Thursday, February 19, 2009

Il sistema bellico e i suoi miti intellettuali #2

Di Murray N. Rothbard


IV. La critica di Barnes alla Guerra Fredda e l'era dell'evasione


Un'esposizione più completa del punto di vista di Barnes sulla Guerra Fredda, nondimeno, è rivelata in quello che doveva essere un altro capitolo di Perpetual War for Perpetual Peace. Purtroppo disponibile soltanto in fogli di prova, questo capitolo inedito merita di essere ponderato estesamente. [vi] Barnes cominciava la sua esposizione precisando che la prosperità economica del dopoguerra in America era basata sull'artificio della spesa per armamenti e di un'economia di guerra. L'economia, scriveva Barnes, è stata tolta dalle mani delle imprese private e del mercato e tragicamente politicizzata: “Oggi, la strategia politica partigiana non tiene in nessun conto l'indipendenza e la sagacia delle imprese, e il modo in cui utilizzeremo la nostra tecnologia è legata più al procacciamento di voti ed al programma militare ad esso collegato che alla produzione di beni e servizi e all'assicurare il benessere umano.” In questo programma, i politici “sono aiutati e incoraggiati dai leader militari [che cercano]… di mettere il gruppo del Pentagono in una posizione di maggior prestigio e potere di quello goduto dalla casta militare prussiana nella Germania imperiale.” A sostenere questa politica sono anche gli interessi del petrolio, per i quali portavoce principale era John Foster Dulles (Rockefeller). Desideravano “proteggere i loro vasti interessi e possedimenti.” Soprattutto, “le guerre devono… essere rese perpetue… in modo da assicurare la piena occupazione e facilitare la propaganda di paura e di terrorismo da cui dipende il mantenimento del regime.” Barnes concludeva che è inutile combattere contro i sottoprodotti del sistema di guerra, come i controlli economici o i saccheggi delle libertà civili; invece, bisogna sfidare il vero centro del sistema.

Barnes poi continuava esponendo dettagliatamente la prevalenza delle “Tendenze ‘1984’” nella vita americana. Queste includevano, in primo luogo, l'economia di guerra – citando Sumner Slichter e David Lawrence sulla natura basata sulla Guerra Fredda della “prosperità” americana. Secondo, comprendevano l'uso pervasivo della difesa nazionale contro il nemico per giustificare “le spese militari, i programmi di propaganda, l'intimidazione, le scorrerie di caccia alle streghe, o l'oppressione delle masse….” In effetti, semanticamente, il “Ministero della Guerra” era già stato trasformato nel “Ministero della Difesa.”

In terzo luogo, la Russia sovietica era improvvisamente diventata il Nemico, anche se le sue caratteristiche non erano cambiate di una virgola da quando ufficialmente era stato dichiarato un nobile alleato in una lotta globale per la democrazia. Barnes aggiungeva che un'orwelliana “campagna d'odio… è ben avviata contro la Russia sovietica, la Cina comunista ed i ‘Rossi’ in generale.”

Barnes dirigeva il suo fuoco specialmente alla crescente invasione delle libertà civili costruite al lancio della Guerra Fredda. Notava in particolare due decisioni della Corte Suprema che invadevano gravemente la libertà personale contro la perquisizione e il sequestro: Harris contro gli Stati Uniti (1947) e gli Stati Uniti contro Rabinowitz (1950), e sottolineava acutamente che giudici un tempo ardenti sostenitori del New Deal quali Sherman Minton e, nel tribunale del grado successivo, Learned Hand, erano l'avanguardia di queste decisioni despotiche. E forse la peggiore di tutta era la Legge Smith, che “ripudiava i principi fondamentali su cui la nostra nazione è stata fondata…. Benché la Legge Smith sia ora usata per sopprimere la diffusione delle impopolari opinioni comuniste, potrebbe essere rivoltata prontamente contro gli stessi gruppi conservatori che hanno patrocinato la legge…” Barnes aggiungeva che, appena promulgata, la Legge Smith era stata usata con gioia dai comunisti e dai “liberal totalitari” contro dei presunti “fascisti.” Sulla crescente repressione delle libertà civili, Barnes suggeriva i libri recenti di Walter Gelthorn, Max Lowenthal, Carey McWilliams e Francis Biddle.

Barnes procedeva denigrando la paura diffusa ma largamente mitica dell'aggressione armata russa contro l'occidente. Citava l'allarme di Garet Garrett per questa paura predominante, e notava che “persino un russofobo di primo piano come Eugene Lione ammette francamente che c'è ogni ragione di attendersi che la Russia non darà inizio ad una guerra.” Barnes indicava le contraddizioni, o “bispensiero,” in testimonianze come quella del generale Gruenther nel marzo 1952. Gruenther aveva “sostenuto vigorosamente che i miliardi americani dovevano essere spesi in Europa per protezione contro la Russia, ma… concesse di non aver mai creduto che i Russi avrebbero iniziato una guerra, né ora né mai.” Barnes concludeva che “tale materiale rivela… che l'attuale Guerra Fredda è ancor più falsa e sintetica” della guerra in 1984, ed aggiungeva che questo è confermato dalla continua derisione ufficiale dei tentativi russi di impegnarsi in trattative di pace.

Per le tendenze intellettuali orwelliane, Barnes notava la predominanza nella Guerra Fredda di “liberal totalitari” come Arthur M. Schlesinger Jr., il senatore Paul Douglas, Freedom House, The Committee on the Present Danger e le fondazioni Rockefeller e Carnegie. Per quanto riguarda precedenti esempi della dominante semantica orwelliana e del “bispensiero”, Barnes segnalava in modo tagliente slogan come: “Raddoppiate i prezzi e raddoppiamo il reddito nazionale…. Il nostro grande debito pubblico è una benedizione travestita, perché lo dobbiamo a noi stessi…. La guerra fredda è pace. Una ‘nazione libera’ è ogni nazione – sia liberale e democratica che socialista, fascista, o comunista anti-Cremlino – che si unirà alla crociata anti-Russa. Aiutare le nazioni socialiste europee nell'ambito del Piano Marshall è una mossa potente per promuovere la libera impresa all'estero…. Lanciare una corsa alla bomba atomica assicurerà la pace e la sicurezza.”

La Guerra di Corea, con il suo prolungato minuetto di attrito, era agli occhi di Barnes una prova importante delle profezie di Orwell. Notava acidamente che “i giornalisti sono stati tenuti lontano dalle esecuzioni di massa che hanno caratterizzato il ritorno di Syngman Rhee alla sua amata terra natale così da reinstaurarvi la democrazia. Rhee, che… era stato ripudiato nelle elezioni popolari mesi prima dello scoppio della Guerra di Corea, ed aveva mantenuto il suo potere con metodi totalitari, è stato ampiamente proclamato il ‘George Washington della Corea.’” [vii]

Quanto alle origini della Guerra Fredda, Barnes concludeva che era stata iniziata da Truman e Churchill, in gran parte per motivi politici interni, e da allora è stata usata da ciascuno dei vari governi per cementare il proprio dominio sui loro sudditi. Nel paese, molte classi diventarono devote alla Guerra Fredda: democratici e repubblicani, uomini d'affari (ignari “del fatto che… la Guerra Fredda… sta portando ad un drastico e rigoroso capitalismo militare di stato con tutti i suoi elaborati controlli dello Stato sull'industria… ”), intellettuali e lavoratori (“godono della propria ‘fetta’… nella Guerra Fredda e… nel programma di armamenti”). Nondimeno, concludeva Barnes, per gli Stati Uniti è vitale “tornare alla neutralità… unita ad ogni possibile sforzo per limitare il sistema bellico, e per incoraggiare una migliore comprensione internazionale…” Invece di deridere ogni proposta russa di “pace, commercio, o risoluzione delle dispute,” noi dovremmo “almeno… mettere la Russia spalle al muro ogni volta che presenta una proposta di pace e costringerla a dimostrare la sua autenticità e buona fede….”

Guardando specificamente al comunismo, Barnes andava dritto al cuore della questione: un attacco militare dall'Unione Sovietica contro gli Stati Uniti era più che improbabile (a meno che “provocato come misura di guerra preventiva”), perché “il programma sovietico per comunistizzare il mondo non è basato su un programma di conquista militare. È fondato sulla propaganda, sull'infiltrazione e sull'intrigo.” Tali rivoluzioni ideologiche non sono mai state estirpate finora con la forza militare. La vera risposta al comunismo, allora, è di rinforzare l'ideologia e le istituzioni americane: per mantenere la libertà e la prosperità americane. Impegnarsi nell'irreggimentazione della Guerra Fredda, sopprimere la libertà, imporre budget militari enormi e tasse paralizzanti, è fare proprio il contrario – è minare la stessa libertà americana che ci distingue dal comunismo. Qui Barnes cita dal brillante pamphlet di F. A. Harper, In Search of Peace:
La Russia si suppone essere il nemico. Perché? Ci viene detto che è perché la Russia è comunista…

Ma se è necessario che noi abbracciamo estensive misure socialiste o comuniste per combattere una nazione che le ha adottate perché combatterla?

Evocare nelle nostre menti un odio violento contro persone vittime del comunismo in qualche nazione straniera non ha senso, quando le stesse catene governative ci stanno rendendo servi di forze illiberali nel nostro paese. [viii]
In un momento in cui gli “esperti” anticomunisti (specialmente ex-comunisti) pontificavano arroganti sul “monolito” comunista, Harry Barnes prevedeva percettivamente la spaccatura fra la Cina comunista e l'Unione Sovietica. Egli avvertiva che schierare il resto del mondo “come una minaccia militare contro il comunismo… può solo unire i comunisti… serve soltanto a guidare la Cina tra le braccia del Cremlino…” Ancora, la politica estera americana del dopoguerra ha alienato gravemente le nazioni non sviluppate: “Ha contribuito a schierare le grandi tendenze rivoluzionarie in Asia ed in Africa con la Russia, dato che gli Stati Uniti hanno assunto la guida… dello status quo nel Vecchio Mondo.”

Anche se il capitolo inedito di Perpetual War era l'esposizione più approfondita di Barnes sulla Guerra Fredda, gli elementi essenziali del capitolo sono condensati abilmente nelle pagine 1324-1332 dell'edizione del 1965 (Dover) del suo Intellectual and Cultural History of the Western World. Brevi dichiarazioni si possono anche trovare in “Historical Writing and Historical Science” [ix] e nel lungo opuscolo The Chickens of the Interventionist Liberals Have Come Home to Roost.

Dopo cinque anni di relativa stasi sugli affari esteri, Barnes tornò all'attacco, mentre spiegava il significato del revisionismo per una nuova generazione di pacifisti, nel suo “Revisionism and the Promotion of Peace” (Liberation, estate, 1958). Ancora una volta la continuazione dell'intromissione negli affari stranieri della Guerra Fredda e lo statalismo orwelliano era mostrata essere, essenzialmente, una continuazione dell'interventismo della Seconda Guerra Mondiale. In più, Barnes indicava un fatto molto importante: che l'entusiasmo per il revisionismo fra i conservatori durante i primi anni del dopoguerra era appassito, poiché questi ex-“isolazionisti” avevano sottoscritto la crociata della Guerra Fredda.

Nel suo articolo del 1958 su Liberation, Barnes scelse per riferimento la Select Bibliography of Revisionist Books (Oxnard [Calif.] Press-Courier), di cui era il compilatore principale. Questa bibliografia critica lodava le seguenti opere revisioniste sulla Guerra Fredda: l'altamente critica History of the Cold War di Kenneth Ingram (1955), la graffiante analisi del complesso militar-industriale in The Power Elite di C. Wright Mills (1956), la brillante opera di Arthur A. Ekirch The Civilian and the Military (1956) e The Hidden History of the Korean War di I. F. Stone (1952). Il volume di Ekirch è particolarmente interessante come esempio di una prospettiva revisionista su tutte le tre grandi guerre del ventesimo secolo.

L'articolo di Liberation suscitò molte discussioni animate ed intelligenti, qui e all'estero, e venne ristampato con effetto significativo nell'inglese Peace News. L'anno seguente, Barnes concluse la sua discussione su Liberation (“Revisionism revisited,” Liberation, estate 1959.) Qui aggiunse un altro aspetto importante, collegando il revisionismo della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda. Barnes abbandonò la propria critica passata della politica di resa incondizionata della Seconda Guerra Mondiale come valida ma superficiale; perché aveva appreso dal libro del generale Albert C. Wedemeyer che l'uccisione di tedeschi e giapponesi era lo scopo principale della Seconda Guerra Mondiale – virtualmente un orgia di scotennamenti anglo-americana. Se il massimo assassinio del nemico è il solo scopo di una guerra, allora una richiesta di resa incondizionata è solo la conclusione logica di un conflitto in cui “non c'erano reali obiettivi o programmi di pace…. Gli alleati hanno vinto esattamente ciò per cui hanno combattuto – e per cui tutti hanno combattuto: un numero astronomico di scalpi nemici e un'incredibile distruzione fisica delle proprietà e delle case nemiche…” Seguendo questa linea di pensiero, Barnes fece il suo primo attacco frontale alla consueta generalizzazione degli interventisti, dei Guerrieri Freddi e dei revisionisti, lui compreso, vale a dire, che gli alleati “hanno vinto la guerra ma perso la pace.” Non avendo realmente mai combattuto per la pace, nonostante quella mistificazione fittizia, la Carta Atlantica, difficilmente potrebbero averla persa nella vittoria che seguì la guerra.

Rivolgendo la sua attenzione alla Guerra Fredda, Barnes allora aggiunse:
Nella Seconda Guerra Mondiale, era soltanto una questione di uccidere tedeschi e giapponesi; oggi, siamo confrontati con la minaccia di uccidere tutti sul pianeta senza piani o motivi di base tranne un ‘massiccio attacco a sorpresa,’ che sarà seguito dalla pulizia dei superstiti con una ‘massiccia rappresaglia.’

Le origini ed i motivi della Guerra Fredda erano altrettanto sordidi e totalmente privi di morale di quelli della Seconda Guerra Mondiale: la determinazione di Stalin di mantenere i suoi guadagni illeciti, lo sforzo dei britannici per riguadagnare la loro posizione di ago della bilancia perso nella guerra che era stata progettata per proteggerla, e lo sforzo di Truman e di Clark Clifford per migliorare le prospettive politiche democratiche… alla fine del febbraio 1947…. Il mondo è stato presto consegnato al modello orwelliano che unisce una finta prosperità economica e il dominio politico con una guerra fredda e fasulla, da cui l'unica via d'uscita può ben essere una devastante guerra nucleare, iniziata intenzionalmente o per incidente….
Uno dei contributi più importanti di Barnes al revisionismo della Guerra Fredda è arrivato nella primavera del 1958, quando pubblicò quello che è ancora il miglior singolo articolo su ciò che potrebbe essere chiamato “revisionismo di Hiroshima” – i reali motivi per il lancio delle bombe atomiche sul Giappone. [x] Barnes era qui l'unico autore – e rimane, notevolmente, l'unico autore fino ad oggi – ad usare il molto significativo memorandum di MacArthur a F.D.R. del 20 gennaio 1945. Questo memorandum di quaranta pagine espone esplicitamente i termini di un'autentica offerta di pace giapponese che erano virtualmente identici con i termini finali della resa che abbiamo accettato dai giapponesi sette mesi più tardi – al costo di innumerevoli vite giapponesi ed americane inutilmente perdute. I termini offerti includevano: la resa completa di tutte le forze e armi giapponesi; occupazione del Giappone e dei suoi possedimenti da parte delle truppe alleate sotto la guida americana; cessione giapponese di tutto il territorio guadagnato durante la guerra, così come la Manciuria, la Corea e Formosa; regolamentazione dell'industria giapponese per proibire qualsiasi produzione di strumenti di guerra; rilascio di tutti i prigionieri di guerra e consegna di ogni criminale di guerra così definito dagli Stati Uniti.

Questo memorandum di MacArthur, i particolari di cui furono poi completamente confermati dal generale, fu passato confidenzialmente a Walter Trohan del Chicago Tribune dall'ammiraglio William D. Leahy, capo del personale del presidente, allarmato dalla possibilità che Roosevelt non riuscisse a dar seguito alla proposta giapponese, che è risultato essere il caso. Non appena la guerra con il Giappone finì, Trohan fu libero di pubblicare queste rivelazioni, che stabilirono completamente la conoscenza americana di quelli che successivamente saranno condizioni giapponesi completamente accettabili per la pace. Ma, oltre a Harry Barnes, nessun revisionista di Hiroshima fin qui li ha usati. [xi] Sono ugualmente indispensabili per coloro che hanno preteso di scrivere sull'ultimo anno della guerra fra gli Stati Uniti ed il Giappone e sul comportamento di Roosevelt alla conferenza di Yalta, ma ad oggi sono stati ignorati da tutti questi autori. Niente ha infastidito Barnes più della timidezza o della pigrizia mentale di quegli storici che si definiscono revisionisti ma costantemente e deliberatamente si sono rifiutati di usare il memorandum di MacArthur dopo che Barnes non solo aveva richiamato ripetutamente la loro attenzione ma aveva anche fornito ad alcuni di loro delle copie e tutta la documentazione relativa necessaria per autenticarlo.

Barnes inoltre rivelò, per la prima volta, la testimonianza personale di Herbert Hoover secondo cui il presidente Truman, dall'inizio del maggio 1945, lo informò che sapeva di estensive offerte di pace giapponesi ed ammise poi che ulteriori combattimenti con i giapponesi erano in realtà inutili. Ma Truman rivelò a Hoover anche di non essersi sentito abbastanza forte per sfidare il segretario Stimson e il Pentagono. Tuttavia nessune di queste rivelazioni confermative sono state prese da Alperovitz e dagli altri recenti esponenti del revisionismo di Hiroshima. Nel suo articolo, Barnes ha inoltre sostenuto la tesi di P. M. S. Blackett, da allora adottata da Alperovitz, che la ragione principale per il lancio delle bombe su Hiroshima e su Nagasaki era un'intimidazione verso i russi contro i quali stavamo già preparando la Guerra Fredda. In effetti, Barnes conclude che “molti datano le origini della Guerra Fredda dal momento in cui lui [Stalin] ha ricevuto le notizie del bombardamento [atomico] subito dopo il congresso di Potsdam.”

Nell'estate del 1959, Barnes scrisse un ponderato articolo sulla posizione di base dell'America di oggi. [xii] Commentava in modo molto convincente l'uso di allarmi e litigi esteri, nell'attuale “era dell'evasione,” per evadere la necessità di affrontare e risolvere fondamentali problemi interni. Al “globallismo” si era ora aggiunto l'“astroballismo” concentrato sullo spazio cosmico. Barnes più avanti rimase impressionato dall'articolo molto ben informato di Philip Abelson, “Are the Tame Cats in Charge: Omens of Orwell,” [“Agli ordini dei gatti addomesticati: presagi di Orwell,” NdT] nel Saturday Review del 1° gennaio 1966, che indicava come la diversione di un numero crescente dei nostri migliori scienziati ai problemi dell'era spaziale e della guerra nucleare collegava la scienza all'orwellianismo ed allla Guerra Fredda, portandoci così un complesso militar-industrial-scientifico. [xiii]

Concentriamoci, come Barnes avvertiva, su questioni come la norma di legge, il racket, il crimine organizzato, la libertà intellettuale, ecc., in casa nostra anziché cercare di imporre vanamente e donchisciottescamente le nostre istituzioni in tutto il mondo. Insomma, “quando non possiamo far rispettare la legge a Little Rock senza sconvolgere la nazione, ci proponiamo di far rispettare la legge a Saigon, Bangkok, Rangoon e Nairobi.” Con gli Stati Uniti sopraffatti dal crimine, sia adulto che giovanile ed i capi del crimine organizzato apparentemente fuori dalla portata della legge, affermiamo che il nostro obiettivo sia di estendere la norma di legge sull'intero pianeta.

Barnes sottolineò le contraddizioni dei sostenitori della Guerra Fredda sia conservatori che liberal. Da un lato, i conservatori hanno abbandonato il principio di neutralità per adottare un anti-comunismo isterico che vede minacce terribili nelle terre più distanti. Barnes aggiunge pertinentemente che:
Di conseguenza, i conservatori trascurano interamente il fatto che questo stesso globalismo e fantasia spaziale, con i costi astronomici in questione, sono la causa principale dello statalismo crescente, dell'indebitamento, dell'inflazione… che stanno distruggendo l'economia della libera impresa che astrattamente adorano.

La costruzione di una diga pubblica del costo di alcuni milioni è denunciata come ‘puro socialismo,’ mentre un'economia di armamenti rigidamente controllata dallo Stato del costo di quaranta o più [ora oltre settanta] miliardi ogni anno viene acclamata come il bastione principale della libera impresa.
Ancora, “conservatori prominenti, che vent'anni fa coraggiosamente condussero la lotta contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, ora sono le truppe d'assalto più fanatiche nella crociata di propaganda che probabilmente ci farà partecipare in una terza guerra mondiale che farà… sembrare il 1939-1945 solo una semplice scaramuccia.”

I liberal ed i progressisti, per la loro parte, sono impigliati nelle loro proprie terribili contraddizioni:
Fingono una intensa devozione allo stato sociale, ma allo stesso tempo sostengono calorosamente l'allocazione di oltre tre quarti del nostro bilancio pubblico negli armamenti e nella guerra….

I liberal esibiscono una grande agitazione riguardo alle presunte minacce contro le nostre libertà civili, ma la maggior parte di essi sostiene la ‘Guerra Fredda,’ che è di gran lunga la causa primaria delle più gravi invasioni delle libertà civili e della libertà intellettuale.
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Note


[vi] Barnes,“How ‘Ninety Eighty-Four’ Trends Threaten Peace, Freedom, and Prosperity” (manoscritto inedito, 1952. Era inteso come capitolo 10 di Perpetual War for Perpetual Peace ma fu scartato a seguito di pressioni nelle prove di stampa).

[vii] Per un'ulteriore analisi orwelliana della Guerra di Corea, vedi il brano di Barnes in F.J.P. Veale, Advance to Barbarism (Appleton, Wisconsin: C.C. Nelson Publishing Company, 1953), p. 277.

[viii] F.A. Harper, In Search of Peace (Irvington-on-Hudson: Foundation for Economic Education, 1951), pp. 35–37.

[IX] In Joseph S. Roucek, ed., Twentieth Century American (New York: Philosophical Library, 1948). Inoltre vedi il contributo di Barnes al simposio sul “World-Meddling,” in The Humanist (luglio-agosto 1953), pp. 145ff. e prefazione di D.D. Runes, The Soviet Impact on Society (New York: Philosophical Library, 1953).

[x] Barnes, “Hiroshima: Assault on a Beaten Foe,” National Review (10 maggio 1958).

[xi] Walter Trohan in origine pubblicò le sue rivelazioni nel Chicago Tribune del 19 agosto 1945. L'articolo più recente di Trohan, che espone le ultime conoscenze sulle sue e su altre rivelazioni sulle proposte di pace giapponesi, si può trovare nel Chicago Tribune del 14 agosto 1965. Barnes è comprensibilmente furente per il fatto che un autore di sinistra come Gar Alperovitz, nel suo libro altrimenti decisamente revisionista, Atomic Diplomacy: Hiroshima and Potsdam (New York: Simon and Schuster, 1965), manca completamente di usare il materiale di Trohan – un esempio evidente del rifiuto settario dei leftist di dar credito alle fonti della “destra.” Di conseguenza, Alperovitz indebolisce inutilmente le sue stesse ragioni asserendo che “lo sforzo reale [del Giappone] per concludere la guerra cominciò nella primavera del 1945.” Ibid., p. 107. In alcuni casi di omissione dell'uso delle rivelazioni di Leahy-Trohan, Barnes si era assicurato personalmente che lo storico avesse ricevuto le copie del materiale.

[xii] Barnes, “U. S. Responsibilities Begin at Home,” New Bedford (Mass.) Sunday Standard-Times, August 9, 1959. Riscritto e pubblicato in forma molto ampliata in Hartwick Review, primavera 1967, pp. 24-28.

[xiii] Barnes considerava l'“astroballismo e la corsa allo spazio” sempre più come l'aspetto più inane, più dispendioso ed evasivo della Guerra Fredda. Considerava la sfrenatamente costosa e demagogica “fantasia lunare” della Corsa alla Luna come nient'altro che un primo esempio di una minaccia potenzialmente infinita per il futuro. Vedi sotto, pp. 567ff.
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Wednesday, February 18, 2009

Il sistema bellico e i suoi miti intellettuali #1

Pubblicato originariamente nel 1968 con il titolo “Harry Elmer Barnes as Revisionist of the Cold War” nell'antologia -tributo Harry Elmer Barnes: Learned Crusader edita da Arthur Goddard, questo saggio sul revisionismo storico e sulla propaganda bellica è una lettura fondamentale per comprendere gli inganni utilizzati dai governi per mantenere le popolazioni in uno stato di continua tensione il cui sbocco naturale è la guerra. Le considerazioni sulla costruzione del Nemico, all'epoca della stesura riferito all'Unione Sovietica, rimangono valide anche oggi e forse ancor più di allora, ia causa di un meccanismo mortifero ormai perfezionatissimo.

In tre parti, questa è la prima.
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Di Murray N. Rothbard


I. Lo Stato guerriero e gli intellettuali di corte

Agli americani piace pensare di essere un popolo progressista che vive in un'era progressista. Ma il ventesimo secolo – al di là delle sue meraviglie – è stato soprattutto il secolo della guerra totale. Nonostante il fatto che il progresso tecnologico abbia reso la guerra totale sempre più assurda e grottesca in un'era di guerra nucleare; nonostante il progresso dei secoli precedenti nel civilizzare e limitare la guerra, e nell'evitare danni ai civili, la guerra all'ultimo sangue è tornata in grande spolvero. Herbert Spencer comprese brillantemente che il progresso dell'umanità dalla barbarie alla civiltà si potrebbe riassumere come il passaggio dalla società “militare” a quella “industriale.” Tuttavia, nel ventesimo secolo, siamo tornati bruscamente sulla via militare; così facendo, abbiamo rinnegato l'umanesimo stesso, i principi stessi di pace e libertà, su cui un sistema industriale moderno si basa inevitabilmente. Questo è stato davvero, nelle parole dell'amico e collega revisionista di Harry Elmer Barnes, F.J.P. Veale, “un progresso verso la barbarie.”

La regressione contemporanea alla brutalità di un Genghis Khan – ad uno stato caserma, alla conformità militare, all'omicidio di massa dei civili, alla terra bruciata ed alla resa senza condizioni, è stato realizzato con la ricerca del potere e relativi privilegi dai gruppi dirigenti, le “élite di potere,” dei vari Stati. Queste consistono dei membri e dei dirigenti a tempo pieno degli apparati dello Stato, così come quei gruppi nella società (per esempio, appaltatori di armamenti, leader sindacali) che beneficiano dai sistemi militari e bellici. In particolare, questa regressione è stata resa possibile dalla ricomparsa su vasta scala dell'“Intellettuale di Corte” – l'intellettuale che produce apologie per la nuova amministrazione in cambio di ricchezza, potere e prestigio offerti dallo Stato e dall'“Establishment” suo alleato. [i] Non c'è mai stato, dopo tutto, altro ruolo oltre ai due reciprocamente esclusivi che l'intellettuale possa svolgere ed ha svolto nella storia: o cercatore di verità indipendente, o favorito mantenuto della Corte. Certamente, la norma storica delle antiche civiltà morte era un dispotismo orientale, in cui il servizio come apologeta e “guardia del corpo intellettuale” dell'elite di governo era la funzione principale dell'intellettuale. Ma l'aver sviluppato una classe di intellettuali davvero indipendenti dalla struttura di potere dello Stato era la gloria della civiltà occidentale prima di questo secolo. Ora anche questo è andato in gran parte perduto.

Andrà ascritto all'imperituro onore di Harry Elmer Barnes che nei libri di storia non si potrà mai dire di lui che fosse un Intellettuale di Corte. L'assoluto coraggio, l'assoluta onestà, l'assoluta indipendenza sono state le sue stelle guida. Egli, quindi, non è stato altro se non “anti-Establishment” in un mondo in cui tale qualità era così disperatamente necessaria. E la sua presenza è stata particolarmente vitale precisamente nel guidare l'opposizione alla grande barbarie dei nostri giorni: il sistema bellico ed i suoi molteplici miti intellettuali.

Di fronte alle due grandi guerre di questo secolo, ed alle enormi pressioni per allinearsi al loro seguito, Barnes ha guidato intrepidamente i movimenti revisionisti nell'analisi delle cause, della natura e delle conseguenze di entrambe le guerre. Revisionismo, naturalmente, significa penetrare al di sotto dei miti ufficiali della propaganda generati dalla guerra e dallo stato-in-guerra, ed analizzare la guerra indipendentemente dalle pressioni e dalle retribuzioni della corte. Ma ha anche altri significati – e uno dei problemi nel revisionismo è stato l'incapacità di molti dei suoi precedenti seguaci di penetrarne la vera natura e di capirne le principali implicazioni.

II. Le due scuole del revisionismo

Nel trarre le conclusioni delle lezioni del revisionismo della prima e della seconda Guerra Mondiale, i barnesiani possono essere separati in due gruppi, che possiamo denominare i revisionisti limitati ed i revisionisti generali. I revisionisti limitati, che formano, purtroppo, la grande maggioranza, hanno ragionato più o meno come segue: la lezione principale della Prima Guerra Mondiale è l'ingiustizia imposta sulla Germania – prima, nel dichiararle guerra, e poi nel costringerla a confessare di essere l'unica colpevole nel brutale e disastroso Trattato di Versailles. Lo stesso punto focale sulla Germania danneggiata entra quindi in gioco nell'analisi della Seconda Guerra Mondiale, causata essenzialmente dalle continue e ripetute ostruzioni da parte degli alleati di qualsiasi revisione pacifica di un Versaillesdiktat che essi stessi ammisero essere gravemente ingiusto per la Germania.

Quale insegnamento, allora, trae per il periodo del dopoguerra il revisionista limitato? Dato che la sua concentrazione è limitata ai torti sofferti dalla Germania, la sua conclusione conseguente è che questi torti devono essere raddrizzati il più rapidamente possibile: il che, nel contesto attuale, diventa un'obbligata unificazione della Germania Occidentale e Orientale (o, per il revisionista, Centrale) alle condizioni occidentali, ed una restituzione dalla Polonia delle terre oltre l'Oder-Neisse. In breve, il revisionista limitato finisce, ironicamente, per anelare lo stesso tipo di diktat unilaterale e di cieca revanche che così giustamente ha deplorato quando la Germania li ha dovuti sopportare. In conclusione, nella sua attuale preoccupazione per la Seconda Guerra Mondiale ed il problema tedesco, il revisionista limitato assume il vecchio spirito anti-Comintern, o ciò che oggi viene chiamato “duro anticomunismo,” in un'era totalmente differente. Nell'unirsi, o persino nel guidare, il procedimento militante della Guerra Fredda – e perfino di una guerra calda – il revisionista limitato può pensare che, mentre guadagna una rispettabilità inconsueta, stia cambiando i piani dell'Establishment seguendo la linea di politica estera degli anticomunisti “più duri” di tutti (la Germania del Terzo Reich). Ma, così facendo, i revisionisti limitati non riescono a cogliere l'ironia: essi si sono ora uniti involontariamente alla truppa degli odierni Intellettuali di Corte.

Il revisionista limitato, con la sua preoccupazione fondamentale per la tragedia tedesca, ha finito per impigliarsi in un vero groviglio di contraddizioni. Partito da una dedizione alla pace, è diventato un fautore virtuale della guerra totale (contro l'Unione Sovietica); partito come campione della “neutralità” (prima delle due Guerre Mondiali), è arrivato a insultare il “neutralismo” (dalla Seconda Guerra Mondiale); partito come tagliente critico della “sicurezza collettiva,” ora richiede la “liberazione” americana di ogni paese sulla faccia della terra che sia o potrebbe diventare comunista; partito come oppositore delle guerre estere, dell'intervento, del “globalismo,” dell'imperialismo, della coscrizione e dello stato caserma, ora sostiene tutto ciò come parti della guerra contro il comunismo; partito come critico tagliente e indipendente dell'Establishment e di quello che il presidente Eisenhower ha chiamato “complesso militar-industriale,” ora entra a far parte entusiasta dei loro vari istituti “strategici;” partito come avversario delle due Grandi Crociate, è il primo a suonare la tromba per la terza, la Più Grande e certamente l'Ultima. Gli stessi uomini che un tempo assalirono l'intervento americano nei conflitti oltremare considerano ora un tradimento il non intervenire in ogni angolo del mondo, non importa quanto insignificante o remoto. Gli stessi uomini che usavano dire “perché morire per Danzica?” sono pronti a morire – e, cosa più importante, ad uccidere – per cause molto più assurde. E l'odierno revisionista limitato che truculento si chiede “perché abbiamo perso la Cina?” avrebbe considerato, venticinque anni prima, uno scherzo dal gusto discutibile il porre tali irragionevoli domande.

Quindi, il revisionista limitato, nel distorcere il punto focale delle sue preoccupazioni, ha finito essenzialmente per abbandonare complessivamente il revisionismo. Il revisionista generale è andato esattamente nella direzione opposta. Pur accettando lo stesso punto di partenza, il revisionista generale ha capito che il problema principale è sempre stato la guerra e la pace, e che la sua principale preoccupazione non era di piangere per la Germania, ma di opporsi ad un'escalation della guerra in tutto il mondo. In particolare, di opporsi all'intervento americano in guerre basate sul mito propagandistico che queste orge di omicidi di massa, per estirpare un qualche nemico diabolico, potranno essere santificate da un'imponente retorica e, successivamente, aprirci le porte del nuovo Millennio. I revisionisti generali videro con orrore che le moderne guerre totali mobilitano le masse in una macchina da guerra irregimentata, addestrata per odiare un Nemico che si suppone essere disumano, diabolico, contro il quale qualsiasi mezzo è giusto e morale.

Nella mitologia della guerra, il Nemico non è mai titubante, mai confuso, mai umano, mai spaventato dal nostro attacco contro di lui o dal precipitare di una guerra distruttiva e soprattutto mai pronto a negoziare onestamente per provare a diminuire le tensioni o a trovare un modo reciprocamente soddisfacente per vivere in pace. Il Nemico è sempre Luciferino, innaturalmente astuto e malvagio, spinto soltanto e sempre dal suo obiettivo predeterminato di “conquistare il mondo” a tutti i costi, mai onestamente desideroso di fare accordi reciprocamente soddisfacenti. Ma questo stesso Nemico sovrumano, secondo il mito, può essere fermato nella sua aggressione in continua preparazione in un unica maniera: con forza maggiore, con la “più dura” delle linee dure, con ultimata sempre più severi consegnati dal divinamente nominato campione delle “democrazie” o del “mondo libero,” i cari, vecchi U.S.A. E se per caso il nemico non si rivelasse in realtà essere così vigliacco e scoppiasse una guerra totale, allora questo dimostra soltanto che la guerra è l'unica risposta e non arriva mai troppo presto. L'insegnamento da trarre è quindi che soltanto lo sterminio e la resa incondizionata sono i termini adeguati per trattare con il Nemico.

Tutto questo, naturalmente, è un bel modo per giustificare una politica di “linea dura” contro il Nemico a prescindere da ciò che accade realmente. Due esempi particolarmente chiari sono la politica della Finlandia verso la Russia nel 1940, e quella della Polonia verso la Germania e la Russia nel 1939. I finlandesi (polacchi) hanno insistito fino al momento dello scoppio di una guerra che avrebbe soltanto potuto essere disastrosa per loro che i russi (tedeschi) “stessero solo bluffando,” e che una politica rigida, inflessibile, intransigente, di chiusura alla trattativa, avrebbe obbligato la Russia (Germania) a tornare sui propri passi e ritirare le proprie richieste. Dopo aver proclamato risolutamente questo proposito in ogni momento, gli intransigenti (polacchi) finlandesi hanno scoperto improvvisamente che era successo il contrario, che il Nemico “non stava bluffando,” e che la guerra effettivamente era scoppiata. Reagirono forse ammettendo umilmente l'errore e rivolgendosi verso la pace e la trattativa? Certo che no; al contrario, gli intransigenti proclamarono immediatamente che ora non c'erano trattative possibili finché ogni singolo soldato russo (tedesco) non fosse stato scacciato da ogni centimetro quadrato del sacro suolo (polacco) finlandese. Il resto è storia; la differenza nel risultato finale è dovuto soltanto alla fortuna della Finlandia di aver trovato dei leader decisi ad abbandonare una politica di linea dura prima che fosse troppo tardi.

Al revisionista generale, allora, revisione e trattativa pacifiche non sono ideali applicabili solamente in Germania dal 1914 al 1941. Al contrario, sono applicabili in tutte le date e località e quindi anche al mondo del dopoguerra. Il revisionista generale sa che il Nemico non è una fantascientifica Cosa dallo Spazio Cosmico, ma un essere umano capace di ragionare e quindi di concludere accordi reciprocamente soddisfacenti. Sa, ancora, che non c'è mai un singolo Nemico personificato, ma piuttosto che l'omicidio di massa e la tirannia sono i principali nemici dell'uomo e che la guerra globale è la grande fonte di entrambi. Conosce inoltre la fallacia del pernicioso mito wilsoniano per cui le dittature sono automaticamente belliciste e le democrazie automaticamente pacifiste. Sa fin troppo bene che le democrazie possono essere altrettanto se non più aggressive ed imperialiste – la differenza principale essendo che i governi democratici devono utilizzare una propaganda più ipocrita e più intensa per trascinare ed ingannare gli elettori nell'unirsi agli sforzi bellici. Per il revisionista generale la grande lezione delle due guerre mondiali è precisamente di evitare come la peste una nuova Grande Crociata, e di mantenere – se diamo un valore alle vite ed alla libertà del popolo americano – una ferma politica di coesistenza pacifica e di astinenza dall'intromissione negli affari esteri. Soltanto una tale politica può evitare l'annientamento totale dell'America e forse della civiltà stessa, così come la pompa totalitaria del tempo di pace di un Leviatano-caserma. Questo, per il revisionista generale, è il vero significato e la lezione del revisionismo; ed è una conclusione in opposizione quasi diametrale alla visione del suo vecchio collega revisionista limitato.

Com'è, quindi, che questa molto importante spaccatura fra i revisionisti è passata in gran parte inosservata? Penso che i motivi siano tripli. Per prima cosa, la più grande percentuale di revisionisti ha scelto il percorso limitato e si è unito al campo della guerra da Fredda-a-Calda. Secondo, la coraggiosa rimanenza di revisionisti generali si è in gran parte votata alla storiografia della Seconda Guerra Mondiale e non ha fatto molto lavoro sulla Guerra Fredda, dove il revisionismo è così disperatamente necessario. E per concludere, c'è una tendenza naturale dei vecchi amici e colleghi da entrambi i lati ad evitare una spaccatura pubblica, e questa tendenza rinforza il desiderio dei revisionisti generali di limitarsi ai fatti della Seconda Guerra Mondiale dove l'unità può essere preservata. Anche se lo studio della Seconda Guerra Mondiale non può, naturalmente, essere mai definito antiquario, devo confessare una certa impazienza verso molti dei revisionisti generali; perché non può esserci operazione più importante nel mondo odierno del chiarire al massimo grado le grandi lezioni del revisionismo ed applicarle ai problemi vitali di oggi – specificamente alla Guerra Fredda. Per questa volta, non possiamo permetterci il “ritardo culturale” di affrontare storiograficamente la prossima guerra con solo un'analisi dell'ultima. La prossima guerra dev'essere evitata, dato che non ci saranno storici per discutere sulle sue lezioni. E se questo può essere fatto soltanto esponendo l'inerente spaccatura nel revisionismo – ebbene, ci sono cose peggiori che possono accadere, e accadono, nel mondo.

III. Barnes e il revisionismo generale

Non dovrebbe provocare sorpresa che il grande leader del revisionismo ha capito e adottato saldamente la veduta d'insieme della sua natura e delle sue implicazioni. Harry Elmer Barnes, fin dalla sua pubblicazione, è stato notevolmente impressionato da 1984 di George Orwell, ed è unico nell'aver penetrato la vera lezione che il libro offre al mondo moderno. Perché è particolarmente ironico che l'Establishment della Guerra Fredda si sia impadronito di 1984 come di un altro bastone con cui picchiare la Russia Sovietica. Molti conservatori hanno esteso la spaventosa visione di 1984 financo al socialismo. Ma Barnes, quasi da solo, si rese conto che i veri precursori di 1984 non erano semplicemente la Russia o la Gran-Bretagna ma anche noi stessi; perché il dominio mostruoso e mortale della società di 1984 veniva imposto a tutti i blocchi di potere del mondo con la giustificazione di perpetue guerre fredde e secondarie guerre calde. Attraverso sempre variabili coalizioni, i governanti dei grandi paesi potevano manipolare i Nemici e inscenare “emergenze” così da stordire il pubblico abbastanza da fargli accettare dei regimi tirannici. 1984 non era semplicemente una geremiade contro il socialismo, ancor meno contro l'ala comunista del socialismo; era un profetico attacco al dispotismo collettivista reso ovunque possibile dalla guerra, dall'intervento straniero e dallo stato caserma.

Il tema orwelliano è stato dominante negli scritti di Barnes sulla Guerra Fredda. Nel suo più recente libro sugli affari esteri, Barnes ha scritto:
Nel suo libro terribilmente profetico 1984, George Orwell nota che la principale ragione per la quale è possibile per l'autorità mantenere la barbarie dello stato di polizia è che nessuno può ricordare le molte benedizioni del periodo che l'ha preceduto…. La grande maggioranza [dei popoli occidentali di oggi] ha conosciuto soltanto un mondo devastato dalla guerra, dalle depressioni, dagli intrighi e dall'intromissione internazionali, dai vasti debiti e da una tassazione schiacciante, dalle intrusioni dello stato di polizia, e dal controllo dell'opinione pubblica per mezzo di una propaganda spietata ed irresponsabile.

Il capitalismo dello stato militare sta inghiottendo sia la democrazia che la libertà in paesi che non hanno ceduto al comunismo…. Negli anni dal 1937, il vecchio internazionalismo pacifico è stato virtualmente estinto e l'internazionalismo stesso è stato conquistato dal militarismo e dal globalismo aggressivo. Il militarismo, precedentemente, era legato molto strettamente all'arroganza nazionale. Oggi, si nasconde dietro il travestimento semantico dell'internazionalismo, che si è trasformato in un mantello per l'ingrandimento e l'imperialismo nazionali…. L'ovvio slogan degli internazionalisti dei giorni nostri, che dominano la professione storica così come la scena politica, è “una guerra perpetua per una pace perpetua.” Questo, si può notare, è anche il cuore ideologico della società di “1984.”

Le misure di sicurezza che si presumono necessarie per promuovere ed eseguire crociate globali stanno determinando velocemente lo stato di polizia in nazioni fino ad ora libere, compresa la nostra. Qualsiasi quantità di controllo arbitrario nella vita politica ed economica, le più vaste intrusioni nelle libertà civili, la più estrema caccia alle streghe e le spese più sontuose, tutto può essere richiesto e giustificato in base ai presunti requisiti della “difesa”…. Questo è precisamente l'attitudine psicologica e la politica procedurale che dominano la società di “1984.” [II]
Barnes continuava spiegando nel dettaglio i modi con cui la storia corrente è diventata Storia di Corte, in modo orwelliano, così come l'opposizione isolata a questa tendenza di storici eminenti come Herbert Butterfield e Howard K. Beale. Indicava il corpo degli storici ufficiali che lavoravano con le forze armate e il ministero dell'interno; al pernicioso ruolo storiografico dell'ammiraglio professor Samuel Eliot Morison, ed allo stringere dei ranghi, nel gennaio 1951, di quasi novecento storici e sociologi, che dichiararono la loro pubblica approvazione della politica della Guerra Fredda di Truman e Acheson. Barnes inoltre sottolineava decisamente il ruolo delle opere di James Burnham nel prepararci “ideologicamente per… la gestione militare [per] istituzioni, tecniche politiche e gli attitudini mentali in stile ‘1984’.” Con vera preveggenza, Barnes notava anche il ruolo crescente della RAND Corporation come “uno degli esempi più cospicui dell'entrata degli storici e di altri scienziati sociali nel ‘Ministero della Verità.’ [III] La sua ideologia di base, la “diplomazia della violenza,” è esposta completamente in Arms e Influence (1966) dal professor Thomas C. Schelling, che venne nominato Sottosegretario di Stato per l'amministrazione nell'aprile del 1967.

Sull'altro lato, Barnes ha elogiato le scritture anti-Guerra Fredda di Lewis Mumford, che era tornato all'anti-interventismo e di Garet Garrett in The People’s Pottage. Come sue raccomandazioni politiche, Barnes ricordava “la tradizionale politica estera americana di benigna neutralità e le sagge esortazioni di George Washington, di Thomas Jefferson, John Quincy Adams e di Henry Clay ad evitare intricate alleanze e sfuggire i litigi stranieri,” e sosteneva il ritorno “ad una sensata politica estera, basata sul continentalismo, sull'interesse nazionale, sulla coesistenza ideologica, sull'urbanità internazionale e sulla cooperazione razionale negli affari mondiali.” [iv]

Due dei saggi in Perpetual War, entrambi elogiati da Barnes, trattavano interamente o in parte della Guerra Fredda. Il professor William L. Neumann scrisse criticamente del programma di sussidi esteri di Truman, compreso il prestito Greco-Turco, e il professor George A. Lundberg indicò allarmato i remoti impegni militari globali dell'amministrazione Truman. Lundberg commentava tagliente:
È affermato solennemente che queste disposizioni sono soltanto per difesa, e qualunque persona, partito, o nazione straniera che manchi di prender per buona la nostra parola su questa intenzione è apertamente ingiurioso ed è accusato di progetti aggressivi contro di noi…. La sensazione sembra essere che le nostre intenzioni pacifiche siano manifeste o che, in ogni caso, la nostra reputazione attuale e passata dovrebbe essere garanzia sufficiente della natura puramente difensiva delle nostre politiche…. Purtroppo, l'annotazione storica e la reputazione sostengono precisamente la tesi contraria – un fatto che può essere spiacevole ma che deve, tuttavia, essere concesso da chiunque non sia disperatamente preda di illusioni etnocentriche…. Come minimo, le nazioni straniere non possono fare a meno di notare che negli ultimi trentacinque anni gli Stati Uniti hanno invaso due volte sia Europa che l'Asia con spedizioni militari che non si potrebbero, senza il più sfrenato sforzo d'immaginazione, essere chiamate difensive. [v]
Barnes introduceva il suo saggio conclusivo nel volume con una stimolante citazione sull'impulso bellico dell'eminente giornalista conservatore, William R. Mathews: “Dopo aver combattuto due guerre mondiali nel giro di una generazione per difendere la democrazia e la libertà, senza altro risultato del vedere quegli ideali perdere terreno nel mondo intero, saremmo ciechi se non capissimo che una terza guerra simile… finirà in una delle più grandi catastrofi della storia.”
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Note

[i] Il concetto di “Intellettuale di Corte” è una sollecita estensione della ripetuta enfasi di Barnes sul ruolo dello “Storico di Corte.” Cfr. Murray N. Rothbard, “The Anatomy of the State,” Rampart Journal (Summer, 1965), pp. 5–11.

Il sig. Marcus Raskin, precedentemente un membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale, è giunto alla ponderata conclusione, sugli strateghi professionisti delle agenzie militari della Guerra Fredda, “che la loro funzione più importante è di giustificare ed estendere l'esistenza dei loro datori di lavoro…. Per giustificare la continuata produzione su grande scala di queste bombe e missili [termonucleari], i leader militari ed industriali avevano bisogno di un certo tipo di teoria per razionalizzare il loro uso…. Questo è diventato particolarmente urgente durante i tardi anni 50, quando i membri con mentalità economica dell'amministrazione Eisenhower cominciarono a domandarsi perché così tanti soldi, pensiero e risorse venivano spesi in armamenti se il loro uso non poteva essere giustificato. E così è cominciata una serie di razionalizzazioni degli ‘intellettuali della difesa’ dentro e fuori le università…. L'approvvigionamento militare continuerà a fiorire, e loro continueranno a dimostrare perché dev'essere così. A tale riguardo non sono diversi dalla grande maggioranza degli specialisti moderni che accettano i presupposti delle organizzazioni che li impiegano a causa delle ricompense in soldi, potere e prestigio…. Ne sanno abbastanza per non mettere in discussione il diritto ad esistere dei loro datori di lavoro.” Marcus Raskin, “The Megadeath Intellectuals,” The New York Review of Books (14 novembre 1963), pp. 6–7. Inoltre vedi Martin Nicolaus, “The Professor, the Policeman and the Peasant,” Viet-Report (giugno-luglio 1966), pp. 15–19.

[II] Harry Elmer Barnes, “Revisionism and the Historical Blackout,” in Barnes, ed., Perpetual War for Perpetual Peace (Caldwell, Id.: Caxton Printers, 1953), pp. 4ff., 59ff. Barnes indicò per la prima volta i pericoli di una Guerra Fredda con la Russia in un dibattito con Morris H. Rubin in Progressive del 30 luglio 1945, alcune settimane prima della fine della Seconda Guerra Mondiale.

[iii] Perpetual War for Perpetual Peace, pp. 61–74. Vedi anche la rivista New Yorker, 8 ottobre 1966, pp. 98ff.; 15 febbraio 1968, pp. 127ff.

[iv] Perpetual War for Perpetual Peace, pp. viii, 4.

[v] George A. Lundberg, “American Foreign Policy in the Light of National Interest at the Mid-Century,” in Perpetual War for Perpetual Peace, pp. 566–568.
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Link alla seconda parte.
Link alla terza parte.

Tuesday, February 17, 2009

Lo stimolo visto da Chicago

In questo nuovo articolo sul piano di stimolo, Michael Rozeff coglie l'occasione per rimarcare le differenze tra l'approccio austriaco e quello della scuola di Chicago, rappresentata da Gary S. Becker e Kevin M. Murphy, che ancora una volta si rivela essere una scuola di pensiero statalista, solo apparentemente più razionale di quella keynesiana. Non ci sono compromessi possibili, spiega Rozeff, la spesa pubblica nasce dalla violenza, e nessun illusorio beneficio a breve o lungo termine può giustificarla.

L'unica cosa che lo stato può fare per il cosiddetto “bene comune” è sempre la stessa: sparire dalla faccia della terra.
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Di Michael S. Rozeff


Dopo aver scritto e pubblicato alcune riflessioni sul piano di stimolo di Obama, ho trovato il tempo per leggere ieri il Wall Street Journal. Ho scoperto che due economisti della scuola di Chicago, il premio Nobel Gary S. Becker e Kevin M. Murphy, avevano scritto un editoriale dal titolo “Non esiste un pasto gratis dello stimolo.” Questo pezzo mi ha suscitato alcune reazioni.

Ma prima di arrivarci, mi è venuta in mente una domanda personale. Com'è che io ho affrontato questa legislazione in modo piuttosto diverso rispetto a loro, essendo il mio metodo molto più austriaco, radicale e anti-stato? Ho dovuto tornare indietro a 40 anni fa. Il mio dottorato viene dalla Scuola di Management dell'Università di Rochester. Una business school, non una facoltà di economia. Ma il cuore della scuola era ed è l'economia. Elementi importanti della facoltà erano economisti di Chicago. Tuttavia, dopo alcuni anni, leggevo l'economia austriaca. Su delle bancarelle, per meno di venticinque centesimi ciascuno, comprai (tra l'altro) l'Azione umana di von Mises, La via della servitù di Hayek, L'uomo contro lo Stato di Spencer e La società di domani di Molinari. Come facevo a saperne abbastanza per riconoscerli e comprarli?

La risposta è in diverse parti. La più importante è che la facoltà aveva delle menti indagatrici. Facevano domande. Sollevavano questioni. Mettevano in discussione i rispettivi lavori. Notavano costantemente i problemi del lavoro altrui. Niente veniva dato per certo. Si poteva sempre ricercare più profondamente qualsiasi cosa fosse accettata o passata come conoscenza. Il merito di questa facoltà risiedeva non così tanto nella proposta di un particolare punto di vista come tale, ma nel fornire un'immersione nella sfida intellettuale. Le porte della facoltà erano aperte agli allievi, un altro fattore importante. Gli allievi erano trattati come pari nel senso che potevano sollevare obiezioni ed ordinare un'udienza tanto come un membro della facoltà.

Feci molte conversazioni con il professor Donald F. Gordon. Don era l'insegnante di Douglass C. North, che ha vinto un premio Nobel. Una fonte recita: “North si è guadagnato la sua laurea in economia all'Università della California a Berkeley, ma per sua propria ammissione ha imparato a ragionare come un economista da Donald Gordon, uno dei suoi colleghi al suo primo impiego all'Università di Washington.” Un'altra fonte dice di Don: “Pensando a Saskatchewan, ecco il più grande intelletto che abbia mai conosciuto, un uomo di Saskatchewan ed un superbo economista, Donald F. Gordon.” Don ha scritto poco. Ha conversato molto. Paul Samuelson ritenne di dover rispondere a mezzo stampa ad un articolo in cui Don criticò i Fondamenti dell'analisi economica di Samuelson.

In un corso, il professor Martin J. Bailey ci fece scrivere delle costituzioni per superare i problemi della nostra. Il suo lavoro, vengo ora a sapere, è risultato in un libro che non ho letto, Costituzione per un paese futuro. L'estensiva recensione di questo libro (di Ed Clarke) loda il lavoro di Bailey al massimo grado.

Immaginate una facoltà piena di una dozzina o più di Don Gordon e Martin Bailey. Erano enfatizzavati l'individualismo metodologico e la microeconomia. Era enfatizzata l'economia qualitativa e non quella quantitativa. L'economia matematica non faceva parte del programma di studi. La teoria dei prezzi sì. Il ragionamento economico anche. La ricerca dava risalto alla teoria, al pensiero, alle idee ed all'interpretazione rispetto all'empirismo. Erano uomini che sostenevano il governo limitato. Non trascuravano la storia economica. Prima o poi, la ricerca arrivava a Wicksell, Böhm-Bawerk, Knight, Hayek ed altri. Si scoprivano facilmente gli austriaci.

Che terreno di intesa c'è fra Becker e Murphy e me (un rappresentante non eletto degli economisti austriaci)? “La spesa [di governo] non è gratis,” Becker e Murphy ci dicono, “in ultima analisi dev'essere finanziata da tasse più alte.” Questa dichiarazione è necessariamente vera, dato che i regali al governo sono una parte trascurabile del suo reddito. Concordo.

È degno del prezzo pagato il pasto che il governo compra con le tasse? Becker e Murphy ci dicono che “tasse sul reddito e commerciali più alte generalmente scoraggiano l'impresa e gli investimenti e provocano un maggiore carico sociale dell'attuale livello del reddito d'imposta necessario per finanziare il maggior debito.” Quelle perdite devono essere assommate contro il pacchetto dello stimolo. Concordo.

Io vado molto oltre, tuttavia. Non solo l'impresa e gli investimenti vengono scoraggiati, ma sono anche portati fuori strada dalla spesa pubblica. Il capitale finisce in investimenti errati. I lavoratori sprecano il loro tempo e la loro fatica ricevendo formazione per mestieri di cui non c'è domanda. Di conseguenza, anche i capitali umani entrano in investimenti errati. Questi investimenti errati pesano sull'economia finché non sono liquidati o riorientati, e questo produce la recessione, con un altro insieme di costi. Mentre accade tutto ciò, con la spesa pubblica che va in progetti sconsiderati, i desideri dei consumatori non vengono soddisfatti. Questi sono costi ulteriori.

Questi costi non sono gli unici. Una legge di stimolo, specialmente di queste dimensioni, rinforza una dinamica negativa che pone il proprio peso sullo sforzo produttivo. Qualsiasi governo che funge da assicuratore a posteriori contro i problemi economici (anche di propria creazione) induce la gente ad attendersi futuri salvataggi. Riorganizzano di conseguenza le loro vite, diventando più dipendenti dal governo. Inoltre imparano ad usare il potere del governo di prendere da altri. Queste azioni causano il deteriorarsi del sistema sociale e l'atrofizzarsi dell'economia privata. Fa parte di un processo dinamico in cui il governo cresce ed il prodotto privato non riesce a sviluppare il suo potenziale di libero mercato. Anche la moralità dell'intera società si deteriora.

Becker e Murphy indicano due nuove negatività. Una è che molte parti della legge sono ispirate politicamente, con il risultato che “le varie componenti del pacchetto è improbabile che passino un qualsiasi test ragionevolmente rigoroso di costi e benefici.” Concordo ma vedo la questione abbastanza diversamente. In primo luogo, non c'è test empirico di costi e benefici, rigoroso o meno, che possa esser fatto. Non può esser fatto perché non c'è modo di misurare tutti i costi quando il pubblico deve pagare le tasse. Non c'è inoltre modo di misurare i benefici quando qualcuno guadagna ed altri perdono. Non ci sono misure obiettive di tali valori, e non ci sono mercati dei beni del governo che forniscano tali misure.

Secondo, misurare costi e benefici significa presumere che il governo sia un'entità adeguata per fare progetti d'investimento. Presume che sia possibile che in alcuni casi i benefici superino i costi, e quindi che la coercizione di governo sia giustificata. Non sono d'accordo. La coercizione di governo non è mai giustificata, non solo perché la forza è male, ma anche perché la maggior parte delle persone pensano e concordano sul fatto che la forza sia un male al livello personale. La coercizione del governo insidia una funzione essenziale del capitale sociale della società, che è la distinzione fra giusto e sbagliato in cui crede la maggior parte della gente. La maggior parte della gente non crede nell'uso della forza contro gli altri a livello personale. Quando il loro governo fa questo, la società comincia a scollarsi mentre la distinzione fra giusto e sbagliato è cancellata ufficialmente.

Inoltre, l'approccio caso per caso di Murphy e Becker manca di riconoscere la dinamica negativa nel lungo termine del potere di governo. Col passare del tempo, in America abbiamo scoperto che il governo può impegnarsi in qualsiasi progetto desideri, in quanto la costituzione è tale da consentirlo. L'invocazione del test di costi e benefici serve solo a occultare con un mantello di rispettabilità lo spiacevole fatto che ogni progetto immaginabile è un'occasione per i furti del governo.

La seconda negatività che Murphy e Becker menzionano è che il governo non potrà spendere saggiamente 500 miliardi di dollari in un breve periodo di tempo. Questo è certamente vero ed è un'osservazione valida. La fretta provoca sprechi. Penso che ci sia qualcos'altro di importanza ancora più fondamentale : il governo non può spendere i suoi redditi saggiamente nemmeno in lunghi periodi di tempo. Per il governo, anche la lentezza provoca sprechi.

Becker e Murphy notano che i programmi governativi tendono a sopravvivere una volta che sono messi in opera; molto raramente vengono tagliati. In altre parole riconoscono l'andamento unidirezionale precisato da Robert Higgs. Concordo. L'unica ragione per la quale la considerano una negatività è che una volta che l'economia sarà tornata alla piena occupazione, lo stimolo di quelle spese sarà minore di adesso, quando siamo sotto alla piena occupazione. Nelle loro parole: “Il moltiplicatore a quel punto sarà certamente molto più vicino allo zero.” Questo per loro significa che un dollaro di “prodotto” del governo semplicemente sostituirà un dollaro di prodotto privato.

Io vado molto oltre. Il prodotto del governo (spesa) non è equivalente alla spesa privata. Le due cose differiscono fondamentalmente. La spesa pubblica deriva dall'intervento violento negli scambi privati, mentre gli scambi privati (non-criminali) sono pacifici. I dollari spesi dal governo non sono in alcun senso surrogati economici dei dollari spesi privatamente. Questi ultimi conducono a miglioramenti nei vantaggi di tutte le persone che scambiano, mentre i primi arricchiscono alcune persone a scapito di altre che si impoveriscono. Come ho appena argomentato, l'intervento violento del governo lascia generalmente in peggiori condizioni la società perché l'intervento violento del governo infrange la norma di legge scolpita nei cuori della gente.

Becker e Murphy si chiedono “quale aumento del prodotto interno lordo (P.I.L.) ci si può attendere dal pacchetto di stimolo?” La loro congettura è che un dollaro speso dal governo aumenterà il P.I.L. a breve termine di “molto meno” di un dollaro. Concordo. Pensano che i progetti scelti in questa legge “principalmente sottrarranno risorse da altri utilizzi.” Aggiungo che questo è vero per tutti i progetti di governo.

Diversamente da Becker e da Murphy, io non accetto il concetto di fare del P.I.L. un obiettivo e un test di verifica con cui valutare uno pacchetto di stimolo. Possiamo immaginare che sarebbe un criterio migliore della situazione attuale in cui la speaker Pelosi esprime la corruzione assoluta della politica democratica su una scala così grande che supera Jim Wright di vari ordini di grandezza. Possiamo immaginare che sarebbe un miglioramento rispetto allo spreco totale ora impostoci da Pelosi e compagnia bella, se davvero fossero costretti a giustificare le loro spese in base a benefici reali. Queste fantasie non potranno mai realizzarsi. Il governo invariabilmente inventerà, manipolerà o ignorerà qualsiasi statistica sia in suo controllo. Il P.I.L. è semplicemente una delle armi del suo arsenale. Se scegliamo gli impieghi creati da un programma come obiettivo statistico, i risultati saranno altrettanto terribili: spreco e ancora spreco. Quando l'idea è di ingrassare selezionati sostenitori in campi come l'energia, la salute e l'educazione, il P.I.L. è solo un conveniente strumento di propaganda. Presenta un'altezza da superare collegata all'assicurazione, presto dimenticata, che sarà superata. Come obiettivo, il P.I.L. ci trasforma in una muta di animali attaccati ad un carro con il governo che ci guida con una frusta, cercando di far raggiungere al carro la maggiore altezza possibile.

Il P.I.L. fa parte dei giochi di specchi, della magniloquenza e dei trucchi verbali di Washington. Crea l'apparenza (falsa) che l'economia sia un'entità gestibile che Washington dirige per il bene comune. Sotto i trucchi e la grancassa, va avanti il gioco pacchiano del trasferimento di denaro.

L'idea base di Murphy e di Becker è che lo stimolo a breve termine del pacchetto sarà minore di quanto altri prevedono, ma che ci possano essere benefici a lungo termine dalle parti che riguardano l'energia, la salute e l'educazione. Questo conflitto sembra crear loro delle difficoltà. A me no, dato che non c'è alcun conflitto. Non ci sono neanche benefici a lungo termine. Nessun denaro del governo dovrebbe essere o necessita di essere speso in mulini a vento o in qualunque altra cosa passi attualmente per energia rinnovabile. Il governo è così furbo che ha riempito la riserva strategica di milioni e milioni di barili di petrolio carissimo il cui prezzo è ora crollato. Il governo non può indovinare i vincitori nel campo dell'energia e non può stare al passo con i cambiamenti nei mercati e nella tecnologia dell'energia. È follia totale pensare che possa farlo. La legge di stimolo prevede diverse disposizioni sulla sanità che cambieranno il volto della medicina americana controllando quel che i medici prescrivono e le loro terapie. Non ci sono benefici a lungo termine in quella direzione, solo costi altissimi, se ai pazienti più anziani cominciano ad essere negati i trattamenti, anche quando sono disposti a pagare di tasca loro. A quel punto, prevedo che avremo bisogno di un nuovo Samuel Adams, o più d'uno, per creare dei Comitati di Corrispondenza. Ho letto che la legge di stimolo destina più fondi all'educazione della somma dei dieci anni trascorsi. Qualunque sia la cifra, è troppo alta nella sua somma totale. Il governo non può produrre educazione di alta qualità più di quanto possa manutenere gli argini o portare aiuto agli abitanti di New Orleans.

Monday, February 16, 2009

Made in sud

Secondo la nota citazione di Orwell, chi controlla il passato controlla il futuro, e il mito fondante della nostra repubblica è un esempio perfetto di questo assioma. Lo stato riscrive la storia – o meglio la cancella e sostituisce con delle leggende, che si premura di inculcare nelle menti dei giovani sudditi nei suoi centri d'indottrinamento “gratuiti” – perché conoscerla permette di svelare la vera natura aggressiva e oppressiva dello stato. Così le guerre d'annessione diventano “di liberazione” e dei criminali sanguinari passano alla storia come eroi. Ridiamoci sopra con questa performance di Paolo Caiazzo.

Vietato dubitare

Nella lista di Download di questo blog potete trovare tra le altre cose un documentario che mette in dubbio la versione ufficiale degli attentati a Londra del 2005, intitolato 7/7 Ripple Effect. Attenzione: se lo scaricate, sarà a vostro rischio e pericolo, non mi assumo alcuna responsabilità sulle possibili conseguenze.

Conseguenze che potrebbero comprendere, per esempio, l'essere perseguiti dalle autorità, e il dover comparire davanti ad un tribunale, come è successo al signor Anthony John Hill, che è stato arrestato dalla Garda, la polizia irlandese, proprio per aver spedito copie del video – liberamente distribuito sulla rete – al giudice ed al capo di una giuria al processo di persone sospettate di coinvolgimento nella preparazione degli attentati al Tribunale Penale di Kingston.

Scrive l'Irish Times:
Ieri, in tribunale, il sergente Seán Fallon ha detto di aver arrestato il sig. Hill nella sua casa di Kells alle 8.14am, e che quando gli ha chiesto se sapesse qualcosa del DVD, ha risposto: “L'ho spedito. Credo che quegli uomini non siano colpevoli.”

La Garda ha inoltre sequestrato i computer con cui Hill ha fatto le copie del DVD e farà richiesta alla corte per spedirli alle autorità britanniche, mentre l'accusato è stato tenuto in custodia.
Il motivo di questi soprusi contro la persona e le proprietà del signor Hill? Presumibilmente è quello di non aver creduto alla versione approvata dal governo dell'accaduto, tutto sommato, al di là delle molte incongruenze evidenziate dal documentario, un atteggiamento piuttosto ragionevole considerati i poco lusinghieri risultati delle forze dell'ordine britanniche nella lotta contro il crimine.

Ma le autorità vegliano sulla nostra sicurezza e ci proteggono dal terrore, e intralciare questa eroica missione è criminale. Anche se poi si scopre, come nell'infame caso delle “bombe liquide” costato centinaia di milioni alle autorità aeroportuali ed alle linee aeree, nonché causa di incalcolabili disagi per i passeggeri, che una parte sostanziosa di questo terrore è totalmente inventata, per la gioia delle aziende specializzate in sicurezza attaccate alla mammella dello stato.

Forse è proprio questo il crimine dell'ingenuo signor Hill: aver intralciato la regolare distribuzione di storie funzionali al monopolio statale della sicurezza. Non commettete il suo errore.

Sunday, February 15, 2009

Saturday, February 14, 2009

Pirati dell’Aria

Le avventure aeree, com'è facile immaginare, sono tra i soggetti di conversazione più popolari a Laputa. Non c'è evento accaduto nei cieli che non sia stato dibattuto ed analizzato più e più volte dagli eccentrici abitanti dell'isola volante. Ed è di queste accese discussioni che il nostro corrispondente Giovanni Pesce, detto il Pesce Volante, vuole darci un assaggio, piccolo ma gustoso: tra noi semplici abitatori delle immobili terre, chi si ricordava degli eventi e dei personaggi descritti nel dispaccio di questa settimana? Ciò che avviene sopra le nostre teste ci ammalia e ci spaventa, ma lo dimentichiamo in fretta, impegnati come siamo a lottare contro le quotidiane avversità di bassa quota. Il cielo, per noi, è ancora il regno degli angeli e degli dei.

Approfittiamo allora dell'occasione per volare indietro nel tempo e ricordare qualche strano episodio e delle coincidenze che danno da pensare.

La Gongoro Airlines vi augura buon viaggio e buon fine settimana.
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Di Giovanni Pesce


Una mattina di un giorno di settembre alcuni ragazzi arabi decisero di iniziare una spettacolare azione di dirottamento aereo e così, dopo essersi divisi in quattro gruppi operativi, attuarono la loro azione con questo piano operativo:
  1. Un primo gruppo dirottò un Boeing 707 diretto a New York;
  2. Un quarto d’ora dopo, un altro gruppo tentò di dirottare un secondo aereo;
  3. Alle 14.30 dirottarono un terzo aeromobile, un Boeing 747 diretto a New York;
  4. Dirottarono anche un quarto aereo che fu fatto esplodere l'11 Settembre.
Anche se può sembrare strano, questi fatti non sono avvenuti nel 2001 bensì circa trent’anni prima. Infatti correva l’anno 1970, e lo scenario era l’Europa, il Medio Oriente e l’Egitto.

Erano anni nei quali l’hijacking era questione di routine quasi giornaliera: Ralph Minichiello aveva dirottato un B707 TWA da San Francisco a Roma, per terminare la fuga al Santuario del Divin Amore, e venivano pubblicati libri ad hoc come quello con il titolo “Codice 7500: Dirottamento di aerei” nel quale si spiegavano al grande pubblico le procedure che devono essere eseguite dai piloti e dai controllori di volo in quei casi particolari.

Comunque l’azione del 1970, iniziò il 6 Settembre e terminò dal punto di vista aeronautico il 12 Settembre, pur con degli strascichi politico-legali.
I lettori meno giovani ricorderanno la partecipazione della nota Leila Khaled, che insieme con altri tentò di dirottare il secondo aereo, quello dell’EL AL.
In quell’azione gli uomini addetti alla sicurezza dell’aereo israeliano riuscirono ad interrompere il tentativo di dirottamento e così l’aeromobile rientrò all’aeroporto di Londra.

Gli altri aerei terminarono la loro vita operativa in una striscia di terra nel deserto della Giordania, eccetto il Boeing 747 che fu distrutto all’aeroporto del Cairo.

Finita l’azione, iniziò una lunga trattativa tra i dirottatori appartenenti al Movimento di Liberazione della Palestina ed i governi interessati al salvataggio dei passeggeri e degli equipaggi degli aeromobili sequestrati.

Queste ricostruzioni sono state effettuate con i materiali dell’epoca, anni nei quali ancora pensavo che i giornali ed i media raccontassero fatti “reali”.

Friday, February 13, 2009

Ron P... utin!

“I wonder if I've been changed in the night? Let me think. Was I the same when I got up this morning? I almost think I can remember feeling a little different. But if I'm not the same, the next question is 'Who in the world am I?' Ah, that's the great puzzle!”
(Lewis Carroll, Alice in Wonderland)

Si leggono cose di questi tempi, che viene il dubbio di esser passati senza rendersene conto nel mondo dall'altra parte dello specchio. Perché diciamoci la verità, chi mai avrebbe pensato, solo qualche anno fa, di sentire un ex capo del KGB dare lezione di libero mercato agli Stati Uniti? Sembra incredibile, eppure succede anche questo: mentre il mago di Ob conduce gli USA verso il sol dell'avvenire, Vladimir Putin ammonisce contro l'invadenza dello stato in economia. Sentite che roba:
Il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero imparare una lezione dalle pagine della storia russa e non esercitare “eccessivo intervento nell'attività economica e fede cieca nell'onnipotenza dello stato.”
Sembra Ron Paul!
“Nel ventesimo secolo, l'Unione Sovietica rese assoluto il ruolo dello stato,” ha detto Putin nel discorso alla cerimonia d'apertura del World Economic Forum a Davos, in Svizzera. “A lungo termine, questo rese l'economia sovietica totalmente non competitiva. Questa lezione ci è costata cara. Sono sicuro che nessuno vuole vederla ripetuta.”
Ancora:
“... né dovremmo chiudere gli occhi di fronte al fatto che lo spirito della libera impresa, che include il principio di responsabilità personale degli uomini d'affari, degli investitori e degli azionisti per le loro decisioni, si stia corrodendo negli ultimi mesi. Non c'è motivo di credere che possiamo raggiungere risultati migliori spostando la responsabilità allo stato.”

Putin ha inoltre ammonito gli Stati Uniti contro l'uso del keynesismo militare [!!!] per sollevare la propria economia dalla recessione, dicendo, “a lungo termine, la militarizzazione non risolverà il problema ma piuttosto lo calmerà temporaneamente. Ciò che farà è di risucchiare enormi risorse finanziarie ed altre dall'economia invece di individuare migliori e più saggi usi per esse.”
È ufficiale: Putin legge Mises.org. Le sue conclusioni:
“Il momento per l'illuminazione è arrivato. Dobbiamo affrontare, con calma e senza autocompiacimento, le cause alla radice di questa situazione e provare a guardare al futuro.
Ok, dov'è la telecamera nascosta?

13 febbraio 1945

La notte del 13 febbraio 1945, sull'artistica città di Dresda, priva di industrie e di strutture militari, e per questo motivo affollata di profughi e di prigionieri di guerra, venivano scaricate circa tremila tonnellate di bombe, in gran parte incendiarie, che provocarono una terribile tempesta di fuoco e la morte – si calcola – di più di 100.000 persone.

Tra i pochi superstiti c'era lo scrittore Kurt Vonnegut, che dalla sua esperienza in questo enorme crimine di guerra trarrà l'ispirazione per il romanzo Mattatoio n.5. Questo è il brano in cui descrive la sua uscita dal rifugio.
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Di Kurt Vonnegut


Lui era giù nel deposito della carne, la notte che Dresda venne distrutta. Sopra si sentivano come dei passi di giganti: erano grappoli di bombe ad alto potenziale che cadevano. I giganti non la smettevano più di camminare. Il deposito della carne era un rifugio sicurissimo. Là sotto cadeva solo, di tanto in tanto, una pioggia di polvere d'intonaco. C'erano gli americani, quattro delle loro guardie, alcune carcasse di animali e nessun altro. Le altre guardie, prima che cominciasse il bombardamento, erano tornate al calduccio delle loro case a Dresda. Sarebbero rimaste tutte uccise insieme alle loro famiglie.
Così va la vita.
Anche le ragazze che Billy aveva visto nude stavano morendo, in un rifugio molto meno solido, in un altro punto del macello.
Così va la vita.
Ogni tanto una guardia andava in cima alle scale a vedere cosa stava succedendo là fuori, poi tornava giù e bisbigliava qualcosa alle altre. C'erano degli incendi, fuori. Dresda era tutta una sola, grande fiammata. Quell'unica fiammata stava divorando ogni sostanza organica, ogni cosa capace di bruciare.
Non fu prudente uscire dal rifugio fino a mezzogiorno dell'indomani. Quando gli americani e le loro guardie vennero fuori, il cielo era nero di fumo. Il sole era una capocchia di spillo. Dresda ormai era come la luna, nient'altro che minerali. I sassi scottavano. Nei dintorni erano tutti morti.
Così va la vita.

Le guardie si strinsero istintivamente le une alle altre, roteando gli occhi. Passavano da un'espressione all'altra e non dicevano niente, pur aprendo continuamente la bocca. Formavano anche loro una specie di quartetto vocale, ma muto.
“Addio per sempre, ragazze e vecchi amici,” avrebbero potuto cantare, “addio per sempre, compagni e innamorate... Dio vi benedica...”

“Raccontami una storia” disse un giorno Montana Wildhack a Billy Pilgrim nello zoo tralfamadoriano. Erano a letto, fianco a fianco, ed erano soli. La cupola era coperta dalla calotta. Montana era incinta di sei mesi, grossa e rosea, e di tanto in tanto chiedeva pigramente a Billy dei piccoli favori. Non poteva mandarlo fuori a prenderle un gelato o delle fragole, dato che fuori della cupola l'atmosfera era satura di cianuro, e le fragole e il gelato più vicini erano a milioni di anni luce di distanza.
Poteva mandarlo ad aprire il frigorifero con l'immagine della coppia sul tandem o poteva sussurrargli, come adesso: “Raccontami una storia, Billy.”
“Dresda venne distrutta la notte del 13 febbraio 1945” cominciò Billy Pilgrim. “Noi uscimmo dal nostro rifugio il giorno dopo.” Raccontò a Montana delle quattro guardie che, nel loro stupore e nella loro angoscia, sembravano un quartetto vocale di dilettanti. Le parlò del macello con tutti i pali di cinta spariti, con i tetti e le finestre andati; le disse di aver visto qua e là dei piccoli ceppi carbonizzati. Erano le persone rimaste intrappolate nell'incendio. Così va la vita.
Billy le disse cos'era accaduto agli edifici che prima formavano come una scogliera intorno al macello. Erano crollati. Il legno si era consumato, le pietre erano cadute e si erano ammucchiate una sull'altra fino a formare delle dune basse e graziose.
“Era come sulla luna” disse Billy Pilgrim.

Le guardie ordinarono agli americani di mettersi in fila per quattro, e gli uomini ubbidirono. Li fecero marciare di nuovo verso la porcilaia dove erano vissuti fino ad allora. I muri erano ancora in piedi, ma le finestre e il tetto erano crollati e dentro non c'era altro che cenere, e grumi di vetro fuso. A questo punto ci si rese conto che non c'erano più né cibo né acqua, e che i sopravvissuti, se volevano continuare a sopravvivere, dovevano mettersi a camminare sulla superficie lunare, scavalcando una duna dopo l'altra.
Cosa che fecero.

Le dune erano lisce solo da lontano. Quelli che vi si arrampicarono impararono che erano cose frastagliate e infide – calde al tocco, spesso instabili – pronte, quando venivano smosse certe rocce particolarmente voluminose, a sfaldarsi ulteriormente e a formare dune più basse e più solide.
Mentre la spedizione attraversava la luna, nessuno parlò molto. Non c'era niente da dire. Una cosa era chiara: in città dovevano essere morti proprio tutti, e se c'era ancora qualche anima viva, rappresentava un'incrinatura in questa immagine. Sulla luna non doveva esserci proprio nessun altro abitante.

Thursday, February 12, 2009

Lo stimolo degli abomini

Niente di nuovo. Nessun cambiamento. La parola d'ordine è sempre la stessa: spendere, consumare. L'unica differenza rispetto al passato è il rivestimento ideologico del dogma: stavolta bisogna consumare non più per semplice edonismo, ma per “salvare l'economia.” A parità di idiozia, se non altro la vecchia dottrina era più onesta, nessuno pensava che lo “shopping therapy” potesse avere effetti taumaturgici addirittura sull'intera economia.

Purtroppo il nuovo commander in chief oltreoceano pare invece esserne convinto, crede davvero che basterà spargere un po' di terribiliardi e di spaventilioni di dollari per rendere tutti più ricchi e più felici. Michael Rozeff crede invece che Obama si sbagli di grosso, e io con lui.
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Di Michael S. Rozeff


Il governo federale sta per approvare una legge che autorizza circa 800 miliardi di dollari di nuove spese. Il ministro del Tesoro introdurrà oggi altre nuove misure. Altre simili sono in arrivo. In più, la politica monetaria della Fed sosterrà queste spese.

Queste misure non cambieranno l'economia in modo significativo. Il governo non può aprirci la strada verso una maggiore ricchezza a forza di spesa. I legislatori ed i burocrati sono autorizzati a fare delle leggi ed a farle rispettare. Non sono nella posizione di fare ciò che milioni di imprese fanno, che è scoprire cosa vogliamo, produrlo e lo distribuirlo ai prezzi accettabili. Non sono nella posizione di selezionare ed investire in beni capitali effettivi che rendano la produzione più efficiente e aumentino i salari reali e i redditi.

Non è che il governo non possa stampare i soldi e spenderli, e convincere altri a prenderli in prestito e spendere. Lo può fare. L'ha fatto. Lo farà. Il governo può far verniciare ogni ufficio postale negli Stati Uniti, se lo desidera. Può stimolare le vendite di pennelli e vernici, per un po'.

Non è che il governo non possa far apparire migliori le statistiche sulla disoccupazione (solitamente con un notevole ritardo). Lo può fare. Può assumere i disoccupati e dar loro dei pennelli. Chi li pagherà? Il governo? Come? Se tassa coloro che lavorano, essi produrranno di meno ed avranno meno da risparmiare e consumare. Trasferire la ricchezza non genera ricchezza; scoraggia la produzione di ricchezza. Se prende in prestito, c'è tanto meno a disposizione perché l'investimento privato possa soddisfare le esigenze reali. Se stampa soldi, impone una tassa d'inflazione a tutti coloro che possiedono beni monetari e scoprono che i prezzi stanno aumentando.

Non è che gli economisti di corte non possano alla fine trovare alcune statistiche di cui gloriarsi. Possono farlo e lo faranno.

Non è che i politici ed i giornalisti di corte non possano inventarsi delle storielle economiche plausibili ma fallaci e dare la colpa di tutti i mali economici al mercato libero. Possono farlo e lo faranno. C'è sempre la favola che ogni dollaro speso dal governo moltiplica magicamente la produzione. Ma se gli stipendi dell'imbianchino sono rubati o presi in prestito dalle forze produttive, quel passivo annulla la spesa dell'imbianchino.

E se l'imbianchino spende dei soldi stampati per l'occasione dal governo, il risultato non è migliore di quando un falsario spaccia le banconote a Wal-Mart e ne svuota il magazzino. Così facendo ruba da coloro che hanno prodotto le merci che stanno sugli scaffali di Wal-Mart. Perché quando arrivano al magazzino per comprare quelle merci con i soldi che hanno guadagnato producendole, trovano che gli scaffali sono vuoti! La loro produzione se n'è andata in cambio del nulla. Per ottenere quello che desiderano, dovranno lavorare un'altra settimana, esaurendo nel frattempo le loro scorte di cibo e di beni necessari. La fornitura inflazionistica di denaro ha tassato via la loro produzione ed ha svalutato i loro stipendi monetari.

Non è che tutti questi poteri del governo, dell'accademia e della stampa non possano ignorare la storia ed il chiaro pensiero delle menti grandi del passato, rimanendo attaccati alle loro ignoranti e distorte versioni dell'economia. Possono farlo. L'hanno fatto. Lo fanno, e lo faranno ancora.

È che queste persone dello stato, la loro retorica, le loro politiche, non sono orientate verso la creazione di una base solida e reale per una crescita dei redditi reali. Le loro politiche sono basate sul sottrarre con la forza le risorse di chi produce ed usarle per costruire una fragile capanna di paglia che crollerà al primo soffio di vento. Non offrono niente per incoraggiare il risparmio. In effetti, caricano il peso sul risparmiatore e sul produttivo. Dal momento che il risparmio è la fonte degli investimenti, non offrono combustibile per l'attività imprenditoriale. Dal momento che gli imprenditori sono la fonte dell'occupazione, non offrono sostegno per lavori che possano aumentare i redditi reali. Le loro politiche tentano, e possono riuscirci, di fissare gli investimenti sballati del passato mentre ne aggiungono di nuovi. Caricano l'economia americana di grandi aumenti di debito ed allo stesso tempo le fanno perdere competitività. Si assicurano che l'attività economica non riesca a soddisfare i bisogni reali del popolo americano. Come i venditori di olio di serpente, offrono falsi palliativi e pozioni mentre la vera malattia fa il suo corso e abbatte il paziente. Le loro politiche diminuiranno le scorte di beni capitali dell'economia e renderanno più poveri gli americani. Saremo meno in grado di mantenere i nostri marchi di fabbrica imprenditoriali: innovazione, spirito d'iniziativa, adattamento e flessibilità.

Abbiamo una scelta: teoria economica errata o teoria economica giusta. Abbiamo una scelta fra l'economia keynesiana e l'economia austriaca, che a sua volta è costruita su una lunga storia di economia corretta conquistata con molti travagli e dibattiti attraverso centinaia di anni. Lo Stimolo degli Abomini è costruito su di una teoria economica errata. È costruito sull'economia keynesiana, che è l'economia dominante del nostro tempo fra i politici. Si adatta convenientemente al loro ruolo come detentori di potere. È uno Stimolo degli Abomini per diversi motivi. Nuoce terribilmente agli americani. Prolunga la recessione. Continua le difettose politiche del passato. Manca totalmente di prendere di mira quelle politiche e di sostituirle con politiche migliori. Paga i gruppi di interesse favoriti. Asseconda i capricci del corpo governativo. Spreca sfacciatamente denaro. È agli antipodi della giusta teoria economica, che è il sudato prodotto di secoli di sforzi, e la sostituisce con l'errata teoria keynesiana. Fa partire la presidenza di Obama col piede sbagliato e affonda le speranze di molti. Pone le basi per un'ulteriore simile spesa.

Nel 2008, il governo federale ha passato le seguenti notevoli misure per affrontare i problemi economici del paese:
  • 13 febbraio 2008. Legge dello Stimolo Economico del 2008. Circa 160 miliardi di dollari in detrazioni fiscali. Aumenti nei limiti delle ipoteche.
  • 30 luglio. Legge per il Recupero Economico e Immobiliare del 2008. FHA per garantire fino a 300 miliardi di dollari di nuove ipoteche. Fannie Mae e Freddie Mac posti sotto il controllo dell'Agenzia Federale della Finanza Immobiliare.
  • 1° ottobre. Legge di Stabilità Economica d'Emergenza del 2008. Il ministro del Tesoro degli Stati Uniti autorizzato a spendere 700 miliardi di dollari nel sistema bancario.
  • Il 13 febbraio, l'indice azionario S&P 500 era a 1364. Il 29 luglio, a 1288. Il 1° ottobre, 1161. Sette sessioni di mercato più tardi, era a 885, un crollo del 24 per cento. Attualmente, è a 871.
Colpisce che il mercato azionario sia sprofondato del 24 per cento nelle sette sessioni di mercato da quando la proposta di legge del 1° ottobre è stata approvata. Un crollo di tali dimensioni è un evento raro. Usando il mercato azionario come metro di giudizio, sarebbe difficile sostenere che questa legislazione (o le leggi precedenti) abbia aiutato l'economia. I valori delle azioni confiscano il valore atteso dei futuri flussi di contante. Scontano i prospetti futuri. Se quei prospetti fossero migliorati significativamente ed gli investitori avessero creduto in quei miglioramenti, è improbabile che le azioni sarebbero cadute del 35 per cento fra il 13 febbraio e il 1° ottobre.

Il presidente ed i suoi consulenti economici hanno scelto la teoria keynesiana. Se credete in quella teoria, vi aspetterete un miglioramento della situazione economica con l'entrata in vigore delle misure dello stimolo di Obama. Vi aspetterete una ripresa del mercato azionario. Mentre sto scrivendo, il mercato azionario è giù del 4 per cento. È il giorno dopo la prima conferenza stampa di Obama. Il mercato azionario è un indicatore confuso, ma non è del tutto irrilevante. È sorprendente che il mercato azionario non sia ancora più giù. Forse gli investitori hanno già calcolato il danno che Obama è probabile infligga in futuro. Ne dubito, comunque.

La conferenza stampa di Obama esprime fin dall'inizio la teoria economica sbagliata. È la teoria per cui la spesa di consumo è il combustibile dell'economia e se non si brucia questo combustibile l'economia si arresta. Per contro, questa teoria dice che se il consumatore è alimentato con qualunque genere di lavoro o di denaro, allora può far ripartire l'economia e farla funzionare. Questa stessa idea, che è l'idea keynesiana, ha dominato il pensiero in tutto il mondo per decenni, a dispetto della sua falsità. Nell'ultima recessione, Greenspan mandò su di giri i consumatori stampando soldi. Uno dei risultati è stato un impulso nelle importazioni e un incredibile deficit commerciale sul bilancio corrente. Un altro è stato il boom ritardato che ci ha portati alle attuali condizioni dell'economia. La riparazione di Greenspan non era permanente. Non avrebbe potuto essere permanente. Stampare soldi non crea ricchezza. Distorce gli investimenti, tassa gli sforzi produttivi, conduce al consumo di capitale, causa un boom del credito e speculazione e, dopo un certo tempo, provoca il genere di crollo cui abbiamo assistito.

Obama vuole generare consumo. Lui lo chiama anche domanda. Questo è un metodo sbagliato costruito su di una teoria sbagliata. Il metodo giusto è di generare risparmio. Questo genera investimenti nelle zone della richiesta e del bisogno reali, che a sua volta genera posti di lavoro e redditi su una base non inflazionaria. In questo modo, i redditi reali possono aumentare. Non ci può essere consumo genuino senza la produzione che fornisca i mezzi per comprare il prodotto. I buoi devono stare davanti al carro e tirarlo, e quei buoi sono la produzione.

Obama ha rilasciato questa dichiarazione spaventosa: “Ma come abbiamo imparato molto chiaramente e conclusivamente negli ultimi otto anni, le riduzioni d'imposta da sole non possono risolvere tutti i nostri problemi economici – in particolar modo le riduzioni d'imposta indirizzate ai pochi americani più ricchi. Abbiamo provato ripetutamente quella strategia ed è servita soltanto a condurci alla crisi che affrontiamo ora.” La sua certezza è tanto spaventosa quanto è errata questa dichiarazione in ogni sua parte. Dà la colpa di questa crisi al nemico sbagliato, le riduzioni d'imposta, quando in realtà hanno contribuito a creare una certa rispettabile crescita negli ultimi anni. Quei tagli non sono stati indirizzati ai pochi americani più ricchi. Questa è demagogia. Inoltre, persino Bill Clinton ha promosso occasionalmente le riduzioni d'imposta. I problemi che manca di menzionare sono la spesa pubblica, che in questi ultimi 33 anni si è gonfiata a dismisura, e una politica di denaro a buon mercato che è continuata per la maggior parte di quel tempo e che ha rallentato soltanto fra il 2005 ed il 2007.

In mezzo a tanta confusione è apparso un raggio di luce che è stato quasi immediatamente spazzato via. Obama ha detto che il tasso di risparmio è diminuito (anche se non aveva idea del perché sia diminuito o del fatto che il governo ha avuto una qualche responsabilità in questo). Ha notato che non possiamo spendere indefinitamente senza produrre qulcosa. Ma poi è andato avanti sostenendo che spendere ora per creare 4 milioni di posti di lavoro ha la massima priorità, come se questo fosse l'unico modo possibile per alleviare la sofferenza dell'economia. Ed è così che la vede. Spendere o non far niente, un'alternativa che ha denunciato varie volte e che ha associato al partito di opposizione. Il sig. Obama non sembra realizzare i vasti effetti economici che deriverebbero dalla sua guida in altre zone. Il governo federale è un fattore enorme nell'economia a causa delle sue dimensioni, della sua spesa, dei suoi prestiti e, non meno importanti, delle sue politiche fiscali e delle sue regolazioni. Egli sembra accettare lo status quo in tutto ciò, mentre cerca il modo di ampliare la sanità ed i programmi per la creazione di posti di lavoro del governo. Sembra una visione notevolmente ristretta per un leader votato al cambiamento progressista.

Obama misura il suo successo sulla creazione di 4 milioni di posti di lavoro, tra le altre cose, ed è preparato a spendere sempre di più per raggiungere quell'obiettivo. Tali spese supplementari sono molto probabili perché la creazione di posti di lavoro è un indicatore ritardato che si presenta alla fine di una recessione o quando comincia una nuova espansione. Nell'ultima recessione, la somma totale dei salari non agricoli non ha raggiunto il picco del 2001 fino al 2005, 3 anni dopo la fine della recessione. Questa recessione è più profonda. I risultati non saranno rapidi. Se Obama insiste nel creare 4 milioni di posti di lavoro rapidamente, i costi saranno molto alti nella distorsione dell'economia e nell'impedirle di uscire da questa recessione con delle basi solide per una futura crescita.

A proposito, il mercato azionario è ora giù del 5,2 per cento.