere meglio come funziona il sistema corporativista che governa il nostro mondo: un intreccio perverso di violenza e potere economico e politico nel quale non è più nemmeno possibile distinguere tra soggetti privati e pubblici ma solo tra vittime e carnefici, un sistema in cui i governi sono solo il braccio armato di grandi interessi particolari, l'impresa non è più al servizio del consumatore ma solo dei suoi azionisti, e un oppressivo conformismo si impone alla natura variegata di un mercato davvero libero.
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Di Giovanni Pesce


A prima vista le banane sembrano un prodotto naturale di una pianta (Musa acuminata) tipica della natura lussureggiante ma la realtà è ben diversa: le banane da noi conosciute e mangiate (Cavendish) sono state create dall’ uomo.

Fino a 150 fa, molte specie di banane hanno popolato le giungle del mondo ed hanno costituito la base del consumo locale. Alcune erano dolci, altre erano acide, altre erano verdi o viola o gialle o rosse.

Ma una società USA denominata United Fruit sviluppò un particolare tipo di banana – il Michael Gros – e decise di produrre banane industrialmente utilizzando questo modello “standard”: giallo, cremoso e pratico per il cesto da picnic.

Zona di produzione individuata: i paesi caraibici del Centro America.

Ottima scelta dal punto di vista imprenditoriale, direbbe un economista – ma a parere dei popoli la soluzione non sarebbe più tanto valida in quanto la United Fruit aveva sviluppato un particolare modello di business attuativo.

Come lo scrittore Dan Koeppel ci spiega nella sua brillante storia: Banana: il destino del frutto che ha cambiato il mondo, l’elenco dei passi operativi è stato questo:
  • Trovare un Paese povero e debole.
  • Assicurarsi che il governo nazionale debba servire gli interessi aziendali. Altrimenti, rovesciarlo e sostituirlo con uno completamente servile.
  • Bruciare le foreste pluviali nazionale e creare lì delle piantagioni di banane.
  • Rendere la gente del luogo dipendente dagli interessi aziendali.
  • Schiacciare ogni barlume di sindacalismo.
  • Poi, purtroppo, potrebbe essere necessario prendere atto di come le piantagioni di banani muoiano per una malattia strana che attacca i banani in tutto il mondo.
  • Se questo accade, irrorare tonnellate di sostanze chimiche sulle piantagioni di banane per studiarne l 'effetto.
  • Se non funziona, ricominciare dal punto (1) utilizzando il prossimo paese.
Se infatti ripercorriamo la storia della banana, vediamo che le cose sono andate più o meno così:

Nel 1870 ancora le banane non erano conosciute dal grande pubblico e venivano vendute negli USA solo in occasioni particolari.

Nel 1911, il magnate delle banane Samuel Zemurray decise di trasformare l’Honduras in una piantagione privata; radunò alcuni gangster internazionali come Guy "Machine Gun" Maloney, killer di un esercito privato, e organizzò l'ascesa politica di un suo amico verso la poltrona di presidente della repubblica.

Le altre nazioni centro-americane ebbero un uguale trattamento.

Il termine "repubblica delle banane" è stato così coniato per descrivere le dittature servili del Centro America che sono state create per compiacere le società di banane.

Nei primi anni 1950, un insegnante di scienze di nome Jacobo Arbenz fu eletto presidente del Guatemala, con l’impegno di ridistribuire ai milioni di contadini senza terra, parte dei terreni delle società delle banane.

Ma il presidente Eisenhower e la CIA emanarono delle istruzioni su come dovevano essere uccisi i “comunisti”, e stabilirono che gli strumenti adatti erano "un martello, un’ ascia, una chiave, un cacciavite, un coltello da cucina, il poker o il fuoco".
Così il governo Arbenz fu messo da parte.

Nel 1960, a causa di una malattia fungina iniziò a sparire dalla circolazione il modello Gros Michel della United Fruit, che era stato presentato come The One True Banana.

Nel tentativi di trovare un sostituto, immune da quella malattia, venne scelta la “Cavendish”, anche se questo tipo di banana era più piccola e meno cremosa.
Ma come in un film dell’horror, il killer è tornato.
A partire dal 1980 una malattia la sta attaccando ed ora la Cavendish sta morendo, nonostante la sua immunità fosse un mito.

Ci sono delle banane che potremmo adottare come Banana 3.0 – ma sono così diverse dalle banane che conosciamo ora.
Il modello vincitore probabile è il “Goldfinger,” che è croccante e il “Tangeri”: quest'ultimo è noto come “la banana acida.”

Già non molto tempo dopo che la malattia “Panama Disease” aveva iniziato a uccidere le banane dagli inizi del 20, gli scienziati della United Fruit avevano ipotizzato una causa "genetica": l'attuazione di un'unica gigantesca monocultura. Se tutte le banane provengono da una unica specie, una malattia che entra nella catena sarà presto diffusa ovunque.

Riassumendo, che cosa è successo? C'è stata una buona idea imprenditoriale ovvero quella di spremere ogni goccia dall'operazione pur di trarne profitto, e contemporaneamente gli “imprenditori” in combutta con i “politici” hanno distrutto le società, hanno bruciato foreste pluviali, e finito per uccidere il frutto stesso.

Incredibilmente, lasciando perdere la parte economico-politica, possiamo prendere atto che dal punto di vista di catalogazione scientifica i banani sono delle erbe ornamentali e perfino alcuni fiori fanno parte della famiglia delle banane; per chi volesse cimentarsi nelle ricerche può cercare informazioni o immagini di:

Musa Acuminata
Musa Cheesmani
Musa Ornata
Musa Velutina
Musa Sikkimensis
Strelitzia Nicolai
Ravenala Madasgascariensis
Strelitzia Reginae

Per tutti gli altri non impegnati in queste ricerche, un doppio "Cuban 8"!

Saturday, September 26, 2009

I Missili in giardino

Il problema di vivere ancorati a terra è che è spesso difficile rendersi conto dell'enormità di certi eventi, se non attraverso le lenti offuscate del quotidiano tran tran.

Ci è negata la visione d'insieme prerogativa di chi si libra a considerevole distanza dai travagli terreni, come gli dei o gli abitanti di Laputa.

Ma quando i dispacci telepatici del nostro corrispondente dall'isola volante ci offrono un assaggio di questo tipo di comprensione, diventa chiaro che la nebbia che avvolge certe vicende umane può essere talvolta una benedizione: come potremmo mai essere sereni, infatti, con dei missili in giardino?
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Di Giovanni Pesce


Nel corso degli anni ’50 anche l’Italia partecipò al conflitto nucleare “freddo” ospitando graziosamente nel territorio delle Murge una trentina di missili Jupiter dotati di testata atomica.

Pochi anni prima (1943-1945) la Puglia, in particolare Foggia, era stata scelta come avamposto per l’attacco sull’Europa Continentale; da vari campi d'aviazione dislocati intorno a quella città decollavano quotidianamente bombardieri Usa con obiettivi particolari: campi petroliferi di Ploesti in Romania, città italiane del Nord, insediamenti industriali della Germania del Sud.

Nel 1958 i governi di Usa e Italia decisero di posizionare 30 missili Jupiter con testata nucleare H nell’altopiano tra Bari e Taranto, con sede di comando a Gioia del Colle.

Il progetto, all’oscuro dell’opinione pubblica italiana, venne messo in opera e portato a termine in pochi mesi nella primavera 1961.
Contemporaneamente, in quegli stessi pochi mesi Hollywood produceva un filmetto che, con il titolo italiano I missili in giardino,” trattava da un punto di vista familiare questo tipo di installazioni militari.

La realtà comunque è ben altra cosa.
In quelle installazioni militari si segue il falso concetto della doppia chiave: ovvero il missile non parte se non ci sono le due autorizzazioni da parte dei due governi: Italia ed USA.

Però la chiave generale del sistema, la terza chiave, è nella sola disponibilità USA; come sono nella sola disponibilità USA le bombe “strategiche,” quelle sui missili balistici.
Queste pugliesi sono invece classificate come tattiche e pertanto possono essere usate solo con l’assenso del governo italiano e vanno utilizzate con parsimonia all’interno del metodo MAD (Mutual Assured Destruction).

Più o meno i progettisti della RAND Corporation avevano definito la guerra nucleare in queste fasi:
  1. First Strike (il primo colpo);
  2. la Ritorsione (il paese colpito può rispondere usando l’atomica con una risposta “flessibile”);
  3. la guerra “Fine di Mondo” messa in azione da un insieme di calcolatori collegati in rette.
Più o meno sono i concetti espressi nel film “Dr. Strangelove,” uscito nelle sale alla fine del 1963.

Nel 1962 alla conclusione del blocco navale Usa nei confronti di Cuba, Kennedy concordò con Kruscev un accordo semi-segreto: se Kruscev avesse ritirato i missili a Cuba Kennedy avrebbe ritirato i missili in Puglia ed in Turchia. Tra le condizioni dell’accordo c’era quella di non dare molta pubblicità alle concessioni americane e questa clausola venne rispettata.

Così, nell’aprile 1963 i trenta missili vennero ritirati e riportati oltreoceano.

Per amanti della statistica, a Gioia del Colle si totalizzavano allora per trenta testate termonucleari (H), ben 50 megatoni, (migliaia di volte più potenti dell’esplosione di Hiroshima).

In quei giorni i serviti segreti di Laputa registrarono la seguente telefonata: “Pronto, Gioia, ho il razzo pronto per l’esercitazione!”.
Che tipo di esercitazione volessero fare resta un mistero.

Sunday, September 20, 2009

Genzai Bakudan

Qual è la massima ambizione di un'organizzazione criminale che abbia come scopo il dominio assoluto (leggi: di uno stato)? Facile: possedere la bomba “Fine di Mondo,” l'arma definitiva, simbolo e garanzia del potere politico.

Non appare strano, quindi, se alla ricerca atomica dedicarono ingenti risorse tutte le maggiori potenze coinvolte nell'ultimo conflitto mondiale. È strano semmai che della storia della bomba giapponese non se ne sappia nulla o quasi.

Poco male, i lettori del Gongoro possono sempre far affidamento sulle preziose notizie che il nostro corrispondente, il Pesce Volante, ha raccolto negli archivi di Laputa. Giusto per ricordarci quanto i governi amino la Bomba.
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Di Giovanni Pesce


Nella prima metà del secolo scorso, anche i giapponesi volevano l’atomica ed alla fine di WWII ottennero qualche piccolo risultato.

Si organizzarono, già a partire dagli anni 20, con tecnici molto bravi che portarono avanti due progetti: uno con la Marina Imperiale ed un altro con l’Esercito.

L’organizzazione soffrì a causa dei bombardamenti USA ed il governo nipponico decise di trasferire la produzione in Corea, a Konan.

Lì, come ad Auschwitch, si combinarono tra di loro delle risorse particolari:
  • il lavoro non pagato di schiavi locali e di prigionieri di guerra,
  • l’abbondanza di metallo uranifero della regione,
  • l’abbondanza di acque (Yalu Chosin e Fusan) per il processamento dell’uranio e per la fornitura di energia elettrica.
Questa combinazione di risorse portò alla nascita del primo ordigno nipponico.

Un difetto di questa operazione fu la tempificazione; infatti il risultato fu raggiunto solo dopo le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, utilizzando talaltro molte parti di tecnologia tedesca. Si presume che gran parte dell’uranio arricchito provenisse dalle centrifughe tedesche.

Il 12 agosto 1945, pochissimi giorni dopo Hiroshima e Nagasaki, i tecnici giapponesi decisero di far brillare l’unica bomba che avevano a disposizione.

Non avendo un vettore aereo adeguato alle necessità e non disponendo di un poligono nucleare, i tecnici del Sol Levante optarono per il posizionamento della bomba su una nave giapponese sulla quale, al largo del porto di Hungman, venne fatta esplodere l’atomica, probabilmente per il doppio motivo di studiarne gli effetti e di sottrarre quest’arma ai nuovi vincitori (USA e URSS).

Dalle esame delle risultanze dell’esperimento emergono chiari indizi sul tipo dell’esplosione:
  • Grandissima luce
  • Poca esplosione
  • Molto calore
  • Grande vento
  • Fall-out radioattivo
Sembrerebbe tutto finito qui; invece coincidenza delle coincidenze, pochi anni dopo USA ed Cina si affrontarono in uno scontro epico sul fiume Yalu, come se il controllo del territorio della Corea fosse determinante per il controllo del mondo.

Come al Gen. Patton fu dato l’incarico di recuperare la tecnologia nucleare tedesca così al Gen. MacArthur venne affidato il compito di recuperare il recuperabile dai siti nucleari coreani, durante la “strana” guerra di Korea.

Mac Arthur avrebbe utilizzato le atomiche in Corea, ma il governo USA preferì evitare; così l’11 Aprile 1951 il presidente Truman tolse l’incarico a Mac Arthur, il quale nella vita civile raggiunse alti traguardi diventando anche presidente della RAND Corporation.

Nel corso degli anni anche la Corea del Nord è entrata a far parte del Club Atomico a partire dal 9 Ottobre 2006, anche se una forte esplosione era forse avvenuta a Ryongchon già nell’aprile 2004.

Sunday, September 13, 2009

La Truffa della Democrazia

A Laputa la democrazia non gode della stessa reputazione che le accordiamo noi terrestri, al contrario il proverbiale distacco dei cittadini dell'isola volante permette loro di vederla per ciò che realmente è, ovvero l'inganno più grande della storia, la Madre di tutte le truffe. Il “governo del popolo,” dicono a Laputa, è solo un'illusione, che in realtà consegna nelle mani di una ristretta cerchia di uomini un potere superiore a quello dei re di un tempo.

Si sa, all'uomo piace sognare, abbandonare la realtà per rifugiarsi in mondi immaginari, e il potere di creare sogni è un potere sulla sua anima. Questo incubo collettivo è il tema del dispaccio telepatico del nostro corrispondente da Laputa. A tutti una buona domenica, e sogni d'oro.
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Di Giovanni Pesce

Art. 640 del Codice Penale: Truffa. Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione ………

Il mito della democrazia è un “gigantic bluff”.

Data la semplicità del metodo truffaldino impiegato dai “democratici” truffatori e l’ingenuità popolare dei danneggiati, qui a Laputa abbiamo vietato anche la sola possibilità di discutere di questo argomento.

La disputa sull’argomento è, in realtà, antichissima; anche Aristotele si era accorto di qualcosa di strano insito in questo meccanismo, (nella democrazia il criterio del numero prevale su quello del giusto) ed aveva sottolineato che, in effetti, quella che viene indicata come democrazia in realtà è solamente una numerocrazia, ovvero un’organizzazione il cui governo viene affidato al gruppo statisticamente più numeroso.

Che poi le scelte statisticamente migliori coincidano con quelle più valide dal punto di vista amministrativo economico e politico è una mera contingenza; su tale argomento si possono generare mille discussioni.

Il vedere il proprio partito alle redini del governo genera certamente contentezza nel gruppo sociale vincente; in tale occasione la felicità totale sarà quella massima ottenibile in quanto sarà la massima sommatoria di felicità individuali; questa era la sintesi dei pensiero dei filosofi statistici.

Ma fatta la legge, trovato l’inganno.

Se con piccoli accorgimenti un gruppo ristretto di individui riesce a convincere i gruppi più numerosi allora tutto questo sistema non va più bene.

Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud, aveva proposto dei nuovi metodi di convincimento (Propaganda) che agivano sulla parte più inconscia delle masse di individui con il fine di raggiungere dei risultati pre-stabiliti.

Da Wikipedia (Edward Bernays):
Nella sostanza, la sua convinzione era che una manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica. Nasceva così il concetto - caro appunto alla propaganda in chiave politica - secondo cui chi è in grado di padroneggiare questo dispositivo sociale può costituire un potere invisibile capace di dirigere una nazione:

«Coloro che hanno in mano questo meccanismo [...] costituiscono [...] il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. [...] Sono loro che manovrano i fili...» [3]
Ovvero Bernays proponeva di vendere idee platoniche su argomenti anche futili scambiandole con il consenso elettorale su argomenti, invece, fondamentali per la vita sociale.
Per questo scopo le idee devono essere propagate (propag-anda) con la massima diffusione, esattamente come devono essere mutati gli slip (mut-anda).

Ma allora i pochi (happy few) che hanno capito il meccanismo della propagazione, si sono impossessati, con un procedimento truffaldino, delle redini del governo?

Non hanno forse con artifizi o raggiri, inducendo altri in errore, procurato a loro o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno?

Assolutamente si; qui a Laputa siamo assolutamente certi che le cose siano in questi termini.

Le vere “milestones” per gli oligarchi sono quindi quelle di impadronirsi dei mezzi di propagazione di particolari segnali verso la parte razionale e irrazionale delle masse popolari e poi lasciare che la stupidità del corpo elettorale faccia il resto.

I segnali da propagare non sono solo quelli discorsivi, che hanno bisogno di un certo tempo o di una certa cultura per essere recepiti o rifiutati, ma sono composti principalmente da suoni, immagini, situazioni ed altri fenomeni che arrivano più diretti alla parte inconscia dell’individuo e delle masse popolari.

Infatti l’argomentare tramite immagini è tipico di chi non vuole questioni da discutere nei dettagli.

Per trovare una soluzione a questo annoso problema della Numerocrazia, qui a Laputa è stato sperimentato un metodo tutto nuovo: “No-Govern, No-Media, No-Problem”.

Sunday, August 30, 2009

Un Colpo, Una Bomba, Una Città.

Su precisa richiesta di un lettore, ecco la “versione ufficiale di Laputa” sulla storia della bomba atomica prontamente fornita dal nostro corrispondente dall'isola volante. E come spesso succede nei grandi massacri delle “curiose coincidenze” fanno da corollario, coincidenze tanto trascurate da noi uomini di terra quanto discusse e analizzate dagli abitanti di Laputa.

Com'è diversa la storia vista da Laputa da quella che conosciamo noi, dove tutto succede o per caso o per errore!
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Di Giovanni Pesce


La storia della Bomba atomica è abbastanza semplice:

Nella prima metà del secolo scorso, quasi tutti i paesi industrializzati si erano interessati, almeno nel solo campo accademico, alla produzione di energia atomica: Italia, Germania, USA ed altri

In quegli anni le tecniche migliori venivano sviluppate in Germania, con l’ausilio della finanza USA; non per niente il nostro Enrico Fermi aveva ottenuto nel 1924 dalla Fondazione Rockefeller una borsa di studio da utilizzare all’Università di Leida in Germania..

In quel paese vennero avviate, negli anni successivi, numerose iniziative basate sul nucleare e su varie forme di esso, coinvolgendo pure i paesi vicini: l’acqua pesante di Telemark in Norvegia e qualche produzione nel Trentino Alto Adige.

In Usa invece rimasero alla finestra in attesa di risultati; solo il 6 Dicembre 1941 (di sabato pomeriggio!) venne firmato il piano “J” che sarebbe poi divenuto famoso come progetto Manhattan. Incredibilmente la mattina dopo (domenica mattina!) i giapponesi attaccarono Pearl Harbor e il progetto atomico non ebbe ostacoli di tipo finanziario.

Il progetto USA prevedeva di arricchire l’uranio ad Oak Ridge una cittadina del Tennesse già beneficiata dei finanziamenti alla Tennesee Valley Authority di FDR.

Il progetto andò avanti con grandi difficoltà tecniche; ma dal punto di vista economico i soldi furono spesi con grande soddisfazione degli economisti keynesiani.

I tedeschi dal canto loro riuscirono a portare avanti due o tre linee di produzione atomica con la produzione di bombe nucleari piccole e medie. Il segreto del loro successo tecnico consisteva nell’uso delle centrifughe per creare l’U238 partendo dall’ U235, e a tale scopo vennero approntati dei particolari campi di lavoro.

I lavori andarono avanti e qualche bomba fu anche sperimentata e collaudata.

Luigi Romersa nell’ottobre 1944 fu invitato da Hitler ad assistere all’esplosione di una bomba “disgregatrice” sull’isola di Rugen.

I punti dolenti della bomba di Hitler erano due: c’era poco materiale fissile per bombe e non esisteva ancora un vettore aereo capace di portare “la bomba” su New York, anche se in realtà furono allestiti e sperimentati dalle officine Skoda alcuni quadrimotori adatti all’uso.

Restava il problema psicologico: l’esplosione nucleare avrebbe distrutto completamente New York?

No! Quello che avrebbe distrutto era al massimo un quartiere di una grande città: parlando di New York la bomba avrebbe distrutto solo Manhattan; e incredibilmente il progetto Usa venne rinominato proprio con il fantasioso nome “ Manhattan”!

Nell’aprile 1945 alcuni gerarchi nazisti, capeggiati da Bormann, consegnarono agli Usa tutto l’uranio arricchito tedesco che era stato accumulato, ed ottennero, in cambio, salva la vita.

Il carico di uranio arricchito, assieme ad alcuni detonatori atomici, giunse negli Stati Uniti e finalmente il governo Usa poté disporre della Bomba, adoperando a piene mani del materiale proveniente dai depositi nazisti.

FDR non era d’accordo sull’uso della bomba ma graziosamente riconsegnò l’anima al Padreterno con procedura d’urgenza il 16 Aprile 1945.

Adesso il boccino era in mano agli USA e bisognava sbrigarsi a sperimentare l’uso di quest’arma: la guerra in Europa era finita i primi giorni di maggio 1945 e non c’era occasione di fare esperimenti, però continuando il conflitto con il Giappone si sarebbe unita la sperimentazione con l’utilità delle azioni militari.

Fu pertanto chiesto ad una particolare organizzazione di preparare un elenco di città nipponiche di dimensioni simili all’isola di Manhattan; cioè 100mila persone circa in un area di 8 chilometri di diametro con qualche stazione militare da sbandierare al mondo per poi giustificare il bombardamento atomico.

Fu così che vennero scelte Hiroshima e Nagasaki.

Il copione richiedeva: un colpo una bomba una città.

Una bomba che avesse distrutto un solo quartiere di una grande città non avrebbe impressionato nessuno, ma un colpo, una bomba una città avrebbe lasciato una segno mediatico destinato a durare nel tempo.

Abbastanza semplice; no?

Sunday, August 23, 2009

Obiettivo Manhattan

Nella guerra moderna, sempre meno uno scontro di eserciti e sempre più cambiamento politico imposto con l'uso della forza, il fattore psicologico ha acquistato sempre maggior importanza: da qui l'esigenza di colpire con azioni rappresentative obiettivi prevalentemente civili dal grande valore simbolico. La Seconda Guerra Mondiale ci ha offerto numerosi tragici esempi di questa nuova tecnica bellica, culminata nelle carneficine atomiche di Hiroshima e Nagasaki, ma molti altri piani vennero studiati e mai messi in pratica dagli stati maggiori delle nazioni in guerra.

Il nostro corrispondente da Laputa, il Pesce Volante, ce ne ricorda alcuni tra quelli scaturiti dalle fervide menti dei generali italiani, con obiettivo il cuore di New York, quell'isola che darà il nome al più grande piano di morte e distruzione della storia.
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Di Giovanni Pesce


Nel breve periodo di WWII nel quale Italia ed Usa erano schierati su fronti opposti, c’è stato un susseguirsi di preparazioni di azioni militari ad alto esplosivo mediatico, in particolare i Comandi italiani prepararono due o tre piani per attaccare gli USA.

“La miglior difesa è l’attacco” pensarono i comandi della Regia Marina e della Regia Aeronautica quando ricevettero l’ordine di preparare dei piani per colpire il cuore degli USA: l’isola di Manhattan, la parte più conosciuta di New York.

Alla storia sono rimasti documenti relativi a due tentativi: quello dell’Aeronautica che prevedeva l’uso di un quadrimotore, e quello della Marina che ipotizzava l’uso di sommergibili tascabili.

Furono studiate anche le conseguenze politiche delle due imprese, ed un gruppo di ufficiali fece presente che era più conveniente perdere la guerra piuttosto che incattivire i rapporti con il gigante USA il quale avrebbe poi imposto un “escalation” nei bombardamenti sulle città italiane.

L’Aeronautica quindi pianificò un bombardamento “umanitario” con il lancio di arance siciliane, una copia aggiornata del bombardamento “virtuale” effettuato con volantini dagli italiani su Vienna nella WWI.

Venne approntato un velivolo Savoia Marchetti 95 serie B che probabilmente avrebbe portato a termine la missione dopo l’attuazione di un certo numero di modifiche tecniche se gli eventi dell’'8 Settembre 1943 non avessero fermato quell'azione.

La Marina, da parte sua, approntò un progetto più ardito: un sommergibile atlantico avrebbe accompagnato alla foce dell’Hudson due sommergibili tascabili CA1 e CA2, costruiti dalla soc. Caproni; questi due sommergibili avrebbero dovuto risalire il fiume fino a portare degli uomini-rana a sbarcare a Manhattan con un compito particolare: minare l’Empire State Building.

Il progetto era ad un buon livello esecutivo: alla base Betasom sull’Atlantico un gruppo di marinai faceva esperienza per il trasporto atlantico dei due sommergibili tascabili, ed anche i Caproni Ca1 e Ca2 vennero adattati all’impresa tramite i suggerimenti di incursori della Decima Flottiglia Mas scelti per quella azione, ma gli eventi della storia travolsero questi progetti italiani.

Nel corso degli anni la storia fu più complicata; l’Empire State Building venne colpito da un “kamikaze amico” a fine Luglio 1945 e i grattacieli più alti di Manhattan furono abbattuti con altre tecniche distruttive nel Settembre 2001.

Ironia della sorte; il Governo Usa aveva ideato un progetto di distruzione globale conosciuto con un nome fantasioso: il Progetto Manhattan.

Sunday, July 5, 2009

27 Giugno: Ustica

Dopo un lungo silenzio, forse causato da alcuni disturbi alle comunicazioni dovuti alla persistente assenza di macchie solari, è finalmente arrivato un nuovo dispaccio telepatico da Laputa, un dispaccio in cui il nostro fidato corrispondente dall'isola volante racconta di un triste evento nella storia della nostra penisola che ha cambiato la sua vita.

Da quelle parti, sapete, nulla è più doloroso di un volo spezzato: è la negazione di tutto ciò che Laputa è.
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Di Giovanni Pesce


L’accidente di Ustica ha segnato, nella mia vita, un momento di passaggio fondamentale; prima di questo evento pensavo che lo Stato fosse la massima espressione della collettività; le azioni dello Stato erano per me paragonabili a quelle del Padre di Famiglia, quello che manda avanti le cose in qualunque condizione con il solo pensiero del bene comune.

Ma in quella terribile notte avvenne qualcosa di terribile e ancora più terribile fu quello che avvenne dopo: lo Stato negò sé stesso, non permise alcun accertamento efficace di cosa fosse avvenuto e lasciò la vicenda ammantata da un velo di amarezza.

Da allora, ogni sera ho pensato a ciò che poteva essere accaduto; ho tentato mille e mille combinazioni aviatorie, militari e politiche ma tutte avevano un difetto tale da non essere completamente accettabili.

A casa mia, anni fa, era usuale che dopo i pasti si discutesse di incidenti aerei, esattamente come in altre famiglie si parlava di calcio o di ciclismo; da noi le frasi più ricorrenti erano “si è dimenticati i flap” o “il rubinetto del carburante era su off” o “stallo della semiala destra” e le persone coinvolte erano il vicino di casa o quel pilota che era stato da noi la domenica precedente e così via.

Nonostante avessi un certo allenamento sugli incidenti aerei, su Ustica non riuscivo a trovare una soluzione.

L’unica informazione supplementare che ho avuto è stata “l’aereo era stato comprato di seconda mano da una compagnia del Pacifico e trasportando pesce sotto sale aveva avuto un degrado strutturale.” Informazione brutta e depistante.

Ho letto, quindi, quasi tutto quello che è stato scritto sull’argomento, senza trovare molta soddisfazione; ho però capito come si muovono in queste circostanze, gli attori della vicenda, all’interno del copione da rispettare.

Ho visto nomi comuni ad altre circostanze come l’ 11 Settembre ed il caso Moro e così ho capito come funziona veramente lo Stato.

Non “lo Stato italiano” o di un altro paese ma “Lo Stato” quello privo di ogni bandiera ed ogni territorio.

Lo Stato non è quel buon Padre di Famiglia che pensavo, bensì è un baluardo per tenere lontane le masse dall’organizzazione della vita.

Lo Stato è un metodo di giustificazione di imposizioni altrui sulle proprie vite.

Ho capito solo dopo venticinque anni, come sia andate le cose:; è una vicenda a mio parere molto complessa dove ci sono molti piani operativi legati tra di loro:

1) Un gruppo di persone aveva come compito quello di creare platealmente un “punto di tensione” caldo da riutilizzare dopo come giustificazione di un’azione di ritorsione;
2) Un altro gruppo aveva il compito di muoversi sul piano militare, compiendo l’azione di abbattimento;
3) Ai radaristi restava il compito di “non vedere” “non sentire” “non parlare” e soprattutto “non ricordare”;
4) Ad altri era affidato il compito di depistamento, raccontando mezze verità;
5) Un altro gruppo aveva il compito di insabbiamento delle inchieste.

Questa associazione di gruppi indipendenti ma coordinati tra loro si chiama Stato.


Saturday, May 16, 2009

Uno strano twist of fate

Mentre il papa si recava “a parlare di pace” in Palestina, a Laputa si è tenuta una conferenza sugli esplosivi, che manco a dirlo, secondo quanto leggiamo nel dispaccio telepatico che il nostro inviato ci ha trasmesso, ha portato a discutere proprio delle radici piuttosto turbolente dello stato d'Israele. Eh sì, perché fin dai suoi inizi questa storia, così contorta, è una storia di armi e di esplosivi, e dobbiamo sperare che, alla fine, non si concluda come è cominciata: con dei gran botti.

E non si può non provare un pizzico di invidia per gli abitanti dell'isola volante, che tali complicate situazioni le possono osservare a distanza di sicurezza, con quell'etereo distacco che a noi terrestri non è concesso.

Ci rimane la ricerca della serenità di un fine settimana, che auguro a tutti possa aver successo, per affrontare in forze le prossime dure prove di questa nostra vita da terrestri.

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Di Giovanni Pesce


Nella Reale Società delle scienze di Laputa si è tenuta una conferenza sull’uso degli esplosivi.

Sin dai tempi dei cinesi la polvere nera ha svolto il suo ruolo di componente base di fuochi d’artificio e di esplosivo propellente per proiettili; nel XIX secolo è intervenuta la chimica a proporre nuove tecnologie e Vieille, un tecnico francese creò la polvere bianca con collodio e nitrocellulosa.

Con l’acido nitrico e la cellulosa, invece, venne creato il fulmicotone, grande protagonista della guerra civile nordamericana.

Con l’acido nitrico e la glicerina fu creata la balistite, con il brevetto di Alfred, uno dei fratelli Nobel.

Con nitroglicerina, nitrocellulosa ed oli minerali, venne prodotta la cordite, esplosivo per uso militare, ideato da due tecnici inglesi Abel e Dewar; quest’ultimo è passato alla storia anche per l’invenzione del pacifico “Thermos,” grande protagonista di molti picnic.

Alfred Nobel si incazzò moltissimo per quest’ultima scoperta, in quanto pensava che i suoi diritti fossero estensibili pure a questa sostanza non molto dissimile dai suoi prodotti.

Alfred si trasferì nel 1880 in Italia dove collaborò alla modernizzazione delle armi in dotazione al Regio Esercito, creando uno stabilimento di produzione di balistite.

In quegli anni il R.E. abbandonò il fucile M1870 a polvere da sparo per passare al fucile Vetterli 1890 a balistite ed organizzò il concorso per un nuovo fucile il “Modello 1891” meglio conosciuto come Mod. 91.

I migliori cospirazionisti già saranno in piedi con le orecchie dritte ed il cervello posizionato a Dealey Square di Dallas dove un Carcano Mod 91/38, in mano a Lee Oswald, avrebbe colpito il presidente Kennedy.

Ma l’incazzatura di Nobel non trovo soddisfazione perché Alfred perse la vertenza civile, e si ritirò a San Remo per passare i suoi ultimi anni.

Nel frattempo i tempi correvano e WWI era alle porte.

Il sottosegretario alla Royal Navy, tale Winston Churchill, desiderava avere grandi quantità di esplosivo e insisteva sui suoi tecnici Abel e Dewar per aumentare la produzione di cordite, così chiamata perché poteva essere prodotta in “corde”.

Purtroppo per produrre grandi quantità di cordite sarebbe stata necessaria una grandissima quantità di legno, impossibile ad essere reperita in Gran Bretagna in quel particolare momento.

Un allievo di Dewar, tale Cheim Weizmann, aveva scoperto un bacillo che organicamente avrebbe prodotto un solvente, l’acetone, utile per incrementare la produzione della cordite, senza l’utilizzo della cellulosa.

L’accordo tra Weizmann e Churchill fu immediato, Winston promise a Chaim una distilleria di whisky e gin, per aiutarlo nello sviluppo della produzione di esplosivi. L’accordo fu perfezionato con la creazione della fabbrica di cordite di Holton Heath, vicino Bornemouth.

Si racconta che un’ulteriore conseguenza dell’accordo fu la concessione della dichiarazione Balfour, che gettò le basi dell’occupazione delle terre palestinesi da parte di emigrati russi come Weizmann.

Alla fine di WWII, venne creato con l’uso di esplosivi un nuovo stato, quello d’Israele e come primo presidente venne scelto proprio Cheim Weizmann, l’esperto di cordite.

Un nipote di Cheim, Ezer Weizmann, giovane pilota, invece fondò sul finire degli anni ’40, l’Aviazione Israeliana utilizzando residuati bellici, come vecchi Spitfire. Anche Ezer Weizmann diventò presidente d’Israele nel 1993-2000.

Con presidenti di tale portate, può Israele essere un paese pacifico?

Saturday, April 25, 2009

Creditori Vs Debitori

Dopo un periodo di silenzio, finalmente il trasmettitore telepatico del nostro corrispondente da Laputa ha ricominciato a ticchettare allegramente, battendo un dispaccio piuttosto curioso che racconta delle strane abitudini che gli abitanti dell'isola volante hanno sviluppato in merito al debito. Pare infatti che lassù i debiti durino un giorno soltanto, e svaniscano al tramontar del sole.

Non ho dubbi che con tale sistema abbiano potuto evitare la catastrofe che noi poveri terrestri stiamo attraversando, mi chiedo però se in realtà, abbia un senso definire questo tipo di transazione “debito.” La mia idea è che i rapporti personali da quelle parti siano molto diversi da quelli che conosciamo noi.

Immerso nella mia perplessa malinconia, vi lascio alla lettura augurandovi un fine settimana leggero e libero da impegni: un fine settimana laputiano, insomma.
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Di Giovanni Pesce


Gli attuali e-venti economici mondiali ci spingono verso nuove mete mentali; e uno dei primi approdi dei nostri viaggi è costituita dal debito.

In realtà il debito, sia da Voi che qui a Laputa, è una virtualizzazione di un comportamento sociale tra due parti: Creditore Vs Debitore.

Purtroppo non è facile trovare una definizione migliore per ognuna delle due parti in causa, in quanto i termini sinonimi (obbligato, impegnato, riconoscente, beneficiario, richiedente) possono essere assegnati a ciascuna delle due entità a seconda del punto di osservazione del fenomeno.

Vediamo, in pratica come vanno le cose; dopo una trattativa complessa, si instaura un nuovo rapporto di convivenza sociale tra le due parti: ora il debitore ha un obbligo nei confronti del creditore non solo nella restituzione del prestato bensì anche nella garanzia di una maggiorazione del prestato e nella conduzione di una vita tale da permettere la certa restituzione del debito.

Il creditore ora è autorizzato a dare consigli al debitore, controllarne l’attività, chiedere un rendiconto temporale dei movimenti e assegnargli un “rating” fiduciario complessivo.

Tutto questo non è limitato al semplice credito/debito di denaro ma è proponibile anche sul piano sociale con la creazione di rapporto di lavoro dipendente più o meno forte che può arrivare fino alla schiavitù. Spingendo il ragionamento vediamo che anche sul piano morale è possibile creare una serie di rapporti creditori/debitori tramite il concetto di peccato. Questi ultimi due contesti sono leggermente più complicati del solo credito/debito di soldi, ma il concetto base rimane lo stesso..

I soldi, da parte loro, dato che non si consumano, potrebbero essere concessi con la formula del “comodato d’uso,” bellissima espressione che esalta il concetto della comodità rispetto a quello della restituzione forzata. Anche nel contesto di rapporti sociali, il lavoro può essere concesso, in alcune occasioni, con la formula del comodato d’uso (“Arbeit macht frei”).

Ed anche tutte quelle piacevolezze della vita, alle quali normalmente si rinuncia in quanto vengono associate al peccato (= debito), potrebbero essere godute in comodato d’uso, senza dover disturbare moralmente alcuno.

Uno dei più bei pezzi sui risvolti sociali dovuto all’instaurazione di un debito è rappresentato ne “Il Mercante di Venezia” dove i rapporti umani basati sul debito/credito sono portati all’eccesso; la vicenda narra di un creditore, a tasso zero, che si fa garante per una somma di 3000 ducati in nome e per conto di un suo amico.

A fronte della mancata restituzione del debito il debitore viene portato in tribunale dove cerca di offrire la somma maggiorata a 6000 ducati per poter riscattare il vero oggetto del debito: una libbra della propria carne umana.

Nella sua opera teatrale, Shakespeare continua a giocare rovesciando i ruoli debitore/creditore tra i protagonisti, ma il messaggio che il pubblico, a fine spettacolo,deve riportare a casa è “Se siete padroni del credito, potete chiedere ai vostri debitori anche la loro stessa carne.”

Non penso che debba essere questa la regola del debito.

Qui a Laputa c’è un rito giornaliero di azzeramento del debito; non lasciamo che alcuno possa andare a letto con l’angoscia di dover restituire quello che non può restituire. Oltretutto se uno è privo di debiti, può il giorno dopo cercarne di nuovi in un turbinio di contrattazioni e di opportunità. Come con i peccati, facciamo, ogni sera, pubblica ammenda delle nostre colpe e siamo più liberi di prima.

Anche nelle scritture evangeliche si parla di remissione di debiti e di peccati, ma più sul piano morale che economico, infatti quando si parla esplicitamente di soldi, si specifica “date a Cesare quel che è di Cesare.”

Si racconta inoltre che nelle popolazioni ebree fosse abitudine cancellare i debiti regolarmente ogni sette anni quando tutti rimettevano i debiti nel nome di Dio Poi l’anno successivo a sette volte sette anni, ovvero il cinquantesimo anno, si svolgeva il Giubileo con una remissione di debiti di ancora più grandi dimensioni.

Per quelle stesse popolazioni anche l’anima doveva essere rimessa a Dio; l’uomo l’aveva in comodato d’uso fino alla fine dei suoi giorni e per questo credito iniziale era soggiogato ad un tipo di comportamento per tutto il resto della vita. I cristiani invece conservano la proprietà dell’anima anche dopo l’ultimo giorno terreno, senza obbligo di restituzione, ma con l’obbligo di rendicontazione delle attività.

Negli anni dei quali trattiamo, non era ancora stata messa in atto la divisione tra Potere Governativo, Potere Militare e Banca Centrale; quella divisione permette ora di tenere sotto scacco economico intere popolazioni anche dopo un eventuale cambio di governo; infatti è il Potere Governativo a definire il valore del denaro ed anche dopo la morte del Cesare di turno, il debito monetario resta inalterato nonostante l’immagine impressa sulle monete non sia più attuale.

Ma la liberazione sociale si effettua anche con la remissione del credito: “Ripigliati i tuoi soldi dei quali non so cosa farne e lasciami in pace!”

E’ in fondo quello che alcune popolazioni propongono quando vengono inviati alcuni aiuti umanitari non completamente necessari. “Smettetela di aiutarci, riprendetevi i vostri schemi di comportamento sociale quindi riprendetevi i vostri crediti”, è un grido lanciato da molti stati ma purtroppo ciò non avviene.

Penso, per concludere, che un po’ di anarchia su certi peccatucci sia, da una parte, ininfluente sul credito sociale e, dall’altra, veramente positiva per la liberazione dell’uomo.

Saturday, March 21, 2009

Operazioni Safehaven

Il dispaccio che questa settimana ci giunge dal nostro corrispondente in quel di Laputa racconta di una serie di manovre strategiche intorno all'oro eseguite all'ombra delle operazioni militari dalle potenze in guerra, così come visto dal punto di vista privilegiato dell'isola volante. In effetti vien da pensare che la vera “guerra” sia stata quella combattuta sui mercati dell'oro, mentre la tragedia in via di svolgimento sui campi di battaglia non fosse che l'inevitabile corollario di sacrifici umani da offrire al totem del potere politico-economico.

Senza indulgere troppo in questi tetri pensieri vi lascio alla lettura di questo inquietante dispaccio con un caldo augurio di buon fine settimana.
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Di Giovanni Pesce


Oltre alle battaglia militari, durante la WW2 sono state combattute delle manovre parallele tese alla conquista dell’oro appartenente al nemico.
Tutti gli Stati hanno fatto ricorso a questo tipo di guerra e non sono mancati episodi degni di essere raccontati.

Infine ma non per ultime sono state predisposte delle operazioni di Safe haven (porto sicuro) per recuperare i denari e l’oro dalla possibile predazione dei governi vincitori.

Cominciamo dall’inizio:

I tedeschi si impadronirono delle riserve auree polacche, che erano state trasferite in Romania prima l'invasione nazista della Polonia.

La Francia riuscì a salvare la “cassa” inviando il proprio tesoro parte negli Usa e parte a Dakar.
Il Belgio aveva invece affidato i propri averi alla Francia.

Le autorità olandesi inviarono le loro riserve auree in Inghilterra, ma una loro nave che trasportava 11.012 chilogrammi di oro, colpì una mina ed affondò nei pressi della costa; nel 1942, i nazisti recuperarono l’oro che era a bordo.

Altri paesi europei omisero di prendere tutte le precauzioni e le amministrazioni naziste sequestrarono le riserve auree non appena conquistarono il governo del paese.

Gli USA dichiararono nel febbraio 1944 che non avrebbero più riconosciuto il trasferimento di oro depredato dalle forze dell’Asse e inoltre dichiararono che non avrebbero comprato oro da paesi che non avessero rotto le relazioni con l'Asse. Inghilterra e l'Unione Sovietica fecero simili dichiarazioni.

Nel maggio 1944, Samuel Klaus, assistente speciale per il Dipartimento del Tesoro, propose un piano per una missione in paesi neutrali per affrontare il problema del patrimonio nascosto nazista.

Nei mesi di luglio e agosto del 1944, furono stipulati gli accordi di Bretton Woods.

Quegli accordi tralaltro invitavano i paesi neutrali a prevenire il trasferimento di attività in paesi occupati.
Il 14 agosto 1944, gli Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera stipularono un accordo che prevedeva che la Svizzera riducesse gli scambi con i nazisti.

Il 6 dicembre 1944, fu organizzata l'Operazione Safehaven, la più conosciuta e la più grande operazione lanciata gli alleati per recuperare i beni saccheggiati dai nazisti, ma non a completo favore del governo Usa.

Il 10 dicembre 1944, il Dipartimento di Stato pubblicò un documento che sollecitava un soft-line verso la Svizzera.

In Svizzera, Allen Dulles, stazione principale OSS, sfruttò i suoi contatti con il Vaticano per collaborare all’operazione Safe haven.

Documenti declassificati mostrano che il prelato sloveno, Gregorio Rozman, cercò di organizzare il trasferimento di grandi quantità di oro nazista, discretamente depositato nelle banche svizzere durante la guerra. Il vescovo era stato inviato a Berna con l'aiuto di amici di Dulles all'interno del servizio di intelligence.

Nel febbraio 1945, la Conferenza di Yalta quantificò le riparazioni che sarebbe state richieste alla Germania.

Dulles utilizzò i contatti ecclesiastici anche per concordare la resa tedesca in Italia.(Operazione Sunrise)

In aprile 1945,un agente OSS (X2) a Berna aveva messo in luce una grande quantità di informazioni sui fondi nazisti:
  • Oro e obbligazioni saccheggiate in Europa
  • Ulteriori fondi inviati dalla Deutsche Verkehrs-Kreditbank di Karlsruhe a Basilea.
  • Azioni e obbligazioni detenute a Zurigo da imprese private per il partito nazista.
  • Conti in franchi svizzeri accreditati su conti privati in diverse banche svizzere.
  • Cassa e immobili posseduti nel Liechtenstein.
  • Oltre 2 milioni di franchi in possesso Reichsbank in Svizzera.
  • Quarantacinque milioni di Reichsmarks in conti in banche svizzere.
Nel frattempo il gruppo OSS-Vaticano organizzò una rat-line verso l’Argentina dove venne trasferita una grande quantità di risorse tedesche (umane e valutarie).

Il denaro nazista scorreva in un cerchio da Germania in Vaticano poi in Argentina e poi di nuovo in Germania.
L'economia Argentina ebbe un magico beneficio dall'afflusso di denaro nazista.

Non furono i governi a beneficiarne ma un piccolo gruppi di oligarchi.

Sunday, March 15, 2009

Le Idi di Marzo

Il nuovo dispaccio da Laputa è curiosamente telepatico: stavamo giusto parlando dell'antica Roma, ed ecco che il nostro inviato Giovanni Pesce ci ricorda cosa successe circa duemila anni fa proprio in questo giorno, il 15 di marzo. Una di quelle date che a Laputa fanno sempre nascere accese discussioni tra gli abitanti, le idi di marzo sembrano essere una ricorrenza importante soprattutto dalle parti di Roma.

Quindi, se vivete da quelle parti, i laputiani consigliano di restare in casa, magari a leggere il Gongoro, sorseggiando del vino magari allungato col miele (ma, per precauzione, fatelo assaggiare alla moglie, prima).
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Di Giovanni Pesce


Largo Argentina in Roma, (41.53 43 76 N 12 28 36 37 E) è una vasta area che è stata scelta come location di una delle più famose cospirazioni della Storia: le Idi di Marzo del 44 AC quando il dittatore Giulio Cesare fu pugnalato a morte..

Quel tragico evento , infatti, si è consumato davanti all’attuale capolinea del tram 8, quello che collega il centro di Roma con i quartieri di Monteverde.
(Per i non romani, ma amanti del teatro, l’indicazione esatta è il marciapiede opposto davanti all’ingresso del Teatro Argentina).

Come nelle migliori tradizioni, ne ”l’omicidio Cesare” è stata organizzata per il mainstream una vulgata che individua in una sola persona la responsabilità dell’accaduto, nonostante il gruppo di cospiratori fosse ben numeroso.

Come “lone gunman “ ci viene proposto Bruto, la cui azione è stata resa più turpe per via della parentela acquisita con Giulio Cesare; alla storia rimane, infatti, la frase “Tu quoque, Brute, fili mihi”.

La causa nascosta era probabilmente una congiura tra un gruppo di oligarchi che temevano una diminuzione del proprio potere decisionale non appena Giulio Cesare avesse conquistato la Dittatura; cosi questi gentlemen si riunirono in un club e organizzarono un’azione clamorosa per fermare la presa di potere da parte di Giulio Cesare.

Nelle congiure rivolte “ad personam” uno dei punti essenziali è il coinvolgimento del “vice“ per questi motivi:
  • Chi meglio del vice può aiutare i congiurati?
  • Chi meglio del vice farà carriera immediata?
  • Chi meglio del vice potrà depistare la commissione d’indagine?
E Bruto è proprio il vice di Cesare, e come spesso accade verrà messo da parte in un secondo momento.

L’azione nei confronti di Cesare prevedeva una scenografia massima: invece dei soliti sicari in azione nel silenzio della notte si preferì la formula “in plain sight”, ovvero fu scelta la gradinata della Curia di Pompeo, il posto più in vista di tutta Roma.

Quel giorno del 44 a.c. la Curia di Pompeo veniva utilizzata come luogo di assemblea per i senatori, mentre la gradinata veniva utilizzata per accogliere gli spettatori del Teatro di Pompeo; tra Curia e teatro esisteva il Portico di Pompeo.

A poca distanza esiste ancora Portico d’Ottavia, antica sede del mercato del pesce ed ora punto di riferimento della comunità ebraica di Roma.

Sono passati molti anni e nel 1978 D.C., Largo Argentina è stata riutilizzata come scenario per il caso Moro.

Infatti a Largo Argentina , nel sottopassaggio tra via Florida e Via Arenula venne ritrovata la prima lettera di rivendicazione del sequestro Moro.
Quel sottopassaggio che ora non esiste più, ma aveva un’ entrata posizionata a 41.53 41 18 N 12 28 35 32 E.

Navigando su Via Florida e la sua continuazione Via delle Botteghe Oscure si arriva a Via Caetani, via nella quale è stata ritrovata la R4 con il corpo di Aldo Moro.

Via Caetani e la strada che divide in due l’ex- Teatro di Balbo: da una parte l’emiciclo tuttora visibile con qualche difficoltà nel palazzo Caetani, dall’altra la sezione quadrata in restauro.

Il punto esatto di stazionamento della R4 è a 41.53 39 00N 12 28 42 33E.

Comunque anche la data scelta per il caso Moro è molto simile 16 Marzo: il giorno successivo alle Idi di Marzo.

Il 15 ed il 16 Marzo erano, per i romani, i giorni dedicati al Baccanale, festa pagana dedicata a Bacco dio del vino e alle Baccanti, graziose assistenti del dio stesso.
Purtroppo questa festa bellissima non durò molto e fu proibita dal Governo Romano.

Invece nello scorso millennio (15 Marzo 1978), Carmine Pecorelli scrisse:

Mercoledì 15 marzo il quotidiano “Vita sera” pubblica in seconda pagina un necrologio sibillino: “2022 anni dagli Idi di marzo il genio di Roma onora Cesare 44 a.C.-1978 d.C.” . Proprio le idi di marzo del 1978 il governo Andreotti presta il suo giuramento nelle mani di Leone Giovanni. Dobbiamo attendere Bruto? Chi sarà? E chi assumerà il ruolo di Antonio, amico di Cesare? Se le cose andranno così ci sarà anche una nuova Filippi?».

Tutto il mondo è paese.

Sunday, March 8, 2009

Sir Francis Drake

Ultimamente arrivano a cadenza un po' irregolare, i dispacci telepatici dall'isola volante – si dice a causa della rotazione terrestre che sta rallentando, ma sono voci di corridoio – ma proprio per questo li accogliamo sempre con rinnovato piacere, cui si accompagna un senso di gradevole sorpresa.

Del resto, tuffarsi in un passato esotico e avventuroso è sempre rinfrescante, in questo periodo dominato dai freddi numeri e dalle oscure sigle sciorinati dai nostri commissari politici per convincerci con il terrore ad accettare una nuova e più completa schiavitù. Un presente purtroppo ben lontano dai tempi eroici che il nostro inviato ci fa ricordare, con l'aiuto della sua capsula temporale “made in Laputa.”


Vi giunga allora il mio augurio di giorni più sereni, cullati magari dalle onde del Mar dei Caraibi e rinfrancati da una Caipirinha fatta a regola d'arte.
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Di Giovanni Pesce


Per chi avesse perso l’ultima lezione sulla marineria, ripassiamo la differenza tra pirata e corsaro; il primo naviga ed agisce per proprio conto mentre il secondo naviga ed agisce secondo le direttive di un governo legittimo.

La differenza pratica consisteva nel garantire legalmente, in caso di sconfitta, l’impiccagione per il pirata ed una prigionia per i corsari, ma, in realtà, non è dato sapere come andassero poi le cose dal punto di vista pratico.

Fatta la legge, trovato l’inganno; Sir Francis Drake, er mejo marinaro della Royal Navy, fu nominato corsaro dalla Corona Inglese e pirata dalla Corona Spagnola; semplice e geniale trovata degna del miglior bipensiero ideata con il fine di accordare tutte le legislazioni mondiali, primo esempio di globalizzazione.

Comunque il grande Sir Francis, come tutti i marinai, ne ha combinate di cotte di crude, sin dal momento della nascita, quando decise di vedere la luce nientepopodimeno che a Tavistock, nome caro ai migliori complottisti.

Per la morte, invece, scelse la amena località caraibica di Portobello, nome fantasioso carico di ricordi e di souvenir per i turisti italiani in giro per Londra.

Il cognome poi, Drake, El Draque, (il Dragone) era tutto un programma; anche Enzo Ferrari era soprannominato il Drake; per non citare ManDrake celeberrimo fumetto.

Una biografia basata sulle analisi dei soli nomi, lascia un po’ il tempo che trova e tornando ai fatti storici vediamo che è sui mari e sui campi di bocce che l’attività di Drake raggiunse l’apice; gli scontri con gli spagnoli erano all’ordine del giorno quando svolgeva la preziosa attività di corsaro ed invece si narra che, nominato vicecomandante della Marina Britannica, non abbia interrotto una famosa partita di bocce nonostante fosse stato avvisato dell’imminente arrivo dell’Invencible Armada.

Pur conoscendo il risultato dello scontro navale Anglo-Spagolo, non sappiamo il risultato della partita; ricordiamo però che l’episodio è molto simile a quello riportato per l’assalto dei paracadutisti tedeschi su Creta il 20 Maggio 1941, quando si racconta che il Comando Inglese abbia atteso con flemma britannica l’avvicinarsi dello scontro armato.

Anche gli storici militari tengono famiglia, e per tale ragione occorre valutare i loro scritti con un metro correttivo.

Ma il grande Francis non è famoso solo per le sue battaglie, ma ha ottenuto riconoscimenti per le sue navigazioni: primo inglese a vedere l’Oceano Pacifico, primo inglese a circumnavigare il globo; veramente superbo comandante di navi di Sua Maestà.

Ma ritornando a parlare di fumetti, che dire di Drakeborough, splendida cittadella militare, che secondo Dan Rosa, sarebbe stata la base per costruire la citta di Duckburg ovvero Paperopoli?

Dan Rosa, oriundo con nonni di Pordenone, è il cartoonist che ha ripreso il lavoro di Carl Barks, il creatore del Gongoro.

Che anche il Gongoro abbia incontrato dei discendenti di Sir Francis Drake?

Saturday, February 14, 2009

Pirati dell’Aria

Le avventure aeree, com'è facile immaginare, sono tra i soggetti di conversazione più popolari a Laputa. Non c'è evento accaduto nei cieli che non sia stato dibattuto ed analizzato più e più volte dagli eccentrici abitanti dell'isola volante. Ed è di queste accese discussioni che il nostro corrispondente Giovanni Pesce, detto il Pesce Volante, vuole darci un assaggio, piccolo ma gustoso: tra noi semplici abitatori delle immobili terre, chi si ricordava degli eventi e dei personaggi descritti nel dispaccio di questa settimana? Ciò che avviene sopra le nostre teste ci ammalia e ci spaventa, ma lo dimentichiamo in fretta, impegnati come siamo a lottare contro le quotidiane avversità di bassa quota. Il cielo, per noi, è ancora il regno degli angeli e degli dei.

Approfittiamo allora dell'occasione per volare indietro nel tempo e ricordare qualche strano episodio e delle coincidenze che danno da pensare.

La Gongoro Airlines vi augura buon viaggio e buon fine settimana.
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Di Giovanni Pesce


Una mattina di un giorno di settembre alcuni ragazzi arabi decisero di iniziare una spettacolare azione di dirottamento aereo e così, dopo essersi divisi in quattro gruppi operativi, attuarono la loro azione con questo piano operativo:
  1. Un primo gruppo dirottò un Boeing 707 diretto a New York;
  2. Un quarto d’ora dopo, un altro gruppo tentò di dirottare un secondo aereo;
  3. Alle 14.30 dirottarono un terzo aeromobile, un Boeing 747 diretto a New York;
  4. Dirottarono anche un quarto aereo che fu fatto esplodere l'11 Settembre.
Anche se può sembrare strano, questi fatti non sono avvenuti nel 2001 bensì circa trent’anni prima. Infatti correva l’anno 1970, e lo scenario era l’Europa, il Medio Oriente e l’Egitto.

Erano anni nei quali l’hijacking era questione di routine quasi giornaliera: Ralph Minichiello aveva dirottato un B707 TWA da San Francisco a Roma, per terminare la fuga al Santuario del Divin Amore, e venivano pubblicati libri ad hoc come quello con il titolo “Codice 7500: Dirottamento di aerei” nel quale si spiegavano al grande pubblico le procedure che devono essere eseguite dai piloti e dai controllori di volo in quei casi particolari.

Comunque l’azione del 1970, iniziò il 6 Settembre e terminò dal punto di vista aeronautico il 12 Settembre, pur con degli strascichi politico-legali.
I lettori meno giovani ricorderanno la partecipazione della nota Leila Khaled, che insieme con altri tentò di dirottare il secondo aereo, quello dell’EL AL.
In quell’azione gli uomini addetti alla sicurezza dell’aereo israeliano riuscirono ad interrompere il tentativo di dirottamento e così l’aeromobile rientrò all’aeroporto di Londra.

Gli altri aerei terminarono la loro vita operativa in una striscia di terra nel deserto della Giordania, eccetto il Boeing 747 che fu distrutto all’aeroporto del Cairo.

Finita l’azione, iniziò una lunga trattativa tra i dirottatori appartenenti al Movimento di Liberazione della Palestina ed i governi interessati al salvataggio dei passeggeri e degli equipaggi degli aeromobili sequestrati.

Queste ricostruzioni sono state effettuate con i materiali dell’epoca, anni nei quali ancora pensavo che i giornali ed i media raccontassero fatti “reali”.

Saturday, February 7, 2009

Corsari, Bucanieri, Filibustieri e Pirati

Le vibrazioni negative che hanno avvolto il pianeta in questo ultimo periodo hanno impedito le regolari trasmissioni da Laputa, con sommo dispiacere mio e – ne sono certo – di molti affezionati lettori del Gongoro. Questo blog non è un po' più triste, senza i dispacci telepatici del nostro inviato, il “Pesce Volante.” È come se venisse a mancare quel terzo occhio che guardando da oltre le nubi scorge negli eventi angolazioni insospettate.

Immaginerete quindi la gioia quando, poche ore fa, il trasmettittore telepatico ha ripreso inaspettatamente a ticchettare, battendo una storia di pirati dei Caraibi. Il Pesce Volante ha ricominciato le sue ardite evoluzioni con la capsula temporale!

Orsù, lasciamoci ancora una volta trasportare nella calda atmosfera di un'epoca avventurosa e affascinante come poche, e speriamo che il nostro inviato non ci lasci di nuovo troppo tempo senza i suoi dispacci. Come sempre, buon fine settimana.
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Di Giovanni Pesce


Penso che la penna di Emilio Salgari costituirebbe un valido aiuto nella scrittura di queste brevi note dedicate ai fratelli filibustieri.

Un’importante punto di partenza nel discutere le azioni di questi è la definizione del nome della categoria nella quale i nostri avventurieri possano essere classificati.

Il pirata è un uomo di mare che agisce contro tutti i naviganti, senza obbligo di rispettare alcuna regola; la pirateria è molto antica e già Cesare e Pompeo dovettero organizzarsi per difendersi dai pirati del Mediterraneo Orientale. Il corsaro è, invece, una persona autorizzata a rapinare le navi mercantili.

Il corsaro è, invece, una persona autorizzata a rapinare le navi mercantili nemiche, e, come 007, “con licenza di uccidere” nemici in battaglia; quindi il corsaro gode dei diritti collegati allo status di combattente regolare: avere una patria, una bandiera ed il diritto di non essere passato per le armi, se preso prigioniero.

Questi diritti derivavano da una "lettera di corsa e rappresaglia" che era un'autorizzazione del sovrano, concessa al proprietario di un mercantile, con la quale si prevedeva che, nel caso in cui la nave o il carico andassero rubati o distrutti, il mercante potesse reagire attaccando a sua volta il nemico per rifarsi delle perdite. La Marineria inglese sfruttò questa opportunità di guerriglia marittima per imporre il proprio imperio sui mari senza doversi esporre troppo “in primis” dal punto di vista economico e militare. Francis Drake ed Henry Morgan, e un tale Giuseppe Garibaldi ottennero una “patente de corso” per poter esercitare la “guerra di corsa” nelle acque delle Americhe.

Il genovese Capitan Giuseppe Bavastro aveva ottenuto il patentino di corsaro da Napoleone, mentre l'ammiraglio Andrea Doria soprannominato il Corsaro aveva offerto i suoi servizi “di corsa” a Francia, Spagna e Vaticano.

I bucanieri invece sono dei pirati di terra, che riuniti in bande, in qualche occasione, sono stati utilizzati dal Governo Inglese per contrastare i traffici commerciali Francesi e Spagnoli.

Il termine filibustiere proveniente dall'olandese vrijbuiter (freebooter), identifica una doppia realtà: o un aderente ad gruppo di liberi predatori di bottini oppure un partecipante ad una spedizione militare in un paese straniero per rovesciarne il regime.

I più importanti filibustieri del secondo tipo sono stati Narciso López, e Giovanni Quitman a Cuba e in Nicaraugua William Walker.

Nel 1853, William Walker, leader un esercito di mercenari, tentò un’azione militare alla filibustiera in Nicaragua per conquistarne il controllo politico ed ottenere così il controllo economico del movimento merci e passeggeri tra gli Oceani Atlantico e Pacifico.

Nonostante il sostegno da parte del Presidente degli Stati Uniti, Franklin Pierce, bisnonno materno di George Walker Bush, il nostro filibustiere venne destituito tramite una controrivoluzione organizzata da Cornelius Vanderbilt ex-concessionario della tratta commerciale Atlantico-Pacifico tra San Juan del Norte e San Juan del Sur.


Attualmente ritroviamo un uso moderno della filibusteria: tra le proposte del progetto 1962 Northwoods pensato per creare un “casus belli” per gli Stati Uniti contro Cuba, vi era quella di costruire una azione filibustiera con falsa bandiera cubana contro un’altra nazione caraibica.
“5. A "Cuban-based, Castro-supported" filibuster could be simulated against a neighboring Caribbean nation (in the vein of the 14th of June invasion of the Dominican Republic).”

Penso che una pinta di Rhum sia il minimo per digerire queste piraterie statali.