Tuesday, May 27, 2008

Le cause economiche della guerra #1

Questa è la maggior parte di una lezione tenuta da Ludwig von Mises nella Contea di Orange, in California, nell'ottobre 1944, e pubblicata dalla Fondazione per l'Educazione Economica nel 2004.

La capacità di analisi di Mises applicata ad un argomento sempre attualissimo: la guerra.

L'ho divisa in tre parti, questa è la prima.
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Di Ludwig von Mises


La guerra è un'istituzione umana primitiva. Da tempo immemorabile, gli uomini desiderano combattersi, uccidersi e derubarsi l'un l'altro. Tuttavia, il riconoscimento di questo fatto non porta alla conclusione che la guerra sia una forma indispensabile di rapporti interpersonali e che gli sforzi per abolirla siano contro natura e quindi condannati al fallimento.

Possiamo, a vantaggio della discussione, accettare la tesi militarista per cui l'uomo è dotato di un innato istinto per combattere e distruggere. Tuttavia, non sono questi istinti e impulsi primitivi a costituire le caratteristiche dell'uomo. L'eminenza dell'uomo si trova nella sua ragione e nel potere di pensare, che lo distingue da tutte le altre creature viventi. E la ragione dell'uomo gli insegna che la cooperazione e la collaborazione pacifiche nell'ambito della divisione del lavoro è un modo più vantaggioso per vivere del conflitto violento.

Non voglio indugiare sulla storia della guerra. È sufficiente accennare che nel XVIII secolo,alla vigilia del capitalismo moderno, la natura della guerra era molto diversa da com'era stata nell'era della barbarie. I popoli non si combattevano più allo scopo di sterminare o di asservire gli sconfitti. Le guerre erano uno strumento dei capi politici e venivano combattute con eserciti comparativamente piccoli di militari di carriera, in gran parte composti da mercenari. L'obiettivo della guerra era determinare quale dinastia avrebbe governato un paese o una provincia. Le maggiori guerre europee del XVIII secolo furono guerre di successione reale, per esempio le guerre degli spagnoli, dei polacchi, degli austriaci ed infine per le successioni bavaresi. La gente ordinaria era più o meno indifferente ai risultati di questi conflitti. Non era granché interessata alla questione se il loro principe reggente fosse un Asburgo o un Borbone.

Nondimeno, queste continue lotte caricarono una pesante zavorra sull'umanità. Furono un serio ostacolo ai tentativi di raggiungere una maggiore prosperità. Di conseguenza, i filosofi e gli economisti del tempo rivolsero la loro attenzione allo studio delle cause della guerra. Il risultato della loro ricerca era il seguente:

in un sistema di proprietà privata dei mezzi di produzione e di libera impresa, con l'unica funzione del governo di proteggere gli individui dagli attacchi violenti o fraudolenti alla loro vita, salute, o proprietà, dove siano tracciate le frontiere di una qualsiasi nazione è irrilevante per i suoi cittadini. È di nessuna preoccupazione per chiunque se il suo paese è grande o piccolo e se conquista una provincia oppure no. I singoli cittadini non ottengono alcun profitto dalla conquista di un territorio.

È diverso per i principi o le aristocrazie di governo. Essi possono aumentare il loro potere ed i loro redditi di imposta ampliando le dimensioni dei loro regni. Possono trarre profitto dalla conquista. Sono bellicosi, mentre la cittadinanza è pacifica.

Quindi, concludevano i vecchi liberali, con un sistema di laissez-faire economico e di governo popolare non ci sarebbero più guerre. Le guerre diventerebbero obsolete perché le cause della guerra scomparirebbero. Fin dai secoli diciottesimo e diciannovesimo i liberali classici sono stati del tutto convinti che niente avrebbe potuto arrestare il movimento verso la libertà economica e la democrazia politica, erano certi che l'umanità si trovasse alla vigilia di un'epoca di pace imperturbata.

Ciò di cui c'era necessità per rendere il mondo sicuro per la pace, dicevano, era di implementare la libertà economica, il libero scambio e la benevolenza fra le nazioni, e un governo popolare. Voglio sottolineare l'importanza di entrambi questi requisiti: libero scambio nel paese e nei rapporti internazionali, e democrazia. L'errore fatidico della nostra epoca è consistito nel fatto che ha abbandonato il primo di questi requisiti, vale a dire il libero scambio, ed ha enfatizzato solo il secondo, la democrazia politica. In tal modo, la gente ha ignorato il fatto che la democrazia non può essere mantenuta permanentemente quando la libera impresa, il libero scambio e la libertà economica non esistono.

Il presidente Woodrow Wilson era assolutamente convinto che per rendere sicuro il mondo per la pace fosse necessario renderlo sicuro per la democrazia. Durante la prima guerra mondiale si credeva che, se soltanto si fosse potuto rimuovere dal potere la casa reale tedesca degli Hohenzollern e la privilegiata aristocrazia terriera tedesca, i Junkers, sarebbe stato possibile realizzare una pace duratura. Ciò che il presidente Wilson non vide era che all'interno di un mondo in cui l'onnipotenza del governo era in aumento questo non sarebbe stato sufficiente. In un tal mondo di crescente potere di governo, esistono delle cause economiche per la guerra.


Il cittadino trae profitto dalla conquista?


L'eminente pacifista britannico, sir Norman Angell, ripete di continuo che il singolo cittadino non può trarre alcun profitto dalla conquista di una provincia da parte della propria nazione. Nessun cittadino tedesco, dice sir Norman, ha ottenuto profitto dall'annessione dell'Alsazia-Lorena ad opera della sua nazione come conseguenza della guerra Franco-Prussiana del 1870-1871. Questo è abbastanza corretto. Ma questo aveva luogo nei giorni del liberalismo classico e della libera impresa. È un'altra cosa in questi tempi di interferenza del governo nel commercio.

Facciamo un esempio. I governi dei paesi produttori di gomma hanno formato un cartello per monopolizzare il mercato della gomma naturale. Hanno obbligato i piantatori a limitare la produzione per aumentare il prezzo della gomma molto oltre il livello che avrebbe raggiunto in un mercato libero. Questo non è un caso eccezionale. Molte derrate alimentari vitali ed essenziali e materie prime sono state soggette a simili politiche implementate dai governi in tutto il mondo. Hanno imposto la cartellizzazione obbligatoria a numerose industrie, come conseguenza di cui il loro controllo è stato spostato dalle mani degli imprenditori privati a quelle del governo. Alcuni di questi piani, è vero, sono falliti. Ma i governi coinvolti non hanno abbandonato i loro programmi. Bramano di migliorare i metodi applicati e sono sicuri che avranno più successo dopo l'attuale Seconda Guerra Mondiale.

Si fa un gran parlare al giorno d'oggi sulla necessità della pianificazione internazionale. Tuttavia, nessuna pianificazione, che sia nazionale o internazionale, è richiesta per far sì che i piantatori coltivino la gomma, il caffè e qualunque altro prodotto. Intraprendono la produzione di questi prodotti perché è il modo più conveniente per guadagnarsi la vita. La pianificazione a questo proposito si traduce sempre in azioni governative per la limitazione della produzione e l'istituzione di prezzi di monopolio.

In tali circostanze non è più vero che una nazione possa apparire non ottenere tangibile profitto da una guerra vittoriosa. Se le nazioni dipendenti dall'importazione di gomma, caffè, latta, cacao e di altri prodotti potessero obbligare i governi dei paesi produttori ad abbandonare le loro pratiche monopolistiche, migliorerebbero il benessere economico dei loro cittadini.

Menzionare questa situazione non implica una giustificazione per l'aggressione e la conquista. Dimostra soltanto quanto assolutamente in errore siano i pacifisti come sir Norman Angell, che basano i loro argomenti per la pace sul presupposto non specificato che tutte le nazioni ancora si ispirino ai principi della libera impresa.

Sir Norman Angell è un membro del Partito Laburista Britannico. Questo partito sostiene la socializzazione senza riserve del commercio. Ma i membri del partito laburista sono troppo ottusi per realizzare quali sarebbero le conseguenze economiche e politiche della socializzazione del commercio.
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Seconda parte.
Terza parte.

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