Tuesday, September 23, 2008

La crisi dell'Intervenzionismo

“Si dice spesso che Keynes e il New Deal salvarono il capitalismo. In realtà, le sue idee hanno profondamente alterato ciò che chiamiamo capitalismo.”
(Lew Rockwell in “Speaking of Liberty”, pag. 72.)


Rilancio questo articolo di Usemlab pubblicato nel febbraio del 2004 (!). Sarebbe davvero interessante confrontarlo con le analisi delle pagine economiche dei quotidiani di allora. Quando si dice veder lungo...
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Quello che oggi, in seno ad ogni Welfare State, viene erroneamente definito capitalismo è in realtà un sistema ibrido tra una economia di piano e una economia di libero mercato il cui baricentro continua anno dopo anno a spostarsi verso l'economia di piano. Il fatto che una nuova nazionalizzazione dei mezzi di produzione o di interi settori economici, o l'abolizione della proprietà privata, siano eventi difficilmente ripetibili, non esclude che, nella sua vera essenza, il sistema si stia dirigendo verso una pianificazione estensiva e omnidirezionale, benché ancora indiretta, delle attività economiche. Tale programmazione oggi viene realizzata prevalentemente attraverso un grave processo di interferenza nei prezzi di mercato, in particolar modo quelli pertinenti alle variabili che più che mai condizionano direttamente il benessere percepito dai soggetti economici: mercati azionari, tassi di interesse, mercati valutari.

Un uomo vissuto in America ai tempi del vero laissez faire che venisse catapultato nella realtà di oggi rimarrebbe sconvolto dall'intrusione del governo e dei suoi apparati parastatali, in primis la banca centrale, in materia di questioni economiche. Con molta probabilità classificherebbe il sistema economico attuale come la realizzazione di uno strano e indefinibile esperimento “quasi-socialista.”

Rimarrebbe senza parole davanti al processo di corruzione dell'economia di libero mercato e davanti ai molteplici tentativi di interferire col quel libero coordinamento degli agenti economici che, attraverso lo scambio, la cooperazione, la competizione e lo spirito imprenditoriale, rende possibile sia l'armonioso avanzamento della civiltà che la generazione di nuova ricchezza.

Forse rimarrebbe sorpreso nel constatare come, nonostante questa vasta ingerenza governativa, tutto proceda ancora per il meglio, ma di certo avrebbe delle forti perplessità in merito alla sostenibilità di un sistema economico così gestito. Ai suoi occhi, l'incanto reso possibile dalla continua espansione del credito, dalla spesa pubblica, e della moneta cartacea si dissolverebbe nel giro di pochi minuti. Per analogia ricordebbe all'istante il Grande Esperimento Economico realizzato in Francia da John Law agli inizi del XVIII secolo.

Come scrisse Mises quasi ottanta anni fa, non ci sono che due alternative all'organizzazione economica ed esse si ritrovano nei sistemi economici puri. Dei due, il sistema di libero mercato basato sulla proprietà privata è l'unico in grado di accrescere il benessere e il tenore di vita. Il socialismo, invece, cadendo nell'impossibilità del calcolo economico, genera il caos economico, si accompagna a un generale impoverimento della popolazione e si risolve, in ultima analisi, nel fallimento.

L'intervenzionismo, come via di mezzo, dice Mises, argomentando estensivamente la sua tesi in “Critique of Interventionism,” è un sistema superfluo, inutile e dannoso. Non solo non raggiunge gli scopi che si prefigge, ma crea distorsioni nel processo economico che si risolvono in una permanente instabilità dei fenomeni economici e sociali a correzione dei quali sono necessari ulteriori interventi, in un crescendo che conduce gradualmente verso il sistema socialista puro.

Purtroppo, è ancora una volta sulla base della tragica inversione delle relazioni di causa effetto che l'intervenzionismo è diventato il sistema comunemente adottato dai paesi industrializzati. La maggior parte degli economisti, sulle orme di Keynes, considera erroneamente come deficienze proprie del sistema di libero mercato quella che in realtà è l'incapacità del libero mercato di funzionare correttamente a causa delle interferenze governative.

In maniera paradossale, il numero di provvedimenti economici adottati da governi e banche centrali per cercare di risolvere i dissesti provocati dalle precedenti politiche economiche è soggetto a una prolificazione che si autoalimenta, realizzando nel lungo termine una restrizione crescente delle libertà economiche, oltre che un impoverimento relativo rispetto ai migliori traguardi altrimenti raggiungibili da una pura economia di libero mercato.

L'intervenzionismo è destinato inevitabilmente a due generi di crisi che si risolvono quasi contemporaneamente. Nel momento in cui le forze di mercato diventano più forti di qualunque opposizione, si ha da un lato la crisi dell'intervenzionismo stesso come metodo di gestione economica e, dall'altro, emerge la crisi o depressione economica come necessaria fase di riaggiustamento degli equilibri a lungo tempo turbati.

Gli stessi cicli economici traggono principalmente origine dagli interventi espansivi di un particolare organo governativo e di tutto il sistema che essa supervisiona: la banca centrale. La teoria economica Austriaca ha il particolare merito di avere spiegato come ciò avviene e perché avviene. Nonostante l'illusione alimentata dagli uomini di potere e dai media, fintanto che l'intervenzionismo interferisce in maniera sostanziale con i processi economici non ci sono modi di evitare le fasi del ciclo economico. Le recessioni altro non rappresentano che una fase di pulizia del sistema economico da quegli squilibri creati nella precedente fase espansiva, a sua volta favorita dall'intervenzionismo.

Le forze del libero mercato causano la recessione solo perché sono state a lungo disturbate dall'intervenzionismo.

Tuttavia, la presunzione degli ingegneri economici di poter ammorbidire i cicli economici dei quali essi stessi sono causa, si è evoluta gradualmente, e pericolosamente, nella presunzione di poter generare una illimitata espansione economica. Non solo questa pretesa rappresenta una assurdità irrealizzabile della quale si va sempre più fieri in un periodo di crisi sempre palpabile, pronto a riemergere in tutta la sua tragica inevitabilità, ma è divenuta un atto di fede sia per il cittadino comune che per l'esperto in materie economiche.

Entrambi, ad ogni rallentamento delle attività economiche, si appellano all'intervenzionismo come se esso fosse in grado di apportare dei benefici sociali ed economici laddove invece, come dice Mises, "esso è solo dannoso in quanto trattiene e distorce la produzione e il consumo da quegli usi che i consumatori valorizzano come più importanti".

Tranne l'economia austriaca, tutte le teorie economiche degli ultimi 70 anni, da Keynes in avanti, hanno conferito agli ingegneri economici autorità e poteri sempre più ampi. Le loro adozioni pertanto sono state, a seconda della situazione contingente, sempre ben accolte dagli uomini di governo. Tramite l'applicazione pratica di tali teorie, crisi dopo crisi, si è giunti a un livello di interferenza governativa nei processi economici, e non solo, che ha pochi precedenti.

Negli ultimi tre anni per ostacolare la crisi economica di inizio millennio si è toccato l'apice di ogni sforzo intervenzionista mai realizzato negli Stati Uniti, sia in termini quantitativi, come percentuale del GDP, che in termini qualitativi, come interferenza e distorsione del libero mercato e dei meccanismi di formazione dei prezzi. Ed è più che mai evidente come ognuna di queste crisi economiche (da quella del Messico del 1995, dell'area asiatica del 1997, della Russia del 1998, dell'Argentina del 2001 solo per citare le ultime che hanno suscitato più clamore), non rappresenti la crisi del capitalismo, bensì la crisi dello stesso intervenzionismo. Come scrisse Mises già nel 1926 (Interventionism, pag 15):
“Etatists and socialists are calling the great crisis from which the world economy has been suffering since the end of the World War the crisis of capitalism. In reality, it is the crisis of interventionism.”

“Gli statisti e i socialisti chiamano crisi del capitalismo la grande crisi che ha colpito l'economia mondiale a partire dalla fine della (prima) guerra mondiale. In realtà, si tratta di crisi dello stesso intervenzionismo.”
L'ultimo sforzo che ha generato la ripresa economica più finta e insostenibile di ogni altro tempo, destinata non solo a una breve durata, ma anche a un fallimento che molto probabilmente sarà sorprendente e spettacolare, potrebbe essere il punto di arrivo di una crisi dell'intervenzionismo giunto di fronte a una delle due alternative: il ritorno a una pura economia di libero mercato da una parte o gli ultimi passi verso l'adozione di una qualche forma di socialismo.

Nei riguardi della prossima crisi economica, pertanto, non è il "quando" si manifesterà che comincia a diventare preoccupante, piuttosto il "come" essa verrà affrontata. Il sospetto è che gli squilibri accumulatisi fino ad oggi possano essere davvero troppo pesanti per essere sopportati senza che si faccia appello a un intervento straordinario, omnidirezionale, e allo stesso tempo irrazionale, in grado di riavvicinarci là dove solo il ricordo di certi orrori è riuscito per lungo tempo a tenerci a debita distanza.

A suo tempo, verso la fine degli anni venti, Mises era molto preoccupato della crescente adozione dell'intervenzionismo a scapito di un sistema puro di libero mercato. La storia purtroppo ebbe modo di mostrare tutta la fondatezza di quelle preoccupazioni, sia per quel che riguardò le sorti della Germania che degli Usa. La prima si aprì definitivamente al nazionalsocialismo, la seconda approdò a quella che ancora oggi, ma forse non per molto, resta la più grande crisi economica della sua storia.

3 comments:

Nicola Albano said...

Profetico !!!

Anonymous said...

A proposito del "come essa verrà affrontata", un'analisi che trovo esatta è contenuta in Omnipotent Government, del 1944 sempre di von Mises: pur con le differenze marginali dovute ai diversi momenti storici, essa descrive quel processo continuo e progresivo per cui l'interventismo statale, nell'ottica della competizione tra stati, non potrà che produrre tra essi conflitti sempre più gravi a causa del suo duplice aspetto d'essere fallimentare ma allo stesso tempo condiviso dalle masse illuse di poterne ricavare vantaggi a danno altrui.

L'epilogo, secondo von Mises, comporterà l'eliminazione dei conflitti non tramite il ritorno al laissez faire, ma attraverso il consenso alla creazione di uno stato unico che in quanto tale non potrà averne di concorrenti. Insomma un governo unico mondiale.

Tale capolavoro di paralogismo sino ad ora ha purtroppo funzionato e non si vede in che modo la ragione possa spezzare le redini a questa "tradizione" al galoppo. Quante volte si è già sentito auspicare l'intervento di organizzazioni sovranazionali per risolvere conflitti, crisi economiche o "emergenze ambientali"?

Jorge Perro Liberista


P.S.: l'edizione inglese gratuitamente scaricabile de Omnipotent Government è qui: http://mises.org/etexts/mises/og.asp

Paxtibi said...

Jorge Perro, il mio nuovo post è proprio dedicato alle "emergenze"...

Ciao Nicola!