Monday, September 22, 2008

Hazlitt e la Grande Depressione

Questo articolo di Jeffrey Tucker in ricordo di Henry Hazlitt fu pubblicato da Free Market nel settembre 1993, poco dopo la sua morte. È interessante rileggerlo oggi, a 15 anni di distanza, non solo per ricordare la figura integerrima di questo giornalista, ma anche per evidenziare i paralleli tra la situazione attuale e quella della Grande Depressione in cui Hazlitt visse, opponendosi a costo della perdita del suo lavoro alle letali ricette iperstataliste di Roosevelt.

Anche se il suo nome è stato dimenticato, possiamo dire che la sua esperienza a qualcuno è servita: oggi non c'è traccia, infatti, di giornalisti che dimostrino anche solo una frazione del suo coraggio e della sua onestà intellettuale.
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Di Jeffrey Tucker


Il giornalista della vecchia destra Garet Garrett descrisse il New Deal come una rivoluzione contro la tradizione americana della proprietà privata, del governo limitato e della norma di legge. Effettivamente ne aveva tutte le caratteristiche. Il presidente Roosevelt basò la sua campagna sulla lotta contro la spesa pubblica ed i deficit, ma una volta eletto si comportò come un dittatore.

Roosevelt distrusse i limiti tradizionali del ruolo del governo ed istituì la pianificazione centrale e il welfarismo in ogni settore dell'economia.

Dopo, la forza inesorabile dello stato non potè più essere fermata: arrivarono il socialismo di guerra di FDR, il sindacalismo di Truman, la Great Society di Johnson, il controllo dei prezzi di Nixon, l'inflazione di Carter, la spesa di deficit di Reagan, la regolamentazione di Bush e il fabianismo di Clinton.

Poiché le idee sono tanto importanti quanto il desiderio per il potere, il New Deal non avrebbe potuto accadere senza una giustificazione intellettuale pubblica. Questo richiedeva delle teorie sulle cause del crollo del mercato azionario e della depressione economica che ne seguì. Per far sì che il socialismo potesse prevalere negli Stati Uniti, le accademie e il pubblico dovevano essere convinti che il capitalismo avesse fallito.

Henry Hazlitt era al centro di quel dibattito, tenendo duro nelle pagine The Nation, un quindicinale specializzato e di tendenza. Era stato assunto come redattore letterario, una posizione relativamente apolitica. Ma poiché la politica quotidiana era diventata più polemica, gli fu concessa un profilo più editoriale. Cominciò a scrivere contro l'invasione federale nell'impresa privata.

Una volta che Roosevelt ebbe invertito la retorica della sua campagna ed abbracciato lo stato totale, i redattori di The Nation seppero che dovevano prendere posizione. Mentre le critiche di Hazlitt a FDR aumentavano, lo stesso accadeva con i reclami interni per la filosofia di Hazlitt. Piuttosto che licenziare semplicemente il loro redattore da due anni, organizzarono una lotta senza quartiere fra coloro che dicevano che il capitalismo aveva fallito (quindi rendendo il socialismo la risposta) e coloro che dicevano invece che a fallire era stato l'interventismo e la risposta era il capitalismo.

In un angolo c'era Hazlitt, il critico letterario e giornalista finanziario. Nell'altro Louis Fischer, rifugiato politico russo, giornalista e socialista. Lo scambio, “La depressione ed il sistema di profitto,” fu pubblicato nell'edizione del 24 maggio 1933, in mezzo alla rivoluzione monetaria e fiscale di FDR.

Fischer aveva adottato una spiegazione marxista della depressione. Citando dati dall'Ufficio delle Statistiche del Lavoro, sostenne che mentre la produttività era aumentato dall'inizio del secolo, gli stipendi erano diminuiti rispetto alla produzione. I lavoratori quindi potevano comprare sempre meno del loro prodotto perché i capitalisti scremavano il loro surplus di valore. “La concentrazione della ricchezza e del reddito nazionale dell'America in sempre meno mani ha accelerato rapidamente per molti anni.”

Cosa innescò la crisi?

Fischer spiegava che si trattava di una combinazione di teoria marxista della crisi e di teoria keynesiana del sottoconsumo: “La gente che voleva consumare tutto non aveva i mezzi e la gente che aveva i mezzi non poteva consumare tutto. Da qui il nostro potere di acquisto ridotto.”

Che cosa bisognava fare? “Dividere e ridividere i profitti,” disse. “Questa è l'uscita.” Avrebbe dovuto esserci una “misura per una divisione perfettamente uguale del surplus di valore durante gli anni a venire;” avremmo dovuto eliminare “il profitto del proprietario del capitale” e creare “il socialismo.”

Hazlitt rispose mostrando che i grafici di Fischer sul surplus di valore erano basati “su un errore di selezione.” Fischer aveva selezionato anni di base (1899 e 1929) con uno scopo in mente e quindi confuso le anomalie con una tendenza generale. In due possono giocare questo gioco e Hazlitt mostrò che il prodotto del lavoro si poteva dire che fosse aumentato rispetto alla produzione selezionando anni diversi (1869 e 1921).

Inoltre, Hazlitt domandò, se il calo della parte di profitti dei lavoratori è la causa, come spieghiamo i miglioramenti economici durante lo stesso periodo in questione? Come possiamo spiegare, usando questo ragionamento, perché la crisi non è arrivata prima?

Come Hazlitt disse, la teoria di Marx “rende difficile spiegare perché non siamo sempre in una crisi ed impossible spiegare come mai ne superiamo una.” Su quella base, rifiutò la più generale implicazione che il crollo del 1929 avesse rappresentato qualcosa come una tendenza di fondo nella base strutturale dell'economia.

Ma se Fischer avesse avuto ragione, e i lavoratori stavano realmente guadagnando un minore ritorno rispetto al capitale? Hazlitt notò che questo non avrebbe significato necessariamente che la gente fosse sfruttata. Avrebbe potuto significare semplicemente che il volume di capitale nell'industria stava aumentando ad un maggior tasso di quello dei lavoratori, ad indicare una tecnologia sempre più efficiente. In caso affermativo, questo poteva dar peso alle aspettative degli economisti classici che i lavoratori avrebbero posseduto più capitale con l'aumento della produttività. Per esempio, il numero degli azionisti è aumentato drammaticamente durante gli anni 20.

Messa da parte la teoria marxista radicale di Fischer, egli sostenne che il migliore periodo da esaminare da un punto di vista economico era quello “fra l'ultima crisi e quella attuale, diciamo fra il 1922 ed il 1929.” In questo periodo si nota che i prezzi e la produzione del capitale e del lavoro nel settore industriale stavano crescendo sproporzionatamente rispetto al settore agricolo. Questo può non avere alcuna importanza nella causa della crisi, ma introduce dei dubbi nell'idea dello sfruttamento dei lavoratori nell'intera economia.

Dopo aver smontato i dati e la teoria economica di Fischer, continuò a speculare su un'alternativa. Non c'era una visibile teoria del libero mercato che spiegasse perché gli Stati Uniti erano in crisi. Ma Hazlitt sapeva dalla sua lettura della storia dei problemi che un governo iperattivo e indebitato porta con sé. Sapeva che il segreto del crollo si trovava in questi problemi.

Un ordine stabile di mercato, egli disse, richiede un'atmosfera esente da scosse, o almeno un governo che permetta all'economia di correggersi una volta che queste scosse si fossero verificate. La guerra aveva inflazionato artificialmente i prezzi dei prodotti ed essi dovevano essere corretti verso il basso ad un livello più realistico. Affermò che la crisi del 1929 era quella correzione in discesa.

“Ma il centro di questo crollo,” scrisse, “è stato aggravato enormemente dall'intera serie di politiche del dopoguerra.” Fra queste elencò il “ vizioso Trattato di Versailles,” la “disorganizzazione causata dalle riparazioni e dai debiti di guerra,” gli “assurdi dazi messi in atto dovunque,” l'abbandono della parità aurea e l'adozione della “parità del cambio dell'oro,” e gli “avventati prestiti ai paesi stranieri.”

Soprattutto, accusò “la politica dei costo artificialmente basso del denaro perseguita sia in Inghilterra che in America, che ha condotto qui ad una colossale speculazione nei mercati azionario e immobiliare e sotto il benigno incoraggiamento dei signori Coolidge e Mellon.” Questo cattivo investimento, causato dalle politiche inflazionistiche, aveva generato distorsioni nella massa del capitale che richiedevano una correzione.

Successivamente Hazlitt avrebbe concluso che il cattivo investimento era il problema centrale, non solo nella Grande Depressione, ma in tutti i cicli economici. Questo sotto l'influenza di Ludwig von Mises, con il quale si incontrò circa una decennio più tardi. Sostennero insieme la parità aurea come politica, e la teoria “austriaca” del ciclo economico. La teoria, sviluppata da Mises, mostra come i mercati coordinino dei piani nel tempo e come la moneta della banca centrale e l'espansione del credito scombussolino quei piani.

Hazlitt era inclinato alla teoria austriaca persino prima di conoscerla formalmente. Era estremamente consistente con il suo modo di pensare. Come critico letterario, la sua specialità stava nello smontare le pretese degli ideologhi. Amava prendere un testo accademico alla moda, separarne gli assunti essenziali dalla prosa esagerata e mostrare quanto chiaramente irragionevole fosse. Aveva in breve un talento per l'individuazione dell'essenza di una discussione e verificarla implacabilmente con i criteri della ragione. Queste sono tutte caratteristiche che la scuola austriaca porta con sé dalla sua nascita nel la Vienna del diciannovesimo secolo e, prima, nell'ultima tradizione scolastica della Spagna del XVI secolo, che era in debito con il ragionamento tomista e quindi aristotelico.

Una raccomandazione chiaramente irragionevole nel saggio di Fischer, secondo Hazlitt, era la sua richiesta per nuove alte tasse sul capitale. Questa misura “aggraverebbe violentemente la catastrofe,” disse Hazlitt, inducendo il commercio a scendere nuovamente facendo sembrare insignificante il crollo del 1929. Anche un aumento degli stipendi sarebbe stato indesiderabile, Hazlitt diceva, perché avrebbe causato un aumento del loro costo al commercio conducendo ad ulteriore disoccupazione. Per far recuperare l'economia, egli disse, abbiamo bisogno di più capitale privato, non meno, e questo significa lasciare che i mercati facciano il loro lavoro.

Più di ogni cosa, disse Hazlitt, noi non abbiamo bisogno del socialismo, del comunismo, o di “quella cosa ambigua chiamata Pianificazione.” Sulla base del tipo di gente che sarebbe stata in carica, e della natura della politica, era sicuro che l'economia sarebbe stata gestita da “analfabeti economici,” gente, senza dubbio intendeva, come Louis Fischer.

Virtualmente tutto ciò che Hazlitt ha scritto in questo potente saggio – la sua analisi di causa, effetto e soluzione – più tardi ha trovato giustizia nel lavoro di studiosi come Murray Rothbard e Robert Higgs. Nei suo libro Modern Times, Paul Johnson abbozza lo stesso scenario che Hazlitt aveva presentato nel pieno del massacro del New Deal stesso. Più recentemente, Richard Vedder e Lowell Gallaway hanno presentato essenzialmente la stessa posizione nel loro Out of Work.

Hazlitt avrebbe potuto salvare il suo lavoro se il suo attacco al consenso emergente non fosse stato così completo e così devastante. Se avesse fatto qualche concessione, o magari non avesse completamente distrutto Fischer, avrebbe potuto durare. Ma non era nella natura di Hazlitt nascondere la verità per convenienza. Dovette percepire che per il suo prestigioso lavoro a The Nation la fine era vicina e decise di uscire con il botto.

Il drammatico dibattito fra Fischer e Hazlitt si concluse con una nota minacciosa dall'editore: “La discussione… sarà commentata con un editoriale in una prossima edizione.” Effettivamente, nell'edizione seguente The Nation annunciò la sua devozione alla causa socialista. “Il sig. Roosevelt sta tentando di salvare il capitalismo,” diceva l'editoriale echeggiando la saggezza popolare del momento, “per salvarlo da sé stesso sottraendogli temporaneamente alcune delle sue prerogative più fondamentalmente capitalistiche.”

Se il New Deal passa, dissero i redattori con rara comprensione, “avrà il potere di dire all'industria cosa e quanto può produrre, quanto può chiedere per i suoi prodotti, quanto pagherà i lavoratori, quante ore questi lavoreranno.”

Ma questo non era abbastanza per The Nation. “Tendiamo ad essere d'accordo” con Fischer, dissero i redattori, “che una società collettiva offre la migliore speranza a questo fine desiderabile.” Favorivano “un movimento verso il collettivismo” il prima possibile. Criticando la presunta timidezza di Roosevelt, dissero che “i passi del paese verso una società industriale integrata e socializzata dovrebbero essere intenzionali e con uno scopo.”

Le pagine di una rivista votata in gran parte a spingere la riforma culturale progressista si erano votate completamente al collettivismo. La dottrina interna era stata resa esplicita per la prima volta e Hazlitt venne eliminato e forzato a trovare altre pubblicazioni per il suo lavoro.

Dopo la sua morte, il propagandista socialista Irving Howe, editore di Dissent, fu elogiato continuamente nei media popolari, anche se (o possibilmente perché) le sue idee anti-proprietà e anti-borghesia erano assolutamente estranee all'esperienza americana pre-New Deal. E così è anche dopo il fallimento del socialismo in tutto il mondo.

Hazlitt ebbe più volte ragione, sul socialismo, sul welfarismo, sull'inflazione e la parità aurea, sulla cultura popolare e molto altro. E diversamente da Howe, Hazlitt scriveva chiaro come pensava. Non usò mai la sua posizione per spargere disinformazione al servizio dell'ideologia, come ha fatto Howe; Hazlitt aveva una fede profonda nella verità ed ha lasciato parlare la logica ed i fatti. È una misura della corruzione della cultura ufficiale che la morte di Henry Hazlitt sia stata appena notata.

Alla sua morte, sono certo, la sua più grande speranza era che questo paese avrebbe compreso gli errori della sua storia e li avrebbe rettificati. Quando la nostra storia sarà riscritta, e gli Irving Howe saranno visti come le minacce sociali che erano, Hazlitt sarà ricordato come un profeta che disse la verità di fronte al potere. The Nation, con una sbalorditiva inversione delle politiche editoriali socialiste, riconoscerà che Hazlitt aveva sempre avuto ragione.

Sunday, September 21, 2008

«This has nothing to do with capitalism»

Ron Paul sulla crisi finanziaria globale.



Non ho l'esatta traduzione in italiano, ma potete leggere ciò che scrisse Hayek nel 1932, all'epoca della Grande Depressione. Il senso, tragicamente, è lo stesso.
Invece di procedere all'inevitabile liquidazione delle cattive regolazioni portate dal boom durante gli ultimi tre anni, tutti i mezzi immaginabili sono stati usati per impedire che quel riaggiustamento avvenisse; ed uno di questi mezzi, che è stato provato ripetutamente ma senza successo, dalle prime alle più recenti fasi della depressione, è stata questa politica intenzionale di espansione del credito. … Combattere la depressione con un'espansione del credito forzata è tentare di curare il male con gli stessi mezzi che l'hanno causato; poiché soffriamo per un indirizzo errato della produzione, vogliamo perseverare in questo errore – una procedura che può condurre soltanto ad una crisi molto più grave non appena l'espansione del credito terminerà. … È probabilmente a questo esperimento, insieme ai tentativi di impedire la liquidazione una volta che la crisi era arrivata, che dobbiamo la gravità e la durata eccezionali della depressione. Non dobbiamo dimenticare che, per gli ultimi sei o otto anni, la politica monetaria dovunque ha seguito il consiglio degli stabilizzatori. È giunto ormai il momento che la loro influenza, che già ha arrecato abbastanza danni, venga eliminata.

(Introduction to Monetary Theory and the Trade Cycle (PDF, pp. 5-7), from Prices and Production and Other Works.)

Tovarisch George

“I do not think it is an exaggeration to say history is largely a history of inflation, usually inflations engineered by governments for the gain of governments.”
(Friedrich August von Hayek)
C'è anche un risvolto positivo nella crisi economica che sta travolgendo le maggiori istituzioni bancarie e che ha già cominciato a farsi sentire nelle nostra vita quotidiana: finalmente i governi – quello USA in primis – che fino a ieri si proclamavano eroi del libero mercato gettano la maschera, nazionalizzando colossi finanziari falliti e iniettando enormi quantità di denaro fresco di stampa nei mercati per dare l'illusione di gestire la crisi quando in realtà non fanno altro che farla pagare ai contribuenti.

Liberisti? Ovviamente no, socialisti come ogni governo che si rispetti è sempre stato, con le mani ben sistemate sulle leve della politica monetaria, peccato originale che rende qualsiasi sembianza di mercato un ben congegnato inganno. Come notato acutamente da Robert B. Ekelund and Mark Thornton in un recente articolo:
... anche una forma insidiosa di “politica basata sul mercato” è uno dei veri colpevoli nel disordine corrente. Nel 1999 un Congresso repubblicano passò una legge, firmata dal presidente democratico Bill Clinton, che annullava il Glass-Stegall Act del 1933, ovvero il divorzio, sancito nell'era della depressione, delle attività bancarie commerciali da quelle di investimento. Questo ha provocato un diluvio di strumenti finanziari “creativi” coperti da banconote e da altre carte commerciali. Gran parte della regolamentazione bancaria dell'amministrazione Roosevelt – compreso l'abbandono della parità aurea – non aveva assolutamente alcun senso, ma i mercati possono fallire con terribili conseguenze a breve termine con un sistema monetario fiat. Con il Glass-Stegall, il Congresso attenuò la tendenza e le tentazioni delle banche di generare esternalità enormemente costose per la società, in questo caso, mantenendo pacchetti di titoli garantiti da mutui ritenuti sicuri dalle agenzie di valutazione ma che alla fine hanno fallito la prova del mercato.

La Legge di Ammodernamento dei Servizi Finanziari del 1999 avrebbe avuto perfettamente senso in un mondo regolato da una parità aurea, con riserva bancaria al 100%, e nessuna assicurazione sui depositi della FDIC; ma in questo mondo, questa “deregulation” è in pratica un welfare corporativo per le istituzioni finanziarie e un rischio morale che costerà caro ai contribuenti. Tali privilegi di governo non sono niente di nuovo per i repubblicani – considerate le efficaci sovvenzioni alle industrie farmaceutiche, siderurgiche, e agli zuccherifici – ma questo particolare regalo alle istituzioni finanziarie è ciò che ha permesso alla bolla del credito di espandersi a tali irragionevoli proporzioni, perché ha permesso ad ogni tipo di banca di dedicarsi a transazioni sempre più rischiose e di ampliare notevolmente il livello dei loro bilanci. Mentre la crisi si spande, il credito continua a contrarsi, il rischio di fallimenti di banche aumenta e la possibilità di conseguenze economiche molto più gravi diventa più evidente. La crisi S&L è costata ai contribuenti alcune centinaia di miliardi, ma questa crisi ha il potenziale di accollare al contribuente parecchi trilioni in prestiti.
In poche parole, in un sistema fallato alla radice, come questo in cui viviamo dove il denaro, slegato da qualsiasi contatto con il mondo reale, è diventato un'astrazione, anche le norme più ragionevoli per regolare i liberi scambi tra gli attori economici si trasformano in trappole per i lavoratori ed ulteriori fonti di guadagno e di potere per le élite.

Ed è persino divertente vedere oggi il vero volto dei campioni del “libero mercato” mentre professano apertamente il nuovo verbo dell'intervento statale, del maggior controllo come se la bolla immobiliare non fosse il prevedibile risultato delle scellerate politiche delle banche centrali, con tassi mantenuti innaturalmente bassi e la possibilità delle banche di moltiplicare denaro inesistente ricorrendo alla riserva frazionaria sicure del salvagente statale quando la nave sarebbe affondata. Un premio all'irresponsabilità, puntualmente e criminalmente consegnato dallo stato ai principali artefici di un disastro epocale:
E' stato impedito che banche, assicurazioni, finanziarie, un sistema quasi criminale che stava pagando i propri errori con il fallimento, ricevesse la sua giusta punizione dal mercato. In questo mondo, possono fallire gli imprenditori di qualunque industria, non i banchieri. Da oggi è finalmente chiaro.

Un privilegio speciale concesso dallo stato. Non bastava quello di stampare moneta dal nulla grazie al moltiplicatore monetario. Adesso viene concesso un privilegio ancora più speciale. Godere della protezione dallo stato per gli errori commessi. Protezione che paghiamo noi taxpayers. I tartassati. Con il nostro lavoro e i nostri sudati risparmi.
La storia si ripete, e quella che stiamo vivendo è la replica, in versione maggiorata, della Grande Depressione degli anni trenta. Le soluzioni proposte e messe in atto dagli stati sono le stesse: più stato, più spesa, più deficit, più controllo. Le conseguenze, purtroppo, saranno logicamente le stesse:
... nessuno in realtà pose fine alla Depressione. L'economia crebbe a singhiozzo durante gli anni 30. Ma la disoccupazione rimase in doppia cifra, ed i brevi sbalzi di crescita si smorzarono sempre.

Entro il '38, c'erano più disoccupati di quando FDR era stato eletto sei anni prima.

La disoccupazione ricadde ai livelli pre-Depressione soltanto dopo che un quinto della forza lavoro venne arruolata per combattere la Seconda Guerra Mondiale.
E il rombo della guerra in arrivo già è percepibile in sottofondo, per chi ha l'udito più sensibile, appena nascosto dai proclami dei politici e dal rumore delle borse che crollano. Ottimo lavoro, tovarisch George!

Saturday, September 20, 2008

Il carteggio tra Einstein e Freud

A Laputa, ormai l'abbiamo capito, anche le cose che a noi uomini di terra paiono del tutto innocenti (anzi, soprattutto quelle) vengono viste sempre con un certo sospetto: sarà la prospettiva dall'alto, sarà l'aria rarefatta delle alte quote in cui l'isola volante volteggia, o forse è solo la possibilità di guardare agli eventi del mondo con un certo distacco, un po' come gli scienziati guardano allo scontro di particelle lanciate a folle velocità nel LHC di Ginevra, alla ricerca del bosone di Higgs. Ed è proprio la corrispondenza tra due uomini di scienza il tema del dispaccio telepatico della settimana: possibile che sia servita ad uno scopo opposto a quello immediatamente apparente? Se lo domanda il nostro inviato, il Pesce Volante, con quella sua aria un po' così che hanno quelli che vivono a Laputa.

Da accompagnare con un cocktail Manhattan miscelato però con precisione scientifica, per conciliare il relax di questo weekend arrivato alla fine di una settimana veramente da cani per l'economia mondiale.
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Di Giovanni Pesce


Facendo pulizia tra le cartacce lasciate in giro dai figli, ho ritrovato una tesina sul carteggio Einstein - Freud.

L’argomento delle conversazioni dei due mittel-europei, interpretato con gli occhi di un liceale ha una sua valenza, ma visto con gli occhiali di They live assume una ben più tragico significato.

Il Timeline del carteggio è intrigante: Albert Einstein scrive la sua lettera a Freud il 30 luglio 1932. Il giorno dopo, il 31 luglio 1932, si svolgono le elezioni politiche tedesche che permetteranno l’ascesa al potere di tale Hitler Adolfo, oscuro imbianchino di origini austriache.

L’argomento di discussione è inserito in questa domanda che Einstein pone a Freud.” C’e un modo di liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”.

In realtà, la Società delle Nazioni aveva sollecitato a Einstein “di invitare una persona di suo gradimento ad un franco scambio di opinioni su un problema qualsiasi, da lui scelto”; ed Einstein sceglie l’argomento guerra, come interlocutore Freud e come data il 30 Luglio 1932.

Questi tre elementi fanno già scattare una serie di “early warnings” di tipo cospirazionistico.

Penso che i miei ragionamenti filosofici siano abbastanza modesti e neanche minimamente paragonabili a quelli di un buon liceale o ad una qualunque delle recensioni presenti sul Web, però gli occhiali di Carpenter mi danno una possibilità in più per sottolineare frasi come:
Ma sono perfettamente consapevole del fatto che l’istinto aggressivo opera anche in altre forme e in altre circostanze (penso alle guerre civili, per esempio, dovute un tempo al fanatismo religioso, oggi a fattori sociali; o, ancora, alla persecuzione di minoranze razziali). (Lettera Einstein)
oppure
Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire - da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros nel Convivio di Platone) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, - e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva. (Risposta Freud)
Come posso valutare serenamente questa strategia della tensione scientifica?

Sapevano i due studiosi di che cosa stava per bollire nel pentolone europeo e mondiale?

E’ mia opinione che i due, nonostante il loro impegno antimilitarista, alimentando i discorsi sulla guerra, abbiano acceso i fornelli del gran calderone della WW2, coinvolgendo sull’argomento la comunità scientifica internazionale.

Qui al Centro di Igiene Mentale di Laputa si propende per l’ipotesi del megacopione che è stato distribuito a tutti i componenti della sceneggiata (banchieri, politici, scienziati della Royal Society); pertanto a ciascuno è stato affidato un ruolo e una tempistica ben precisi.

Il 30 gennaio 1933, il caporale Hitler Adolfo entra sul palcoscenico del teatro e fa la sua prima battuta “Sono il nuovo Cancelliere della Germania.”

Le battute successive sono abbastanza conosciute.

Friday, September 19, 2008

Bomb Iran?

“I Could Never Endorse Somebody Who Thinks It's Funny To Say Bomb Bomb Bomb Iran.”
Grande Ron Paul.

Quanti federali per svitare una lampadina?

Continua la saga dell'antrace: adesso neanche al Senato USA credono più alla FBI. Ai due capi del Comitato Giudiziario del Senato, il democratico Pat Leahy (che fu anche uno degli obiettivi degli attacchi) e il repubblicano Arlen Specter, infatti, sono bastati 30 minuti dell'udienza concessa al direttore della FBI per comunicargli che le accuse a Bruce Ivins non sono considerate accettabili.

Pat Leahy ha detto a Mueller di non credere che Ivins sia stato il principale colpevole, e di non essere del resto neppure certo che sia stato uno dei partecipanti, e di essere invece assolutamente convinto che ci fossero altri coinvolti nella preparazione e nella spedizione dell'antrace. Leggiamo:
Leahy ha cominciato l'udienza identificando nel Dugway Proving Ground dell'esercito degli Stati Uniti e nell'appaltatore della CIA Battelle Corporation – ma non Fort Detrick – come le uniche due istituzioni negli Stati Uniti capaci di produrre l'antrace del tipo che è stato spedito a lui ed al sen. Daschle. Leahy ha chiesto a Mueller se era informato di qualunque altra struttura in grado di produrre quell'antrace e quando Mueller – in modo stupefacente anche se prevedibile – ha sostenuto di non avere la risposta, Leahy lo ha invitato a trovarla durante la pausa e a comunicarla al Comitato oggi stesso.

Il senatore del GOP ed ex procuratore Arlen Specter è stato altrettanto enfatico nel dire Mueller che il caso della FBI mancava chiaramente di qualcosa che possa essere usato per condannare Ivins in un processo penale. Ha detto di aver seri dubbi sul caso, e ha richiesto a Mueller il consenso per permettere a un corpo indipendente di esaminare le prove della FBI (benché Specter, come di consueto, sia confuso o deliberatamente ottuso perché Mueller continua a sostenere di avere scienziati esterni che esaminano i metodi scientifici della FBI ma non l'intero caso contro Ivins – una distinzione che il senatore del GOP Charles Grassley, uno degli scettici chiave al Senato per quanto riguarda il caso della FBI, aveva appena sottolineato ed obiettato).
Pare quindi che il caso che così frettolosamente la FBI ha cercato di chiudere, con la compiacenza della maggior parte dei media, nonostante l'assenza pressoché totale di prove che non fossero puramente indiziarie se non controverse, sia destinato a trascinarsi a lungo. Dopo averla vista accusare “Al-Qaeda”, poi scaricare la colpa su un morto, infine sostenere che la polverizzazione è stata provocata dalle macchine delle Poste, ora scopriamo che la FBI non ha idea di dove fosse possibile produrre l'antrace.

Non male per L'Ufficio Federale di “Investigazione”. Ma in fondo, un'abbondanza di inefficienza e falsità non è proprio quello che ci si deve aspettare da un agenzia di sicurezza statale?

Thursday, September 18, 2008

Predator contro tutti

Gli aerei senza pilota come il Predator sono un terribile strumento nelle mani del presidente americano, che può mettere a morte in qualsiasi momento qualsiasi persona sulla faccia del globo, con il bonus di qualche “effetto collaterale” (leggi: innocenti il cui torto era di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato – sfiga!) a corredo. Eppure ben pochi sembrano preoccupati da questo sviluppo nefasto della “giustizia” nelle mani dello stato.

Tra questi pochi, Robert Higgs, del quale traduco l'articolo in tema pubblicato su LewRockwell.com, che si chiede quale legittimità possa avere una condanna a morte eseguita a distanza, e decretata unilateralmente senza un regolare processo. È questa, dunque, la cosiddetta “superiorità occidentale?”
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Quindi il presidente può uccidere chi vuole, giusto?

Di Robert Higgs


Fra le molte storie incoerenti raccontate dall'amministrazione Bush nel corso della marcia di avvicinamento al suo attacco all'Iraq c'era quella sugli infami droni della morte. Più tardi, è diventato abbastanza evidente che questa presunta minaccia non aveva più sostanza delle altre che l'amministrazione ed i servili media tradizionali hanno servito ad un pubblico credulone.

Anche se i ridicolmente primitivi droni iracheni non avevano alcuna capacità di nuocere al pubblico americano, la letalità dei droni degli Stati Uniti è un'altra questione. I droni Predator forniti di missili Hellfire ora forniscono al governo degli Stati Uniti la possibilità di volare sul territorio che le truppe terrestri degli Stati Uniti non osano penetrare, osservando le attività sul terreno ed uccidendo la gente con, diciamo, un minimo di processo dovuto.

Nel novembre 2002, per esempio, BBC News riportava: “La CIA ha effettuato un attacco in Yemen uccidendo sei sospetti membri della rete al-Qaeda di Osama bin Laden, secondo i funzionari degli Stati Uniti. Secondo fonti degli Stati Uniti gli uomini sono morti quando la jeep su cui stavano viaggiando è stata colpita da un missile lanciato da un –velivolo senza equipaggio della CIA – probabilmente un drone Predator.”

Le forze USA inoltre hanno utilizzato attivamente il Predator in Afghanistan e, recentemente, nella regione del Waziristan in Pakistan. Oggi, ho letto il resoconto dell'attacco di un drone vicino alla città di Miramshah nel Waziristan del nord che si riporta abbia “ucciso almeno 14 persone e ferite altre 12,” compresi “almeno sei donne e bambini.”

In Afghanistan, tali attacchi aerei, non sempre di droni, naturalmente, hanno creato non sempre un delicato dilemma per il governo di Karzai che finge di essere un vero governo, invece del fantoccio degli Stati Uniti che realmente è. Le proteste ufficiali sono diventate sempre più rumorose, tuttavia non s'è visto segno che le forze USA intendano cambiare le loro operazioni in risposta.

Che potere impressionante ha il presidente e, con la sua autorizzazione, i suoi subordinati: possono uccidere gente a volontà, compreso le mogli e i bambini di quelle persone, senza alcun rischio di ricevere fuoco di ritorno o altra punizione. Certamente questo è il culmine a lungo cercato dai repubblicani per stabilire “la legge e l'ordine.”

A condurmi a riflettere su questa materia, tuttavia, non sono i suoi risvolti tecnologici o il suo collegamento con le relazioni padrone-burattino nel sud-ovest asiatico, ma piuttosto la completa indifferenza con cui il pubblico americano accoglie i rapporti delle morti da drone. Non esagero se dico che la reazione generale è “annoiata.” Be', dice l'americano medio, questo sistema decentemente i “cattivi.” L'omicidio gratuito dei membri della famiglia del cattivo, dei vicini e di altre persone innocenti nei dintorni sembra non provocare segnale di ritorno sullo schermo radar morale dell'americano medio. Forse gli americani non considerano gli yemeniti, gli afgani ed i pakistani come veri esseri umani il cui diritto alla vita siamo obbligati a rispettare?

La morte da drone è semplicemente una altra occasione in cui il presidente, avendo etichettato un insieme di azioni come “guerra,” crede e agisce come se avesse carta bianca per distribuire morte e distruzione volente o nolente?

Naturalmente, i rapporti degli attacchi dei droni si riferiscono solitamente a militanti, a forze dei talibani, o a membri di Al-Qaeda. A queste informazioni, potremmo ben rispondere: certo, chi lo dice? Se siamo soddisfatti dall'assumere che gli agenti segreti degli Stati Uniti, che ottengono quasi sempre le loro informazioni da collaboratori nei territori dell'obiettivo, realmente sappiano chi stanno designando come bersaglio, allora davvero è facile soddisfarci. Non è necessario fare una grande indagine sulle affermazioni del governo degli Stati Uniti su Iraq, Afghanistan, Pakistan, e altre località nel sud-ovest asiatico nei sette anni passati per vedere che generalmente i comandanti degli Stati Uniti, dal Comandante in Capo giù fino al più sudato sottufficiale di pattuglia, o sono – chi più chi meno – all'oscuro di tutto, oppure i più grandi bugiardi del pianeta. Non scarto che possano essere entrambe le cose.

Il risultato è che chi coopera per arrivare al punto in cui qualcuno spinge il pulsante per spedire lo Hellfire verso il suo obiettivo designato non può in effetti sapere per certo chi sta per uccidere, o quanti altri saranno uccisi insieme a questo presunto “nemico” o chi sono questi altri.

Senza lanciarsi in una grande inchiesta geopolitica, potremmo fare una bella pausa di tanto in tanto per chiedere, cosa stanno facendo le forze USA in Afghanistan e in Pakistan, in ogni caso? Certamente non sono là per catturare o uccidere le persone responsabili dei crimini del 9/11, perché già hanno dimostrato oltre ogni dubbio di essere incapaci di farlo (come i video di Osama bin Laden ci ricordano periodicamente). Sono, tuttavia, fin troppo capaci di divergere le loro energie da quell'obiettivo verso altri non correlati, come l'attacco e l'occupazione dell'Iraq.

Noi americani osserviamo, quindi, con estremo disimpegno morale mentre il presidente ed i suoi subalterni assassinano persone le cui identità rimangono incerte insieme a varie altre il cui unico crimine è di essere nella stessa zona degli individui designati – dopo tutto, lo Hellfire, che provoca un'esplosione molto grande, può a malapena essere descritto come strumento di morte chirurgicamente preciso.

Inoltre, l'uso presidenziale di questo dispositivo di esecuzione a distanza non ha apparentemente limiti geografici, perché, come ci ha assicurato, “la guerra contro il terrore” non ne ha. Oggi, una mulattiera in Waziristan; domani, l'autostrada a Santa Monica. Sarà interessante vedere, quando gli attacchi dei droni saranno eseguiti in questo paese, se il pubblico americano se ne curerà.
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Robert Higgs [mandagli una mail] è membro anziano per l'economia politica all'Independent Institute ed editore della The Independent Review. È inoltre un cronista per LewRockwell.com. Il suo libro più recente è Neither Liberty Nor Safety: Fear, Ideology, and the Growth of Government. È inoltre autore de Depression, War, and Cold War: Studies in Political Economy, Resurgence of the Warfare State: The Crisis Since 9/11 e Against Leviathan: Government Power and a Free Society.

Wednesday, September 17, 2008

Siamo tutti cospirazionisti

Breve ma significativo estratto da Anatomia dello Stato, di Murray N. Rothbard.
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Di Murray N. Rothbard


Molte e subdole sono le armi ideologiche che lo Stato ha utilizzato attraverso i secoli. Un'arma eccellente è stata la tradizione. Più a lungo il dominio dello Stato è riuscito a conservarsi, più potente è quest'arma; perché in tal caso, la Dinastia X o Stato Y sembra portare il peso dei secoli di tradizione dietro di sé. [1] Il culto degli antenati, allora, diventa in modo ben poco sottile il culto degli antichi sovrani. Il più grande pericolo per lo Stato è la critica intellettuale indipendente; non c'è miglior modo per soffocare la critica che attaccare ogni voce isolata, chiunque sollevi nuovi dubbi, come un profano trasgressore della saggezza dei suoi antenati.

Un'altra potente forza ideologica sta nel deprecare l'individuo ed esaltare la collettività della società. Perché, dal momento che ogni dato governo implica l'accettazione della maggioranza, qualunque pericolo ideologico per tale governo può cominciare soltanto da uno o pochi individui che pensino indipendentemente. Una nuova idea, ancor più una nuova idea critica, bisogna che cominci come opinione di una piccola minoranza; quindi, lo Stato deve reciderla in bocciolo ridicolizzando ogni opinione che sfidi quelle della massa. “Ascoltate soltanto i vostri fratelli” o “adattatevi alla società” diventano così le armi ideologiche per lo schiacciamento del dissenso individuale. [2] Con tali misure, le masse non sapranno mai della non esistenza dei vestiti del loro Imperatore. [3]

Per lo Stato è importante, inoltre, far sembrare inevitabile il proprio dominio; se anche il suo regno risultasse sgradito, sarà quindi incontrato dalla rassegnazione passiva, come testimoniato dal familiare accoppiamento di “morte e tasse.” Un metodo è di promuovere il determinismo storiografico, in contrasto con la libertà individuale della volontà. Se la Dinastia di X ci governa, questo è perché le leggi inesorabili della storia (o la Volontà Divina, o l'Assoluto, o le Forze Produttive Materiali) hanno così decretato e niente che un qualsiasi debole individuo possa fare può cambiare questo decreto inevitabile.

Per lo Stato è inoltre importante inculcare nei suoi sudditi un'avversione per qualsiasi “teoria della cospirazione della storia; ” perché una ricerca delle “ cospirazioni” significa una ricerca dei motivi e un'attribuzione di responsabilità dei misfatti storici. Se, tuttavia, ogni tirannia imposta dallo Stato, o venalità, o guerra aggressiva, fosse causata non dai capi dello Stato ma da misteriose ed arcane “forze sociali,” o dalla condizione imperfetta del mondo o, se in qualche modo, tutti fossimo responsabili (“Siamo Tutti Assassini,” proclama uno slogan), non c'è ragione per il popolo di indignarsi o ribellarsi contro tali crimini.

Ancora, un attacco alle “teorie della cospirazione” significa che i sudditi diventeranno più ingenui nel credere alle ragioni del “benessere generale” che sono sempre portate avanti dallo Stato prima di dedicarsi a qualcuna delle sue azioni despotiche. Una “teoria della cospirazione” può scompaginare il sistema inducendo il pubblico a dubitare della propaganda ideologica dello Stato.
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Note

[1] De Jouvenel, Del potere:

La ragione essenziale per l'obbedienza è che si è trasformata in in un'abitudine della specie. . . . Il potere è per noi un fatto di natura. Dall'inizio della storia registrata ha presieduto sempre i destini umani. . . . le autorità che hanno governato [società] nei periodi precedenti non sono scomparse senza lasciare in eredità ai loro successori il loro privilegio né senza lasciare nelle menti degli uomini impronte che sono cumulative nel loro effetto. La successione dei governi che, nel corso dei secoli, regolano la stessa società, può essere osservata come un governo di fondo che evolve continuamente.

[2] Su questo uso della religione in China, vedi Norman Jacobs, passim.

[3] H.L. Mencken, A Mencken Chrestomathy (New York: Knopf, 1949), p. 145:

Tutto ciò che [il governo] può vedere in un'idea originale è un potenziale cambiamento e quindi un'invasione delle proprie prerogative. L'uomo più pericoloso, per ogni governo, è l'uomo che può pensare per sé, senza riguardo per le superstizioni ed i tabù prevalenti. Giunge quasi inevitabilmente alla conclusione che il governo sotto cui vive è disonesto, insano ed intollerabile, e così, se è un romantico, prova a cambiarlo. Ed anche se non è romantico personalmente è molto suscettibile di propagare il malcontento tra coloro che lo sono.

Tuesday, September 16, 2008

Elbonian inflation

Due strisce sull'inflazione di Dilbert, del mitico Scott Adams.



Non aprite quella posta

Ancora sul caso dell'antrace con un post tratto dal George Washington's blog.
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L'antrace nelle lettere a Leahy e a Daschle era frantumato in una polvere estremamente fine. Come USA Today ha notato:
Le spore attentamente preparate della lettera a Daschle… erano state frantumate così finemente da spargersi attraverso gli uffici e da contaminare altre lettere nella posta.
Come segnala il Washington Post, l'antrace era:
Di dimensioni da 1,5 a 3 micron e processato ad un grado di un trilione di spore per grammo – 50 volte più fine di qualsiasi cosa abbia mai prodotto l'ora defunto programma di armi biologiche degli Stati Uniti e 10 volte più fine del grado più fine conosciuto delle spore di antrace dei sovietici.
In più, l'antrace spedito a Daschle e Leahy era così avanzato che nessuno a Fort Detrick aveva mai visto prima niente del genere. Come descritto in un articolo del 2001 della CBS:
“Quando i tecnici al laboratorio di difesa biologica dell'esercito a Fort Detrick,hanno provato ad esaminare un campione dalla lettera di Daschle sotto un microscopio, questo è fluttuato via dalla lastra di vetro ed è andato perduto.”
(Frantumare l'antrace in una polvere fine lo fa disperdere di più e assicura che entri direttamente nei polmoni della vittima, così da essere mortale).

Come spiega allora la FBI che uno specialista di vaccini da solo, Bruce Ivins, possa esser stato capace di produrre qualcosa che la maggior parte dei migliori esperti in armi biologiche e antrace non potrebbero produrre nei loro laboratori?

Un incidente.

Specificamente, la spiegazione ufficiale della FBI di come l'antrace è stato macinato così finemente è questa:
“Le macchine smistatrici dell'ufficio postale hanno schiacciato l'antrace secco nelle lettere, polverizzandolo molto finemente.”
Uh-huh.

Il fisiologo e membro del Congresso del Maryland dr. Roscoe Bartlett ha descritto esattamente il problema:
La teoria della FBI che l'antrace sia stato finemente polverizzato da una smistatrice automatica delle Poste è “chiaramente ridicola”…

Si dice inoltre convinto che l'antrace “sia stato reso un'arma deliberatamente,” e che Ivins mancasse dell'equipaggiamento per farlo.

Collage 911

Una delle cose più sconcertanti, almeno per quanto mi riguarda, degli attacchi al World trade Center, è l'inusitata quantità di immagini manipolate in circolazione, e il fatto che, spesso, tale manipolazione è anche poco curata, come nel caso della seguente foto, pubblicata dal Daily Mail in un articolo sul problema dell'islamismo radicale in Gran Bretagna.



(Clicca l'immagine per ingrandire)

Alcuni dettagli saltano subito agli occhi, ma per farvi un'idea più completa confrontatela con la foto qua sotto, presa da un'altra angolazione pochi istanti più tardi, e giocate pure al “trova le differenze.”


(Clicca l'immagine per ingrandire)

Ora io mi domando: ma con tutte le foto disponibili, per quale misterioso motivo il Daily Mail si riduce a pubblicare un fotomontaggio tanto raffazzonato e ridicolo del secondo impatto?

Monday, September 15, 2008

JFK

“Fifty men have run America, and that's a high figure.” (Joseph Kennedy)
Per questa volta lascio volentieri l'incombenza della recensione di JFK ('91) di Stone a Murray Rothbard, in questo suo articolo del maggio 1992. Ubi maior minor cessat.
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Di Murray N. Rothbard



La cosa più affascinante dell'emozionante e ben fatto JFK, non è il film in sé ma l'isterico tentativo di emarginarlo, se non sopprimerlo. Quanti film potete ricordare per i quali l'intero establishment, in ranghi serrati, dalla sinistra (The Nation) alla destra, passando per il centro, riunito in un'orgia frenetica di calunnie e denunce. Che Time e Newsweek reagiscano in tal modo ancor prima che il film sia uscito? Apparentemente, l'establishment era talmente spaventato che il film di Oliver Stone potesse dimostrarsi convincente che il pubblico doveva essere anticipatamente vaccinato. È stata una notevole prestazione dei media e dimostra, come nient'altro, l'enorme e crescente spaccatura fra l'opinione dei Rispettabili Media e ciò che il pubblico Sa nel proprio Cuore.


A giudicare dallo shock dei Rispettabili Media, sareste portati a pensare che JFK di Stone debba essere un film completamente stravagante, bizzarro, mostruoso e fantastico nelle sue accuse contro la struttura di potere americana. E pensereste che i film storici non si siano mai presi licenze drammatiche, come se immondizia così solennemente applaudita come Wilson e Sunrise at Campobello fossero stati modelli di precisione da studioso. Hey, dateci un taglio, ragazzi!


Nonostante gli squilli di tromba, per i veterani patiti dell'assassinio Kennedy, non c'è niente di nuovo in JFK. Quello che Stone fa è di ricapitolare in modo ammirevole il meglio di una vera industria del revisionismo dell'assassinio – letteralmente montagne di libri, articoli, nastri, convegni annuali e ricerche d'archivio. Stone stesso è abbastanza informato sull'argomento, come indicato dalla sua devastante risposta sul Washington Post alle calunnie dell'ultimo membro sopravvissuto della Commissione Warren, Gerald Ford, e del vecchio attrezzo della Commissione, David W. Belin. Malgrado la diffamazione a mezzo stampa, non c'era niente di stravagante nel film. Abbastanza interessante, JFK è stato attaccato molto più furiosamente del primo film revisionista, Executive Action di Don Freed (1973), un film emozionante con Robert Ryan e Will Geer, che davvero è andato molto oltre l'evidenza, ed oltre la plausibilità, provando a rendere la figura di H.L. Hunt il principale cospiratore.


È ormai schiacciante
l'evidenza che la leggenda ortodossa di Warren, che è stato Oswald e lo ha fatto da solo, sia pura menzogna. Ora sembra chiaro che Kennedy sia morto in un classico tiro triangolato militare che, come il patologo del Parkland Memorial che eseguì l'autopsia , il dott. Charles Crenshaw, ha recentemente affermato, i colpi mortali sono arrivati di fronte, dalla collinetta erbosa, e che i cospiratori erano, per lo meno, esponenti della destra della CIA, insieme ai loro soci ed impiegati di sempre, la mafia. È meno sicuro che il presidente Johnson stesso fosse coinvolto dall'inizio, benché abbia ovviamente condotto l'occultamento coordinato, ma certamente la sua partecipazione è altamente plausibile.

I disperati difensori della versione Warren non possono confutare i particolari, così ricorrono sempre ad argomentazioni generalizzate, tipo: “Come potrebbe essere coinvolto tutto il governo?” Ma dal Watergate, abbiamo tutti acquisito dimestichezza con un fatto basilare: soltanto alcune persone chiave devono essere coinvolti nel crimine da principio, mentre un gran numero di funzionari di governo di alto e basso grado possono essere coinvolti nell'occultamento successivo, che può essere giustificato sempre come “patriottico,” per motivi di “sicurezza nazionale,” o semplicemente perché il presidente lo ha ordinato. Il fatto che gli alti livelli del governo degli Stati Uniti sono fin troppo capaci di mentire al pubblico, dovrebbe essere chiaro fin dai casi Watergate e Iran-Contra. L'ultimo argomento di riserva, sempre meno plausibile, è: se la versione Warren non è vera, perché la verità non è venuta fuori fino ad ora? Il fatto è, però, che la verità in gran parte è venuta fuori, nell'industria dell'assassinio, dai libri – alcuni di essi best-sellers – di Mark Lane, David Lifton, Peter Dale Scott, Jim Marrs e molti altri, ma i Rispettabili Media non prestano attenzione. Con quella specie di atteggiamento mentale, quel rifiuto testardo di affrontare la realtà, nessuna verità può mai venir fuori. Ma, nonostante questo blackout, perché i libri, le TV e le radio locali, gli articoli di riviste, i tabloid del supermercato, ecc. non possono essere soppressi – ma soltanto ignorati – dai Rispettabili Media, abbiamo il notevole risultato che la grande maggioranza del pubblico, in ogni scrutinio, decisamente non crede alla leggenda di Warren. Ecco perché i frenetici tentativi dell'establishment di sopprimere una pellicola commovente e convincente come JFK di Stone.


I conservatori, così come i centristi, stanno denigrando JFK perché Stone è un rinomato uomo della sinistra. Bene, e allora? Non è solo che l'ideologia del narratore non inficia logicamente la verità del racconto. L'argomento è più forte di questo. Perché in un giorno in cui la Sinistra e la Destra Moderata hanno costituito un establishment sempre più monolitico, con soltanto sfumate variazioni fra loro, possiamo ottenere la verità soltanto da persone fuori dall'establishment, dell'estrema destra o dell'estrema sinistra, o persino dai tabloid altamente non-rispettabili del supermercato. E non è per caso che sia un segreto di Pulcinella che l'eroica figura della “Gola Profonda” in JFK sia il colonnello Fletcher Prouty, che di certo non è di sinistra. Ed uno dei migliori scrittori revisionisti è il da sempre libertario Carl Oglesby.


Un'aspetto particolarmente benvenuto di JFK, a proposito, è l'aver fatto di Jim Garrison la figura eroica centrale. Garrison, una delle figure più viziosamente calunniate nella storia politica moderna, era semplicemente un Procuratore Distrettuale che cercava di fare il suo lavoro nella causa penale più importante del nostro tempo. Lo stile inespressivo di Kevin Costner si adatta bene al ruolo di Garrison e Tommy Lee Jones è un eccezionale Clay Shaw, il diabolico affarista e cospiratore della CIA.


Tutto considerato, un bel film, per la storia così come per il girato. Ci sono alcuni problemi secondari. È una sfortuna che il primo revisionista di Kennedy Mark Lane, abbia sentito di dover lasciare presto la produzione del film, con il risultato che la pellicola non mette in evidenza la testimonianza cruciale dell'agente cubano ex-CIA Marita Lorenz, che ha identificato l'agente di destra E. Howard Hunt, compare di Bill Buckley e uomo forte della CIA, come pagatore per l'assassinio (vedi il nuovo, brillante libro di Lane, Plausible Denial). Secondo Lane, delle pressioni dalla CIA durante le riprese hanno spinto Stone a minimizzare il ruolo della CIA spalmando un po' troppo la colpa sul resto dell'amministrazione Johnson.


Mentre gli argomenti per il revisionismo si accumulano, è evidente che alcuni dei membri più sofisticati dell'establishment si stanno preparando a scartare la leggenda Warren per ricorrere ad una spiegazione meno minacciosa dell'incolpare E. Howard Hunt o la CIA: è quella che fa ricadere la colpa solamente sulla mafia, specificamente su Sam Giancana, Johnny Roselli e Jimmy Hoffa, nessuno dei quali è presente per controbattere all'accusa. Un attacco convincente alla tesi mafia-soltanto è stato portato da Carl Oglesby nel suo commento al libro di Jim Garrison di alcuni anni fa (che è stato una delle basi per JFK) On the Trail of the Assassins. La mafia, semplicemente, non disponeva dei mezzi, per esempio, per cambiare l'itinerario o per richiamare i militari o la protezione del servizio segreto.


Molti conservatori e libertari certamente saranno irritati da un tema del film: l'antiquato punto di vista di un Kennedy come giovane principe brillante di Camelot, il grande eroe che voleva redimere l'America abbattuto nella sua perfezione dalle oscure forze reazionarie. Questo tipo di approccio è stato da tempo screditato da un genere molto diverso di revisionismo – con l'uscita dei racconti sui sordidi fratelli Kennedy, Judith Exner, Sam Giancana, Marilyn Monroe, ed altri. Bene, ok, ma guardatelo in questo senso: un presidente è stato assassinato, santo cielo, e buono, cattivo, o indifferente che fosse, è certamente vitale arrivare fino in fondo alla cospirazione e portare i furfanti davanti alla giustizia, foss'anche soltanto al giudizio della storia. Lasciate che le cose vadano come possono.


Un felice risultato della pellicola è l'argomento conclusivo di Stone: se tutto risale sempre più in alto, perché non aprire tutti gli archivi segreti del governo sull'assassinio? Sembra che la pressione per l'apertura debba vincere, ma ancora una volta, la fasulla “sicurezza nazionale” prevarrà, cosicché non otterremo il materiale davvero incriminante. E parte del materiale cruciale è perduto da tempo, per esempio, il famoso cervello di Kennedy, che misteriosamente non è mai arrivato agli Archivi Nazionali.




Sunday, September 14, 2008

La bolla imperiale americana

Come interpretare i segnali che arrivano dall'economia globale e in particolar modo da quella americana? Mises avrebbe potuto spiegarcelo, ma possiamo sempre ricorrere ai suoi scritti per capire gli inevitabili sviluppi di una situazione che pare proprio essere giunta al redde rationem.
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Di Don A. Rich


Se Ludwig von Mises dovesse leggere i giornali di oggi, riconoscerebbe i sintomi di una bolla mondiale del credito generato dalle banche centrali, e del suo crollo imminente.

Quello che sempre più caratterizza l'ordine finanziario globale, direbbe Mises, è una situazione in cui i regolatori incoraggiano una mentalità “testa vinco io, croce perdono tutti gli altri,” garantita dalla compiacenza di entità semi-governative nello stampare e farsi prestare denaro senza limite alcuno.

Uomo gentile sotto ogni punto di vista, Mises resisterebbe alla tentazione di dire, “ve l'avevo detto,” e penserebbe a come evitare una completa catastrofe globale economica e politica.

L'annuncio della FDIC [Federal Deposit Insurance Corporation] che potrebbe chiedere un prestito “temporaneo” dal Ministero del Tesoro, in altre parole dai contribuenti, è solo l'ultimo segnale che l'era dei soldi di carta globali, dollaro-centrica e regolamentata, in atto fin dalla Seconda Guerra Mondiale, sta avvicinandosi ad un brutto epilogo.

La FDIC non riesce ad incontrare il suo minimo statutario richiesto di 1,15% di capitale per dollaro assicurato in deposito a causa della carneficina dei mutui e del mercato creditizio attualmente in corso; da qui la richiesta del salvagente suggerito dalla FDIC al Ministero del Tesoro l'ultima settimana dell'agosto 2008.

La FDIC, come Fannie e Freddie, dice, “naturalmente ripagheremo questo prestito quando tutto tornerà alla normalità.” I “professionisti” della contabilità e i “civil servants” del CBO ed altri è probabile che daranno la loro approvazione al prestito alla FDIC con l'assicurazione che “tutto va bene” nel breve termine. Infatti, i prestiti a Fannie, Freddie ed alla FDIC a lungo termine di per sé è probabile che siano efficaci come lo era il tentativo del personaggio di Niedermeyer nel film Animal House di arrestare la carica belluina innescata da John Belushi nel finale, gridando pateticamente, “state calmi, va tutto bene.”

Come nel caso di Fannie e di Freddie, la promessa della FDIC di rimborsare i contribuenti quando le cose torneranno alla normalità non ha valore, perché non c'era niente di normale in primo luogo nella bolla immobiliare ed in quella creditizia ad essa associata. La FDIC, Fannie e Freddie assicureranno a tutti che “il pubblico riceverà i suoi soldi quando i beni delle banche fallite, ecc.… saranno stati venduti.” Questa è un'inutile assurdità.

Per definizione, una bolla è uno squilibrio economico causato dall'eccessiva creazione di denaro rispetto al valore intrinseco della classe del bene da cui i soldi sono estratti. Nell'equilibrio di lunga durata, quindi, la massa monetaria (e quindi i prezzi del mercato immobiliare) devono ritornare al loro valore produttivamente utile in relazione alla dimensione della produzione economica, ovvero il livello generale dei prezzi deve aumentare per ristabilire i rapporti fondamentali fra le utilità marginali dei beni ed i loro prezzi: Mises 101.

In altre parole, nel caso della ricaduta dalle bolle immobiliari e creditizie collegate, o i prezzi delle case e delle azioni cadono drammaticamente, o ci deve essere un aumento drammatico nell'inflazione, oppure una combinazione delle due. Questa non è scienza aerospaziale, a dispetto di ciò che i sofisti della classe politica vorrebbero farci credere.

Senza voler provocare il panico, la situazione è davvero significativamente peggiore di quanto i semplici prestiti a Fannie, Freddie e FDIC suggerirebbero, una volta che si pongono i prestiti nel loro adeguato contesto storico e politico.

Per gli ultimi sessant'anni, gli Stati Uniti hanno assicurato protezione militare per le potenze capitaliste europee ed asiatiche, tutte in possesso di economie governate da apparati regolatori analoghi nel carattere a quelli del New Deal del dopoguerra americano. Questi apparati, in special modo quando accoppiati ai soldi di carta, hanno in comune il difetto fondamentale che generano instabilità economica attraverso l'azzardo morale.

Questa misura della protezione militare americana è stata sostenuta dal tributo imperiale dell'accettazione dei dollari di carta – dollari inizialmente coperti teoricamente dall'oro. Naturalmente, questa sciarada, descritta da Robert Triffin nel 1960, si è conclusa nel 1971 con il crollo del sistema Bretton Wood, esponendo i possessori di dollari a pesanti perdite e causando la Grande Inflazione degli anni 70.

Negli anni 70 e 80, gli Stati Uniti non hanno abbandonato il corso dell'impero, o la regolamentazione statalista, ma l'hanno invece espansa, specialmente il lato imperiale della mentalità interventista ed in particolar modo con l'avverarsi del crollo dell'Unione Sovietica. Nonostante la liberalizzazione di altri settori dell'economia, il settore finanziario – a causa del suo ruolo nelle finanze imperiali – ha mantenuto il suo peculiare privilegio regolatore con la sua capacità di generare perdite illimitate a spese del contribuente o dei possessori di dollari.

Questo impero americano in espansione, per un certo tempo, bizzarramente aiutato dalla Repubblica Popolare Cinese come parte di una politica di industrializzazione in cui i cinesi hanno sterilizzato l'acquisto di dollari con massicce vendite di titoli domestici per assorbire la liquidità eccedente. Questa è una strategia che sta finendo velocemente il vapore ed ha generato una pericolosa inflazione nei prezzi degli immobili e delle azioni cinesi che è improbabile che finisca bene.

Inoltre il Giappone, i paesi est asiatici a orientamento capitalista, in grado minore le banche centrali occidentali, i paesi produttori di petrolio e la Russia (sì, la Russia), hanno comprato quantità enormi di beni definiti in dollari a partire dagli anni 90, con l'effetto di sovvenzionare la Pax americana – probabilmente perché le alternative sembravano più costose.

Ahimè, quella compiacenza nel sovvenzionare gli Stati Uniti sembra calare velocemente. La recente assertività della Russia è un indizio delle cose che verranno, poiché sempre più gli stranieri stanno guardando storto la loro sovvenzione di un'America che vive oltre i propri mezzi. Il segnale economico di inventario globalmente è sempre più la punizione delle perdite correlate al credito estero causate dall'ultima bolla imperiale della Fed, una bolla creditizia che ha infettato l'intero pianeta.

Era divertente per gli Stati Uniti nel breve e medio termine, dal momento che, almeno negli anni 80, gli Stati Uniti hanno ottenuto di avere la propria torta imperiale con anche la glassa del mercato. Gli Stati Uniti quindi hanno evitato di occuparsi dello squilibrio fondamentale fra le spese promesse dal governo federale contro i redditi previsti, così come lo squilibrio collegato fra gli standard di vita americani ed il rendimento economico.

Quell'era sta arrivando alla fine, con la crescente ampiezza nelle oscillazioni finanziarie dell'economia mondiale a frequenze più basse, che dimostrano una instabilità sistemica datante, al più tardi, alla crisi finanziaria asiatica del 1998.

In risposta a quella crisi ed alle preoccupazioni sul Y2K, e con un inizio particolarmente intenso ai tempi del fiasco del LTCM (un evento in sé naturalmente reso possibile dall'intrinseco azzardo morale di Greenspan e dalla mentalità regolatrice del dopoguerra), la Fed abbassò i tassi, spingendo così la bolla delle azioni tecnologiche in una mania definitiva. Alzando i tassi nel 1999 per combattere l'inflazione generata dai suoi soldi di carta, la creatura dell'isola di Jekyll riuscì a schiacciare il Nasdaq ed altri e, nel processo, generò una depressione economica globale.

Nel 2002, preoccupata per la deflazione, la Fed tenne i tassi a livelli assurdamente bassi, generando di conseguenza la bolla immobiliare. Preoccupato invece per l'inflazione nel 2006, quando la bolla immobiliare è stata la conseguenza inevitabile del tentativo di mantenere prezzi dei beni e valutazione della produzione americani a livelli di squilibrio, il successore di Greenspan Bernanke ha alzato i tassi, distruggendo la bolla immobiliare, quindi li ha abbassati mentre mandando al contempo su di giri la stampante provocando un collasso del mercato creditizio. Questo ci riporta all'attuale congiuntura con Fannie, Freddie e la FDIC, e ciò che Mises identificherebbe chiaramente come una “policy” trap.

Osservata in isolamento, la Fed sostanzialmente non può né abbassare i tassi nè alzarli. Se combatte la propria inflazione alzando i tassi, spedisce l'economia in una depressione. Se combatte una recessione causata dalla contrazione del credito con tassi più bassi, rischia un'iperinflazione ed una corsa sul dollaro. Se il governo federale dovesse provare ad usare altri stimoli fiscali dal lato della spesa o delle imposte, il teorema ricardiano dell'equivalenza si applicherebbe ad un'entità con un problema di disavanzo del bilancio deficit/solvibilità di attuali 30 trilioni di dollari. Cioè, l'effetto sarà minimo. Un balzo nel P.I.L. nel secondo trimestre non cambia niente circa la figura di lungo termine, e nell'equilibrio in realtà significa soltanto uno spostamento di produzione dal futuro al presente; è tuttavia popolare tra i politici sotto tiro elettorale e tra i tipi di Wall Street alla ricerca di polli.

In altre parole, Mises indicherebbe i prestiti di Fannie, di Freddie e del FDIC come il segnale che è arrivato un evento generale di sistema, in cui abbiamo bisogno di nuova mentalità politica. Mises vedrebbe chiaramente che la soluzione allo squilibrio mondiale generato dal denaro a corso legale è il ritorno globale ad uno standard di moneta-merce con riserva bancaria al 100% come unica regola di politica monetaria e ad un ordine di attività bancarie che eviti gli squilibri creati dalla manipolazione politicamente motivata della massa monetaria.

Anche se l'autore è stato formato in una mentalità molto diversa, ora vede una verità irriducibile nell'argomento che, nell'ambito delle attuali disposizioni discrezionali di politica monetaria, continuiamo ad osservare gli stessi cicli nella sottoestensione e nella sovraestensione del credito, perché la tentazione politica di agire in tal modo è schiacciante. A lungo termine, quando le autorità monetarie intorno al globo giocano lo stesso gioco – e specialmente quando l'uso di quel credito è usato indirettamente così spesso per finanziare la guerra – i risultati delle attività della banca centrale è probabile che siano così poveri in termini di rischio sistemico che il passo apparentemente radicale di un ritorno alla moneta-merce e un nuovo ordine della riserva per il sistema bancario potrebbe davvero essere il passo più responsabile da fare, a condizione che la mossa sia fatta in modo ordinato.

Data la necessità di evitare un'implosione dell'ordine politico mondiale, una tal transizione probabilmente dovrebbe essere creata insieme a trattative con i nostri creditori esteri affinché il nuovo ordine monetario basato sull'oro eviti una terrorizzata corsa sul dollaro, tra i tentativi di attaccare una posizione imperiale americana grossolanamente sovraestesa. Nel campo delle regole, ad essere come minimo necessaria è l'efficace creazione di una zona “solo per adulti” dove le perdite sono credibilmente comprese come non soggette ad un trattamento alla Greenspan per sbarazzarsi per sempre dell'esternalità del sistema finanziario “testa vinco io croce perdete voi” che sta diventando sempre più costosa e disgregativa.

Anche se questa analisi del significato del prestito alla FDIC nelle sue più vaste conseguenze non può essere considerata molto ottimista – e, a qualcuno, può sembrare radicale – gli esseri umani operano male quando imitano gli struzzi, e le alternative disponibili ai responsabili politici sono con ogni probabilità gratuitamente distruttive nel carattere.
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Don A. Rich è un insegnante di economia, finanza e scienze politiche all'Istituto Superiore della contea di Montgomery a Blue Bell, in Pennsylvania. Insegna inoltre economia, governo e storia all'Istituto Superiore della contea del Delaware di Exton, sempre in Pennsylvania. Mandagli una mail. Commenta sul blog.

Link all'articolo originale.

Saturday, September 13, 2008

WW2: Ipotesi di complotto

Sono finalmente terminate le vacanze anche nell'isola di Laputa, può quindi riprendere la corrispondenza con il nostro inviato in quell'eterica località, l'esperto di cospirazioni Giovanni Pesce, meglio noto come il Pesce Volante (per inciso, animale molto amato anche da Hemingway), che a quanto pare deve avere gusti molto particolari per quel che riguarda la villeggiatura: il dispaccio arrivato fresco fresco con intestazione del Centro Igiene Mentale di Laputa, infatti, racconta di uno dei temi favoriti del nostro inviato, la Seconda Guerra Mondiale.

Tralasciamo i curiosi motivi che possono spingerlo a trascorrere le ferie con la sua capsula temporale nel peggiore conflitto della storia, e leggiamo piuttosto il suo resoconto che, come sempre, garantisce un punto di vista indiscutibilmente diverso da quello a cui siamo abituati noi comuni abitanti di lande ben ancorate al terreno.

Auguro quindi un buon fine settimana, e come si usa dire in Grecia, al ritorno dalle vacanze: καλό χειμόνα a tutti!
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Di Giovanni Pesce


Un argomento che mi sta particolarmente a cuore è costituito dalle vicende delle WW2, quell’orrendo calderone dove sono state consumate molte risorse umane (poveri ragazzi) e tecniche (armi & soldi).

Ci sono degli spunti particolari, che rivisti “a bocce ferme”, con l’occhio ormai “clinico” puntato sul backstage, fanno sospettare dei giochi di potere e di intese al di là di ogni limite mentale.

La mancata conquista italiana dell’isola di Malta nei primissimi giorni di Giugno 1940, combinata con il cambio del direttore dei servizi segreti inglesi MI5 proprio il 10 Giugno 1940 (Brigadier Oswald Allen Harker), fanno sospettare un accordo tra la parte italiana e quella inglese. La nomina di Sir Charles Hambro, gerente dei depositi di casa Savoia, a direttore del SOE nel 1942 contribuisce ad alimentare questo sospetto. Anche lo stop alle Forze Armate tedesche a Dunkerque fa pensare ad un accordo ed il famoso volo di Herman Hesse fa decollare ipotesi di difficile interpretazione.

La resa dell’Amba Alagi, effettuata senza molti combattimenti, le promozioni nel 1942 di ammiragli “filo-inglesi”, la nomina nel 1943 a comandante della Regia Aeronautica di un Generale di Divisione sono piccoli elementi a favore di un accordo italo-inglese per una guerra ed una pace separata. In particolare nei primi mesi del 1943 erano stati scelti, in Italia, come comandanti dei servizi segreti militari, dei generali ed ammiragli che saranno poi beneficiati con medaglie concesse loro da organizzazioni di parte avversa.

La stessa uscita di scena di Mussolini con la “roboante” seduta del 25 Luglio sembra una volgata storica per mascherare un accordo tra molte parti. Il Gran Consiglio del fascismo non aveva alcuna autorità né politica né amministrativa, e Mussolini buono buono ha accettato la decisione collettiva.

L’ipotesi è che il Sistema avesse deciso verso la fine del 1942, di allontanare Mussolini per un fascismo più aggiornato più legato al mondo anglosassone (Ciano, Sforza).

Gli inglesi proposero un governo “tecnico” formato poi con il Gen. Badoglio, che già aveva gestito la vicenda di Caporetto.

Gli sbarchi alleati in Sicilia e poi a Salerno furono effettuati senza l’intervento della flotta navale italiana che rimase nei porti.

L’affondamento della flotta francese da parte della flotta inglese è un indizio di manifestazione della volontà che i traffici nel Mediterraneo dovessero avere un solo controllore: la flotta Inglese.

La gestione del passaggio di comando nella città di Roma fu organizzata con un accordo a tre: Re d’Italia, Hitler e Comando Alleato; dato che tutti e tre hanno avuto forti interessi successivi con il tesoro residuo della Banca d’Italia e quello della Corona, si può presumere che un certo “gentlemen’s agreement”, anche economico, ci sia stato.

Parte dei soldi italiani andò in Germania, passando per il Brennero, un’altra parte fu nascosta nei sotterranei di via Nazionale, e fu preda degli eserciti alleati, mentre i depositi inglesi del Re rimasero intoccati per tutto il conflitto, anzi furono remunerati con l’interesse applicato per i prestiti inglesi di guerra.

La mia opinione è che la somma di queste strane contingenze debba essere attribuita ad una “cabina di regia” di livello superiore; comunque penso che la “vera” guerra WW2 sia stata quella tra 5 milioni di tedeschi contro 8 milioni di sovietici; le altre guerre “di contorno” erano meno importanti di questa e se vengono messe a paragone queste ultime appaiono come conflitti locali.

La regia economica e finanziaria era comunque di provenienza USA, che finanziavano contemporaneamente Germania, UK, URSS ed altre nazioni.

Ma il copione era stato compilato, in una notte senza luna, in un particolare quartiere di Londra, tra 2 particolari fermate del “Tube”: Temple e Blackfriars.

Il vero obiettivo di questa “Spectre” era ed è tuttora il controllo finanziario globale.

Pensare esclusivamente allo scenario militare WW2 è un semplificazione dell’immenso gioco mondiale.

Friday, September 12, 2008

InformaZZione corretta

Questo è l’indice del libro che l’Ordine dei giornalisti del Veneto consiglia ai praticanti per la preparazione all’esame da professionista (da qui).


(Clicca l'immagine per ingrandire)

Correzzioni??

Thursday, September 11, 2008

“Laws of physics”

L'insostenibile falsità della memoria

Molte ricostruzioni dei gravi eventi che hanno segnato questo primo decennio del XXI secolo si basano, in assenza di prove più solide, sui resoconti dei testimoni oculari, quelli che erano presenti e hanno visto ciò che è successo. O meglio: che credono di aver visto. La puntualizzazione è importante, perché anche in perfetta buona fede, il film che ciascuno porta con sé nella memoria non è necessariamente quello che è successo nella realtà: non è tanto un documentario, quanto piuttosto un'opera di fiction.

Lo rivela uno studio di un ricercatore inglese che ha analizzato i ricordi di diverse persone riguardo ad un evento che causò forti emozioni: gli attacchi terroristici del 7 luglio 2005. Quello che ha scoperto, leggetelo in questo articolo del Telegraph.
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False memorie del 7 luglio suscitano dubbi sulle prove processuali

Uno psicologo ha scoperto che i ricordi di eventi molto carichi emozionalmente quali gli attentati del 7 luglio possono essere totalmente errati e troppo inaffidabili per essere usate in tribunale.

Di Graham Tibbetts


Più di un terzo delle persone interrogate in un'indagine su uno degli eventi terroristici di Londra ha sostenuto di aver visto video inesistenti.

Il dott. James Ost, dell'università di Portsmouth, ha detto che la gente si crea false memorie che possono porre dei problemi alla polizia che investiga crimini importanti, agli assistenti sociali che studiano famiglie in cui si sospettano abusi, ad adulti che credono di avere memorie “recuperate” di traumi infantili ed ai tribunali in cui si conta sulla testimonianza di testimoni. Ha detto al Festival della Scienza a Liverpool che molte persone possono essere persuase di aver visto cose che non sono mai accadute.

I suoi risultati si basano su uno studio eseguito in un periodo di due settimane nell'ottobre 2005, tre mesi dopo gli attacchi alla metropolitana e ad un autobus nel centro di Londra.

In tutto 300 persone, metà britanniche, metà svedesi, hanno compilato un questionario sui loro ricordi dell'attentato all'autobus n. 30 a Tavistock Square.

Tra i britannici, il 40 per cento ha risposto di aver visto l'autobus esplodere in un inesistente video CCTV, e il 28 per cento di aver visto un'altrettanto inesistente ricostruzione digitale dell'esplosione.

Alcuni sono andati molto oltre quando gli è stato chiesto di descrivere cos'è accaduto al momento dell'esplosione dell'autobus esploso – che nessuno di loro poteva aver visto.

Alcune risposte hanno rivelato un alto livello di abilità nella fabbricazione di memorie immaginarie.

Uno ha scritto: “Il bus si è arrestato ad un semaforo. C'è stata una luce abbagliante e un forte scoppio e la parte superiore dell'autobus è volata via e dopo molte grida, quindi è sembrato fermarsi.”

Coloro che hanno fornito false memorie erano significativamente più inclini alla fantasia di chi non l'ha fatto, ha detto il dott. Ost.

Ciò suggerisce che le persone più creative, o con migliori abilità immaginative, potrebbero essere più inclini a questo genere di errori.

L'incidenza delle memorie false è in linea con altre ricerche pubblicate dalla squadra del dott. Ost e da suoi colleghi in Svezia e nei Paesi Bassi.

Ha detto: “ci sono ora numerosi studi che dimostrano questo effetto di base.

“Per esempio, un altro studio che abbiamo condotto a Portsmouth mostra che alcune persone credono di aver visto il video dell'incidente automobilistico della principessa Diana, ripreso dai paparazzi. Ma, ancora, questo video non esiste.

“Presa complessivamente, questa è un'ulteriore prova che i nostri ricordi non sono perfetti. Non sono come un videotape che potete riavvolgere e ripetere con una resa perfetta.

“A causa di questo, la memoria da sola non è abbastanza affidabile per costituire la base di decisioni legali.

“Abbiamo trovato che qualche persona è suscettibile alla fantasia; sono fortemente inclini a credere di esser state testimoni di qualcosa che non avrebbero potuto vedere. Si ingannano credendo di aver visto qualcosa.”