Saturday, November 8, 2008

Chi rompe vince (e i cocci sono suoi)

Rimango sempre di sasso nel constatare quanto sono diffuse e radicate fallacie economiche già note e confutate da più di un secolo. È il caso, ad esempio, della cosiddetta fallacia della finestra rotta, spiegata da Frédéric Bastiat nel 1850:
Avete assistito alla rabbia del buon commerciante, James Goodfellow, quando il suo sbadato figlio ruppe un vetro? Se siete stati presenti ad una tal scena, potrete sicuramente testimoniare che ogni spettatore, dei trenta presenti, apparentemente di comune accordo, offriva allo sfortunato commerciante questa consolazione: "È un vento cattivo quello che non porta benefici a nessuno. Ognuno deve vivere e che cosa sarebbe dei vetrai se i vetri non si rompessero mai?"

Ora, questa consolazione contiene un'intera teoria, che sarà bene spiegare in questo caso semplice, dato che è precisamente la stessa che regola infelicemente la maggioranza delle nostre istituzioni economiche.

Supponiamo che riparare i danni costi sei franchi, quindi l'incidente porta sei franchi agli affari del vetraio - aumenta il suo fatturato di sei franchi - ve lo assicuro; non ho niente in contrario, il ragionamento è giusto. Il vetraio viene, fa il suo lavoro, riceve i suoi sei franchi, si frega le mani e, in cuor suo, benedice il ragazzino. Tutto questo è quello che si vede.

Ma se, d'altra parte, giungete alla conclusione, come è troppo spesso il caso, che è una buona cosa rompere le finestre, che induce i soldi a circolare e che l'incoraggiamento del commercio sarà generalmente il risultato di ciò, mi obbligherete ad esclamare, "Fermi lì! La vostra teoria è limitata a ciò che si vede; non tiene conto di ciò che non si vede."

Non si vede che, poiché il nostro commerciante ha speso sei franchi per una cosa, non può spenderli per altro. Non si vede che se non avesse avuto una finestra da riparare, forse avrebbe sostituito le sue vecchie scarpe, o aggiunto un altro libro alla sua biblioteca. In breve, avrebbe impiegato i suoi sei franchi in qualche modo, che questo incidente ha impedito.
In sostanza, l'arguta storiella dimostra che spostare risorse da una parte all'altra non produce ricchezza, tanto più se tale spostamento è causato da una precedente distruzione. Questa elementare constatazione è sufficiente a smontare l'idea keynesiana e statalista della creazione di ricchezza per mezzo della spesa pubblica, secondo la quale l'impegnare la gente a scavare buche per poi riempirle darebbe il via ad un circolo virtuoso in grado di arricchire la società nel suo insieme: in realtà tale “ricchezza” non è che un'illusione ottica permessa dal fatto che non vediamo ciò che è stato sottratto.

Tale cecità selettiva è la stessa che permette di credere alla validità della ridistribuzione, e a questo proposito riporto un commento all'articolo di Lew Rockwell sull'elezione di Obama da me recentemente tradotto e riportato su questo forum:
Purtroppo il problema è proprio questo: la collaborazione economica fra tutti i soggetti RICHIEDE la redistribuzione della ricchezza.
Che collaborazione è se la gente comune continua ad impoverirsi ed i ricchi ad arricchirsi (come stà avvenendo ora?)

Non consideriamola solo da un punto di vista "etico", se mi passi il termine, per cui anche i poveracci hanno il diritto di vivere una vita degna.
Consideriamola anche solamente dal punto di vista puramente economico. Come dicevo prima, la nostra economia si basa sul fatto che la gente comune compri ciò che le aziende producono.

Ma se la gente comune viene licenziata e/o impoverita, che cosa compra? E se non compra più, a chi vendono le aziende?

E' per questo che tutte le grandi aziende automobilistiche hanno programmato fermi di una/due settimane dei loro impianti. Non c'è più nessuno che gli compra le auto.

Per come la vedo io, redistribuzione e collaborazione non sono due opposti ma due sinonimi.
Qui in realtà di fallacie ve ne sono più d'una. La prima, è l'etica riferita al diritto dei poveracci di vivere una vita degna: primo, manca una definizione di “poveracci” – e nel caso, i poveracci sono tali per sempre? Cosa impedisce loro di emendarsi dalla loro condizione? – secondo, manca la definizione di vita “degna” – dove posizioniamo l'asticella? basta avere una tazza di riso al giorno, o è necessaria almeno una tv al plasma? – e terzo, è fuori luogo parlare di etica se si giustifica l'esproprio, anche se per uno scopo “giusto.” Infatti, qualsiasi ladro ha sempre in mente un “giusto scopo” nel momento in cui ruba, dal momento che lo ritiene necessario per sopravvivere e, magari, per sollevarsi dalla propria condizione di “poveraccio.”

Ma la fallacia più evidente, come dovrebbe essere palese, è quella spiegata da Bastiat: spostare semplicemente la ricchezza non ne produce di nuova, anzi, con ogni probabilità ne ridurrà il volume complessivo. Se i consumatori non acquistano determinati beni è semplicemente perché questi sono, nella loro scala di priorità, più in basso di altri: nel libero mercato, questo fatto provoca sempre uno spostamento degli investimenti dai settori produttivi caratterizzati da domanda calante verso i settori in cui la domanda è in aumento.

In pratica, se la domanda di automobili è in calo, com'è in questo momento, è perché i consumatori danno priorità ad altri beni di consumo. La soluzione logica è sempre offerta dal mercato: gli investimenti nel settore automobilistico diminuirebbero a favore di un aumento nei settori in cui la domanda cresce, permettendo così di soddisfarla meglio e a prezzi più convenienti.

La soluzione statalista – appena prospettata anche dal neo eletto presidente USA – è di sovvenzionare l'industria automobilistica, ovvero sottrarre denaro ai consumatori – che così avranno maggiori difficoltà a soddisfare quei bisogni che considerano prioritari rispetto all'acquisto di una macchina nuova – e ai settori produttivi che vedono una domanda in crescita, rendendo la sua soddisfazione più difficile e costosa. Come scrive l'economista Percy L. Greaves,
Quando il governo raccoglie fondi di spesa prendendo in prestito il risparmio o tassando i suoi cittadini, trasferisce soltanto il potere d'acquisto dai proprietari privati ai politici al potere. Questo non genera nuova ricchezza. Riduce la quantità di denaro che i privati cittadini possono spendere mentre aumenta quella del governo. Con meno soldi nei loro conti bancari e nelle loro tasche, gli individui privati e le società devono ridurre gli importi che spendono o che investono. Assumendo che i prezzi e gli stipendi rimangano gli stessi, devono comprare meno beni ed occupare meno operai nella produzione di ciò che la gente chiede maggiormente.
In questo modo si impedisce anche ai settori in cui la domanda è alta di assorbire forza lavoro, dirottandola nei settori in cui è in calo: ma proprio per questo gli eventuali posti di lavoro che si verrebbero a creare sarebbero comunque destinati a dissolversi nel momento in cui l'offerta eccessiva di beni non richiesti incontrerebbe nel mercato una domanda inesistente, e in ogni caso si tratterebbe di posti lavoro sottratti ai settori in cui la domanda è costante o in crescita, dove quindi sarebbero più stabili.

In conclusione, laddove l'errore di calcolo del singolo imprenditore avrebbe una ricaduta limitata al suo campo d'azione, che potrebbe essere compensata dagli imprenditori il cui calcolo è stato più accurato, le conseguenze dell'intervento dello stato – sempre errato perché slegato dalla legge della domanda e dell'offerta – ricadono sull'intera economia, premiando oltretutto quegli imprenditori che hanno peggio operato a scapito di chi meglio è venuto incontro ai bisogni dei consumatori.

3 comments:

GianniPesce said...

spostare semplicemente la ricchezza non ne produce di nuova, anzi, con ogni probabilità ne ridurrà il volume complessivo.

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In realtà, a parità di volume complessivo si possono cambiare i ritmi, i tempi, i flussi di cassa, lo stress.

Quando si rompe il vetro, il proprietario s'incazza, ordina un vetro nuovo e rinuncia ad un paio di scarpe nuove, poi cerca di lavorare di più per recuperare il costo del vetro e per non rinuciare al paio di scarpe.

L'emergenza del vetro rotto ha accelerato i ritmi di produzione, di scambio, di stress.

La gestione delle emergenze è particoalrmente gradita ai politici, in quanto possono gestire nuovi flussi di denaro.

Ciao Gianni

Paxtibi said...

Quando si rompe il vetro, il proprietario s'incazza, ordina un vetro nuovo e rinuncia ad un paio di scarpe nuove, poi cerca di lavorare di più per recuperare il costo del vetro e per non rinuciare al paio di scarpe.

Tanto più vero se le scarpe le aveva già comprate a credito...

Anonymous said...

qualche anno fa dovevo cambiare la mia automobile mentre la FIAT doveva mettere in cassa integrazione i suoi operai perchè non vendeva; alla fine lo stato ha aumentato le tasse e concessa la cassa integrazione; io non ho potuto più comperarmi l'automobile per qualche ulteriore anno e gli operai sono rimasti senza lavoro, il che non credo abbia fatto loro molto piacere; certo, in quanto detto, ci sono correlezioni tutte da verificare, però ... se lo stato stesse un po' più fuori dalla mia vita gliene sarei molto grato.