Tuesday, October 7, 2008

La cura per la depressione #2

Di Murray N. Rothbard


Se, allora, l'economia di mercato ha un meccanismo incorporato di selezione naturale per i buoni imprenditori, questo significa che, generalmente, non ci dovremmo aspettare molte aziende che subiscono perdite. E, infatti, se osserviamo l'economia in un giorno o un anno medio, troveremo che le perdite non sono molto diffuse. Ma, in quel caso, il fatto strano che bisogna spiegare è questo: Com'è che, periodicamente, nei momenti all'inizio delle recessioni e particolarmente nelle ripide depressioni, il mondo degli affari sperimenta improvvisamente un enorme grappolo di gravi perdite? Arriva un momento in cui le aziende, gli imprenditori in precedenza molto astuti nella loro capacità di realizzare profitti ed evitare le perdite, in modo improvviso e sconcertante si trovano, quasi tutti, a soffrire delle perdite severe ed inspiegabili? Come mai? Qui c'è un fatto molto importante che ogni teoria delle depressioni deve spiegare. Una spiegazione come “sottoconsumo” – un calo nelle spese totali dei consumatori – non è sufficiente, per una cosa, perché ciò che necessità di essere spiegato è perché gli uomini d'affari, in grado di prevedere ogni tipo di cambiamento e di sviluppo economico precedenti, si dimostrano completamente e catastroficamente incapaci di prevedere questo presunto calo nella domanda dei consumatori. Perché questo guasto improvviso nell'abilità di prevedere?

Un'adeguata teoria delle depressioni, allora, deve tener conto della tendenza dell'economia a muoversi attraverso successive espansioni e contrazioni, senza mostrare segni di stabilirsi in una qualche approssimativa situazione di equilibrio dal movimento scorrevole, o quietamente progressivo. In particolare, una teoria della depressione deve tener conto del gigantesco gruppo di errori che compare rapidamente ed improvvisamente ad un certo punto della crisi economica e indugia nel periodo di depressione fino al recupero. E c'è un terzo fatto universale di cui una teoria del ciclo deve tener conto. Invariabilmente, espansioni e contrazioni sono molto più intense e gravi nelle “industrie dei beni capitali” – industrie che fanno macchine ed attrezzature, che producono materie prime industriali o costruiscono gli impianti industriali – che nelle industrie che producono beni di consumo. Qui c'è un altro fatto della vita del ciclo economico che deve essere spiegato – ed ovviamente non può essere spiegato da teorie della depressione come la popolare dottrina del sottoconsumo: che i consumatori non spendono abbastanza in beni di consumo. Perché se il colpevole è la spesa insufficiente, allora come mai le vendite al dettaglio sono quelle che cadono per ultime e di meno in una depressione, e come mai la depressione in effetti colpisce le fabbriche di macchine utensili, beni strumentali, costruzione e materie prime? Per contro, sono queste industrie che realmente prendono il volo nelle fasi inflazionistiche dell'espansione del ciclo economico e non le aziende che servono il consumatore. Un'adeguata teoria del ciclo economico, allora, deve anche spiegare l'intensità ben maggiore delle espansioni e delle contrazioni nelle industrie di beni non di consumo, o “beni produttivi.”

Fortunatamente, una teoria corretta della depressione e del ciclo economico esiste, anche se è universalmente trascurata nell'economia attuale. Pure, ha una lunga tradizione nel pensiero economico. Questa teoria cominciò con il filosofo ed economista scozzese del XVIII secolo David Hume e con l'eminente economista classico inglese del primo XIX secolo David Ricardo. Essenzialmente, questi teorici videro che un'altra istituzione cruciale si era sviluppata a metà del XVIII secolo, accanto al sistema industriale. Era l'istituzione delle attività bancarie, con la sua capacità di ampliare il credito e la massa monetaria (in primo luogo, sotto forma di soldi di carta, o banconote, e più successivamente sotto forma di depositi a vista, o conti correnti, immediatamente redimibili in contanti alla banca). Erano le operazioni di queste banche commerciali, come questi economisti avevano visto, la chiave per i misteriosi cicli ricorrenti di espansione e contrazione, o di boom and bust, che aveva disorientato gli osservatori fin dalla metà del XVIII secolo.

L'analisi ricardiana del ciclo economico diceva più o meno così: le monete naturali che emergono come tali sul mercato libero mondiale sono prodotti utili, in genere oro ed argento. Se la moneta fosse limitata semplicemente a questi prodotti, l'economia funzionerebbe nel complesso come fa in mercati particolari: un regolare assestamento della domanda e dell'offerta e quindi nessun ciclo di espansioni e contrazioni. Ma l'iniezione di credito bancario aggiunge un altro elemento cruciale e disgregativo. Perché la banca espande il credito e quindi la moneta bancaria sotto forma di note o depositi che sono teoricamente redimibili a richiesta in oro, ma in pratica chiaramente non lo sono. Per esempio, se una banca ha 1000 once di oro nei suoi forzieri ed emette ricevute di deposito istantaneamente redimibili per 2500 once di oro, ha chiaramente emesso 1500 once più di quante possa eventualmente riacquistare. Ma a condizione che non si verifichi una concertata “corsa” alla banca per incassare queste ricevute, le sue ricevute di deposito funzionano sul mercato come equivalenti ad oro, e quindi la banca ha potuto ampliare la massa monetaria del paese di 1500 once d'oro.

Le banche, allora, cominciano allegramente ad ampliare il credito, dato che più lo ampliano maggiori saranno i loro profitti. Questo provoca l'espansione della massa monetaria all'interno di un paese, diciamo l'Inghilterra. Con l'aumento di fornitura di moneta di carta e bancaria in Inghilterra, i redditi nominali e le spese degli inglesi aumentano, e l'aumento di soldi spinge in alto i prezzi delle merci inglesi. Il risultato è inflazione e un'espansione [boom] all'interno del paese. Ma questa espansione inflazionistica, mentre procede allegramente per la sua strada, sparge i semi della propria fine. Perché mentre la massa monetaria ed i redditi inglesi aumentano, gli inglesi cominciano a comprare più merci dall'estero. Ancora, con i prezzi inglesi che salgono, le merci inglesi cominciano a perdere la loro competitività con i prodotti di altri paesi che non hanno inflazionato, o lo hanno fatto ad un grado minore. Gli inglesi cominciano a comprare di meno nel paese e più all'estero, mentre gli stranieri comprano di meno in Inghilterra e più nel loro paese; il risultato è un deficit nella bilancia dei pagamenti inglese, con le esportazioni inglesi che cadono nettamente sotto le importazioni. Ma se le importazioni superano le esportazioni, questo significa che i soldi devono uscire dall'Inghilterra verso i paesi stranieri. E di quali soldi si tratterà? Certamente le banconote o i depositi non inglesi, dato che i francesi o i tedeschi o gli italiani hanno poco o nessun interesse nella tenere i loro fondi bloccati nelle banche inglesi. Questi stranieri quindi prenderanno le loro banconote e depositi e li presenteranno alla banca inglese per la redenzione in oro – e l'oro sarà il tipo di moneta che tenderà ad uscire con insistenza dal paese mentre l'inflazione inglese continua sulla sua strada. Ma questo significa che i soldi inglesi di credito bancario si staranno sempre più accumulando in cima ad una piramide la cui base d'oro diminuisce costantemente nei forzieri delle banche inglesi. Come l'espansione continua, la nostra ipotetica banca amplierà l'emissione delle proprie ricevute di deposito da, diciamo 2500 once, a 4000 once, mentre la sua base d'oro diminuisce a, diciamo, 800. Con l'intensificazione di questo processo, la banca finalmente si spaventerà. Perché le banche, dopo tutto, sono costrette a redimere i loro debiti in contanti, e i loro contanti se ne stanno andando velocemente mentre i loro debiti si accumulano. Quindi, le banche finalmente perderanno la calma, arresteranno la loro espansione del credito e per salvarsi, contrarranno i prestiti bancari in sospeso. Spesso, questa ritirata è precipitata in bancarotta dalla corsa alla banca del pubblico, che a sua volta stava diventando sempre più nervoso per la condizione mai più vacillante delle banche della nazione.

La contrazione bancaria inverte la situazione economica; contrazione e crollo [bust] seguono l'espansione. Le banche abbassano la cresta e le aziende soffrono mentre monta la pressione per il rimborso e la contrazione del debito. Il calo nella fornitura di moneta bancaria, a sua volta, conduce ad un calo generale dei prezzi inglesi. Come la massa monetaria e i redditi calano, e i prezzi inglesi sprofondano, le merci inglesi diventano relativamente più attraenti rispetto ai prodotti stranieri e la bilancia dei pagamenti si inverte, con le esportazioni che superano le importazioni. Con l'oro che ora scorre nel paese e con la contrazione della moneta bancaria in cima ad una base d'oro in espansione, la condizione delle banche diventa molto più solida.

Questo è, allora, il significato della fase di depressione del ciclo economico. Si noti che è una fase che nasce, inevitabilmente nasce, dal precedente boom espansivo. È l'inflazione precedente che rende la fase di depressione necessaria. Possiamo vedere, per esempio, che la depressione è il processo tramite cui l'economia di mercato corregge, elimina gli eccessi e le distorsioni dell'espansione inflazionistica precedente e ristabilisce una condizione economica sana. La depressione è la reazione sgradevole ma necessaria alle distorsioni ed agli eccessi dell'espansione precedente.

Perché, allora, il ciclo successivo comincia? Perché i cicli economici tendono ad essere ricorrenti e continui? Perché quando le banche hanno recuperato abbastanza bene e sono in una condizione più sana, sono allora in una posizione sicura per procedere nel loro percorso naturale di espansione del credito bancario, ed il prossimo boom procede sulla sua strada, spargendo i semi per l'inevitabile crollo seguente.

Ma se le attività bancarie sono la causa del ciclo economico, non sono anche le banche una parte dell'economia di mercato privata, e non possiamo quindi dire che il libero mercato è ancora il colpevole, pur se soltanto nel segmento delle attività bancarie di quel libero mercato? La risposta è no, perché le banche, per una ragione, non potrebbero mai ampliare il credito di concerto se non fosse per l'intervento e l'incoraggiamento del governo. Perché se le banche fossero davvero competitive, ogni espansione del credito di una banca si accumulerebbe rapidamente sui debiti di quella banca verso i relativi concorrenti, ed i suoi concorrenti chiederebbero rapidamente alla banca in espansione di redimerli in contanti. In breve, una banca rivale richiederebbe la redenzione in oro o contanti come fanno gli stranieri, salvo che il processo è molto più veloce e trancerebbe qualsiasi incipiente inflazione nel boccio prima ancora che possa cominciare. Le banche possono espandersi confortevolmente all'unisono soltanto quando esiste una banca centrale, essenzialmente una banca governativa, che gode di un monopolio del governo, e di una posizione privilegiata imposta dal governo sull'intero sistema bancario. È solo da quando è stata stabilita una banca centrale che le banche hanno potuto espandersi per tutto il tempo ed il familiare ciclo economico ha avuto il suo inizio nel mondo moderno.

La banca centrale acquista il suo controllo sul sistema bancario da misure governative quali: rendere le sue proprie passività moneta a corso legale per tutti i debiti ed esigible nelle tasse; garantire alla banca centrale il monopolio dell'emissione delle banconote, contrapposte ai depositi (in Inghilterra la Banca d'Inghilterra, la banca centrale stabilita dal governo, aveva il monopolio legale delle banconote nella zona di Londra); o con il chiaro obbligo per le banche di usare la banca centrale come loro cliente per il deposito delle loro riserve di contanti (come negli Stati Uniti ed il loro sistema della Riserva Federale). Non che le banche protestino per questo intervento; perché è l'istituzione della banca centrale che permette l'espansione a lungo termine del credito bancario, dal momento che l'espansione delle banconote della banca centrale fornisce un'aggiunta alle riserve di contanti per l'intero sistema bancario e consente a tutte le banche commerciali di ampliare insieme il loro accreditamento. La banca centrale funziona come un accogliente cartello obbligatorio bancario per espandere le passività delle banche; e le banche possono quindi espandere una più grande base di contanti sotto forma di banconote della banca centrale così come d'oro.

Così ora vediamo, infine, che il ciclo economico è determinato, non da qualche misterioso fallimento dell'economia del libero mercato, ma proprio l'opposto: con l'intervento sistematico del governo nel processo del mercato. L'intervento del governo determina l'espansione bancaria e l'inflazione e, quando l'inflazione termina, la successiva depressione-correzione entra in gioco.
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Link alla prima parte.
Link alla seconda parte.

Monday, October 6, 2008

“I soldi sono niente”

Ma tu guarda – mentre da politici ed economisti continuano ad arrivare inviti a perseverare nella “fede” – se l'unica analisi economica sensata la devo ascoltare dal papa!

Ha detto infatti Benedetto XVI all'apertura del Sinodo generale dei vescovi:
“Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente, e tutte queste cose che sembrano vere in realtà sono di secondo ordine”
E ancora:
“chi costruisce la sua vita su questa realtà, sulla materia, sul successo, su tutto ciò che appare, costruisce sulla sabbia.”
Già che c'era poteva esser più preciso, ma in mezzo all'uragano di stronzate che ci sta travolgendo è già qualcosa. Quasi una risposta alle speranze del buon Gallazzi, che in tempi non sospetti scriveva:
Dopotutto, se i cardinali in conclave sono stati capaci di eleggere uno che è stato capace di denunciare la tirannia del relativismo, abbiamo la speranza che qualcuno di loro abbia l’inclinazione ad approfondire questioni monetarie… si tratta del VII comandamento, in ultima analisi, mica spiccioli!

La cura per la depressione #1

In un tempo in cui i fantasmi del passato sembrano passeggiare ghignanti tra di noi, tragiche vittime di miserie passate riportate in vita dai maghi dell'intervento governativo, è buona cosa ricordare l'unica esauriente teoria del ciclo economico, completa della spiegazione della depressione e di come venirne fuori con il minimo danno possibile: la teoria di Mises. Purtroppo, i governi sembrano ben decisi, sostenuti dalla solita corte dei miracoli di “esperti” economisti ed accademici, a fare tutto il contrario di ciò che Mises suggeriva con fermezza, cosicché possiamo considerare il nostro futuro segnato ed è bene perlomeno che ce ne rendiamo conto il prima possibile.

Questo saggio di Rothbard, pubblicato in origine come mini-libro, è forse il più sintetico e, insieme, completo, riassunto della teoria del ciclo misesiana.
L'ho diviso in tre parti.

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Depressioni economiche: la causa e la cura

Di Murray N. Rothbard


Viviamo in un mondo di eufemismi. I becchini sono diventati “impresari di pompe funebri,” gli agenti di stampa sono ora “consiglieri di pubbliche relazioni” ed i portieri sono stati tutti trasformati in “soprintendenti.” In ogni settore, i semplici fatti sono stati avvolti in nebulosi travestimenti.

Non di meno è stato così per l'economia. Ai vecchi tempi, eravamo abituati a soffrire crisi economiche quasi periodiche, l'inizio improvviso delle quali era chiamato “panico,” ed il prolungato periodo depresso dopo il panico era chiamato “depressione.”

La depressione più famosa nei tempi moderni, naturalmente, è stata quella che cominciò con un tipico panico finanziario nel 1929 e durò fino all'avvento della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il disastro del 1929, gli economisti ed i politici decisero che questo non doveva accadere mai più. Il modo più facile per riuscire in questa risoluzione era, semplicemente, di eliminare le “depressioni” dall'esistenza. Da quel punto in avanti, l'America non avrebbe sofferto ulteriori depressioni. Perché quando la prossima dura depressione arrivò, nel 1937-38, gli economisti si rifiutarono semplicemente di usare il terribile nome, e fornirono una nuova, molto più morbida parola: “recessione.” Da lì in poi, siamo passati per parecchie recessioni, ma non una sola depressione.

Ma abbastanza presto la parola “recessione” è anch'essa diventata troppo dura per la fragile sensibilità del pubblico americano. Ora sembra che abbiamo avuto nostra ultima recessione nel 1957-58. Perché da allora, abbiamo avuto soltanto “cali,” o, ancora meglio, “rallentamenti,” o “spostamenti laterali.” Così siate sereni; d'ora in poi, le depressioni e perfino le recessioni sono state proscritte dalla volontà semantica degli economisti; d'ora in poi, il peggio che ci possa mai capitare sono dei “rallentamenti.” Tali sono le meraviglie della “Nuova Economia.”

Per 30 anni, gli economisti della nostra nazione hanno adottato la visione del ciclo economico tenuta dal tardo economista britannico, John Maynard Keynes, che creò l'Economia Keynesiana, o “Nuova Economia,” nel suo libro, la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, pubblicato nel 1936. Sotto i loro diagrammi, la matematica e il gergo disordinato, l'atteggiamento dei keynesiani verso l'espansione e la correzione è di pura semplicità, persino di naivete. Se c'è inflazione, allora la causa si suppone sia la “spesa eccessiva” da parte del pubblico; la cura presunta è che il governo, l'autonominato stabilizzatore e regolatore dell'economia della nazione, imponga alla gente di spendere di meno, “assorbendo il loro eccesso di potere d'acquisto” con l'aumento delle tasse. Se c'è una recessione, d'altro canto, questa è stato causata da insufficienti spese private e la cura adesso è che il governo aumenti la propria spesa, preferibilmente con i deficit, aggiungendola quindi al flusso aggregato di spesa della nazione.

L'idea che l'aumento della spesa pubblica o i soldi facili sia un “bene per gli affari” e che i tagli di bilancio o i soldi più difficili siano un “male” pervade persino i giornali e le riviste più conservatori. Queste pubblicazioni inoltre prenderanno per certo che sia un sacro dovere del governo federale dirigere il sistema economico sulla stretta strada fra gli abissi della depressione da un lato e dell'inflazione dall'altro, dato che l'economia di mercato si presume che tenda sempre a soccombere ad uno di questi mali.

Tutte le attuali scuole di economia hanno la stessa attitudine. Notate, per esempio, il punto di vista del dott. Paul W. McCracken, il prossimo presidente del Consiglio dei Consulenti Economici del presidente Nixon. In un'intervista al New York Times subito dopo aver assunto la carica [il 24 gennaio 1969], il dott. McCracken ha asserito che uno dei principali problemi economici che la nuova amministrazione deve affrontare è “come raffreddare questa economia inflazionistica senza allo stesso tempo provocare inaccettabili livelli di disoccupazione. In altre parole, se l'unica cosa che vogliamo fare è raffreddare l'inflazione, questo potrebbe essere fatto. Ma le nostre tolleranze sociali sulla disoccupazione sono ristrette.” E ancora: “Penso che qui noi dobbiamo trovare la nostra strada. Noi non abbiamo realmente molta esperienza nel provare a raffreddare un'economia in modo ordinato. Abbiamo pestato sui freni nel 1957, ma, naturalmente, abbiamo ottenuto un allentamento sostanziale nell'economia.”

Notate l'attitudine fondamentale del Dott. McCracken verso l'economia: notevole solo in quanto condivisa da quasi tutti gli economisti di oggi. L'economia è trattata come un paziente potenzialmente guaribile, ma sempre problematico e recalcitrante, con una tendenza continua ad ricadere in maggiore inflazione o disoccupazione. La funzione del governo è di essere il vecchio, saggio manager e medico, sempre vigile, sempre al lavoro per mantenere il paziente economico in buone condizioni. Comunque, qui il paziente economico si suppone chiaramente essere l'oggetto, ed il governo come “medico” il padrone.

Era non molto tempo fa che questo genere di atteggiamento e di politica veniva chiamato “socialismo”; ma viviamo in un mondo di eufemismi, ed ora utilizziamo etichette di gran lunga meno dure, come “moderazione” o “libera impresa illuminata.” Viviamo ed impariamo.

Quali sono, dunque, le cause delle depressioni periodiche? Dobbiamo rimanere sempre agnostici circa le cause delle espansioni e delle contrazioni? È realmente vero che i cicli economici sono radicati in profondità all'interno dell'economia di mercato e che quindi una qualche forma di pianificazione di governo è necessaria se desideriamo mantenere l'economia all'interno di un certo genere di limiti stabili? Le espansioni e delle contrazioni semplicemente accadono, o una fase del ciclo scorre logicamente dall'altra?

L'atteggiamento che attualmente va di moda nei confronti dei del ciclo economico risale, in realtà, a Karl Marx. Marx vide che, prima della Rivoluzione Industriale di circa il tardo XVIII secolo, non c'erano state espansioni e contrazioni regolarmente ricorrenti. Ci sarebbe stata una crisi economica improvvisa ogni volta che un certo re avesse fatto una guerra o confiscato la proprietà dei suoi sudditi; ma non c'era segno dei peculiari fenomeni moderni delle oscillazioni generali e ragionevolmente regolari nelle fortune negli affari, delle espansioni e delle contrazioni. Poiché questi cicli sono inoltre comparsi sulla scena quasi nello stesso momento dell'industria moderna, Marx concluse che i cicli economici erano una caratteristica inerente dell'economia di mercato capitalista. Tutte le varie scuole correnti di pensiero economico, a prescindere dalle loro altre differenze ed alle differenti cause che attribuiscono al ciclo, concordano su questo punto vitale: che questi cicli economici nascono in qualche luogo in profondità all'interno dell'economia di mercato. La colpa è dell'economia di mercato. Karl Marx credeva che le depressioni periodiche sarebbero diventate sempre peggiori, fino a muovere le masse alla rivolta e alla distruzione del sistema, mentre gli economisti moderni credono che il governo possa stabilizzare con successo le depressioni ed il ciclo. Ma tutti le parti sono d'accordo che il difetto si trova in profondità all'interno dell'economia di mercato e che se c'è qualcosa che può salvare la situazione, dev'essere una qualche forma di massiccio intervento del governo.

Ci sono, tuttavia, alcuni problemi critici nell'assunto che l'economia di mercato sia la colpevole. Perché la “teoria economica generale” ci insegna che la domanda e l'offerta tendono sempre ad essere in equilibrio nel mercato e che quindi i prezzi dei prodotti così come i fattori che contribuiscono alla produzione tendono sempre verso un certo punto di equilibrio. Anche se delle variazioni dei dati, che avvengono continuamente, impediscono sempre che l'equilibrio venga raggiunto, non c'è niente nella teoria generale del sistema di mercato che giustifica delle fasi regolari e ricorrenti di espansione e contrazione del ciclo economico. Gli economisti moderni “risolvono” questo problema semplicemente mantenendo la loro teoria generale del mercato e dei prezzi e la loro teoria del ciclo economico in compartimenti separati e sigillati, con i due che non si riuniscono mai, ancor meno si integrano a vicenda. Gli economisti, purtroppo, hanno dimenticato che c'è soltanto un'economia e quindi soltanto una teoria economica integrata. Nè la vita economica nè la struttura della teoria può o dovrebbe essere in compartimenti stagni; la nostra conoscenza dell'economia o è un intero integrato o non è. Tuttavia la maggior parte degli economisti sono soddisfatti di applicare teorie per l'analisi generale dei prezzi e per i cicli economici completamente separate e, effettivamente, reciprocamente esclusive. Non possono essere veri scienziati economici finché che sono soddisfatti di continuare a lavorare in questo modo primitivo.

Ma ci sono problemi ancora più gravi con il metodo attualmente alla moda. Gli economisti inoltre non vedono un problema particolarmente critico perché non si preoccupano di quadrare le loro teorie del ciclo economico e dei prezzi generali: il fallimento peculiare della funzione imprenditoriale in tempi di crisi economica e depressione. Nell'economia di mercato, una delle funzioni più vitali dell'uomo d'affari è di essere un “imprenditore,” un uomo che investe nei metodi produttivi, che compra attrezzature e assume forza lavoro per produrre qualcosa che non è sicuro che gli procurerà un ritorno. In breve, la funzione imprenditoriale è la funzione di previsione del futuro incerto. Prima di intraprendere qualsiasi investimento o linea di produzione, l'imprenditore, o “impresario,” deve valutare i costi futuri e presenti e i redditi futuri e quindi valutare se e quanto profitto guadagnerà dall'investimento. Se prevede bene e significativamente meglio dei suoi concorrenti in affari, otterrà dei profitti dal suo investimento. Migliori le sue previsioni, più alti i profitti che guadagnerà. Se, d'altro canto, è un cattivo pronosticatore e sopravvaluta la richiesta del suo prodotto, soffrirà delle perdite ed abbastanza presto sarà spinto fuori dal commercio.

L'economia di mercato, allora, è un'economia di profitti e di perdite, in cui l'acume e l'abilità degli imprenditori di affari sono misurate dai profitti e dalle perdite che raccolgono. L'economia di mercato, inoltre, contiene un meccanismo incorporato, un genere di selezione naturale, che assicura la sopravvivenza e la prosperità del migliore nelle previsioni economiche e la raschiatura dei peggiori. Perché maggiori sono i profitti raccolti dai migliori pronosticatori, maggiori diventano le loro responsabilità negli affari, e più avranno a disposizione da investire nel sistema produttivo. Dall'altro lato, alcuni anni di perdite subite spingeranno i pronosticatori e gli imprenditori peggiori fuori dagli affari e li spingeranno nella truppa degli impiegati stipendiati.
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Link alla seconda parte.
Link alla terza parte.

Sunday, October 5, 2008

«...uno del gregge»

È davvero necessario un bagaglio ideologico di studi approfonditi per percepire l'ingiustizia e far nascere, e per anteporre ai bisogni primari, la ribellione al potere costituito? Film d'Amore e d'Anarchia, ovvero: stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza ('73) della Wertmuller dice di no, la ribellione è spontanea e precede la filosofia, che semmai può servire per evitare che dalla rivolta nascano nuove ingiustizie. Il film è gradevole soprattutto grazie alle perfette interpretazioni di Giannini (miglior attore a Cannes) e della Melato, e alla colonna sonora firmata da Nino Rota, mentre per il resto, nonostante la Palma d'oro vinta, il melodramma è piuttosto esagerato, sopra le righe, un po' come la lunghezza del titolo...

Magickonomics

“From now on, depressions will be scientifically created.”
(Congressman Charles A. Lindbergh Sr., following the passage of the Federal Reserve Act in 1913)

C'è ormai un coro quasi assordante che a gran voce richiede l'intervento dello stato per “salvare l'economia” dal “fallimento del libero mercato,” qualsiasi cosa questa formula stia a significare. Dico così perché sono abbastanza convinto – dato che questo mercato non è mai stato libero – che la maggior parte di questi cantori non sappiano nemmeno il motivo del loro sgolarsi, ma che semplicemente si siano lasciati prendere dal panico abilmente sparso a piene mani dai governi e dai loro untori mediatici, nonché dall'armata Brancaleone degli “esperti” di economia.

Infatti in nessuno dei molti articoli, appelli, saggi e servizi speciali si trova il minimo cenno a quella che è la vera e sola radice delle fluttuazioni del ciclo economico con le sue ripetute bolle e depressioni conseguenti: la banca centrale e la sua moneta di carta a corso legale. No, il fatto è che “se facciamo riferimento alla storia, le crisi finanziarie ricorrenti sono inerenti al sistema capitalista,” come ci spiega – o meglio: non ci spiega – l'eminente economista francese Jean-Paul Fitoussi intervistato dal Manifesto. Perché mai dovrebbero esserlo, qual è il motivo? Non ce lo dice. Dice invece:
Abbiamo l'impressione, che peraltro è una realtà, che i protagonisti stessi non capiscano cosa fanno e non capiscano più il sistema. Hanno creato dei prodotti talmente complessi di cui nessuno sa più valutarne il valore e, quindi, questo valore crolla. Adesso siamo nel momento del crollo di questo valore.
Ancora una volta, il nostro ricorre al mistero: improvvisamente, per ragioni non precisate, gli stessi che fino ad oggi sapevano benissimo quel che facevano, perdono il lume della ragione e sbagliano a ripetizione. Perché? Non si sa, sarà colpa dei raggi cosmici. Gli stessi che devono aver colpito Fitoussi, che altrimenti, forse, avrebbe potuto capire che se si accende un gran falò sugli scogli, è possibile che ci si areni un bastimento. O che se i semafori si incantano sul verde avremo con ogni probabilità delle stragi agli incroci. Avrebbero forse dimenticato come si guida gli eventuali sfortunati automobilisti, o sarebbe di colpo impazzito il capitano della nave? Ovviamente no, avrebbero semplicemente continuato a fare quello che hanno sempre fatto, purtroppo obbedendo a segnali sbagliati. Ma Fitoussi insiste:
Le banche hanno in permanenza bisogno di rifinanziarsi poiché prestano di più di quanto abbiano in cassa attraverso il mercato interbancario. Adesso questo mercato non funziona più. E poiché non possono più rifinanziarsi, siamo di fronte al grande pericolo che non possano più prestare alle famiglie e alle imprese.
Incredibile: le banche prestano più di quello che hanno. Ora, siccome hanno esagerato, per fortuna, e grazie proprio ai meccanismi del mercato, hanno smesso di farlo – o almeno, hanno rallentato il ritmo – di fatto rallentando l'inflazione, che evidentemente è giunta ad un punto limite. Ma Fitoussi non è contento, no, lui si straccia le vesti, vuole più inflazione, vuole più carta da cesso a corso legale nelle tasche della gente, e con lui l'allegra banda degli economisti che firmano l'appello de lavoce.info:
In Europa il problema principale è l'elevata leva finanziaria delle grandi banche che operano a livello internazionale. Per questo, il contributo dell'Europa deve incentrarsi sulla ricapitalizzazione del settore bancario, attraverso l'iniezione di fondi pubblici o attraverso la conversione obbligatoria del debito in capitale azionario. Deve essere fatto a livello europeo (per esempio, attraverso la Banca europea per gli investimenti).
Ricapitalizziamole, certo, premiamo la truffa e l'irresponsabilità! E cosa mai risolverebbe, al di là della palese immoralità e irragionevolezza, questo bell'intervento? Risolve il problema della riserva frazionaria, con la quale le banche hanno costruito una bolla del credito di colossali proporzioni? Naturalmente no: una volta iniettata la nuova liquidità, esse riprenderanno a lavorare nella stessa, lucrosa – per loro – maniera, mentre tutti noi, poveri prolet senza speranza, faremo i conti con pezzi di carta dal valore in caduta costante e verticale, ma in grado, per la felicità di Fitoussi, di indebitarci ancora un po', con le stesse banche truffatrici, perché è bene che tutto ciò che abbiamo sia sempre e solo prestato.

Sulla stessa, malsana linea, anche Carlo Gambescia, per il quale anzi, gli accademici de La Voce sono troppo morbidi. Secondo lui
andrebbero subito allentate le briglie del credito, facendo scendere i tassi a livello. Tradotto: il monetarista Trichet va licenziato in tronco. Infine alla manovra creditizia si dovrebbero affiancare politiche di lavori pubblici sul piano europeo, in grado di rilanciare l’economia, ovviamente rispettando l’equilibrio ambientale.
Fantastico. Manipolare – ancora – anche i tassi di interesse, come a dire, oltre a bloccare i semafori sul verde, eliminiamo anche tutti i segnali di stop e di precedenza. Avanti, facciamo credere alle imprese, e alla ggente, che tutto va bene, e i folletti del bosco dipingeranno il mondo a mille colori per noi. Perché nel mercato non c'è niente da capire, non ci sono segnali da interpretare e una rigorosa legge della domanda e dell'offerta da seguire, no: il mercato è magico, i soldi nascono dal nulla grazie a riti esoterici degli alchimisti del governo e della banca centrale, e tutto ciò che si può fare è credere, credere ciecamente. Perché se ci credi davvero, i sogni si realizzano.

E se sono incubi, poco male, tanto nel lungo termine saremo comunque morti tutti. Qualcuno, però, di fame.

Saturday, October 4, 2008

Un ospedale per gli incurabili

Nel dispaccio telepatico appena giunto da Laputa, il nostro inviato speciale, nonché esperto di cospirazioni, Giovanni Pesce, ci racconta qualcosa di più su come si svolge la vita sull'isola volante, in particolare nel suo rinomato Centro di Igiene Mentale, istituzione tanto recente nella storia dell'umanità quanto, con ogni probabilità, indispensabile nei tempi in cui viviamo. Non per proteggere la sanità mentale della società al di fuori delle sue mura: per assicurare vitto e alloggio a chi, per sua volontà o per predisposizione genetica, non si adatta – o non più – alla matrice. E quando la società tutta è pervasa dalla follia, il senso delle cose completamente ribaltato, quale miglior rifugio per chi si ostina a rimaner sano di mente?

Buon fine settimana a tutti, quindi, ma in particolare a chi, in questo mondo impazzito, si sente dare del matto: perché dei matti è il Regno dei Cieli.
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Di Giovanni Pesce


Il cittadino onorario di Laputa Jonathan Swift, dopo aver letto il triste Leviatano di Hobbes ed il tragicomico Don Qujote di Cervantes propose un pamphlet dedicato ai “pazzi incurabili, così intitolato:

(A serious and useful Scheme to make a Hospital for incurable).

In realtà il nostro autore propone proprio lo schema ideale tipico del centro di igiene mentale di Laputa dove i ricoverati sono personaggi di ogni tipo: 1) i semplici stolti incurabili; 2) le canaglie incurabili; 3) i brontoloni incurabili; 4) gli incurabili pennaioli; 5) i damerini incurabili; 6) i bugiardi incurabili; 7) gli invidiosi incurabili; 8) i vanesi, 9) gli affettati; 10) infine, ma non per ultimi, i primi ministri e i governatori, che – data la loro carica – accumulano qualifiche plurime per l’ammissione.

Nel Diario a Stella Swift aveva spiegato, in precedenza, che, in pomeriggio di svago, lui e un gruppo di amici, erano andati a vedere i leoni della London Tower, poi i matti del manicomio, poi le sale della società scientifica detta Royal Society, e infine un teatrino di marionette.

La miscela di quattro location diverse per luoghi ma simili per animo rende tragicomica la rappresentazione della realtà.

Non è solo l’opera folle di un genio ma un vero elogio della follia come aveva già fatto Erasmo da Rotterdam.

In particolare la Royal Society, vista da Jonathan Swift con un certo distacco, viene sospettata di essere la base per i circoli dei “Rosa-Croce” un sodalizio precedente la nascita dei circoli massonici.
I Rosa Croce sono per definizione gli invisibili: dunque, per esistere, devono non essere visti, e la loro invisibilità è un’ulteriore prova della loro esistenza
ed anche Umberto Eco non condivide la loro esistenza.

Nel pamphlet citato Swift chiede d’essere accolto nel suo sognato manicomio:
“Il mio motivo privato per sollecitare così anzi tempo l’ammissione, è questo: si è osservato che gli estensori di piani e progetti generalmente si riducono a fare gli accattoni; ma con il mio ricovero ospedaliero, vuoi come incurabile stolto o come scribacchino, tale scoraggiante previsione sarà pubblicamente smentita.”

Negli scritti di Swift non c’è mai qualcuno che resti fuori dall’ambito delle follie; tutti vi sono inclusi democraticamente – e anche nel precedente pamphlet Favola della botte (A tale of a tube) alla fine Swift aveva chiesto di essere accolto in manicomio.

Miracolosamente il manicomio assume le sembianze di un paradiso a cui si arriva dopo aver abbandonato le stranezze del mondo: ognuno nella propria cella, da solo con le proprie follie.

Qui a Laputa non abbiamo grandi possibilità di evasione dalla realtà; l’unica via di fuga consiste proprio nel nostro centro di igiene mentale dove proponiamo soluzioni individuali e sociali che non hanno nulla da invidiare alle soluzioni dell’ONU o del Fondo Monetario.

Non mi sento così coraggioso da proporre dilemmi famosi come quello che impone la scelta tra il sopportare i colpi di un destino oltraggioso oppure prendere decisioni operative contro di esso.

Penso che l’opposizione contro il mondo del Leviatano debba essere prima di tutto mentale, portata avanti fino a che è possibile, in quanto non ho, da solo, la capacità di organizzare operativamente uno schema di contrasto ad opere predisposte da mostri come le massonerie o le organizzazioni che governano il mondo.

Resto quindi nella mia piccola cella del mio eccezionale Centro di Igiene Mentale di Laputa e non voglio neanche partecipare ai corsi di riabilitazione mentale.

Sarei grato se qualcuno mi indicasse cortesemente un buon motivo per uscire dal CIM.

Friday, October 3, 2008

“Non è colpa mia!”

Di Laurence M. Vance, autore libertario e cristiano, ho già tradotto l'ottimo saggio “Il mito del giusto prezzo.” Questa volta il mito contro cui Vance si scaglia – con grande coraggio e sprezzo del pericolo, bisogna dire – è quello del soldato americano e della sua presunta immunità morale, dogma accettato in buona misura, grazie ad un capillare lavoro della propaganda, anche all'interno dei nostri confini di semplice provincia dell'impero (ma non granché in province più lontane, a quanto si legge negli ultimi tempi).

La critica di Vance è, anche stavolta, razionale ed impietosa: a nessuno dev'essere concesso di non prendersi le proprie responsabilità.
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Il gioco della colpa

Di Laurence M. Vance


Subito dopo il massacro alla Virginia Tech nell'aprile del 2007, una miriade di articoli e di blog hanno cominciato ad apparire, ciascuno cercando di attribuire a qualcuno o a qualcosa la colpa delle azioni del tiratore. Un blogger cinico ha compilato una lista di link di settantatrè articoli che esponevano altrettante teorie di chi o di che cosa fosse la colpa di quella che rimane la furia omicida individuale con più vittime nella storia degli Stati Uniti.

Il gioco della colpa si gioca anche quando si discute delle guerre in Iraq e Afghanistan. Alcuni dicono che la colpa è di Cheney. Altri incolpano Bush, il comandante in capo, o l'amministrazione Bush collettivamente. No, dicono certi altri, è colpa delle grandi compagnie petrolifere o delle aziende del settore della difesa. Ancora, altri sostengono che i colpevoli sono i neocon, o forse il Progetto per il Nuovo Secolo Americano. ’È tutta una questione di religione, insiste qualcuno. È colpa dei sionisti, della Lobby Israeliana, dei musulmani, o della fazione guerrafondaia degli evangelici. Nessuno di questi ha ragione, dice un altro, il Congresso e solo il Congresso è il colpevole. No, altri rispondono, la colpa è di Saddam Hussein o Osama bin Laden o al-Qaeda. Alcuni ancora pensano che sia stata tutta colpa di quei dirottatori del 9/11.

La stessa cosa vale per la guerra nel Vietnam. È Johnson il colpevole. LBJ dovrebbe dividersi la colpa con Nixon. La colpa è dei falchi nelle amministrazioni Nixon e Johnson. A McNamara dovrebbe essere attribuita la maggior parte della colpa. Eisenhower e Kennedy mandarono consiglieri militari quindi sono loro i responsabili. Dovremmo accusare i Vietcong o Ho Chi Minh o Mao, dice il buon patriota. Quando tutto il resto fallisce la colpa della guerra nel Vietnam può essere scaricata sui politici. Forse non si devono affatto incolpare degli uomini: il comunismo è la causa di tutto.

Ma che dire delle truppe degli Stati Uniti? Quelli che effettivamente combattono non hanno alcuna colpa? Dopo tutto, né Bush né Cheney hanno ucciso qualcuno in Iraq o in Afghanistan. Proprio come non sono stati né Johnson né Nixon a bombardare il Vietnam o la Cambogia.

Giudicando da alcune delle risposte che ho ricevuto a seguito del mio recente articolo “Eroe di guerra o criminale di guerra?”, qualche persona crede che le truppe degli Stati Uniti non dovrebbero essere incolpate della morte e della distruzione che spargono – persino in una guerra incostituzionale, immorale ed ingiusta:
Se il vostro paese ti chiama a servirlo devi andare... non è compito del soldato determinare la virtù morale della politica militare. ~ Critico n° 1

Non posso accettare che coloro che combattono queste guerre siano responsabili (moralmente o no) per esse. I politici ed i capi che promuovono ed incitano a tali guerre sono interamente responsabili. ~ Critico n° 2

Non posso criminalizzare tutti i nostri soldati, marines e piloti perché la base politica per la guerra era ingiusta. ~ Critico n° 3
Non è la prima volta che ho ricevuto messaggi come questi. Ricevo fondamentalmente lo stesso ritornello ogni volta che scrivo sui militari ed accenno che le truppe degli Stati Uniti sono responsabili della morte e della distruzione che dispensano:

I politici sono quelli a cui dovresti opporti, non i soldati. I soldati sono là a fare quello che gli viene detto. Eseguono azioni terribili perché gli viene detto di agire in tal modo.
Un soldato non prende decisioni. Obbedisce agli ordini. Sei solo un pappamolle comunista faccia di c***. La moralità è per le nullità come te e non per i soldati.

Posso essere d'accordo con voi sul punto di non combattere delle guerre illegali ed ingiuste. Ma queste non sono colpa dei soldati.

Mi oppongo alla guerra molto più di te. La colpa non è dei soldati mandati in guerra.

Il soldato non commette un peccato reale a meno che scelga di violare una legge morale mentre è militare…. Il servizio militare è moralmente neutro.
Il ritornello è ogni volta un po' diverso, ma il coro è lo stesso: le truppe stanno solo eseguendo degli ordini quindi non criticare le truppe. Alcuni sono ambivalenti sulle truppe, ma non le condannerebbero mai. Altri denunceranno decisamente la guerra in Iraq, ma non denigreranno mai le truppe che la combattono. Altri ancora non solo non sono critici verso le truppe, ma ci ammoniscono con cartelli, nastri ed esortazioni a rispettarle, sostenerle e pregare per loro. Tutti diventano furibondi se fate una qualsiasi osservazione critica sulle truppe (a meno che facciano qualcosa così malvagio da imbarazzare gli Stati Uniti).

A meno che si creda che lo stato sia Dio o che allo stato si debba sempre obbedire senza riserve, non riesco a vedere come i soldati dovrebbero passarla così liscia. E quanto liscia: l'impunità e l'immunità per uccidere.

Le truppe degli Stati Uniti sono state ingannate dal governo degli Stati Uniti sulla necessità di spedirli in giro per il mondo? Sicuramente. Ingannate sulla natura delle minacce agli Stati Uniti? Senza dubbio. Sono pedine nel gioco imperialista degli Stati Uniti? Certamente. Ma questo le giustifica per essere responsabili dell'uccisione di persone e della distruzione della loro proprietà mentre non erano direttamente impegnate nella difesa degli Stati Uniti? Naturalmente no. L'ignoranza non è una scusa: provate soltanto a giustificarvi con l'ignoranza la prossima volta che un poliziotto vi fa una multa per eccesso di velocità. E formazione della “scuola pubblica” o no, come hanno potuto ignorare, considerata la storia degli interventi esteri degli Stati Uniti nel ventesimo secolo?

Ma non solo l'ignoranza non è una giustificazione, un punto che raramente è citato dai miei detrattori. I miei critici sono uniti nella loro convinzione che la moralità è fuori luogo quando si indossa un'uniforme. Non è così? Allora cos'altro dobbiamo concludere? Se i soldati degli Stati Uniti non devono essere incolpati per le loro uccisioni di decine di migliaia di iracheni, di afgani, di vietnamiti e di cambogiani (che non hanno mai alzato un dito contro gli Stati Uniti finché le truppe degli Stati Uniti non hanno iniziato a bombardarli) perché dovrebbero fare semplicemente quello che il governo dice loro senza riguardo verso la moralità di uccidere degli stranieri nel loro proprio paese (ancora, che non ha alzato mai un dito contro gli Stati Uniti finché le truppe degli Stati Uniti non hanno iniziato a bombardarli), quindi è l'uniforme che fa tutta la differenza. Nessuno a parte il più ardente super-patriota anti-islamo-fascista mi scuserebbe, un civile non al servizio del governo degli Stati Uniti, se mi imbarcassi su un aereo per l'Iraq e, una volta atterrato, prendessi a calci alcune porte e aprissi il fuoco, anche se provassi a giustificare le mie azioni dicendo che stavo combattendo il terrorismo. Ma le truppe degli Stati Uniti sono lodate per la “difesa delle nostre libertà” mentre fanno proprio questa stessa cosa.

Posso sentire le urla di protesta da coloro che dicono che sono state fraintese. Le truppe degli Stati Uniti non possono uccidere così, indiscriminatamente. Un'uniforme non significa che tutta la moralità esce dalla finestra. Le truppe degli Stati Uniti possono uccidere soltanto chi il governo degli Stati Uniti dice di uccidere; possono distruggere soltanto le proprietà che il governo degli Stati Uniti dice di distruggere.

Capisco. Nessun soldato è responsabile della morte e della distruzione che infligge finché si tratta di morte e distruzione sanzionata dallo stato. Immagino che Voltaire avesse ragione: “È vietato uccidere; quindi tutti gli assassini sono puniti a meno che uccidano in gran numero ed al suono delle trombe.”

Ma c'è qualche cosa che i soldati degli Stati Uniti non dovrebbero fare se il governo lo ordina loro? Pochi direbbero che non c'è. Quindi la moralità non è solo per i liberali, i rossi, i pacifisti, traditori, le nullità come me dopo tutto. La moralità entra in gioco, anche in tempo di guerra. Il problema è che qualcuno ha un opinione così fallata dei militari che ha deformato la propria moralità. Vedrebbero una differenza fra il governo degli Stati Uniti che ordina ad un soldato americano di andare in Iraq e di uccidere un uomo che impugna una pistola ed il governo degli Stati Uniti che ordina allo stesso soldato di andare ad uccidere una donna che culla un bambino.

Ma perché? Nessun soldato degli Stati Uniti ha motivo di uccidere nell'uno come nell'altro caso. E nessun soldato degli Stati Uniti ha motivo di essere in Iraq nell'uno come nell'altro caso. L'unico motivo per cui un iracheno punterebbe una pistola ad un soldato americano in primo luogo è perché il soldato ha viaggiato migliaia di miglia dagli Stati Uniti per invadere ed occupare l'Iraq sull'ordine del suo governo.

Se nessuna azione dei soldati che obbedicono agli ordini dev'essere criticata perché “non è compito del soldato determinare la virtù morale della politica militare,” allora che cosa dovremmo fare se le truppe degli Stati Uniti fossero usate contro i cittadini americani? Che cosa farebbero coloro che pensano che i soldati dovrebbero sempre fare ciò che viene loro ordinato quando a questi stessi soldati sarà ordinato di marciare nel loro quartiere e di sfondare la loro porta mentre combattono la guerra contro la droga, contro il terrore, contro gli illegali, o la guerra contro il dissenso? Insisteranno che “il servizio militare è moralmente neutro”? In caso affermativo, sono degli stupidi; altrimenti, devono credere che le truppe degli Stati Uniti non sono immuni dalla critica.

Esiste una terribile contraddizione quando si tratta delle truppe che obbediscono agli ordini. Per essere coerente, nessuno in America dovrebbe alterarsi in caso che singoli soldati di altri paesi bombardassero, mutilassero, danneggiassero, o uccidessero degli americani, militari o civili. Dovrebbero onorarli come eroi di guerra per aver difeso le libertà della gente nei loro paesi. La nostra rabbia ed il nostro odio dovrebbero essere riservati ai politici ed ai capi dei paesi che ordinano loro di combattere contro gli Stati Uniti. Perché i soldati degli Stati Uniti dovrebbero essere sempre considerati liberatori, guardiani della pace e protettori, mentre i soldati stranieri, invasori, occupanti ed attaccanti?

Io penso inoltre che molte persone, compresi alcuni veterani, siano ingenue per quanto riguarda i militari.

In primo luogo, alcuni soldati (non dico tutti i soldati e nemmeno la maggior parte di loro) non hanno bisogno di aspettare un ordine del governo degli Stati Uniti per uccidere. A loro piace semplicemente uccidere quelli che considerano teste di stracci, negri della sabbia o cammellieri, e si divertono a farlo (“edonisti con le pistole,” così me li ha descritti un veterano del Corpo dei Marines).

In secondo luogo, la maggior parte dei giovani oggi non entra nell'esercito perché disposta a seguire gli ordini per mantenere sicuro il paese, ma perché disposta a seguire gli ordini per ottenere le indennità di arruolamento, i sussidi per le tasse scolastiche, i permessi educativi, l'aiuto per il rimborso dei prestiti scolastici, gli incentivi di paga, l'addestramento di carriera, per girare il mondo, per i trenta giorni di permesso, le cure mediche e dentarie gratis, i vari prestiti e una pensione.

In terzo luogo, molti soldati bramano il prestigio che procura l'essere un soldato. Questa è una mail che ho ricevuto recentemente da un veterano con molti anni di “servizio”:
I soldati amano la possibilità di indossare qualcosa che altri non hanno, qualcosa che li faccia risaltare in mezzo ad una folla e li rende partecipi di un gruppo speciale. Ecco perchè si offrono volontariamente per le unità di paracadutisti, delle forze speciali e degli esploratori, dove possono portare berretti con colori che li fanno spiccare, e portano spalline che rendono gli altri invidiosi. Vogliono i distintivi, le linguette sulla manica, i distintivi, ecc., che indicano che hanno completato dei corsi difficili e dei turni di combattimento. Se un ’GI dell'esercito non ha ancora un distintivo sulla sua spalla destra (che indica servizio di combattimento oltremare con quell'unità), si sente nudo tra coloro che ce l'hanno. La soluzione? Fai un turno di combattimento e otterrai quel distintivo.
Uniforme o non uniforme, commettere atti di aggressione è immorale, a prescindere da chi dica di commetterlo. È ormai tempo che cominciamo ad incolpare i soldati della morte e della distruzione che provocano. Forse allora non saranno così disposti a combattere guerre inconstituzionali, inutili ed immorali.
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Laurence M. Vance [mandagli una mail] scrive da Pensacola, Florida. Il suo ultimo libro è una nuova e notevolmente ampliata edizione di Christianity and War and Other Essays Against the Warfare State. Visita il suo sito.

Thursday, October 2, 2008

La base della fede

“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.”
(Costituzione Italiana, art. 75)
Il Consiglio di Stato ha deciso che chiedere il parere dei vicentini sull'ampliamento della base Usa del Dal Molin è inutile: del resto se “lo stato siamo noi,” e lo stato ha deciso che l'ampliamento è un “bene,” il noi che comprende i vicentini ha già espresso la sua preferenza. Sì, lo so, è un po' complicato all'apparenza, per questo è meglio affidarci alla superiore conoscenza degli eletti (= “coloro che hanno preso i voti”) e accettare il dogma con fede democratica.

La motivazione del Consiglio di Stato, che annulla il provvedimento del Tar che aveva detto no alla richiesta di fermare la consultazione popolare, è illuminante. L'ordinanza ha giudicato il referendum “illegittimo” perché avrebbe per oggetto un auspicio “irrealizzabile”: “non occorrono infatti sondaggi per accertare il fatto che i cittadini sono favorevoli ad aumentare il patrimonio del comune in cui vivono. Sarebbe come chiedere loro se sono favorevoli ad aumentare il loro patrimonio personale.”

Appunto, lo Stato ha deciso, ergo i vicentini hanno deciso, di conseguenza qual è lo scopo di chieder loro cosa desiderano? Lo Stato agisce sempre e solo in nome del Bene Comune, è un dogma che nessuno può mettere in discussione senza venir bollato come infedele, ovvero come oscuro agente delle forze del male il cui scopo è rovesciare l'ordine e la felicità portati dalla D-Emocrazia. In questa malsana categoria rischia di rientrare il sindaco di Vicenza Achille Variati, che ha dichiarato:
“Sono qui come atto di libertà e di lealtà alla mia città. Voglio parlare ai miei concittadini - ha dichiarato Variati - direttamente, in piazza, esercitando una volta di più quel diritto democratico e pacifico ad esprimere un punto di vista su materie decisive per il nostro futuro. Un diritto che le decisioni di Roma hanno cercato oggi, una volta di più, di negare. Chi ha bloccato la consultazione, non è neppure amico degli americani, che ora si trovano loro malgrado nella situazione peggiore. Quella di voler costruire una nuova base in una città umiliata e imbavagliata. Una città a cui è stato negato il diritto non di decidere, ma di poter esprimere il proprio parere. Questa consultazione, l'ho sempre detto, era l'unica strada per provare a sanare una situazione gravemente compromessa, incanalando in un'opzione democratica e di confronto civile le pesanti tensioni frutto di scelte non condivise e neppure spiegate con trasparenza alla popolazione. Chi spiegherà agli americani che ora la base dovrà essere imposta ad una comunità di cui non si sono volute ascoltare le ragioni?”
Qualcuno avverta Variati che rischia la scomunica: chi ha preso i voti dev'essere esempio di fede per i suoi fratelli meno illuminati, e il dio degli eserciti, D-Emocrazia, non è incline al perdono per chi si oppone alla costruzione delle sue chiese.

De-generazione

Per chi cerca di difendere la libertà dalla minaccia di un Leviatano sempre più violento e pericoloso potrebbe sembrare più normale trovare dei nemici a sinistra, nel campo cosiddetto “progressista,” e magari di trovare delle affinità o persino degli alleati nel campo conservatore. In fondo, i legami della società tradizionale sono proprio gli ostacoli che la bestia immonda, al di là delle mendaci dichiarazioni pubbliche, cerca di distruggere con maggiore ferocia: eliminati quelli, l'individuo è più che mai alla sua mercè.

Tuttavia Hoppe, nella trascrizione di questo discorso tenuto nel 1996 e tratto dal suo libro Democrazia, il dio che ha fallito, ci spiega perché non è questo il caso. Come non si può servire Dio e Mammona, così non si può esser servi del Leviatano senza distruggere i valori tradizionali e la libertà dell'individuo.

(Dedicato a tutti i blondettiani.)
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L'incoerenza intellettuale del conservatorismo

Di Hans-Hermann Hoppe


Il conservatorismo moderno, negli Stati Uniti e in Europa, è confuso e distorto. Sotto l'influenza della democrazia rappresentativa e con la trasformazione di Stati Uniti ed Europa in democrazie totali dalla Prima Guerra Mondiale, il conservatorismo è stato trasformato da una forza ideologica anti-egalitaria, aristocratica, anti-statalista in un movimento di statalisti culturalmente conservatori: la destra dei socialisti e dei democratici sociali.

La maggior parte dei sedicenti conservatori contemporanei sono preoccupati, come dovrebbero essere, del deperimento della famiglia, del divorzio, dell'illegittimità, della perdita di autorità, del multiculturalismo, della disintegrazione sociale, del libertinismo sessuale e del crimine. Tutti questi fenomeni che considerare come anomalie e deviazioni dall'ordine naturale, o quello che potremmo chiamare normalità.

Tuttavia, la maggior parte dei conservatori contemporanei (almeno la maggior parte dei portavoce dell'establishment conservatore) o non riconoscono che il loro obiettivo di ristabilire la normalità richiede i più drastici, persino rivoluzionari, cambiamenti sociali antistatalisti, o (se lo sanno) sono impegnati a tradire l'agenda culturale conservatrice dall'interno per promuovere un'agenda completamente diversa.

Che questo sia in gran parte vero per i cosiddetti neoconservatori non necessita qui di ulteriore spiegazione. Effettivamente, per quanto riguarda i loro capi, si può sospettare che la maggior parte di essi siano del secondo tipo. Non sono realmente interessati dagli argomenti culturali ma riconoscono che devono giocare la carta del tradizionalismo culturale per non perdere il potere e promuovere il loro obiettivo totalmente differente della democrazia sociale globale. [1] Il carattere fondamentalmente statalista del neoconservatorismo americano è riassunto al meglio da una dichiarazione di uno dei suoi campioni intellettuali di punta, Irving Kristol:
“[I]l principio alla base di un welfare conservatore dev'essere semplice: ove possibile, alla gente dovrebbe essere permesso di tenere i propri soldi – piuttosto che trasferirli (per mezzo delle tasse allo stato) – a condizione che li utilizzino in un certo modo definito.” [Two Cheers for Capitalism, New York: Basic Books, 1978, p. 119].
Questa opinione è essenzialmente identica a quella tenuta dai moderni social-democratici europei post-marxisti. Il Partito Social-Democratico tedesco (SPD), per esempio, nel suo programma Godesberg del 1959, adottò come suo motto centrale lo slogan “tanto mercato quanto possibile, tanto stato quanto necessario.”

Un secondo ramo, un po' più vecchio ma al giorno d'oggi quasi indistinguibile del conservatorismo americano contemporaneo è rappresentato dal nuovo (post-Seconda Guerra Mondiale) conservatorismo lanciato e promosso, con l'assistenza della CIA, da William Buckley ed il suo National Review. Laddove il vecchio (pre-Seconda Guerra Mondiale) conservatorismo americano era stato caratterizzato decisamente da posizioni in politica estera decisamente anti-interventiste, i marchi del nuovo conservatorismo di Buckley sono stati il suo rabbioso militarismo e la politica estera interventista.

In un articolo, “L'opinione di un giovane repubblicano,” pubblicato su Commonweal il 25 gennaio 1952, tre anni prima del lancio del suo National Review, Buckley ha così riassunto quello che si sarebbe trasformato nel nuovo credo conservatore: alla luce della minaccia posta dall'Unione Sovietica, “noi [i nuovi conservatori] dobbiamo accettare il Grande Governo finché dura questa minaccia – perché né una guerra offensiva né una difensiva può essere intrapresa se non tramite lo strumento di una burocrazia totalitaria all'interno delle nostre coste.”

I conservatori, scriveva Buckley, avevano il dovere morale di promuovere “le vaste e produttive leggi fiscali necessarie a sostenere una vigorosa politica estera anticomunista,” così come “le grandi armate e forze aeronautiche, l'energia atomica, lo spionaggio, i comitati di produzione di guerra e la relativa centralizzazione del potere a Washington.”

Com'era logico aspettarsi, dopo il crollo dell'Unione Sovietica verso la fine degli anni 80, essenzialmente niente di questa filosofia è cambiato. Oggi, la continuazione e la conservazione dello stato sociale e bellico americano è semplicemente giustificata e promossa dai nuovi e dai neo-conservatori in egual misura riferendosi ad altri nemici e pericoli stranieri: la Cina, il fondamentalismo islamico, Saddam Hussein, gli “stati canaglia,” e la minaccia del “terrorismo globale.”

Tuttavia, è anche vero che molti conservatori sono genuinamente preoccupati dalla disintegrazione o disfunzione della famiglia e dal declino culturale. Sto pensando qui in particolare al conservatorismo rappresentato da Patrick Buchanan e dal suo movimento. Il conservatorismo di Buchanan non è affatto così diverso da quello dell'establishment del Partito Repubblicano come a lui ed ai suoi seguaci piace immaginare. In un aspetto decisivo la loro marca di conservatorismo è in completo accordo con quello dell'establishment conservatore: entrambi sono statalisti. Differiscono su cosa esattamente è necessario fare per ristabilire la normalità negli Stati Uniti, ma concordano che deve essere fatto dallo stato. Non c'è traccia di antistatalismo di principio né nell'uno né nell'altro.

Ve lo illustro citando Samuel Francis, che era uno dei principali teorici e strateghi del movimento buchananita. Dopo aver deplorato la propaganda “anti-bianca” e “anti-occidentale,” il “laicismo militante, l'avido egoismo, il globalismo economico e politico, l'inondazione demografica ed il centralismo incontrollato dello stato,” parla di un nuovo spirito “prima l'America,” che “implica non solo il mettere gli interessi nazionali sopra quelli delle altre nazioni e di astrazioni come la ‘guida del mondo,’ ‘l'armonia globale,’ ed il ‘Nuovo Ordine Mondiale,’ ma anche il dare priorità alla nazione rispetto alla soddisfazione di interessi diversi e sub-nazionali.”

Come propone di risolvere il problema della degenerazione morale e del declino culturale? Non c'è il riconoscimento che l'ordine naturale nell'educazione significa che lo stato non abbia niente a che fare con essa. L'educazione è totalmente una questione di famiglia e dev'essere prodotta e distribuita da accordi cooperativi nel quadro dell'economia di mercato.

Inoltre, non c'è il riconoscimento che la degenerazione morale ed il declino culturale hanno cause più profonde e non possono essere curati semplicemente da cambiamenti nel programma di studio imposto dallo stato o da esortazioni e declamazioni. Al contrario, Francis propone che la rivoluzione culturale – il ripristino della normalità – possa essere realizzata senza un cambiamento fondamentale nella struttura degli stati sociali moderni. Effettivamente, Buchanan ed i suoi ideologhi difendono esplicitamente le tre istituzioni centrali dello stato sociale: la previdenza sociale, l'assistenza sanitaria statale e i sussidi di disoccupazione. Addirittura vogliono ampliare le responsabilità “sociali” dello stato assegnandogli il compito di “proteggere,” con restrizioni delle importazioni e delle esportazioni nazionali, i posti di lavoro americani, particolarmente nelle industrie di interesse nazionale, e di “isolare gli stipendi degli operai degli Stati Uniti dai lavoratori stranieri che devono lavorare per 1 dollaro l'ora o anche meno.”

In effetti, i buchananiti ammettono liberamente di essere statalisti. Detestano e ridicolizzano il capitalismo, il “laissez faire,” i mercati ed il commercio liberi, la ricchezza, l'élite e la nobiltà; e sostengono un nuovo conservatorismo populista – effettivamente proletario – che amalgama il conservatorismo sociale e culturale e l'economia socialista. Quindi, continua Francis,
mentre la sinistra poteva conquistare l'Americano Medio con le sue misure economiche, lo ha perso con il suo radicalismo sociale e culturale, e mentre la destra poteva attirare l'Americano Medio con gli appelli alla legge e all'ordine e la difesa della normalità sessuale, della morale e religione convenzionale, delle istituzioni sociali tradizionali e con le invocazioni al nazionalismo ed al patriottismo, lo ha perso quando ha riproposto le sue vecchie formule economiche borghesi.
Ne consegue che sia necessario unire le politiche economiche della sinistra con il nazionalismo ed il conservatorismo culturale e della destra, per creare “una nuova identità che sintetizza sia gli interessi economici che le lealtà nazional-culturali della classe media proletarizzata in un movimento politico separato ed unificato.” [2] Per ovvi motivi questa dottrina non viene chiamata così, ma c'è un termine per questo tipo di conservatorismo: si chiama o social-nazionalismo o nazional-socialismo.

(Per quanto riguarda la maggior parte dei capi della cosiddetta Destra Cristiana e della “maggioranza morale,” vogliono semplicemente rimpiazzare l'attuale élite liberale e di sinistra incaricata dell'educazione nazionale con un'altra, ovvero, loro stessi. “Da Burke in poi,” Robert Nisbet ha criticato questa posizione, “è stato un precetto conservatore e un principio sociologico fin da Auguste Comte che il modo più sicuro di indebolire la famiglia, o qualsiasi altro gruppo sociale vitale, è che il governo assuma, e quindi monopolizzi, le funzioni storiche della famiglia.” In contrasto, gran parte della destra americana contemporanea “è meno interessata dalle immunità burkeane dal potere del governo di quanto lo sia nel mettere il massimo di potere governativo nelle mani di coloro di cui ci si può fidare. È il controllo del potere, non la diminuzione del potere, ad occupare i primi posti.”)

Non approfondirò qui la questione se il conservatorismo di Buchanan attragga le masse e se la sua diagnosi della politica americana sia sociologicamente corretta. Dubito che questo sia il caso e certamente il destino di Buchanan nelle primarie presidenziali repubblicane del 1995 e del 2000 non indica altrimenti. Piuttosto, voglio rivolgermi alle questioni fondamentali: supponendo che eserciti tale attrazione; ovvero supponendo che il conservatorismo culturale e l'economia socialista possano essere psicologicamente combinati (cioè che una persona possa avere simultaneamente entrambe queste opinioni senza dissonanza cognitiva), possono anche essere efficacemente e praticamente (economicamente e prasseologicamente) unite? È possibile mantenere il livello attuale di socialismo economico (previdenza sociale, ecc.) e raggiungere l'obiettivo di ristabilire la normalità culturale (famiglie naturali e normali regole di comportamento)?

Buchanan ed i suoi teorici non avvertono l'esigenza di sollevare questo problema, perché credono che le politiche siano solamente una questione di volontà e potere. Non credono in cose come le leggi economiche. Se delle persone vogliono qualcosa abbastanza, e viene dato loro il potere di realizzare la loro volontà, tutto può essere realizzato. “L'economista austriaco morto” Ludwig von Mises, al quale Buchanan ha fatto riferimento sprezzante durante le sue campagne presidenziali, caratterizzò questa convinzione come “storicismo,” la posizione intellettuale del Kathedersozialisten tedesco, gli accademici Socialisti della Poltrona, che giustificavano ogni e qualsiasi misura statalista.

Ma il disprezzo e l'ignoranza dell'economia degli storicisti non altera il fatto che le inesorabili leggi economiche esistano. Non potete tenere la vostra torta ed allo stesso tempo mangiarla, per esempio. O ciò che consumate ora non potrà più essere consumato in futuro. O produrre più di un bene richiede di produrre meno di un altro. Nessun pio desiderio può far scomparire tali leggi. Credere diversamente può provocare soltanto il fallimento pratico. “In realtà,” notava Mises, “la storia economica è una lunga lista di politiche di governo che hanno fallito perché progettate con grande incuranza delle leggi dell'economia.” [3]

Alla luce delle elementari e immutabili leggi economiche, il programma buchananita di social-nazionalismo è solo un altro sogno tanto audace quanto impossibile. Nessun pio desiderio può alterare il fatto che mantenere le istituzioni centrali dell'attuale stato sociale e voler ritornare alla famiglia, le norme, il comportamento e la cultura tradizionali sono obiettivi incompatibili. Potete ottenerne uno – il socialismo (welfare) – o l'altro – la morale tradizionale – ma non potete avere entrambi, perché l'economia social-nazionalista, colonna dell'attuale sistema di stato sociale che Buchanan vuole lasciare intatto, è la vera causa delle anomalie culturali e sociali.

Per chiarire questo, è necessario soltanto ricordare una delle leggi più fondamentali dell'economia che dice che ogni ridistribuzione obbligatoria di reddito o di patrimonio, a prescindere dai criteri su cui è basata, comporta il prendere da qualcuno – gli aventi qualcosa – e darla ad altri – i non-aventi di qualcosa. Di conseguenza, l'incentivo ad essere un avente è ridotto e quello ad essere un non-avente è aumentato. Ciò che l'avente ha è tipicamente un qualcosa considerato “bene,” e ciò che il non-avente non ha è qualcosa di “male” o una deficienza. Effettivamente, questa è l'idea stessa alla base di ogni ridistribuzione: alcuni hanno troppa roba buona ed altri non abbastanza. Il risultato di ogni ridistribuzione è che ciascuno quindi produrrà meno bene e sempre più male, meno perfezione e più deficienza. Sovvenzionando con i fondi di imposta (con i fondi presi da altri) la gente che è povera, sarà generata maggiore povertà (male). Sovvenzionando la gente perché disoccupata, sarà generata maggiore disoccupazione (male). Sovvenzionando le madri singole, ci saranno più madri singole e più nascite illegittime (male), ecc.

Ovviamente, questa comprensione di base si applica all'intero sistema della cosiddetta previdenza sociale che è stata applicata nell'Europa occidentale (a partire dagli anni 80 in avanti) e negli Stati Uniti (dagli anni 30): dell'“assicurazione” governativa obbligatoria contro la vecchiaia, la malattia, l'infortunio professionale, la disoccupazione, l'indigenza, ecc. Insieme con l'ancora più vecchio sistema della pubblica istruzione obbligatoria, queste istituzioni e pratiche equivalgono ad un massiccio attacco all'istituzione della famiglia e della responsabilità personale.

Sollevando gli individui dall'obbligo di provvedere ai propri reddito, salute, sicurezza, vecchiaia ed all'educazione dei bambini, il raggio e l'orizzonte temporale dell'approvvigionamento privato sono ridotti, ed il valore del matrimonio, della famiglia, dei bambini e dei rapporti di parentela è abbassato. Irresponsabilità, miopia, negligenza, malattia e perfino distruttivismo (mali) sono promossi, mentre responsabilità, previdenza, diligenza, salute e tradizionalismo (beni) sono puniti.

Il sistema obbligatorio di assicurazione per la vecchiaia in particolare, con cui i pensionati (i vecchi) sono sovvenzionati dalle tasse imposte ai guadagnatori di reddito correnti (i giovani), ha indebolito sistematicamente il legame naturale generazionale fra i genitori, i nonni ed i bambini. I vecchi non hanno più bisogno di contare sull'assistenza dei propri figli se non hanno provvisto alla propria vecchiaia; ed i giovani (con tipicamente meno ricchezza accumulata) devono sostenere i vecchi (con tipicamente più ricchezza accumulata) piuttosto che il contrario, come è tipico all'interno delle famiglie.

Di conseguenza, non solo la gente vuole avere pochi figli – ed in effetti, gli indici di natalità sono caduti alla metà dall'inizio delle moderne politiche di previdenza sociale (welfare) – ma anche il rispetto che i giovani accordavano tradizionalmente ai loro anziani è diminuito, e tutti gli indicatori della disintegrazione e del malfunzionamento della famiglia, quali i tassi di divorzio, illegittimità, pedofilia, abuso del genitore, abuso dello sposo, genitori singoli, solitudine, stili di vita alternativi ed aborto, sono aumentati.

Inoltre, con la socializzazione del sistema sanitario attraverso istituzioni come Medicaid e Medicare e la regolazione dell'industria assicurativa (limitando il diritto dell'assicuratore al rifiuto: per escludere qualsiasi rischio specifico come non assicurabile e per discriminare liberamente, secondo i metodi attuariali, fra differenti gruppi di rischio) un mostruoso macchinario di ridistribuzione della ricchezza e del reddito a scapito degli individui responsabili e dei gruppi a basso rischio ed in favore degli attori irresponsabili e dei gruppi ad alto rischio è stato messo in moto. Le sovvenzioni per i malati e gli handicappati allevano la malattia e la disabilità ed indeboliscono il desiderio di lavorare per vivere e di condurre una vita sana. Non si può far altro che citare l'“economista austriaco morto” Ludwig von Mises una volta di più:
esser malato non è un fenomeno indipendente dalla volontà cosciente. ... L'efficienza dell'uomo non è soltanto un risultato della sua condizione fisica; dipende in gran parte dalla sua mente e dalla sua volontà. ... L'aspetto distruttivo dell'assicurazione contro gli incidenti e le malattie si trova soprattutto nel fatto che tali istituzioni promuovono gli incidenti e le malattie, ostacolano il recupero e molto spesso generano, o ad ogni modo intensificano ed allungano, i disordini funzionali che seguono la malattia o l'incidente. ... Perché sentirsi sano è del tutto diverso da esser sano in senso medico. ... Indebolendo o distruggendo completamente la volontà di stare bene e lavorare, l'assicurazione sociale genera le malattie e l'incapacità di lavorare; produce l'abitudine a lamentarsi – che è in sé una nevrosi – e nevrosi di altri tipi. Come istituzione sociale esso rende la gente ammalata corporalmente e mentalmente o almeno contribuisce a moltiplicare, allungare ed intensifichare la malattia. ... L'assicurazione sociale ha così reso le nevrosi degli assicurati una malattia pubblica pericolosa. Se tale istituzione verrà estesa e sviluppata le malattie si diffonderanno. Nessuna riforma può essere di qualche aiuto. Non possiamo indebolire o distruggere la volontà alla salute senza produrre malattie. [4]
Non desidero spiegare qui l'assurdità economica dell'idea persino più nefasta delle politiche protezioniste (di protezione degli stipendi americani) di Buchanan e dei suoi teorici. Se avessero ragione, il loro argomento per la protezione economica consisterebbe in un atto d'accusa di tutto il commercio e ad una difesa della tesi che ogni famiglia sarebbe più ricca se non scambiasse mai nulla con nessun altro. Certamente, in questo caso nessuno potrebbe mai perdere il lavoro e la disoccupazione dovuta alla concorrenza “sleale” sarebbe ridotta a zero.

Tuttavia una tale società a piena-occupazione non sarebbe prospera e forte; sarebbe composta da persone (famiglie) che, nonostante il lavoro dall'alba al crepuscolo, sarebbero condannate alla povertà e alla fame. Il protezionismo internazionale di Buchanan, anche se meno distruttivo di una politica di protezionismo interpersonale o interregionale, provocherebbe precisamente lo stesso effetto. Questo non è conservatorismo (i conservatori vogliono che le famiglie siano prospere e forti). Questo è distruttivismo economico.

Comunque, quello che dovrebbe essere ormai chiaro è che la maggior parte della degenerazione morale e del declino culturale, se non la loro totalità – i segni della de-civilizzazione – tutto intorno a noi è il risultato inevitabile dello stato sociale e delle sue istituzioni centrali. I conservatori classici e della vecchia scuola lo sapevano e si opposero vigorosamente alla pubblica istruzione ed alla previdenza sociale. Sapevano che gli stati, ovunque, erano intenti a dividere ed infine distruggere le famiglie e le istituzioni, gli strati e le gerarchie dell'autorità che sono il prodotto naturale delle comunità basate sulla famiglia per aumentare e rinforzare il proprio potere. Sapevano che per far ciò gli stati avrebbero dovuto approfittare della ribellione naturale dell'adolescente (giovane) contro l'autorità genitoriale. E sapevano che l'educazione e la responsabilità socializzate erano i mezzi per raggiungere questo obiettivo.

L'educazione e la previdenza sociali forniscono alla gioventù ribelle una via di fuga dall'autorità genitoriale (per potersi dare al continuo cattivo comportamento). I vecchi conservatori sapevano che queste politiche avrebbero emancipato l'individuo dalla disciplina imposta all'interno della comunità e della famiglia soltanto per porlo invece al controllo diretto ed immediato dello stato.

Ancora, essi sapevano, o almeno intuivano, che questo avrebbe condotto ad un infantilizzazione sistematica della società: una regressione, emozionalmente e mentalmente, dall'età adulta all'adolescenza o all'infanzia.

Al contrario, il conservatorismo – social-nazionalismo – populista-proletario di Buchanan mostra una completa ignoranza di tutto ciò. Combinare il conservatorismo culturale e lo statalismo sociale è impossibile e, quindi, un assurdo economico. Lo statalismo sociale – la sicurezza sociale in ogni sua forma, senso o genere – alleva il declino e la degenerazione morali e culturali. Di conseguenza, se si è effettivamente preoccupati per il deperimento morale dell'America e si vuole ristabilire la normalità nella società e nella cultura, ci si deve opporre a tutti gli aspetti del moderno stato sociale. Un ritorno alla normalità richiede niente di meno che l'eliminazione completa del sistema dell'attuale sicurezza sociale: dell'assicurazione contro la disoccupazione, della previdenza sociale, dell'assistenza sanitaria statale, della pubblica istruzione, ecc. – e quindi i quasi totali dissoluzione e smantellamento dell'attuale apparato statale e del potere di governo. Se si volesse davvero ristabilire la normalità, i fondi ed il potere del governo devono tornare, o persino scendere sotto, ai loro livelli del diciannovesimo secolo. Quindi, i conservatori allineare devono essere fautori del libero arbitrio di linea dura (antistatists). Il conservatorismo alla Buchanan è falso: vuole un ritorno alla moralità tradizionale ma allo stesso tempo sostiene il mantenimento delle stesse istituzioni responsabili della distruzione delle morali tradizionali.

La maggior parte dei conservatori contemporanei, allora, particolarmente fra le fila dei media, non sono conservatori ma socialisti – vuoi della specie internazionalista (gli statalisti nuovi e neo-conservatori del welfare-warfare, ed i globalisti democratici sociali), vuoi della varietà nazionalista (i populisti Buchananiti). I conservatori genuini devono opporrsi ad entrambi. Per ristabilire le norme sociali e culturali, i veri conservatori possono soltanto essere libertari radicali e devono chiedere la demolizione – come distorsione morale ed economica – dell'intera struttura dello stato interventista.

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Note


[1] sul conservatorismo americano contemporaneo vedi in particolare Paul Gottfried, The Conservative Movement, rev. ed. (New York: Twayne Publishers, 1993); George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement in America (New York: Basic Books, 1976) Justin Raimondo, Reclaiming the American Right: The Lost Legacy of the Conservative Movement (Burlingame, Calif.: Center for Libertarian Studies, 1993);

[2] Samuel T. Francis, "From Household to Nation: The Middle American populism of Pat Buchanan," Chronicles (March 1996): 12-16; vedi inoltre idem, Beautiful Losers:Essays on the Failure of American Conservatism (Columbia: University of Missouri Press, 1993); idem, Revolution from the Middle (Raleigh, N.C.: Middle American Press, 1997).

[3] Ludwig von Mises, Azione umana. “I principi e le maggioranze democratiche,” scrive Mises, “sono ubriachi di potere. Devono ammettere riluttanti di essere soggetti alle leggi della natura. Ma rifiutano la nozione stessa di legge economica. Non sono forse i legislatori supremi? Non hanno il potere di schiacciare ogni avversario? Nessun signore della guerra vuole riconoscere alcun limite tranne quelli a lui imposti con una forza armata superiore. Gli scribi servili sono sempre pronti a promuovere tale compiacenza esponendo le dottrine appropriate. Chiamano le loro disturbate presunzioni ‘economia storica.’”

[4] Ludwig von Mises, Socialism: An Economic and Sociological Analysis (Indianapolis, md.: Liberty Fund, 1981), pp. 43 1-32.

Wednesday, October 1, 2008

Premio Caligola - Settembre '08: Ex-aequo!

L'appassionante tenzone settembrina del Premio Caligola - Il potere gli ha dato alla testa, che ha tenuto col fiato sospeso i lettori/elettori del Gongoro si conclude con un risultato sorprendente: un ex-aequo tra il concorrente favorito alla vigilia – l'amministrazione Bush e i suoi superpoteri per il ministro del Tessssoro – e l'outsider di turno, anzi, No Outsiders, il costoso progetto inglese per iniziare i bambini delle elementari ai piaceri del sesso omosessuale.

Tuttavia, se i due vincitori, a detta di tutti, erano dei veri fuoriclasse, rimane il rammarico per quell'unico voto conquistato dallo scanning cerebrale utilizzato in India per condannare gli imputati di crimini: a mio avviso, si tratta di un primo ma decisivo passo in un campo che in futuro ci darà grosse soddisfazioni. Per esempio, pensate, potremmo evitare la scomodità del recarci alle urne e compiere il nostro dovere di buoni democratici facendoci leggere il cervello direttamente da casa o, perché no, dalla spiaggia! Non è meraviglioso?

Ma che dire, gli anglosassoni sembrano difficili da battere in questa specie di ricerca del Graal del potere fuori controllo, sono effettivamente più avanti, almeno per il momento, infatti le loro gesta incidono severamente sul nostro presente. Gloria quindi al progetto No Outsiders, la nuova frontiera dell'istruzione, e ai piani salvabanche dell'amministrazione Bush, vero Armageddon economico, due ribellioni alle leggi immutabili della natura e dell'economia destinate a lasciare un segno profondo nella storia dell'umanità.


A entrambi, come sempre, la targa ricordo e il kit
Do it yourself: Suicide!, perché sappiano quanto e quale spazio occupino sempre nei nostri cuori.

«Weigh the anchor!»

The Crimson Permanent Assurance è il geniale corto di Terry Gilliam che apre la sarabanda di gag de Il senso della vita (The Meaning of Life, Terry Jones - Terry Gilliam, '83), dei Monty Python. C'è chi dice che di senso non ne abbia poi molto ma, in fondo, cosa ne ha nell'attuale finanza internazionale?