Friday, January 16, 2009

Si vis pacem para pacem

“You cannot say you want peace and conduct killing fields.”
(Saeb Erekat, veteran negotiator)

Con le ultime notizie da Gaza che parlano di più di mille vittime, almeno la metà civili tra i quali circa 300 bambini, di un ospedale colpito, di un deposito dell'ONU bombardato, pare con fosforo bianco, con la distruzione di 1000 tonnellate di preziosi aiuti alimentari, e insieme alle residue speranze dei palestinesi di Gaza di un futuro “normale,” svaniscono anche le ultime illusioni sulla presunta “superiorità morale” delle truppe israeliane rispetto ai miliziani di Hamas: nulla infatti permette di credere ancora al presunto rispetto della vita umana di cui i dirigenti israeliani amano fregiarsi nelle conferenze stampa.

La tempesta di distruzione che continua a devastare la minuscola Striscia di Gaza e a falciare i suoi disperati abitanti, ormai è chiaro, non ha nulla a che vedere con la protezione dei cittadini di Sderot, tra cui i 500 dell'associazione “Kol Acher” (L'Altra Voce) che prima dell'escalation di violenza chiedevano al governo di continuare sulla strada del dialogo. Scrivevano nella loro petizione:
Dall'altro lato del confine vivono un milione e mezzo di Palestinesi in condizioni insopportabili e la maggior parte di loro vogliono, come noi, calma e l'occasione di un futuro per loro stessi e per le loro famiglie.

Viviamo nella sensazione che abbiate sprecato quel periodo di calma, invece di usarlo per migliorare la comprensione e cominciare le trattative, così come per la fortificazione delle case dei residenti come promesso.

Ci rivolgiamo al Primo Ministro ed al ministro della Difesa perché non ascoltino le voci che incitano e perché facciano tutto quel che possono per evitare un altro giro di escalation, assicurare la continuazione della calma e lavorare… verso le trattative dirette o indirette con la direzione palestinese a Gaza per raggiungere comprensione a lungo termine.

Preferiamo una guerra fredda senza un singolo razzo ad una guerra calda con dozzine di vittime e di morti innocenti da entrambi i lati.

Vi chiediamo di offrirci la possibilità dell'accordo politico e della speranza e non un infinito ciclo di sangue.
Sapevano, loro che più di ogni altro sono esposti ai rischi di un conflitto, che la loro sicurezza – e quella dei loro simili dall'altra parte del muro – non avrebbe mai potuto essere assicurata dalla guerra e dalla violenza, ma solo da una vera volontà di pace, dal reciproco beneficio del dialogo e dello scambio tra uomini liberi, dalla capacità di vedere nell'altro non il nemico ma una risorsa preziosa, un'occasione di migliorare quella piccola e così martoriata fetta di terra.

Non vuole la pace chi si dedica alla guerra, non si interessa del benessere dei propri cittadini chi infiamma una regione già di per sé ben poco tranquilla, non può avere alcun ruolo la difesa di vite umane nei fini di chi, alla vita umana, dimostra di dare un valore subordinato agli obiettivi politici. Anthony H. Cordesman, analista del CSIS (Centro per gli Studi Strategici e Internazionali), si domanda:
Qual è lo scopo strategico dietro l'attuale conflitto? … Israele non si sarà in qualche modo impegolato in una guerra sempre più intensa senza un chiaro obiettivo strategico o almeno uno che possa realisticamente realizzare? Finirà Israele per rinforzare in termini politici un nemico che ha sconfitto in termini tattici? Le azioni di Israele danneggeranno seriamente nel processo la posizione degli Stati Uniti nella regione, ogni speranza di pace, così come i regimi e le voci arabe moderate?
La risposta è ovviamente sì, e come osserva il professore di studi mediorientali Steve Niva dell'Evergreen State College di Olympia, l'impressione che questi siano stati gli obiettivi perseguiti – irresponsabilmente – dal governo israeliano da ben prima dei lanci di Qassam di novembre e dicembre, in ritorsione per la violazione della tregua da parte dell'IDF. Il governo israeliano, che ormai lucidava i suoi cannoni, ha poi rifiutato l'offerta di una nuova tregua il 14 dicembre, come ci ricorda lo storico Gareth Porter. Cordesman continua così:
Se Israele ha un credibile piano di cessate il fuoco che possa davvero mettere Gaza in sicurezza, non è visibile. Se Israele ha un piano che possa credibilmente distruggere e sostituire Hamas, non è visibile. Se Israele ha un qualunque piano per aiutare gli abitanti di Gaza e per riportarli alla pace, non è visibile. Se Israele ha un qualunque piano per usare produttivamente gli Stati Uniti o altre influenze amichevoli, questo non è visibile.

Come abbiamo capito fin troppo chiaramente da tutti dagli errori degli Stati Uniti, ogni leader può prendere una posizione dura e sostenere che i vantaggi tattici siano una vittoria espressiva. Se questo è tutto ciò che Olmert, Livni e Barak hanno come risposta, allora sono caduti in disgrazia ed hanno danneggiato il loro paese ed i loro amici. Se c'è di più, è tempo di rendere pubblici tali obiettivi e di dimostrare come possano essere realizzati. La domanda non è se le truppe dell'IDF hanno imparato la lezione tattica dei combattimenti del 2006. È se la direzione politica di Israele ha la pur minima competenza per guidarle.
La triste verità è che, come affermò Randolph Bourne, la guerra è la salute dello stato, e nulla può dissuadere dall'intraprenderla il politico che abbia fiutato l'occasione di dipingere di sé un'immagine da conquistatore, e di attingere a piene mani dalla fonte dei finanziamenti che ogni emergenza bellica permette di far zampillare, anche in pieno deserto.