Friday, December 12, 2008

La presunzione della conoscenza #1

Questo discorso di Hayek alla memoria di Alfred Nobel dell'11 dicembre 1974 è coperto dal copyright della Nobel Foundation, ma veramente non ho potuto fare a meno di tradurla (copiatevela quindi al più presto, non si sa mai) perché oltre ad essere una elegante e attualissima trattazione su inflazione e disoccupazione, i principali mali economici che ancor oggi ci affliggono, è una potente lezione sui limiti della conoscenza umana, sulla presunzione di chi, in nome della scienza e del progresso, pretende di superarli, e sui pericoli che questo atteggiamento comporta.

Una grande lezione di umanità e umiltà, da parte di una delle menti più luminose del nostro secolo e non solo.

In due parti, questa è la prima.
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Di Friedrich A. Hayek


L'occasione particolare di questa conferenza, insieme al principale problema pratico che gli economisti devono affrontare oggi, ha reso la scelta del suo soggetto quasi inevitabile. Da una parte l'ancora recente istituzione del premio Nobel per la Scienza Economica segna un punto significativo nel processo tramite cui, nell'opinione del grande pubblico, all'economia è stata concessa parte della dignità e del prestigio delle scienze fisiche. D'altra parte, gli economisti sono in questo momento chiamati a dire come districare il mondo libero dalla grave minaccia dell'inflazione sempre più veloce determinata, bisogna ammetterlo, dalle politiche che la maggior parte degli economisti hanno suggerito e perfino invitato i governi a perseguire. Abbiamo effettivamente al momento pochi motivi per essere orgogliosi: come professione noi abbiamo fatto un gran pasticcio.

Pare a me che questo fallimento degli economisti nel guidare positivamente la politica sia strettamente collegata con la loro tendenza ad imitare quanto più rigorosamente possibile le procedure delle scienze fisiche così di successo – un tentativo che nel nostro campo può condurre all'errore fatale. È un approccio che è stato descritto come attitudine “ scientistica” – un'attitudine che, come la definii circa trent'anni fa, “è decisamente non scientifico nel senso vero della parola, poiché prevede un'applicazione meccanica e non critica delle abitudini di pensiero a campi differenti da quelli in cui sono stati formati.” [1] Voglio oggi cominciare spiegando come alcuni degli errori più gravi della recente politica economica sono una conseguenza diretta di questo errore scientistico.

La teoria che sta guidando la politica monetaria e finanziaria negli ultimi trent'anni, e che io contesto, è in gran parte il prodotto di tale concezione erronea dell'adeguata procedura scientifica, consiste nell'asserzione che esista una semplice correlazione positiva fra la piena occupazione e la dimensione della domanda aggregata di beni e servizi; conduce alla convinzione che possiamo permanentemente assicurare la piena occupazione mantenendo la spesa totale di moneta ad un livello appropriato. Fra le varie teorie avanzate per spiegare l'ampia disoccupazione, questa è probabilmente l'unica a sostegno di cui una forte evidenza quantitativa possa essere addotta. Tuttavia io la considero fondamentalmente falsa, e l'agire sulla sua base, come sperimentiamo oggi, molto dannoso.

Questo ci porta alla questione cruciale. Diversamente della posizione che esiste nelle scienze fisiche, nell'economia ed in altre discipline che si occupano di fenomeni essenzialmente complessi, gli aspetti degli eventi da spiegare di cui possiamo ottenere dati quantitativi sono necessariamente limitati e possono non includere quelli importanti. Mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante che determina gli eventi osservati può essere a sua volta direttamente osservabile e misurabile, nello studio di tali fenomeni complessi come il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo, per i motivi che spiegherò più avanti, difficilmente potranno mai essere completamente conosciute o misurabili. E mentre nelle scienze fisiche il ricercatore potrà misurare ciò che, sulla base di una teoria prima facie, considera importante, nelle scienze sociali spesso è trattato come importante ciò che è accessibile alla misurazione. Questo fatto a volte è portato al punto in cui si richiede che le nostre teorie debbano essere formulate in termini che fanno riferimento soltanto a grandezze misurabili.

Difficilmente si può negare che una tale richiesta limita del tutto arbitrariamente i fatti che devono essere ammessi come cause possibili degli eventi che si presentano nel mondo reale. Questa visione, accettata spesso abbastanza ingenuamente come richiesta dalle esigenze della procedura scientifica, ha alcune conseguenze piuttosto paradossali. Sappiamo, naturalmente, riguardo al mercato ed a simili strutture sociali, una grande quantità di fatti che non possiamo misurare e sui quali in effetti abbiamo soltanto alcune informazioni generali e molto imprecise. E poiché gli effetti di questi fatti in nessun caso particolare possono essere confermati dalla prova quantitativa, sono semplicemente trascurati da chi è votato ad ammettere soltanto ciò che considera prova scientifica: subito dopo procedono felicemente fingendo che i fattori che possono misurare siano gli unici rilevanti.

La correlazione fra la domanda aggregata e la piena occupazione, per esempio, può solo essere approssimativa, ma poiché è l'unica su cui abbiamo dati quantitativi, è accettata come l'unico collegamento causale che conta. Su questo standard può quindi ben esistere una migliore prova “scientifica” per una falsa teoria, che sarà accettata perché è più “scientifica,” che per una spiegazione valida, rifiutata perché non c'è prova quantitativa sufficiente per essa.

Lasciate che ve lo illustri con un breve abbozzo di ciò che considero la principale causa reale della vasta disoccupazione – un'esposizione che inoltre spiegherà perché tale disoccupazione non può essere curata durevolmente dalle politiche inflazionistiche suggerite dalla teoria oggi alla moda. Questa corretta spiegazione mi sembra che sia l'esistenza delle discrepanze fra la distribuzione della domanda fra i diversi beni e servizi e la ripartizione della forza lavoro e di altre risorse fra queste produzioni. Possediamo una conoscenza “qualitativa” ragionevolmente buona delle forze da cui è determinata una corrispondenza fra l'offerta e domanda nei diversi settori del sistema economico, delle circostanze sotto cui sarà realizzata, e dei probabili fattori che impediranno una tale sistemazione. I passi separati nella spiegazione di questo processo poggiano su fatti di esperienza quotidiana, e pochi tra quelli che si prenderanno il disturbo di seguire la discussione metteranno in discussione la validità degli assunti fattuali, o la correttezza logica delle conclusioni da essi ricavate. Abbiamo effettivamente buona ragione di credere che la disoccupazione indichi che la struttura dei prezzi e degli stipendi relativi è stata distorta (solitamente dal controllo dei prezzi monopolistico o governativo) e che per ristabilire uguaglianza fra la domanda e l'offerta di forza lavoro in tutti i settori siano necessari un cambiamento dei prezzi relativi ed alcuni trasferimenti di forza lavoro.

Ma quando ci viene richiesta una prova quantitativa per la particolare struttura dei prezzi e degli stipendi che sarebbero richiesti per assicurare una vendita continua e regolare dei prodotti e dei servizi offerti, dobbiamo ammettere che non abbiamo tali informazioni. Sappiamo, in altre parole, le condizioni generali in cui ciò che chiamiamo, per certi versi ingannevolmente, un equilibrio, verrà ristabilito; ma non sappiamo mai quali sarebbero i particolari prezzi o stipendi che esisterebbero se nel mercato si verificasse un tale equilibrio. Possiamo soltanto dire quali sono le circostanze nelle quali possiamo attenderci che il mercato stabilisca prezzi e stipendi con cui la domanda uguaglierà l'offerta. Ma non potremo mai produrre informazioni statistiche che mostrino quanto i prezzi e gli stipendi prevalenti deviano da quelli che assicurerebbero una vendita continua dell'attuale offerta di forza lavoro. Benché questa spiegazione delle cause della disoccupazione sia una teoria empirica – nel senso che non potrebbe essere provata falsa, per esempio se, con una massa monetaria costante, un aumento generale degli stipendi non conducesse a disoccupazione – non è certamente il genere di teoria che potremmo usare per ottenere previsioni numeriche specifiche riguardo ai tassi salariali, o la distribuzione del lavoro, che ci si aspettano.

Perché dovremmo, tuttavia, in economia, invocare l'ignoranza del genere di fatti su cui, nel caso di una teoria fisica, ci si aspetterebbe certamente che uno scienziato fornisca informazioni precise? Probabilmente non sorprende che chi sia impressionato dall'esempio delle scienze fisiche troverebbe questa posizione molto insoddisfacente e insisterebbe sugli standard di prova che trovano in esse. Il motivo per questa situazione è il fatto, a cui già ho fatto un breve riferimento, che le scienze sociali, come molta della biologia ma diversamente della maggior parte dei campi delle scienze fisiche, devono occuparsi di strutture di complessità essenziale, vale a dire, con strutture le cui proprietà caratteristiche possono essere esibite soltanto da modelli composti di un numero di variabili relativamente ampio. La concorrenza, per esempio, è un processo che porterà determinati risultati soltanto se procede in un numero ragionevolmente grande di agenti.

In alcuni campi, specialmente dove problemi di tipo simile si presentano nelle scienze fisiche, le difficoltà possono essere superate usando, anziché informazioni specifiche sui diversi elementi, dati sulla frequenza relativa, o la probabilità, dell'occorrenza di varie proprietà distintive degli elementi. Ma questo è vero soltanto dove dobbiamo occuparci di quelli che il dott. Warren Weaver (in precedenza della Fondazione Rockefeller) ha chiamato, con una distinzione che dovrebbe essere molto meglio compresa, “fenomeni di complessità disorganizzata,” in contrasto a quei “fenomeni di complessità organizzata” con i quali ci dobbiamo confrontare nelle scienze sociali. [2]

La complessità organizzata qui significa che il carattere delle strutture che la espongono dipende non solo dalle proprietà di diversi elementi di cui sono composte e dalla frequenza relativa con cui si presentano, ma anche dal modo in cui i diversi elementi sono collegati tra loro. Nella spiegazione del funzionamento di tali strutture non possiamo per questo motivo sostituire le informazioni sui diversi elementi con informazioni statistiche, ma necessitiamo delle informazioni complete su ogni elemento se dalla nostra teoria dobbiamo derivare previsioni specifiche su eventi separati. Senza tali informazioni specifiche sui diversi elementi saremo limitati a ciò che in un'altra occasione ho chiamato semplici previsioni della struttura – previsioni di alcuni degli attributi generali delle strutture che si formeranno, ma non contenenti specifiche dichiarazioni circa i diversi elementi di cui le strutture si comporranno. [3]

Ciò è particolarmente vero per le nostre teorie che spiegano la determinazione dei sistemi dei prezzi e degli stipendi relativi che si formeranno in un mercato ben funzionante. Nella determinazione di questi prezzi e stipendi entreranno gli effetti di informazioni particolari possedute da ciascuno dei partecipanti nel processo di mercato – una somma di fatti che nella loro totalità non possono essere conosciuti all'osservatore scientifico, o a qualunque altro singolo cervello. È in effetti la fonte della superiorità dell'ordine del mercato, e la ragione per cui, quando non è soppresso dai poteri del governo, rimuove regolarmente altri tipi di ordine, che nella risultante allocazione delle risorse sarà utilizzata la maggiore conoscenza dei fatti particolari che esiste soltanto dispersa fra innumerevoli persone, di quella che una sola persona può possedere. Ma poiché noi, gli scienziati che osservano, non potremo quindi mai conoscere tutti i fattori determinanti di un tale ordine, e di conseguenza neanche possiamo sapere a quale particolare struttura di prezzi e stipendi la domanda eguaglierebbe ovunque l'offerta, nemmeno possiamo misurare le deviazioni da quell'ordine; né possiamo verificare statisticamente la nostra teoria che sono le deviazioni da quel sistema di “equilibrio” di prezzi e stipendi che rende impossible vendere alcuni dei prodotti e dei servizi ai prezzi a cui sono offerti.
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Note


[1] “Scientism and the Study of Society,” Economica, vol. IX, no. 35, Agosto 1942, ristampato in The Counter-Revolution of Science, Glencoe, Ill., 1952, p. 15 di questo ristampa.

[2] Warren Weaver, "A Quarter Century in the Natural Sciences," The Rockefeller Foundation Annual Report 1958, capitolo I, “Science and Complexity.”

[3] Vedi il mio saggio “The Theory of Complex Phenomena” in The Critical Approach to Science and Philosophy: Essays in Honor of K.R. Popper, ed. M. Bunge, New York 1964, e ristampato (con le aggiunte) nel mio Studies in Philosophy, Politics and Economics, London and Chicago 1967.