Wednesday, March 24, 2010

La storia, romanzo progettato per unirci

Leggendo questo estratto del nuovo libro di Jeff Riggenbach Why American History Is Not What They Say: An Introduction to Revisionism non ho potuto fare a meno di pensare a cosa scriveranno gli storici – se mai ci saranno – del periodo storico che stiamo vivendo: armati in pratica solo di ciò che potranno recuperare da una mole mai così vasta di produzione giornalistica, si troveranno a dover descrivere il catastrofico crollo della nostra civiltà. Come la interpreteranno?

La risposta di Riggenbach, e quella del buonsenso, potrebbe essere questa: nel modo che la situazione in cui si troveranno a vivere suggerirà loro, per convenienza o secondo le loro convinzioni. Perché alla fine, la storia, tutta la storia, è solo un grande romanzo.

(Già pubblicato in due parti).
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Di Jeff Riggenbach


Oggi, la storia va considerata, se non come una delle scienze sociali, almeno come una disciplina indipendente che si occupa di fatti, non di fantasie; di conoscenza, non di intrattenimento. Ma non è sempre stato così. Harry Elmer Barnes racconta che prima del XVIII secolo, “o non si faceva lo sforzo di citare le fonti oppure le citazioni erano disperatamente confuse; non c'era una pratica generale di stabilire la genuinità di un testo; non si esitava granché nell'alterare il testo di un documento per migliorare lo stile.” [1] Ed anche dopo che lo stesso XVIII secolo aveva cominciato a sbiadire nella storia, i nuovi standard che Barnes descrive non erano ancora diventati davvero universali. Al contrario: “Prima della Rivoluzione Francese,” scrive Hayden White,
la storiografia era considerata convenzionalmente come un arte letteraria… il XVIII secolo abbonda di opere che distinguono fra lo studio della storia da un lato e la scrittura della storia dall'altro. La scrittura era un esercizio letterario, specificamente retorico, ed il prodotto di questo esercizio doveva essere valutato tanto sui principi letterari come su quelli scientifici. [2]
In realtà, fino al tardo XIX secolo, la maggior parte degli storici non si consideravano né sociologi (un concetto che non esisteva neppure prima del XIX secolo) né studiosi umanistici, ma piuttosto come uomini letterari, uomini delle lettere. Le storie che raccontavano erano vere, naturalmente, ma ciononostante raccontavano delle storie, proprio come fossero romanzieri, ed il loro lavoro, a loro modo di vedere, era di raccontare le loro storie vividamente e poeticamente come tutti i romanzieri. Peter Novick nota che
George Bancroft, William Lothrop Motley, William H. Prescott e Francis Parkman… ciascuno di essi, almeno in una delle loro opere principali, ha impiegato l'organizzazione della rappresentazione teatrale, con un prologo, cinque atti e un epilogo. Ssir Walter Scott fu, con largo margine, l'autore più popolare ed imitato all'inizio del XIX secolo negli Stati Uniti, e lo stile ornato degli storici “letterari” fornì una chiara prova della sua influenza. [3]
E la maggior parte degli storici più rappresentativi del XIX secolo non solo si vedevano come letterati, la maggior parte di loro si consideravano in particolar modo fornitori di un genere importante di letteratura ispiratrice. Come spiega Novick,
[i] “gentleman amateurs” non scrivevano per mantenere viva la fiamma, o per obbligo professionale verso i colleghi, ma perché avevano un messaggio urgente da far arrivare al pubblico dei lettori in genere. “Se dieci persone nel mondo odiano un po' di più il dispotismo ed amano la libertà civile e religiosa un po' meglio a causa di ciò che ho scritto, sarò soddisfatto,” scrisse Motley. [4]
Più nel dettaglio, la maggior parte degli storici americani del XIX secolo erano convinti che, come scrive Peter Charles Hoffer,
celebrando la nostra storia potremmo guarire le nostre differenze politiche. Guardate i fondatori, argomentavano queste grancasse storiche; elogiateli, esaltateli e onorateli. Ignorate i loro difetti ed i loro fallimenti, poiché il messaggio dev'essere un incoraggiamento che tutti possano sottoscrivere. Il più grande dei fondatori, George Washington, è diventato alle mani del libraio ambulante e predicatore Mason Weems un paradigma immacolato di virtù, i cui “grandi talenti, guidati e custoditi costantemente dalla religione, egli mise al servizio del suo paese.” [5]
Naturalmente, per trasformare George Washington “in un paradigma immacolato di virtù,” Weems dovette concedersi un pizzico di licenza letteraria, inventandosi di sana pianta persino uno dei suoi aneddoti più famosi, quello del giovane Washington e del ciliegio.

Ma Weems era lontano dall'essere il solo ad usare simili tecniche. Come spiega Hoffer, “contro gli ampi vantaggi percepiti in questo metodo, quale lettore avrebbe potuto muovere delle obiezioni alla riorganizzazione degli storici del linguaggio dei loro soggetti, o al loro uso selettivo dei fatti?” Hoffer suggerisce di prestare attenzione “ad un'edizione del 1835 delle lettere di Washington, pubblicata dal reverendo Jared Sparks,” nel quale il redattore “ha alterato regolarmente le parole di Washington” e “a volte ha incollato un pezzo di un documento in un documento del tutto diverso.” Tuttavia, per quanto i concerneva i lettori ed altri storici, “[n]on sembrava essere importante …. Dopo tutto, il solo scopo della pubblicazione delle lettere era l'istruzione morale, ed i ministri come Sparks avevano una lunga tradizione nel tagliare e incollare le Sacre Scritture nei loro sermoni.” [6]

Hoffer suggerisce inoltre di dare un'occhiata da vicino alla “monumentale Storia degli Stati Uniti in dieci volumi di George Bancroft,” l'ultimo volume della quale apparve nel 1874. La Storia di Bancroft doveva diventare la fondamentale opera sulla storia americana per generazioni. … Quando morì nel 1891, fu il più onorato dei nostri storici, e le sue opere erano lette diffusamente.” Bancroft “credeva che il suo lavoro fosse di scrivere una cronaca che rendesse i suoi lettori fieri della storia del loro paese,” dice Hoffer,
[e] quando serviva per i suoi scopi didattici, inventava. Lui “si sentiva libero [come Bancroft stesso spiegò nell'introduzione alla sua grande opera] di cambiare i tempi o gli atteggiamenti, di trasporre parti di citazioni, di semplificare la lingua e di interpretare liberamente.” Se lo scopo della storia era di raccontare storie che insegnassero delle lezioni, una tale “mescolanza” difficilmente avrebbe potuto essere discutibile, e per i critici contemporanei non lo era. [7]
Hoffer nota che Bancroft era inoltre trascurato nell'accreditare le sue fonti. Per esempio, “non faceva vere distinzioni fra le fonti primarie e le fonti secondarie. Quando una fonte secondaria citava un passaggio da una fonte primaria, Bancroft si riteneva perfettamente libero di riutilizzare il linguaggio della fonte secondaria nel suo proprio resoconto senza identificarlo come tale. Citava le pagine di fonti secondarie, ma copiava o parafrasava con cura piuttosto che citare.” Dopo tutto, un'opera di storia era un'opera di letteratura, giusto? Tutto quello che importava realmente era se il passaggio in questione si adattava allo scorrere dello stile, se si inseriva artisticamente nell'opera – non se era accompagnato da qualche tipo di nota a piè di pagina!

Si arrivò alla fine del XIX secolo prima che la vocazione dello storico diventasse professionale e accademica a tal punto che una maggioranza di professionisti nel campo giungesse a considerare la loro disciplina così come è ora per noi naturale: lo storico come cercatore spassionato della verità, uno studioso, molto più simile ad un antropologo o ad un sociologo che ad un romanziere o ad un commediografo. E ancora, c'erano delle resistenze. La lunga tradizione delle opere storiche scritte da romanzieri e poeti ed offerti francamente, non come studi ma come belle lettere, fu particolarmente dura a morire. Nel decennio del 1890, proprio mentre il nuovo paradigma dello scienziato sociale stava infine per dominare la professione storica, Edgar Saltus, uno scrittore al tempo molto popolare e di successo e oggi del tutto dimenticato, stava dando i tocchi finali al suo libro più famoso e più volte ristampato, Imperial Purple (1892), un esemplare di ciò che Claire Sprague chiama “un genere oggi quasi inesistente – la storia vestita del variopinto impressionismo dei saggi da rivista dell'ultimo [IX] secolo.” [8] Prima della sua morte nel 1921, Saltus inoltre fece per la dinastia dei Romanov di Russia ciò che aveva fatto per i Cesari della Roma imperiale in Imperial Purple. The Imperial Orgy fu pubblicato da Boni e Liveright nel 1920.

Alcuni anni più tardi, il famoso poeta Carl Sandburg avrebbe cominciato a pubblicare un'opera ancora più ambiziosa, anche se abbastanza povera di note a piè di pagina o di bibliografia quanto lo erano state le opere del Saltus: una biografia in sei volumi di Abraham Lincoln. “I due volumi di The Prairie Years furono l'evento editoriale del 1926,” riporta James Hurt, “ed i quattro volumi di The War Years ebbero lo stesso successo nel 1939.” [9] Ancora nel 1969, Richard Cobb, che John Tosh descrive come “uno dei principali storici della Rivoluzione Francese,” poteva scrivere dello storico che “il suo scopo principale è far rivivere i morti.” E, come 'l'impresario di pompe funebri americano,’ può concedersi alcuni trucchi del mestiere: un tocco di rossetto qui, un colpo di matita là, un po' di ovatta nelle guance, per rendere l'operazione più convincente.” [10] Soltanto cinque anni più tardi, nel 1974, il tardo Shelby Foote, che si era fatto la sua reputazione inizialmente come romanziere, pubblicò l'ultimo volume di quella che il New York Times definì la sua “storia militare di 2.934 pagine, tre volumi, un milione e mezzo di parole, The Civil War: A Narrative,” un'opera caratterizzata da una “ricerca puntigliosa, ma spudoratamente priva di note.” Diventò immensamente popolare, guadagnando “considerevolmente di più in diritti d'autore di quanto uno qualsiasi dei suoi romanzi fosse riuscito a fare,” e facendogli conquistare un invito ad apparire come consulente ed esperto nel documentario di Ken Burns sulla guerra, un lavoro che ha trasformato Foote in “una star da prima serata.” [11]

È effettivamente difficile ignorare le molte somiglianze fra il compito dello storico e quello del romanziere. Come scrive Hayden White, “[v]isti semplicemente come manufatti verbali la storia ed i romanzi sono indistinguibili l'uno dall'altro.” Inoltre,
lo scopo dell'autore di un romanzo deve essere lo stesso di quello dell'autore di una storia. Entrambi desiderano fornire un'immagine verbale della “realtà.” Il romanziere può presentare indirettamente la sua idea di questa realtà, ovvero, mediante tecniche figurate, piuttosto che direttamente, il che vuol dire, registrando una serie di proposizioni che si suppone corrispondano punto per punto ad un certo dominio extra-testuale dell'evento o dell'accaduto, come lo storico sostiene di fare. Ma l'immagine della realtà che il romanziere così costruisce è destinata a corrispondere nel suo profilo generale ad un certo dominio dell'esperienza umana che è meno “reale” di quello citato dallo storico. [12]
Per raggiungere questo scopo comune di “fornire un'immagine verbale della “realtà,” “sia gli storici che i romanzieri raccontano delle storie. “L'ultimo R. G. Collingwood insisteva,” ci ricorda White,
che lo storico era soprattutto un novelliere e suggeriva che la sensibilità storica si manifestava nella capacità di fare una storia plausibile da una congerie di “fatti” che, nella loro forma non trattata, non avevano significato alcuno. Nei loro sforzi per dare un senso all'annotazione storica, che è frammentaria e sempre incompleta, gli storici devono usare quella che Collingwood ha chiamato “immaginazione costruttiva,” che dice allo storico – come dice al bravo investigatore – che cosa “dev'essere successo” date le prove disponibili….
“Collingwood suggeriva,” secondo White, “che gli storici affrontassero le loro prove armati di un senso delle forme possibili che i diversi tipi riconoscibili di situazioni umane possono prendere. Ha chiamato questo senso il naso per la ‘storia’ contenuta nella prova o per la ‘vera’ storia sepolta o nascosta dietro la storia ‘apparente’.” I giornalisti [13], questi storici frettolosi che forniscono ciò che il leggendario editore Phillip Graham del Washington Post ha notoriamente chiamato “la prima brutta copia di massima… della storia„ (la quale brutta copia di massima diventa non raramente la versione finale), fanno una distinzione molto simile. O avete “naso per le notizie,” dicono – un buon “senso della notizia,” un buon “giudizio della notizia” – o non l'avete. Se l'avete, potete vedere la storia contenuta nelle prove, la vera storia sepolta o nascosta dietro la storia apparente (o, a volte, quella ufficiale).

Il punto importante qui è che per descrivere un qualsiasi evento storico, sia uno avvenuto ieri o uno avvenuto un secolo fa, per raccontare una storia è inevitabile un atto di immaginazione. Come White tratteggia il problema,
la storiografia tradizionale è stata caratterizzata principalmente dalla credenza che la storia in sé consista di una congerie di storie vissute, individuali e collettive, e che il compito principale degli storici sia di scoprire queste storie e riportarle in una narrativa, la cui verità risederebbe nella corrispondenza della storia raccontata con la storia vissuta da persone reali nel passato. [14]
Tuttavia, “gli eventi reali non si offrono come storie….” [15] In realtà,
la nozione che delle sequenze di eventi reali possiedano gli attributi convenzionali delle storie che raccontiamo su eventi immaginari può avere origine soltanto nei desideri, nei sogni ad occhi aperti, nelle fantasticherie. Davvero il mondo si rappresenta alla percezione sotto forma di storie ben fatte, con soggetti centrali, con inizio, centro e fine adeguati e una coerenza che ci permette di vedere “la fine” in ogni inizio? O si presenta… come mera sequenza senza inizio né fine o come sequenze di inizi che terminano soltanto e mai si concludono? [16]
In breve, “le storie non sono vissute; non c'è una cosa come una storia reale. Le storie sono raccontate o scritte, non trovate. E per quanto riguarda la nozione di una storia vera, questa è virtualmente una contraddizione in termini. Tutte le storie sono romanzi. Il che significa, naturalmente, che possono essere vere soltanto in un senso metaforico e nel senso in cui una figura retorica può essere vera.” [17]

Una metafora è una bugia che contiene la verità – o, ad ogni modo, quella che il creatore della metafora considera verità. “Gli uomini sono maiali.” “Il mondo è un ghetto.” “Gli anni sono raffiche di vento, e noi siamo le foglie che essi portano via.” [18] Prese alla lettera, tutte queste dichiarazioni sono false. Sono falsità, bugie. Prese in senso figurato, tuttavia, ciascuna di esse trasporta un'indiscutibile verità sull'oggetto in questione. Un romanzo – una lunga ed elaborata bugia, che tratta di eventi nelle vite di esseri umani del tutto immaginari – è una metafora per la vita umana nel mondo come la conosciamo. In questo senso, ogni opera narrativa è filosofica, perché ogni opera narrativa porta con sé una dichiarazione o un giudizio almeno impliciti sulla condizione umana.

Ciò non significa che ogni scrittore di romanzi sia anche un filosofo o anche solo filosofico per temperamento. Considerate, riguardo a questa questione, la testimonianza di tre scrittori di romanzi che sono anche, in un certo senso, dei filosofi: Jean Paul Sartre, William H. Gass e Ayn Rand. [19] Secondo Gass, “il romanzo, nel come viene fatto, è pura filosofia,” e “il romanziere ed il filosofo sono compagni in un'impresa comune, benché la affrontino in modi diversi.” [20] “lo scopo estetico di ogni romanzo,” scrive, “è la creazione di un mondo verbale…, spesso complicato e rigoroso come tutta la matematica, spesso semplice e non esigente come il giocattolo di un bambino, dalla cui natura, come dal nostro proprio mondo, può essere arguito un sistema filosofico….” [21] Ancora, “il mondo che il romanziere costruisce è sempre un modello metaforico dei nostro.” [22] Ciononostante, “[l]a filosofia che la maggior parte degli scrittori comprendono nel loro lavoro… è solitamente presa incoscientemente dalla tradizione con la quale lo scrittore è alleato.” In alternativa, “[e]gli potrebbe aver rappresentato, proprio nel modo confuso in cui è esistito, il mondo che la sua generazione ha visto ed in cui ha creduto di vivere….” [23]

La Rand concorda. “L'arte di ogni dato periodo o la cultura,” scrive, “è uno specchio fedele della filosofia di quella cultura.” Questo perché “[u]na qualche specie di significato filosofico…, una qualche
implicita idea della vita, è un elemento necessario di un'opera d'arte.” L'arte è “la voce della filosofia.” [24] Effettivamente, in un certo senso, l'arte è la lingua che impieghiamo per esprimere idee filosofiche.
Proprio come la lingua converte le astrazioni nell'equivalente psico-epistemologico delle idee concrete, in un numero trattabile di unità specifiche – così l'arte converte le astrazioni metafisiche dell'uomo nell'equivalente delle idee concrete, in entità specifiche aperte alla percezione diretta dell'uomo. L'affermazione “l'arte è una lingua universale” non è una metafora vuota, ma è letteralmente vera….
Le idee filosofiche che sono “nell'aria,” prese per certe, durante il corso della vita di uno scrittore di romanzi non hanno tuttavia bisogno di essere, non possono essere, l'unica fonte di idee filosofiche che penetrano nel romanzo di quello scrittore di romanzi. Un'altra fonte, una da cui hanno attinto molti romanzieri, è la religione, che la Rand chiama “la forma primitiva della filosofia.” [25] Un'altra ancora, da cui attinge inevitabilmente ogni scrittore di romanzi, è il “senso della vita” individuale dello scrittore.

“Un senso della vita,” scrisse la Rand nel 1966, “è un equivalente pre-concettuale della metafisica, una valutazione emozionale e subcoscientemente integrata dell'uomo e dell'esistenza.”
Molto prima di essere abbastanza vecchio per afferrare un concetto come la metafisica, l'uomo fa delle scelte, forma giudizi di valore, sperimenta emozioni ed acquista una certa implicita idea della vita. Ogni scelta e giudizio di valore implica una certa valutazione di sé stesso e del mondo intorno a lui – in particolare, della sua capacità di affrontare il mondo. Può trarre delle conclusioni coscienti, che possono essere vere o false; o può rimanere mentalmente passivo e solo reagire agli eventi (cioè, soltanto sentire). Quale che sia il caso, il suo meccanismo subcosciente riassume le sue attività psicologiche, integrando le sue conclusioni, reazioni o evasioni in una somma emozionale che costituisce un modello abituale e diventa la sua risposta automatica al mondo intorno a lui. Ciò che cominciò come serie di singole, discrete conclusioni (o evasioni) sui propri particolari problemi, diventa un sentimento generalizzato sull'esistenza, un'implicita metafisica con l'irresistibile potere motivazionale di un'emozione costante e fondamentale – un'emozione che è parte di tutte le sue altre emozioni ed è alla base di tutte le sue esperienze. Questo è un senso della vita. [26]
Secondo la Rand, “[i]l concetto chiave, nella formazione del senso della vita, è il termine “importante,” “ed è cruciale che comprendiamo, dice, che
“[i]mportante” – nel suo significato essenziale, come distinto dai suoi usi più limitati e più superficiali – è un termine metafisico. Appartiene a quella funzione della metafisica che serve da ponte fra la metafisica e l'etica: ad una visione fondamentale della natura dell'uomo. Quella visione comprende le risposte a domande quali se l'universo sia conoscibile o no, se l'uomo abbia il potere di scegliere o no, se possa realizzare i suoi obiettivi nella vita oppure no. Le risposte a tali domande sono “giudizi di valore metafisici,” poiché costituiscono la base dell'etica.
Alla fine, “[s]ono soltanto quei valori che considera o giunge a considerare come “importanti,” i quali rappresentano la sua implicita visione della realtà, che rimangono nel subconscio di un uomo e formano il suo senso della vita.” [27]

E cosa ha a che fare tutto ciò con scrittura di un romanzo? Tutto, dato che, come spiega la Rand, “[l]e astrazioni
estetiche si formano secondo il criterio: cos'è importante?” Un altro modo per dirlo è che “[u]n'artista… seleziona quegli aspetti dell'esistenza che considera come metafisicamente significativi – ed isolandoli e sollecitandoli, omettendo l'insignificante e l'accidentale, presenta la sua idea dell'esistenza.” [28] Così, specialmente fra quegli scrittori di romanzi che sono non filosofici, ma in qualche misura fra tutti gli scrittori di romanzi, “[è] il senso della vita dell'artista a controllare ed integrare il suo lavoro, dirigendone le innumerevoli scelte che deve operare, dalla scelta del soggetto ai più sottili particolari dello stile.” [29] Di conseguenza, la Rand definisce l'arte come “una ri-creazione selettiva della realtà secondo i giudizi di valore metafisici dell'artista.” [30]

Inutile a dirsi, allora, pubblicando un romanzo, un romanziere espone i suoi giudizi di valore metafisici, il suo senso della vita, affinché tutti vedano. Come dice la Rand, “niente è potente quanto l'arte nell'esporre l'essenza del carattere dell'uomo. Un artista rivela la sua anima nuda nel suo lavoro….” [31] Sartre osservò lo stesso fenomeno. Gli artisti letterari, scrisse, si notano per “l'espressione involontaria delle loro anima. Dico involontaria perché i morti, da Montaigne a Rimbaud, si sono dipinti completamente, ma senza volerlo – è qualcosa che hanno semplicemente messo in gioco.” [32] Non avrebbero potuto fare diversamente, tuttavia, nota Sartre, perché
[s]e fisso su una tela o in un testo un certo aspetto che ho scoperto dei campi o del mare o dello sguardo sul volto di qualcuno, sono cosciente di averli prodotti condensando i rapporti, introducendo un ordine dove non ce n'era, imponendo l'unità della mente sulla diversità delle cose. Cioè mi ritengo essenzialmente in relazione con la mia creazione. [33]
Perché quando si arriva “al punto di vista unico da cui l'autore può presentare il mondo,” è sempre e dappertutto vero che “se la nostra spinta creativa viene dalle profondità stesse del nostro cuore, allora non troviamo mai altro che noi stessi nel nostro lavoro.” [34]

Ma naturalmente, tutto questo è vero pure per gli storici. La maggior parte degli storici non è più orientata filosoficamente della maggior parte degli scrittori di romanzi. Al contrario, sono notoriamente “scettici dell'astrazione,” come John Gray ha detto non molto tempo fa su
New Statesman. [35] Tuttavia ogni opera che producono ha implicazioni filosofiche, fornisce supporto per varie idee generali – idee sulla natura del governo, per esempio, e sull'utilità della guerra, e sul modo in cui funzionano le economie nazionali. Da dove vengono queste idee, nelle opere di storici non filosofici attenti alle “sciatte generalizzazioni” (come le chiama Gray)? Alcune di loro sono ereditate, per così dire, dai precedenti praticanti del particolare campo di specializzazione dello storico. Alcuni sono assorbiti inconciamente dalla cultura in cui lo storico cresce e matura. Altri ancora sono forniti da un senso della vita. Perché ogni storico ha un senso della vita, proprio come ogni scrittore di romanzi – un insieme di “giudizi di valore metafisici” costruiti subcoscientemente in anni di vita fino a fornire una specie di “risposta automatica al mondo” e una risposta automatica a domande quali “se l'universo sia conoscibile o no, se l'uomo abbia il potere di scegliere o no, se possa realizzare i suoi obiettivi nella vita o no.” Il modo in cui ciascun storico ha dato risposta interiormente a tali domande eserciterà un'influenza considerevole su ciò che quello storico considererà come una visione realistica del governo, della guerra e dell'economia – e, quindi, su come quello storico tratterà questi soggetti nel suo lavoro.

Non meraviglia, quindi, che Roy A. Childs Jr., sempre un assiduo allievo di Ayn Rand, abbia offerto la seguente definizione di storia nel suo autorevole saggio, “Big Business and the Rise of American Statism”: “La storia è una ri-creazione selettiva degli eventi del passato, in accordo con le premesse dello storico riguardo ciò che è importante e con il suo giudizio riguardo alla natura della causalità nell'azione umana.” [36] Childs ha visto chiaramente che lo storico procede in larga misura come lo scrittore di romanzi ed ottiene simili risultati. Né è stato il solo a farlo. John Tosh scrive che “[i]n molti casi le fonti non affrontano affatto direttamente le questioni centrali della spiegazione storica. … Le questioni di spiegazione storica non possono, quindi, essere risolte solamente con il riferimento alle prove. Gli storici sono anche guidati… dalla loro lettura della natura umana….” [37] Il leggendario economista e teorico sociale Ludwig von Mises nota che ogni testo storico “è necessariamente condizionato dalla visione del mondo dello storico” e sottolinea l'importanza di ciò che chiama
“la comprensione” nel trovare un senso nelle prove storiche.
Il vero problema dello storico è sempre di interpretare le cose come sono accadute. Ma non può risolvere questo problema solo sulla base dei teoremi forniti da tutte le altre scienze. Rimane sempre sul fondo di ciascuno dei suoi problemi qualcosa che resiste all'analisi permessa da questi insegnamenti delle altre scienze. Sono queste caratteristiche diverse e uniche di ogni evento che… lo storico può capire… perché è egli stesso un essere umano. [38]
Più recentemente, lo storico John Lewis Gaddis ha proposto che ogni storico si avvicini al suo soggetto con determinate premesse, basati sull'esperienza personale, su “come accadono le cose” nel mondo – premesse su “com'è il mondo,” [39] su come funziona il mondo. “Trovare la differenza fra come le cose avvengono e come le cose sono avvenute,” scrive Gaddis, “è qualcosa di più che cambiare semplicemente il tempo di un verbo. È una parte importante di ciò che è coinvolto nel raggiungimento di una minore distanza fra la rappresentazione e la realtà.” [40]

Ma se l'impresa storica può essere difficile da distinguere dall'impresa romanzata (specialmente alla luce del concetto, introdotto circa quattro decenni fa da Truman Capote, del “romanzo non di finzione”), cosa implica questo per il cosiddetto “romanzo storico”? C'è un qualsiasi motivo per cui un lettore dovrebbe disporre maggiore fiducia nel lavoro di uno storico che nel lavoro di un romanziere storico? La risposta è che tutto dipende dallo storico del quale stiamo parlando, dal romanziere del quale stiamo parlando e del genere di romanzo storico di cui stiamo parlando.
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Note

[1] Harry Elmer Barnes, A History of Historical Writing (Norman, OK: University of Oklahoma Press, 1938), p. 241.
[2] Hayden White, Tropics of Discourse: Essays in Cultural Criticism (Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1978), p. 123.
[3] Peter Novick, That Noble Dream: The "Objectivity Question" and the American Historical Profession (Cambridge, UK: Cambridge University Press, 1988), pp. 44–45.
[4] Ibid., p. 45.
[5] Peter Charles Hoffer, Past Imperfect: Facts, Fictions, Fraud — American History from Bancroft and Parkman to Ambrose, Bellesisles, Ellis, and Goodwin (New York: Public Affairs, 2004), pp. 18-19.
[6] Ibid., p. 19.
[7] Ibid., pp. 21-22.
[8] Claire Sprague, Edgar Saltus (New York: Twayne, 1968), p. 72.
[9] James Hurt, “Sandburg's Lincoln Within History.” Journal of the Abraham Lincoln Association. Vol. 20, No. 1 (Winter 1999), p. 55.
[10] John Tosh, The Pursuit of History: Aims, Methods and New Directions in the Study of Modern History (London: Longman, 1991), pp. 23–24.
[11] See Douglas Martin, “Shelby Foote, Historian and Novelist, Dies at 88.” The New York Times 29 June 2005.
[12] White, op. cit., p. 122.
[13] Ibid., pp. 83-84.

[14] Hayden White,
The Content of the Form: Narrative Discourse and Historical Representation (Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1987), pp. ix — x.
[15] Ibid., p. 4.
[16] Ibid., p. 24.
[17] Hayden White,
Figural Realism: Studies in the Mimesis Effect (Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1999), p. 9.
[18] L'ultimo dei miei tre esempi di metafora è attribuito al poeta, romanziere e commediografo francese Philippe Auguste Mathias de Villiers de l'Isle-Adam (1838-1889). Il secondo esempio è tratto dal titolo di una canzone popolare di successo del 1972, scritto ed eseguito dalla rhythm and blues band War.
[19] Sartre pubblicò opere di filosofia tecnica (
L'essere e il nulla), dei romanzi (La nausea) e di teatro (A porte chiuse). La Rand ha fatto lo stesso (Introduzione all'epistemologia oggettivista, La rivolta di Atlante, The Night of January 16th). Il caso di Gass è un po' diverso. Ottenne la sua laurea in filosofia alla Cornell e definì il suo incontro con Ludwig Wittgenstein negli anni 50 “l'esperienza intellettuale più importante nella mia vita.” (Fiction and the Figures of Life, p. 248) Si guadagnò da vivere come professore di filosofia per quasi cinquant'anni, primo alla Purdue, successivamente all'università Washington a St. Louis, dalla quale si ritirò nel 2001. Le sue pubblicazioni sono state tutte di carattere letterario, tra cui romanzi (Omensetter's Luck), racconti (In the Heart of the Heart of the Country), belle lettere (On Being Blue) e critica letteraria (Fiction and the Figures of Life).
[20] William H. Gass,
Fiction and the Figures of Life (New York: Knopf, 1970), pp. 3, 5.
[21] Ibid., pp. 7-9.
[22] Ibid., p. 60.
[23] Ibid., pp. 10-11.
[24] Ayn Rand,
The Romantic Manifesto: A Philosophy of Literature (New York: World, 1969), pp. 79, 50, 28.
[25] Ibid., p. 23.
[26] Ibid., pp. 31-32.
[27] Ibid., pp. 34-35.
[28] Ibid., p. 46.
[29] Ibid., pp. 43-44.
[30] Ibid., p. 22.
[31] Ibid., p. 55.
[32] Jean Paul Sartre,
Literature and Existentialism (New York: Citadel, 1962), p. 32.
[33] Ibid., p. 39.
[34] Ibid., pp. 63, 40.
[35] Vedi la sua
recensione di: Ideas: A History from Fire to Freud di Peter Watson, in New Statesman del 28 maggio 2005.
[36] Roy A. Childs, Jr., “Big Business and the Rise of American Statism,” in
Liberty Against Power: Essays by Roy A. Childs, Jr., ed. Joan Kennedy Taylor (San Francisco: Fox & Wilkes, 1994), p. 18.
[37] Tosh, op. cit., p. 141.
[38] Ludwig von Mises,
Human Action: A Treatise on Economics. Third Revised Edition. (New Haven, ct: Yale University Press, 1963), p. 49.
[39] Questa frase è stata a lungo associata al filosofo americano Nelson Goodman (1906-1998). Chi fosse interessato al concetto di Ayn Rand di senso della vita può trarre profitto dal classico saggio di Goodman del 1960 “The Way the World Is,” ristampato recentemente in Peter J. McCormick, ed.
Starmaking: Realism, Anti-Realism, and Irrealism (Cambridge, MA: MIT Press, 1996), pp. 3-10.
[40] John Lewis Gaddis,
The Landscape of History: How Historians Map the Past (New York: Oxford University Press, 2002), pp. 106-107.

Monday, March 22, 2010

Sunday, March 21, 2010

Banana

Se definire l'Italia una “repubblica delle banane” è ormai pratica alquanto frequente, l'origine di tale definizione è una conoscenza assai meno comune.

Eppure, come illustra l'ultimo dispaccio speditoci da Laputa del nostro corrispondente Giovanni Pesce, proprio indagando la storia della banana e delle “repubbliche” ad essa dedicate si può comprendere meglio come funziona il sistema corporativista che governa il nostro mondo: un intreccio perverso di violenza e potere economico e politico nel quale non è più nemmeno possibile distinguere tra soggetti privati e pubblici ma solo tra vittime e carnefici, un sistema in cui i governi sono solo il braccio armato di grandi interessi particolari, l'impresa non è più al servizio del consumatore ma solo dei suoi azionisti, e un oppressivo conformismo si impone alla natura variegata di un mercato davvero libero.
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Di Giovanni Pesce


A prima vista le banane sembrano un prodotto naturale di una pianta (Musa acuminata) tipica della natura lussureggiante ma la realtà è ben diversa: le banane da noi conosciute e mangiate (Cavendish) sono state create dall’ uomo.

Fino a 150 fa, molte specie di banane hanno popolato le giungle del mondo ed hanno costituito la base del consumo locale. Alcune erano dolci, altre erano acide, altre erano verdi o viola o gialle o rosse.

Ma una società USA denominata United Fruit sviluppò un particolare tipo di banana – il Michael Gros – e decise di produrre banane industrialmente utilizzando questo modello “standard”: giallo, cremoso e pratico per il cesto da picnic.

Zona di produzione individuata: i paesi caraibici del Centro America.

Ottima scelta dal punto di vista imprenditoriale, direbbe un economista – ma a parere dei popoli la soluzione non sarebbe più tanto valida in quanto la United Fruit aveva sviluppato un particolare modello di business attuativo.

Come lo scrittore Dan Koeppel ci spiega nella sua brillante storia: Banana: il destino del frutto che ha cambiato il mondo, l’elenco dei passi operativi è stato questo:
  • Trovare un Paese povero e debole.
  • Assicurarsi che il governo nazionale debba servire gli interessi aziendali. Altrimenti, rovesciarlo e sostituirlo con uno completamente servile.
  • Bruciare le foreste pluviali nazionale e creare lì delle piantagioni di banane.
  • Rendere la gente del luogo dipendente dagli interessi aziendali.
  • Schiacciare ogni barlume di sindacalismo.
  • Poi, purtroppo, potrebbe essere necessario prendere atto di come le piantagioni di banani muoiano per una malattia strana che attacca i banani in tutto il mondo.
  • Se questo accade, irrorare tonnellate di sostanze chimiche sulle piantagioni di banane per studiarne l 'effetto.
  • Se non funziona, ricominciare dal punto (1) utilizzando il prossimo paese.
Se infatti ripercorriamo la storia della banana, vediamo che le cose sono andate più o meno così:

Nel 1870 ancora le banane non erano conosciute dal grande pubblico e venivano vendute negli USA solo in occasioni particolari.

Nel 1911, il magnate delle banane Samuel Zemurray decise di trasformare l’Honduras in una piantagione privata; radunò alcuni gangster internazionali come Guy "Machine Gun" Maloney, killer di un esercito privato, e organizzò l'ascesa politica di un suo amico verso la poltrona di presidente della repubblica.

Le altre nazioni centro-americane ebbero un uguale trattamento.

Il termine "repubblica delle banane" è stato così coniato per descrivere le dittature servili del Centro America che sono state create per compiacere le società di banane.

Nei primi anni 1950, un insegnante di scienze di nome Jacobo Arbenz fu eletto presidente del Guatemala, con l’impegno di ridistribuire ai milioni di contadini senza terra, parte dei terreni delle società delle banane.

Ma il presidente Eisenhower e la CIA emanarono delle istruzioni su come dovevano essere uccisi i “comunisti”, e stabilirono che gli strumenti adatti erano "un martello, un’ ascia, una chiave, un cacciavite, un coltello da cucina, il poker o il fuoco".
Così il governo Arbenz fu messo da parte.

Nel 1960, a causa di una malattia fungina iniziò a sparire dalla circolazione il modello Gros Michel della United Fruit, che era stato presentato come The One True Banana.

Nel tentativi di trovare un sostituto, immune da quella malattia, venne scelta la “Cavendish”, anche se questo tipo di banana era più piccola e meno cremosa.
Ma come in un film dell’horror, il killer è tornato.
A partire dal 1980 una malattia la sta attaccando ed ora la Cavendish sta morendo, nonostante la sua immunità fosse un mito.

Ci sono delle banane che potremmo adottare come Banana 3.0 – ma sono così diverse dalle banane che conosciamo ora.
Il modello vincitore probabile è il “Goldfinger,” che è croccante e il “Tangeri”: quest'ultimo è noto come “la banana acida.”

Già non molto tempo dopo che la malattia “Panama Disease” aveva iniziato a uccidere le banane dagli inizi del 20, gli scienziati della United Fruit avevano ipotizzato una causa "genetica": l'attuazione di un'unica gigantesca monocultura. Se tutte le banane provengono da una unica specie, una malattia che entra nella catena sarà presto diffusa ovunque.

Riassumendo, che cosa è successo? C'è stata una buona idea imprenditoriale ovvero quella di spremere ogni goccia dall'operazione pur di trarne profitto, e contemporaneamente gli “imprenditori” in combutta con i “politici” hanno distrutto le società, hanno bruciato foreste pluviali, e finito per uccidere il frutto stesso.

Incredibilmente, lasciando perdere la parte economico-politica, possiamo prendere atto che dal punto di vista di catalogazione scientifica i banani sono delle erbe ornamentali e perfino alcuni fiori fanno parte della famiglia delle banane; per chi volesse cimentarsi nelle ricerche può cercare informazioni o immagini di:

Musa Acuminata
Musa Cheesmani
Musa Ornata
Musa Velutina
Musa Sikkimensis
Strelitzia Nicolai
Ravenala Madasgascariensis
Strelitzia Reginae

Per tutti gli altri non impegnati in queste ricerche, un doppio "Cuban 8"!

Friday, March 19, 2010

In rampa di lancio!

Ci siamo quasi. Grazie all'editore Leonardo Facco il primo volume delle avventure della più scalcagnata banda di collettivisti del sistema solare è pronto per la stampa. Lo potete già ordinare a questo indirizzo. Dovrebbe essere pronto all'inizio di aprile (impedimenti burocratici permettendo).

Thursday, March 18, 2010

George Carlin doesn't vote

Questo sì che è un bel comizio!

Monday, March 15, 2010

Sunday, March 14, 2010

Scienza e potere

Tre video molto eloquenti in merito.


AIDS: intervista a Luc Montagnier




ClimateGate Who’s Who




CFR: Artificial vaccine scarcity and media manipulation

Saturday, March 13, 2010

Un progetto anti-Keynes

Le misere condizioni in cui versa l'economia mondiale sono in larga parte attribuibili alle politiche keynesiane attuate dai governi occidentali. Con l'avvicinarsi dell'inevitabile collasso, Gary North ha pensato bene di adoperarsi per cominciare uno smascheramento sistematico della grande truffa chiamata Teoria Generale e dei suoi adepti, se possibile ancora più dannosi dello stesso Keynes.

Se evitare il tracollo non è possibile, capire da cosa è derivato è almeno augurabile.
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Di Gary North


L'11 marzo, ho parlato all'annuale Conferenza degli Studi Austriaci, promosso dal Ludwig von Mises Institute. Vedere tanti membri da non poter entrare in una sala è stato gratificante.
Il Mises Institute è una struttura ad alta tecnologia. Hanno installato una videocamera ed il discorso è apparso su monitor in altre sale. Sarà anche online entro pochi giorni. Gratis. D'ora in poi chiunque nel mondo ha accesso alla rete potrà vederlo. Questo è un ottimo modello per la comunicazione e l'educazione.

Il mio soggetto era “Keynes e la sua influenza.” Il mio obiettivo è di reclutare una mezza dozzina di giovani studiosi intelligenti per cominciare un progetto collettivo per la confutazione frase per frase della Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta di Keynes (1936). Ho approntato una sezione del mio sito web a questo scopo.

Ho provato a dimostrare quattro punti principali nel mio discorso.
  1. L'influenza di Keynes è stata indiretta (mediata).
  2. La sua eredità sarà presto unicamente vulnerabile.
  3. Soltanto gli austriaci hanno previsto la recessione del 2008.
  4. È tempo per una confutazione completa di Keynes

IL PIÙ INFLUENTE ECONOMISTA MODERNO

Non ci sono dubbi che John Maynard Keynes sia stato l'economista più influente nel ventesimo secolo. Tuttavia la sua influenza è stata differente da quella che gli economisti e l'intellighenzia hanno creduto.

In un'intervista filmata del rivale principale di Keynes nel 1935, ma non nel 1965, F. A. Hayek, un economista della scuola austriaca, fece un'osservazione importante. Keynes era influente nel 1946, l'anno della sua morte, ma la sua influenza non era ancora schiacciante. Questo è accaduto più tardi. Hayek non disse quanto più tardi. Accadde in cinque anni. Potete vedere il video qui.

La chiave per l'influenza di Keynes fu il manuale del 1948 scritto da Paul Samuelson, Economia. Esso divenne il testo universitario di economia più ampiamente assegnato. Non ha avuto concorrenza importante per almeno tre decadi ed anche i suoi concorrenti erano di vedute keynesiane.

Samuelson promosse le idee di Keynes, ma usò una forma molto diversa. Non citava Keynes per esteso. Presentò quella che da allora è stata chiamata sintesi neo-keynesiana. Applicò il principio fondamentale di Keynes di spesa di deficit nella Grande Depressione all'economia generale in un mondo post-depressione. Provò a rendere davvero generale la Teoria Generale, cosa che il libro non era stato.

La Teoria Generale era altamente specifica. Era un programma progettato per contrastare il calo della spesa e della massa monetaria in un'era in cui non c'era assicurazione di governo per i fallimenti bancari o dei loro depositanti. Era un programma per controbilanciare la tesaurizzazione diffusa della valuta. A partire dal giorno in cui venne creata la FDIC nel 1934, le banche americane smisero di fallire e la massa monetaria cominciò ad aumentare. Keynes scrisse il suo libro dopo questa transizione negli Stati Uniti. Il libro era una difesa teorica delle politiche che già erano state adottate negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale e che la Seconda Guerra Mondiale avrebbe intensificato: spesa di deficit, massiccia inflazione e un'ampia espansione del ruolo del governo nell'economia. Non è così che i keynesiani hanno raccontato la storia. Ma è così che la storia dev'essere raccontata. Sto cercando di reclutare economisti e storici che dedichino parecchi anni di ricerca per farlo.

La “Teoria Generale” di Keynes è stata a lungo un libro non letto posato sugli scaffali dei dottorandi e dei professori di economia. Nessuno l'ha letta davvero a parte gli specialisti di storia del pensiero economico. Il libro è quasi illeggibile. Confrontato ai suoi libri e saggi precedenti, è illeggibile in modo unico. Non vediamo le sue formule citate come prova delle politiche contemporanee o delle politiche suggerite. La letteratura citata nelle note a piè di pagina degli economisti è ciò che possiamo legittimamente chiamare keynesiana, ma questa letteratura è un'estensione del lavoro di Keynes, non il vero lavoro di Keynes.

Se Keynes approverebbe o meno ciò che viene consigliato in suo nome è cosa discutibile. Hayek parlò a Keynes poche settimane prima che morisse. Secondo Hayek, Keynes non era soddisfatto degli sviluppi che venivano offerti nel suo nome.

Keynes era sempre stato un oppositore dell'inflazione. I suoi lavori precedenti mettevano in guardia ripetutamente contro la minaccia dell'inflazione. Tuttavia, entro il 1945, l'inflazione era uno stile di vita in occidente.

Dovremmo confrontare la Teoria Generale all'Origine delle Specie di Charles Darwin. I darwinisti citano raramente Darwin per sostenere i loro ultimi studi. Lo citano come il creatore dell'idea di evoluzione tramite selezione naturale. Gli attacchi alla reale esposizione di Darwin vengono dismessi dai suoi seguaci come irrilevanti. Troviamo un'intera scuola di darwinisti che predica un'idea opposta a ciò che Darwin ha insegnato: “l'equilibrio punteggiato.” Darwin credeva nei cambiamenti minimi durante lunghi periodi di tempo. Essi credono nei cambiamenti enormi in brevi periodi. Eppure, si definiscono darwinisti. Perché? Perché credono nella sua grande idea: la causa senza scopo e casuale antecedente all'uomo.

Lo stesso è vero per la Teoria Generale di Keynes. Fu l'idea primaria di Keynes a dominare il pensiero agli economisti: deficit del bilancio pubblico come mezzo per il superamento delle crisi economiche. Per quanto riguarda le semplici formule e concetti nel presenti nel libro, gli economisti moderni li citano raramente nelle pubblicazioni professionali. Se uno o più punti specifici del libro vengono confutati, i suoi sostenitori lo stralciano. L'influenza di Keynes si riferisce all'unica grande idea, proprio come quella di Darwin.

I punti specifici del libro oggi sono dimenticati, come la sua dichiarazione che il governo potrebbe piazzare delle bottiglie piene di soldi, seppellirle e lasciare che i lavoratori scavino e le estraggano per vivere. Disse anche che costruire l'equivalente delle piramidi egizie avrebbe contribuito a ristabilire la prosperità. Ci credeva davvero. I suoi discepoli non fanno riferimento a questi passaggi. Una volta pressati dai critici, li scartano come semplice retorica. Erano retorici, ma non soltanto retorici.

UN'EREDITÀ VULNERABILE

Oggi, i keynesiani insistono che il loro uomo aveva ragione. Si prendono il credito per il recupero della fine del 2009, come ci fosse stato. Questa asserzione è accettata ampiamente. È così ampiamente accettata che Wikipedia gli dedica un articolo: “Risurrezione keynesiana.

Tuttavia la realtà è molto diversa dalla sua percezione. La soluzione di Keynes nel 1936 era un programma di deficit fiscali, accoppiato con una mite espansione monetaria in un momento di contrazione monetaria. Questi deficit di governo si supponeva avrebbero stimolato la spesa di consumo.

Tuttavia il cuore del programma del governo degli Stati Uniti nel 2008 non è stato il programma di spesa di 787 miliardi di dollari. Piuttosto, è stato il precedente raddoppio della base monetaria della Federal Reserve, gli scambi a valore nominale della Fed della propria parte di debito del Tesoro commerciabile per beni tossici non commerciabili di proprietà dalle maggiori banche, il salvataggio di AIG ed i susseguenti 1,25 trilioni pompati in Fannie Mae ed in Freddie Mac, dopo la loro nazionalizzazione da parte di Henry Paulson nel settembre 2008. Niente di tutto ciò è keynesiano. Tutto ciò è inflazione monetaria ad hoc e sovvenzioni della banca centrale alle grandi banche.

Keynes consigliava spesa e occupazione pubblica. Non consigliava i salvataggi delle grandi banche da parte della banca centrale. Si concentrava sulla politica fiscale, non sulla politica monetaria.

Le maggiori banche sono state salvate con questi interventi. Le piccole banche continuano ad affondare, di venerdì sera in venerdì sera. L'industria bancaria complessivamente ha ceduto i propri prestiti ad imprese commerciali e industriali. Le banche hanno aggiunto oltre 1 trilione alle loro riserve eccedenti alla Fed, sterilizzando così la moneta. Questo è anti-keynesiano: una limitazione della spesa, quindi una riduzione della domanda aggregata in confronto a quella che sarebbe stata altrimenti.

Il keynesismo come idea ha ricevuto un grave colpo – principalmente con la moneta fiat, non con i deficit federali. Sì, i deficit sono stati enormi, solo non in confronto alla creazione di moneta della banca centrale. I deficit sono senza precedenti, ovunque. Tuttavia il recupero dell'economia è criticato da ogni parte come debole.

Se gli enormi deficit non stanno servendo da stimolo per un diffuso recupero, allora quanto credito dovrebbe ottenere Keynes? I keynesiani dicono che le politiche del governo hanno salvato l'economia mondiale dal crollo. Ma questo non è lo stesso del dire che le politiche hanno ristabilito la prosperità. Non l'hanno fatto.

Ci sono state alcune proteste da parte degli economisti. Diverse centinaia di economisti accademici, per la maggior parte in oscure università, hanno protestato pubblicamente contro il pacchetto di stimolo.

Ma nessun gruppo di economisti, tranne gli austriaci, ha detto nel 2008 che la Fed non avrebbe dovuto fare niente, che Fannie e Freddie avrebbero dovuto esser lasciati affondare e che la legge di stimolo avrebbe dovuto essere bocciata. Con quest'unica eccezione, l'intera comunità accademica degli economisti si è trasformata in un gruppo di ragazze pon pon per i salvataggi della Fed del 2008. Hanno venduto i loro diritti di nascita non-keynesiani per un piatto di zuppa della Federal Reserve.

Il silenzio della professione dal 2008 in poi li ha intrappolati. Sono difensori del moral hazard, malgrado i loro timidi avvertimenti contrari.

Se si riassumono gli scenari economici alternativi che abbiamo di fronte, è un Merle Hazard. Merle non è il suo vero nome. È un pianificatore finanziario di Nashville. Ha cominciato a farsi conoscere su YouTube nel 2009. Lui ed il suo socio, Bretton Wood, hanno cantato la domanda: “Sarà Zimbabwe o Giappone?” Finora, è il Giappone.

I governi occidentali hanno reso chiara oltre ogni dubbio una cosa. Non intendono imporre gli alti tassi di capitali delle banche stabiliti dalla Banca per gli Accordi Internazionali. L'Unione Europea e la Banca Centrale Europea hanno inoltre indicato chiaramente che non faranno rispettare le regole della UE sul rapporto deficit-PIL. Oggi c'è solo una regola: “tassare e tassare, spendere e spendere, inflazionare e inflazionare.”

Gli incombenti fallimenti dei governi occidentali e del Giappone stanno ora diventando più evidenti per il pubblico colto. Gli osservatori stanno diventando più austriaci nella loro percezione. Gli investitori non accettano emozionalmente questo piano d'azione, ma i numeri sono chiari. Prima o poi sarà necessario tagliare l'assistenza sanitaria statale, la previdenza sociale ed i sussidi di disoccupazione.

È inoltre chiaro che la disoccupazione non sarà significativamente ridotta dall'attuale recupero. Gli strumenti keynesiani non stanno funzionando. Non hanno funzionato per una generazione in Europa, dove vivere con il sussidio di disoccupazione è permanente per il 10% della forza lavoro.

Quando arriverà il crollo, la colpa sarà dei keynesiani. Hanno voluto il merito per il recupero e lo hanno ricevuto. Oggi stanno consumando il favore del pubblico. Lo pagheranno più avanti.

“L'AVEVAMO DETTO!”

I rappresentanti della scuola austriaca avevano predetto la recessione. Il momento clou è stato il dibattito di Peter Schiff con Art Laffer nel 2006. Schiff disse che un crollo era in arrivo. Laffer lo ridicolizzò. Grazie a YouTube, questa storia non sarà dimenticata.

Non è mai bello andare dai perdenti e dire, “te l'avevo detto.” È molto meglio però andare dal grande pubblico, che è sempre alla ricerca di una guida, e dire, “gliel'avevamo detto.” Non convertite molto spesso i veri credenti ed i portavoce, ma potete minare la loro leadership.

La teoria austriaca del ciclo economico è lo strumento che ha permesso a Schiff e ad altri, come me, di predire nel 2006 che una recessione avrebbe colpito nel 2007. È successo – nel dicembre del 2007. Gliel'avevamo detto. Questo rafforza le nostre credenziali, ma più importante, rafforza le credenziali di Ludwig von Mises. Egli pensava che la sola logica economica fosse tutto ciò che serviva per difendere una posizione. Ma nel dibattito politico è anche necessario avere i numeri che dimostrano che avevate ragione.

Quando l'URSS crollò economicamente nel 1988, quindi perse la guerra afgana nel 1989 ed infine commise il suicidio nel 1991, il marxismo è morto. Tutte le note a piè di pagina nei libri marxisti non hanno più avuto alcuna importanza nell'accademia. Tutti i lamenti post-1991 dei marxisti secondo i quali l'Unione Sovietica in realtà non era mai stata davvero marxista sono stati ignorati. Perché? Perché i marxisti si erano presi i meriti per l'URSS per 74 anni. Avevano elogiato la pianificazione centrale dell'Unione Sovietica. Così, nel 1991, non poterono fuggire dalla nave sovietica che affondava in tempo per giustificare il sistema marxista.

Entro il 1991, l'economia della Cina ruggiva grazie all'abbandono di Deng dell'economia marxista nel 1978. Questo lasciò soltanto l'Albania, la Cuba e la Corea del Nord. I marxisti non avevano più dove guardare per offrire la prova di un successo economico. Nel giro di una notte, diventarono oggetto di scherno nei campus universitari.

Questo sarà il destino dei keynesiani quando i governi occidentali alla fine o falliranno oppure abbandoneranno i deficit e la moneta fiat.

Chi si resterà ancora in piedi per rimettere insieme i pezzi intellettuali? Gli economisti della scuola di Chicago non hanno predetto il 2008. Non hanno protestato per i salvataggi della Fed di settembre e ottobre. Né l'hanno fatto gli economisti della scelta pubblica, gli economisti dell'aspettativa razionale, o gli economisti comportamentali. Si sono arrampicati tutti a bordo della buona nave Keynes, che era in effetti la buona nave Bernanke. Gli austriaci non l'hanno fatto.

Gli Austriaci, pochi nel numero, sono gli ultimi uomini che sfidano i keynesiani. Questa è la loro grande occasione. Hanno atteso per molto tempo.

ANDANDO ALL'OFFENSIVA IN MODO AGGRESSIVO

Come disse W.C. Fields molto tempo fa, “non dare mai tregua ad un babbeo.” Questo si applica anche ai parassiti. Il keynesiano è un apologeta per la classe parassita: collettori di tasse, espansori del deficit e imbroglioni di ogni risma.

Ho creato www.KeynesProject.com per contribuire a mobilitare le truppe guerrigliere in un assalto totale al fortino di Keynes. È un supplemento all'ampia collezione di libri e materiali gratuiti che si trovano su www.Mises.org, in particolare i libri nella sezione Bibliografia nell'Homepage.

Bisogna attuare un assalto totale alla Teoria Generale che mostri quanto è illogica, frase per frase. In passato questo è stato fatto sporadicamente, ma non sistematicamente. Perché opporsi al sistema generale di Keynes significava commettere il suicidio accademico.

Quando il tavolo sarà ripulito, si dovrà fare una valutazione sistematica della bibliografia post-Keynes. Ma questo è un lavoro troppo grande per una manciata di studiosi. Ci vorrà almeno un decennio per produrre una critica di base di Keynes. La mia speranza è che questo progetto sia pronto in tempo per la crisi prodotta dalle odierne politiche.

Per persaudere la prossima generazione di economisti e di teste parlanti che Keynes si sbagliava, e che quindi i suoi apologeti sono e sono stati nel torto, abbiamo bisogno di due cose: (1) un corpo di materiale in tutti i media possibili che dimostri come la Teoria Generale fosse una truffa fin dall'inizio; (2) un'economia che soffre universalmente per gli effetti delle politiche che sono state giustificate in nome di Keynes. Dato che stiamo per ottenere la seconda, perché non lavorare alla prima?

CONCLUSIONE

Abbiamo vissuto nell'ombra di Keynes dal 1936. Quell'ombra ha oscurato l'accademia per oltre 70 anni. Keynes ha giustificato ciò che i politici ed i burocrati accademici stipendiati avevano sempre voluto: più potere per i politici ed i burocrati di ruolo.

Keynes ha giustificato questo sistema parassita. Ora sta arrivando il conto. Gli elettori stanno per unirsi in una rivolta fiscale contro questo conto. Cercheranno una giustificazione. L'economia della scuola austriaca è oggi la meglio posizionata per offrire quella giustificazione. Per prendere una posizione ancora migliore, una più giovane generazione di economisti della scuola austriaca deve sviscerare pubblicamente la Teoria Generale.

Thursday, March 11, 2010

Tuesday, March 9, 2010

Collective Hope #110

L'economia in due paragrafi

L'economia è molto semplice, in fondo.
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La libertà generale di acquistare e di vendere è quindi l'unico modo di assicurare, da un lato, al venditore, un prezzo sufficiente per incoraggiare la produzione e, dall'altro, al consumatore, le migliori mercanzie al prezzo più basso. Questo non vuol dire che in particolari casi non troveremo un commerciante disonesto e un consumatore truffato; ma il consumatore truffato imparerà dall'esperienza e cesserà di frequentare il commerciante disonesto, che cadrà in discredito e sarà così punito per la sua disonestà; e questo non accadrà mai troppo spesso, perché generalmente gli uomini saranno illuminati dal loro evidente interesse personale.

Attendersi che il governo impedisca tali truffe in ogni caso sarebbe come voler fornire dei cuscini ad ogni bambino che potrebbe cadere. Assumere che sia possibile impedire con successo, con delle regolamentazioni, tutti i possibili atti illeciti di questo genere, è sacrificare ad una perfezione chimerica qualsiasi progresso dell'industria; è limitare l'immaginazione degli artigiani negli stretti confini dell'abituale; è vietare qualsiasi nuovo esperimento; è rinunciare persino alla semplice speranza di competere con gli stranieri nella fabbricazione di nuovi prodotti che essi inventano quotidianamente, dal momento che, poiché essi non si conformano alle nostre regolamentazioni, i nostri operai non possono imitare questi articoli senza in primo luogo ottenere un permesso dal governo, ovvero, spesso dopo che le fabbriche estere, avendo tratto profitto dal primo entusiasmo dei consumatori per questa novità, l'hanno già sostituita con qualcos'altro. Significa dimenticare che l'esecuzione di queste regole è affidata sempre a uomini che possono avere molto più interesse nella frode o nella connivenza alla frode poiché la frode che potrebbero commettere sarebbe poi coperta in qualche modo dal sigillo dell'autorità pubblica e dalla fiducia che questo sigillo ispira ai consumatori. Significa inoltre dimenticare che queste regolamentazioni, questi ispettori, questi uffici per il controllo e la marcatura, impongono sempre delle spese e che queste spese sono sempre una tassa sulle mercanzie che, di conseguenza, si carica sul consumatore interno e scoraggia il compratore estero. Quindi, con evidente ingiustizia, il commercio e conseguentemente la nazione, sono caricati di un pesante fardello per risparmiare a pochi individui oziosi il disturbo di istruire sé stessi o di fare delle ricerche per evitare di essere truffati. Supporre che tutti i consumatori siano babbei e tutti i commercianti e produttori siano truffatori, ha l'effetto di autorizzarli ad esserlo, e di degradare tutti i membri produttivi della comunità.

Anne-Robert-Jacques Turgot, “Éloge de Gournay” (1759)

Sunday, March 7, 2010

Political logic

Breve clip dalla fortunata serie inglese Yes Minister.

Friday, March 5, 2010

Cattiva digestione

Grazie alla segnalazione di Giorgio Mattiuzzo ecco un post che non necessita di commenti.

Thursday, March 4, 2010

Le colpe della guerra in Medio Oriente

La storia è scritta dai vincitori, si dice. E se per storia intendiamo la narrativa che ci viene propinata nei centri d'indottrinamento statali e ripetuta ad nauseam dai media asserviti, questo è certamente vero. Fortunatamente però, di tanto in tanto, la storia viene scritta anche da persone eccezionali, che sfuggono all'omologazione vigente affidandosi esclusivamente alla ragione e alla loro umanità. Allora il ritratto che se ne ricava è spesso molto meno lusinghiero per gli acclamati vincitori.

Rothbard è stato un uomo di questo tipo, indifferente al clamore della folla ed ai diktat dei potenti. Quella che segue è una delle innumerevoli dimostrazioni del suo amore per la giustizia e la verità, un pezzo scritto per Left and Right nel 1967, all'indomani della guerra dei sei giorni in Medio Oriente.
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DI Murray Rothbard


Il problema con i settari, che siano libertari, marxisti, o sostenitori del governo mondiale, è che tendono ad accontentarsi della causa alla radice di ogni problema ed a non preoccuparsi mai delle cause più dettagliate o più prossime. Il migliore, e quasi ridicolo, esempio di settarismo cieco e non intelligente è il Partito Laburista Socialista, un partito venerabile senza effetto alcuno sulla vita americana. A qualsiasi problema che la condizione del mondo potrebbe porre – la disoccupazione, l'automazione, il Vietnam, i test nucleari, o qualsiasi altra cosa – il PLS ripete semplicemente, a pappagallo: “adottare il socialismo.” Poiché il capitalismo si presume essere la causa originaria di tutti questi ed altri problemi, solo il socialismo li spazzerà via, punto. In questo modo il settario, anche se la sua identificazione della causa originaria fosse corretta, si isola da tutti i problemi del mondo reale e, per ulteriore ironia, evita a sé stesso di avere un qualche effetto verso lo scopo finale che serba in cuore.

Alla domanda sulle colpe di una guerra, di qualunque guerra, il settarismo alza la sua brutta e disinformata testa molto al di là della palude in cui affonda il Partito Laburista Socialista. Libertari, marxisti, sostenitori del governo mondiale, ciascuno dalla propria diversa prospettiva, hanno l'insita tendenza di evitare di tediarsi con i pro e i contro dettagliati di ogni dato conflitto. Ciascuno di essi sa che la causa alla radice della guerra è il sistema della nazione-stato; data l'esistenza di questo sistema, le guerre ci saranno sempre e tutti gli stati se ne divideranno la colpa. Il libertario, in particolare, sa che gli stati, senza eccezione, aggrediscono i loro cittadini e sa inoltre che in tutte le guerre ogni stato aggredisce i civili innocenti “appartenenti” all'altro stato.

Ora questo tipo di visione della causa originaria della guerra e dell'aggressione, e della natura dello stato in sé, è cosa buona e giusta ed estremamente necessaria per comprendere lo stato del mondo. Ma il problema è che il libertario tende a fermarsi lì, ed eludendo la responsabilità di conoscere che cosa sta accadendo in ciascuna specifica guerra o conflitto internazionale, tende a saltare ingiustificabilmente alla conclusione che, in qualunque guerra, tutti gli stati sono ugualmente colpevoli, e quindi a continuare a farsi gli affari suoi senza pensarci due volte. In breve, il libertario (e il marxista e il partigiano del governo mondiale) tende a trincerarsi nella comoda posizione di un “Terzo Accampamento,” assegnando uguali colpe a tutte le parti in ogni conflitto, e lasciando perdere. Questa è una posizione comoda da prendere perché in realtà non aliena i partigiani dell'uno o dell'altro lato. Entrambi gli schieramenti in una guerra scarteranno quest'uomo come “idealista” senza speranza e settario, un uomo anche piuttosto amabile perché ripete meccanicamente la sua posizione “pura” senza informarsi o prendere posizione su qualsiasi guerra stia infuriando nel mondo. In breve, entrambi gli schieramenti tollereranno il settario precisamente perché irrilevante, e perché la sua irrilevanza garantisce che non avrà effetto sul corso degli eventi o sull'opinione pubblica su questi eventi.

No: libertari devono arrivare a capire che ripetere meccanicamente i principi ultimi non è abbastanza per affrontare il mondo reale. Solo perché tutte le parti condividono la colpa ultima degli stati non significa che tutte le parti sono ugualmente colpevoli. Al contrario, virtualmente in ogni guerra, una parte è molto più colpevole dell'altra e a quella parte dev'essere assegnata la responsabilità di base per l'aggressione, la conquista, ecc. Ma per per scoprire quale parte in una guerra è la più colpevole, dobbiamo informarci approfonditamente sulla storia di quel conflitto e questo richiede tempo e riflessione – ed è inoltre necessaria la volontà ultima di diventare rilevanti prendendo posizione e assegnando un maggior grado di colpevolezza su un lato o sull'altro.

Diventiamo quindi rilevanti; e, con questo in mente, esaminiamo le cause storiche alla radice dell'attuale cronica e acuta crisi in Medio Oriente; e facciamolo con lo scopo di scoprire e giudicare il colpevole.

La crisi cronica del Medio Oriente risale – come molte altre crisi – alla Prima Guerra Mondiale. I britannici, in cambio della mobilitazione dei popoli arabi contro i loro oppressori della Turchia imperiale, promisero agli arabi la loro indipendenza alla fine della guerra. Ma, allo stesso tempo, il governo britannico, con un caratteristico gioco su due tavoli, prometteva la Palestina araba come “casa nazionale” per il sionismo organizzato. Queste promesse non erano sullo stesso piano morale: per ché nel primo caso, agli arabi veniva promessa la propria terra liberata dalla dominazione turca; e nel secondo, si prometteva al sionismo mondiale una terra enfaticamente non sua. Quando la guerra mondiale finì, i britannici senza alcuna esitazione scelsero di mantenere la promessa sbagliata, quella al sionismo mondiale. La loro scelta non fu difficile; se avesse mantenuto la propria promessa agli arabi, la Gran Bretagna avrebbe dovuto andarsene gentilmente dal Medio Oriente e consegnare quella terra ai suoi abitanti; ma, per adempiere alla sua promessa ai sionisti, la Gran-Bretagna doveva rimanere come potenza imperiale che governasse la Palestina araba. Che abbia scelto il corso imperiale non sorprende affatto.

Dobbiamo, quindi, tornare ancora più indietro nella storia: a cosa serviva il sionismo mondiale? Prima della Rivoluzione Francese, gli ebrei europei in gran parte erano stati relegati in ghetti, e dalla vita del ghetto era emersa una distinta identità culturale ed etnica (così come religiosa) ebraica, con lo Yiddish come linguaggio comune (essendo l'ebraico soltanto l'antica lingua dei riti religiosi). Dopo la Rivoluzione Francese, gli ebrei dell'Europa occidentale si emanciparono dalla vita del ghetto ed affrontarono la scelta di dove dirigersi. Un gruppo, gli eredi dell'Illuminismo, scelse e sostenne la scelta di uscire dalla cultura ristretta e parrocchiale del ghetto per assimilarsi nella cultura e nell'ambiente del mondo occidentale. Ma se l'assimilazionismo era chiaramente il corso razionale in America ed Europa occidentale, questo percorso non avrebbe potuto esser seguito facilmente in Europa Orientale, dove le mura dei ghetti ancora tenevano. In Europa Orientale, quindi, gli ebrei si rivolsero ai vari movimenti per la conservazione dell'identità etnica e culturale ebraica. Quello prevalente era il Bundismo, la visione del Bund ebraico, che sosteneva l'autodeterminazione nazionale ebraica, fino ad includere uno stato ebraico nelle regioni a predominanza ebrea dell'Europa Orientale (così, secondo il Bundismo, la città di Vilna, in Europa Orientale, con una popolazione a maggioranza ebrea, avrebbe fatto parte di uno stato ebraico di nuova formazione). Un altro gruppo di ebrei, meno potente, il movimento territorialista, disperando per il futuro degli ebrei in Europa Orientale, sosteneva la conservazione dell'identità ebraica Yiddish con la formazione di colonie e comunità ebree (non stati) in varie zone non popolate e vergini del mondo.

Date le condizioni dell'ebraismo europeo alla fine del XIX ed all'inizio del XX secolo, tutti questi movimenti avevano una base razionale. L'unico movimento ebraico privo di senso era il sionismo, un movimento che ebbe inizio all'interno del territorialismo ebraico. Ma mentre i territorialisti volevano semplicemente conservare l'identità ebrea-Yiddish in una terra propria di nuova formazione, il sionismo cominciò ad insistere per una terra ebraica unicamente in Palestina. Il fatto che la Palestina non fosse una terra vergine, ma fosse già occupata da popolazioni di contadini arabi, non significava niente per gli ideologhi del sionismo. Ancora, i sionisti, lungi dallo sperare di conservare la cultura Yiddish del ghetto, voleva seppellirla e sostituirla con una nuova cultura ed una nuova lingua basate su un'artificiale espansione secolare dell'antico ebraico religioso.

Nel 1903, i britannici offrirono un territorio per la colonizzazione ebraica in Uganda ed il rifiuto di questa offerta da parte dei sionisti polarizzò i movimenti territorialista e sionista, che in precedenza erano fusi insieme. Da quel momento in poi, i sionisti si dedicheranno alla mistica terra-e-sangue in Palestina e solo in Palestina, mentre i territorialisti avrebbero cercato una terra vergine in un'altra parte del mondo.

A causa degli arabi residenti in Palestina, il sionismo dovette trasformarsi in pratica in un'ideologia di conquista. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Gran Bretagna prese il controllo della Palestina ed usò il suo potere sovrano di promuovere, incoraggiare e favorire l'espropriazione delle terre arabe per l'uso e per l'immigrazione sionista. I vecchi titoli di proprietà terriera turchi venivano spesso raccolti e comprati a poco prezzo, espropriando così i contadini arabi in nome dell'immigrazione sionista europea. Nel cuore del mondo arabo agricolo e nomade del Medio Oriente arrivava così, sulle spalle e sulle baionette dell'imperialismo britannico, un popolo di colonizzatori in gran parte europeo.

Anche se il sionismo era ora impegnato per una Palestina come casa nazionale ebraica, non lo era ancora nell'allargamento di uno stato ebraico indipendente in Palestina. Effettivamente, soltanto una minoranza dei sionisti favoriva uno stato ebraico e molti di questi avevano rotto con il sionismo ufficiale, sotto l'influenza di Vladimir Jabotinsky, e avevano formato il movimento sionista-revisionista per mobilitarsi perché uno stato ebraico governasse l'antica Palestina storica su entrambe le rive del fiume Giordano. Non è sorprendente che Jabotinsky abbia espresso grande ammirazione per il militarismo e la filosofia sociale del fascismo di Mussolini.

All'altra ala del sionismo stavano i sionisti culturali, che si opponevano all'idea di stato politico ebraico. In particolare, il movimento del Ihud (Unità), raccolto intorno a Martin Buber e ad un gruppo di distinti intellettuali ebrei dell'università ebraica di Gerusalemme, sosteneva, quando i britannici se ne fossero andati, uno stato ebreo-arabo bi-nazionale in Palestina, in cui né l'uno né l'altro gruppo religioso dominasse l'altro, ma che lavorassero in pace ed armonia per costruire la terra della Palestina.

Ma la logica interna del sionismo non l'avrebbe tollerato. Nella tumultuoso congresso del Sionismo Mondiale all'Hotel Biltmore di New York nel 1942, il sionismo, per la prima volta, adottò l'obiettivo di uno stato ebraico in Palestina, e niente di meno. Gli estremisti avevano vinto. Da quel momento in poi, ci sarebbe stata una crisi permanente in Medio Oriente.

Pressati da lati opposti dai sionisti ansiosi di ottenere uno stato ebraico e dagli arabi che volevano una Palestina indipendente, i britannici decisero infine di andarsene dopo la Seconda Guerra Mondiale e di passare il problema alle Nazioni Unite. Con l'intensificarsi delle spinte per uno stato ebraico condizione, il riverito dott. Judah Magnes, presidente dell'Università Ebraica di Gerusalemme e capo del movimento del Ihud, denunciò amaramente il “totalitarismo sionista,” che, accusava, sta cercando di portare “l'intero popolo ebreo sotto la propria influenza con la forza e la violenza. Ancora non ho visto chiamare i terroristi sionisti con il loro giusto nome: assassini – che hanno brutalizzato uomini e donne. … Tutti gli ebrei in America condividono tale colpa, persino quelli che non sono d'accordo con le attività di questa nuova leadership pagana, ma che rimangono comodamente seduti con le mani incrociate….” Poco tempo dopo, il dott. Magnes ritenne necessario l'esilio dalla Palestina ed emigrò negli Stati Uniti.

Sotto la pressione incredibilmente intensa dagli Stati Uniti, nel novembre del 1947 l'ONU – compresi gli entusiasti Stati Uniti e l'URSS – approvò riluttante un programma di partizione della Palestina, un programma che costituì la base dell'uscita britannica e della dichiarazione dell'esistenza di Israele il 15 maggio dell'anno seguente. Il programma di partizione garantì agli ebrei, che possedevano una frazione trascurabile della terra palestinese, quasi metà dell'area territoriale del paese. Il sionismo era riuscito a ritagliare uno stato ebraico europeo in territorio arabo nel Medio Oriente. Ma non era affatto finita qui. L'accordo dell'ONU aveva permesso (a) che Gerusalemme venisse internazionalizzata secondo la regola dell'ONU e (b) che ci fosse un'unione economica fra i nuovi stati ebraico e arabo della Palestina. Queste erano le condizioni di base con cui l'ONU approvò la partizione. Entrambe vennero subito e bruscamente disattese da Israele – che cominciarono così una crescente serie di aggressioni contro gli arabi in Medio Oriente.

Mentre i Britannici erano ancora in Palestina, le forze paramilitari sioniste iniziarono a schiacciare le forze armate arabe palestinesi in una serie di scontri di guerra civile. Ma, cosa più fatidica, il 9 aprile 1948, i fanatici terroristi sionisti-revisionisti raggruppati nell'organizzazione Irgun Zvai Leumi massacrarono cento donne e bambini nel villaggio arabo di Deir Yassin. Dall'avvento dell'indipendenza di Israele il 15 maggio gli arabi palestinesi, demoralizzati, fuggivano in preda al panico dalle loro case e dalla minaccia del massacro. I vicini stati arabi mandarono allora le loro truppe. Gli storici sono soliti descrivere la guerra che seguì come invasione di Israele da parte degli stati arabi, eroicamente respinta da Israele, ma poiché tutti i combattimenti ebbero luogo su territorio arabo, questa interpretazione è chiaramente errata. Ciò che accadde, infatti, è che Israele riuscì ad occupare grossi pezzi dei territori assegnati agli arabi palestinesi dall'accordo di partizione, comprese le zone arabe della Galilea occidentale, della Palestina araba centro-occidentale come “corridoio” per Gerusalemme e delle città arabe di Jaffa e di Beersheba. Anche il grosso di Gerusalemme – la città nuova – fu occupata da Israele ed il programma di internazionalizzazione dell'ONU venne scartato. Gli eserciti arabi furono ostacolati dalla loro stessa inefficienza e disunità e da una serie di tregue imposte dall'ONU rotte solo per il tempo bastante a Israele per occupare più territorio arabo.

Prima dell'accordo di armistizio permanente del 24 febbraio 1949, allora, 600.000 ebrei avevano creato uno stato che in origine aveva alloggiato 850.000 arabi (da una popolazione araba palestinese totale di 1,2 milioni). Di questi arabi, tre quarti di milione erano stati cacciati dalle loro terre e case ed il resto sottoposto ad una dura regola militare che, dopo due decadi, è ancora in vigore. Le case, le terre ed i conti bancari dei rifugiati arabi fuggiti furono subito confiscati da Israele e consegnati agli immigranti ebrei. Israele a lungo ha sostenuto che i tre quarti di milione di arabi non furono cacciati con la forza ma piuttosto dal loro stesso ingiustificato panico indotto dai leader arabi – ma il punto chiave è che tutti conoscono il risoluto rifiuto di Israele a lasciare che questi rifugiati tornino e reclamino le proprietà a loro sottratte. Da quel giorno a oggi, per due decadi, questi sfortunati rifugiati arabi, le loro fila ora gonfiate per aumento naturale a 1,3 milioni, hanno continuato a vivere in assoluta indigenza nei campi profughi intorno ai confini israeliani, a mala pena mantenuti in vita dagli scarni fondi dell'ONU e dai pacchi CARE, vivendo soltanto per il giorno in cui potranno tornare alle loro legittime case.

Nelle regioni della Palestina originariamente assegnate agli arabi, non è rimasto nessun governo arabo palestinese. Il capo riconosciuto degli arabi palestinesi, il loro Grand Mufti Haj Amin el-Husseini, fu deposto sommariamente dallo strumento britannico di vecchia data, il re Abdullah della Trans-Giordania, che confiscò semplicemente le regioni arabe della Palestina centro-orientale, così come la città vecchia di Gerusalemme (la Legione Araba del re Abdullah era stata costruita, armata, provvista di uomini e perfino guidata da ufficiali colonialisti britannici come Glubb Pasha).

Per quanto riguarda i rifugiati arabi, Israele si aspetta che i contribuenti del mondo (ovvero, in gran parte i contribuenti degli Stati Uniti) si inseriscano e finanzino un ampio programma per risistemarli in qualche luogo in Medio Oriente – cioè, in qualche luogo lontano da Israele. I rifugiati, tuttavia, non hanno naturalmente interesse nella risistemazione; rivogliono le loro case e proprietà, punto.

L'accordo di armistizio del 1949 si presumeva fosse sorvegliato da una serie di Commissioni Miste di Armistizio, composta da Israele e dai suoi vicini arabi. Molto presto, tuttavia, Israele sciolse le Commissioni Miste di Armistizio e cominciò ad invadere sempre più territori arabi. Quindi, la zona ufficialmente demilitarizzata di El Auja venne sommariamente occupata da Israele.

Da quando il Medio Oriente era ancora tecnicamente in uno stato di guerra (c'era un armistizio ma nessun trattato di pace), l'Egitto, dal 1949 in poi, aveva continuato a bloccare lo stretto di Tiran – l'entrata al golfo di Aqaba – a tutti i trasporti israeliani e a tutto il commercio con Israele. In considerazione dell'importanza del blocco del golfo di Aqaba nella guerra del 1967, è importante ricordare che nessuno protestò per questa azione egiziana: nessuno disse che l'Egitto stava violando il diritto internazionale chiudendo questo “pacifico canale internazionale” (rendere qualsiasi canale aperto a tutte le nazioni, secondo il diritto internazionale, richiede due condizioni: (a) consenso delle potenze che si affacciano sul canale e (b) che non esista stato di guerra fra qualsiasi delle potenze che si affacciano sul canale. Nessuna di queste condizioni valevano per il golfo di Aqaba: l'Egitto non acconsentì mai ad un tale accordo e Israele era in uno stato di guerra con l'Egitto dal 1949, di modo che l'Egitto poté bloccare il golfo ai trasporti israeliani senza contestazioni dal 1949 in poi).

La storia della continua aggressione israeliana era appena cominciata. Sette anni più tardi, nel 1956, Israele, alleato agli eserciti imperialisti britannici e francesi, invase l'Egitto. E – oh, con quale fierezza Israele imitò coscientemente le tattiche naziste del blitzkrieg e dell'attacco a sorpresa! E – oh, che ironia che proprio lo stesso establishment americano che per anni aveva denunciato i blitzkrieg e gli attacchi a sorpresa nazisti fosse improvvisamente pieno d'ammirazione per esattamente le stesse tattiche impiegate da Israele! Ma in questo caso, gli Stati Uniti, abbandonando momentaneamente la loro devozione intensa e continua alla causa israeliana, si unirono alla Russia nell'obbligare gli aggressori a lasciare il territorio egiziano. Ma Israele non ha acconsentì a ritirare le proprie forze dalla penisola del Sinai finché l'Egitto non avesse acconsentito a permettere che una Forza Speciale d'Emergenza dell'ONU avesse amministrato la fortezza di Sharm-El Sheikh che controlla lo stretto di Tiran. Tipicamente, Israele rifiutò sdegnoso all'UNEF il permesso di pattugliare il proprio lato del confine. Soltanto l'Egitto acconsentì a permettere l'accesso alle forze dell'ONU, e fu a causa di questo che il golfo di Aqaba è rimasto aperto ai trasporti israeliani dal 1956 in poi.

La crisi del 1967 nacque dal fatto che, nel corso degli ultimi anni, i rifugiati arabi palestinesi avevano cominciato ad abbandonare la loro precedente disperazione triste e passiva ed a formare movimenti guerriglieri che si sono infiltrati nei confini israeliani per portare la loro lotta nella regione delle loro case perdute. Dall'anno scorso, la Siria è stata sotto il controllo del più militante governo anti-imperialista che il Medio Oriente abbia visto da anni. L'incoraggiamento siriano ai guerriglieri palestinesi ha spinto i forsennati capi di Israele a minacciare la Siria con la guerra e la conquista di Damasco – minacce punteggiate da severe incursioni di rappresaglia contro i villaggi siriani e giordani. A questo punto il primo ministro egiziano, Gamal Abdel Nasser, che era stato uno sbruffone anti-israeliano per anni, ma che si era concentrato preferibilmente su misure demagogiche e stataliste che rovinarono l'economia interna dell'Egitto, fu sfidato dai siriani a fare qualcosa di concreto per aiutare: in particolare, a metter fine al controllo dell'UNEF – e quindi al continuo passaggio israeliano – nel golfo di Aqaba. Da qui, la richiesta di Nasser perché l'UNEF se ne andasse. Le proteste pro-israeliane alla rapida acquiescenza di U Thant sono grottesche, quando consideriamo che le forze dell'ONU erano là soltanto su richiesta egiziana e che Israele ha sempre rifiutato risolutamente di avere le forze dell'ONU sul proprio lato del confine. Fu a quel punto, con la chiusura dello stretto di Tiran, che Israele ha cominciato evidentemente a prepararsi per il proprio prossimo blitzkrieg.

Mentre apparentemente approvava le trattative di pace, il governo israeliano alla fine cedeva alle pressioni dei “falchi” all'interno del paese e la nomina di un noto guerrafondaio, il generale Moshe Dayan, a ministro della difesa era ovviamente il segnale per il blitz israeliano avvenuto dopo pochi giorni. Le incredibilmente rapide vittorie israeliane; la glorificazione della stampa delle tattiche e della strategia israeliane; la chiara impreparazione delle forze arabe a dispetto della gran fanfara; tutto ciò dimostra a tutti tranne ai più ingenui il fatto che Israele lanciò la guerra del 1967 – un fatto che l'Israele a malapena si preoccupa di negare.
Uno degli aspetti più repellenti del macello del 1967 è l'aperta ammirazione per la conquista israeliana da parte di quasi tutti gli americani, ebrei e non ebrei. Sembra esserci una malattia nel profondo dell'animo americano che causa la sua identificazione con l'aggressione e l'omicidio di massa – più rapido e più brutale è, meglio è. Nell'ondata di ammirazione per la marcia israeliana, quanti si addolorarono per le migliaia di civili arabi innocenti assassinati con l'uso israeliano del napalm? E per quanto riguarda lo sciovinismo ebraico fra il cosiddetto popolo “pacifista” della sinistra, non c'è dimostrazione più nauseabonda di una totale mancanza di umanità che quella mostrata da Margot Hentoff nel liberal Village Voice:
“C'è qualche guerra che ti piace? In caso affermativo, sei ebreo? Fortunato te. Che gran momento per essere ebreo. Avete mai conosciuto dei pacifisti ebrei? Ne avete conosciuto qualcuno la settimana scorsa? … Del resto, questa era una guerra differente – un vecchio genere di guerra, un genere di guerra in cui la morte era portatrice di vita e le morti arabe non contavano. Che piacere essere, ancora una volta, a favore di una guerra. Che bella sensazione, sana e pulita, acclamare quelle jeep che attraversavano lo schermo televisivo piene di soldati EBREI duri, magri, risoluti, armati.

“‘Guarda come vanno! WOW! ZAP! Niente li fermerà adesso!’ ha detto un vecchio pacifista radicale. ‘Questo è un esercito di ebrei!’

“Un altro (il cui contributo principale al giudaismo finora è stato di scrivere articoli che ripudiano Israele e che annunciano che il giudaismo ha fallito e se lo merita) ha passato la settimana a dissimulare la sua nazionalità. ‘Come stiamo?’ Continuava a chiedere. ‘Dove arriveremo adesso?’”
Che “bella sensazione pulita” davvero, quando “le morti arabe non contano!” C'è qualche differenza fra questo tipo di atteggiamento e quello dei nazisti persecutori di ebrei che la nostra stampa attacca, giorno dopo giorno, da ben più di vent'anni?

Quando ebbe inizio questa guerra, i capi israeliani affermarono che non erano interessati nemmeno in un “pollice” di territorio; la loro lotta era puramente difensiva. Ma ora che Israele siede sulle sue conquiste, dopo ripetute violazioni dei cessate il fuoco dell'ONU, spira un'aria molto diversa. Le sue forze occupano ancora tutta la penisola del Sinai; tutto il Giordano palestinese è stato occupato, spingendo altri quasi 200.000 sfortunati profughi arabi ad unirsi a centinaia di migliaia di loro compagni dimenticati; ha strappato un bel pezzo di Siria; e Israele afferma arrogante che non restituirà mai, mai, la città vecchia di Gerusalemme e non la internazionalizzerà; l'occupazione israeliana dell'intera Gerusalemme è semplicemente “non negoziabile.”

Se Israele è stato l'aggressore in Medio Oriente, il ruolo degli Stati Uniti in tutto questo è stato ancor più sgradevole. L'ipocrisia della posizione degli Stati Uniti è quasi incredibile – o lo sarebbe se non sapessimo qual è stata la politica estera degli Stati Uniti per decenni. Quando la guerra è cominciata, e per un momento è apparso come se Israele fosse in pericolo, gli Stati Uniti sono accorsi velocemente per dichiarare la propria dedizione “all'integrità nazionale del Medio Oriente” – come se i confini del 1949-67 fossero in qualche modo imbalsamati per sacro decreto e debbano essere conservati a tutti i costi. Ma – non appena è stato chiaro che Israele aveva vinto e conquistato ancora una volta, l'America si è rapidamente liberata dei propri presunti cari “principi.” Ora non si parla più “dell'integrità nazionale del Medio Oriente”; ora tutto è “realismo” e l'assurdità di tornare agli obsoleti confini dello status quo ed alla necessità che gli arabi accettino un accordo generale in Medio Oriente, ecc. Di quante altre prove abbiamo bisogno per sapere che gli Stati Uniti hanno approvato dall'inizio, pronti ad accorrere in soccorso di Israele se necessario? Di quante altre prove abbiamo bisogno per sapere che Israele è ora l'alleato ed il satellite degli Stati Uniti, che in Medio Oriente come in tante altre zone del mondo hanno indossato il mantello portato un tempo dall'imperialismo britannico?

La cosa più importante che gli americani non devono essere spinti a credere è che Israele sia un “piccolo” “derelitto” contro i suoi potenti vicini arabi. Israele è una nazione europea con uno standard tecnologico europeo che combatte un nemico primitivo e non sviluppato; ancora, Israele ha dietro di sé la forza concentrata di innumerevoli americani e europei occidentali che lo alimentano e lo finanziano, così come i governi leviatanici degli Stati Uniti e dei suoi numerosi alleati e stati clientelari. Israele non è un “prode derelitto” a causa dell'inferiorità numerica più di quanto lo fosse l'imperialismo britannico quando conquistava terre molto più popolate in India, in Africa ed in Asia.

E così, Israele ora si siede, occupando il proprio aumentato territorio, polverizzando case e villaggi che contengono cecchini, mettendo al bando gli arabi, uccidendo giovani arabi in nome del controllo del terrorismo. Ma questa stessa occupazione, questa stessa elefantiasi di Israele, fornisce agli arabi una potente occasione a lungo raggio. In primo luogo, come i regimi anti-imperialisti militanti di Siria e Algeria ora vedono, gli arabi possono spostare la loro enfasi strategica dalla disperata guerra convenzionale con un nemico molto meglio armato ad una prolungata e totale guerriglia popolare. Armato con armi leggere, il popolo arabo potrebbe mettere in atto un altro “Vietnam,” un'altra “Algeria” – un'altra guerriglia popolare contro un esercito d'occupazione pesantemente armato. Naturalmente, questa è una minaccia soltanto a lungo termine, perché per eseguirla gli arabi dovrebbero rovesciare tutte le loro stagnanti e reazionarie monarchie e formare una nazione unita pan-araba – perché le spaccature in nazioni-stato nel mondo arabo sono la conseguenza delle artificiose macchinazioni e delle depredazioni dell'imperialismo britannico e francese. Ma nel lungo termine, la minaccia è molto reale.

Israele, quindi, affronta un dilemma di lungo termine che un giorno dovrà affrontare. O continuare nel suo attuale percorso e, dopo anni di reciproche ostilità e di conflitto venir rovesciato dalla guerriglia popolare araba. O cambiare drasticamente direzione, liberarsi completamente dai legami imperiali occidentali e trasformarsi in semplici cittadini ebrei del Medio Oriente. Se lo facesse, allora la pace e l'armonia e la giustizia regnerebbero infine in questa regione tormentata. Ci sono molti precedenti per questa coesistenza pacifica. Per secoli prima dell'imperialismo occidentale del XIX e XX secolo, ebrei e arabi avevano sempre vissuto insieme pacificamente in Medio Oriente. Non ci sono inimicizia o conflitti inerenti fra arabi ed ebrei. Nei grandi secoli della civiltà araba nell'Africa del Nord ed in Spagna, gli ebrei avevano un ruolo felice e prominente – contrariamente alla loro continua persecuzione da parte dei fanatici dell'occidente cristiano. Ripulita dall'influenza e dall'imperialismo occidentale, quell'armonia può tornare a regnare di nuovo.

Wednesday, March 3, 2010

Monday, March 1, 2010