Thursday, February 18, 2010

Wednesday, February 17, 2010

Tuesday, February 16, 2010

Contro la guerra

Tre giorni fa, il 13 febbraio, ricorreva l'anniversario del bombardamento di Dresda, uno dei crimini di guerra più orribili di tutti i tempi. Quasi in contemporanea le armate di Obama hanno sferrato l'ennesima offensiva “finale” in Afghanistan, con il consueto corollario di morti innocenti, mentre all'orizzonte si profilano altri possibili e più infausti conflitti, utili a ridurre il tasso di disoccupazione occidentale nell'unico modo che i governi conoscano: gettare la forza lavoro eccedente nel tritacarne bellico.

Tra le poche voci che si levano per cercare di impedire l'inevitabile, spicca da quindici anni quella del sito antiwar.com, che con questo articolo di Justin Raimondo descrive la poco lucida follia degli strateghi agli ordini del premio Nobel per la Guerra Barracks Obama, e chiede l'aiuto e il supporto di tutti per continuare il suo lavoro in favore della pace. Chi può, si frughi.
___________________________

Perché persistiamo

Di Justin Raimondo


I nostri motivi sono spesso stati messi in dubbio, ma non è davvero un mistero il perché noi anti-interventisti continuiamo a sostenere le nostre idee sotto il presidente Obama come abbiamo fatto durante gli anni di Bush. Come libertari, ci opponiamo all'espansione ed all'espressione del potere dello Stato in tutte le sue manifestazioni, ma in special modo quando si tratta della guerra. Questa è l'estrema espressione dello statalismo – ovvero, il culto dello Stato - e il modo di porsi di fronte ad essa è cruciale. La domanda non è solo “sei a favore della guerra, o contro?” Poiché quello che realmente si sta chiedendo è: da che parte stai – dalla parte della gente, o con la gente al potere?

In tempo di guerra, lo Stato si eleva in tutta la sua ostile magnificenza, come un grande drago sputafuoco, e coloro che – istintivamente – si prostrano e l'adorano sono i servitori naturali del potere, che eccitati dalla sua visibile esibizione godono indirettamente di ogni morte nemica come se l'avessero inflitta con le loro mani.

Dal grande drago in tempo di guerra spunta ogni specie di tentacoli supplementari, che si avvolgono come una specie di anaconda istituzionale intorno al settore privato e – se gli viene concesso tempo a sufficienza – lo soffoca a morte. E non intendo solo l'impresa privata, anche se quella è la sua funzione economica, ma anche le varianti di ciò che chiamiamo “la società civile,” le organizzazioni non governative che compongono il tessuto della civiltà umana, dai pulpiti alla Società di Giardinaggio per Signore e tutto ciò che sta tra queste.

In tempo di guerra, lo spirito militarista pervade la società come una nebbia tossica, che erode i legami che normalmente legano gli esseri umani uno all'altro e sostituendoli con dei nuovi: il volontarismo lascia il posto all'autoritarismo e la scelta alle catene in ogni aspetto della vita.

In tempo di guerra, le motivazioni per l'espansione del potere del governo di tassare, regolare ed imporre misure “d'emergenza” che normalmente sarebbero considerate intollerabili passano in gran parte senza discussioni. Quanti membri del congresso hanno votato contro il cosiddetto Patriot Act? E se, durante il tempo di guerra, un singolo membro della Società di Giardinaggio per Signore disapprova quando il club decide di mettere in palio dei Titoli di Guerra, non osa alzare la sua voce.

Uno stordente conformismo intellettuale e politico è una necessità, perché l'intera nazione essenzialmente si trasforma in in un'appendice delle forze armate, ovvero, si organizza seguendo linee militari e questo è il vero obiettivo della propaganda di guerra: ammorbidire la popolazione quanto basta perché l'accetti.

Resoconti dissidenti sul perché stiamo combattendo, e su chi ne trae vantaggi, sono malvisti durante il tempo di guerra e spesso sono vietati. Gli spazi “democratici” permessi dal regime si restringono e le occasioni di protesta sono severamente limitate se non completamente vietate. L'albero della libertà appassisce inevitabilmente quando le nubi di guerra ostruiscono il sole ed il lungo conflitto che ora stiamo combattendo lo ucciderà definitivamente – a meno di sottrarre la nostra politica estera al Partito della Guerra.

Ecco perché persistiamo, attraverso le amministrazioni democratiche e repubblicane, con lo stesso messaggio e lo stesso avvertimento contro quel tipo di arroganza che tenta tutti coloro che hanno in mano un grande potere, e li attira nel peccato dell'hybris.

Leggendo il resoconto del New York Times della grande armada americana mentre discende nella provincia di Helmand, in Afghanistan, l'ultimo “surge” della potenza militare americana nell'Asia centrale, sono colpito dalla ripetitività dell'intera operazione: ricorda tutti i grandi disastri militari del passato, dall'Armada spagnola all'invasione napoleonica della Russia, alla strategia della controinsurrezione che provammo in Vietnam, fino alla presunta invasione finale dell'Iraq, il supposto successo di cui l'amministrazione Obama sta ora bizzarramente prendendosi i “meriti.” Sento la stessa grandiosità, espressa con la stessa lugubre fiducia: “Abbiamo un governo in scatola, pronto ad entrare in funzione,” annuncia il generale Stanley McChrystal, comandante statunitense in Afghanistan e architetto della nuova strategia della controinsurrezione, che è “ripulire, mantenere e costruire.”

Ciò che costruiscono è un nuovo stato afgano, e ce l'hanno in scatola, come dice il generale, e sono pronti a metterlo in opera. Proprio come voi montereste un giocattolo per bambini e lo mettereste sotto l'albero di Natale.

In che mondo vive questa gente? Il reporter di Times ci dà qualche indizio:
“La scommessa è che una volta che gli afgani vedranno prendere forma la parvenza di uno stato a Marja, i combattenti talebani cominceranno a prendere più seriamente le offerte che Karzai e gli occidentali offrono per comprarli. Attratti dall'offerta di un qualche ruolo politico nella società afgana – e di uno stipendio regolare – ci penseranno due volte prima di provare a riprendere la città. ‘Pensiamo che molti dei soldati di fanteria combattano per soldi, non per l'ideologia,’ ha detto recentemente un funzionario britannico. ‘Dobbiamo verificare l'idea che è meno costoso arricchirli un poco che combatterli ogni primavera ed estate.’”
Il mondo in cui questa gente vive è lo stesso in cui viviamo noi: l'occidente del ventunesimo secolo, dove la promessa di uno stipendio regolare è sufficiente per convincere chiunque di qualsiasi cosa. Ideologia? Cos'è? Tutto può essere comprato: è solo una questione di prezzo.

Questo è un caso dove la corruzione morale è il suo stesso nemico peggiore: presupponendo che siano tutti amorali e privi di idealismo come noi, gli strateghi americani stanno forse per ricevere uno shock. “Arretrato” com'è l'Afghanistan, il popolo afgano potrebbe esserlo abbastanza da rifiutare un appello per vendersi con il disprezzo che merita.

Più probabilmente prenderanno i soldi e rifiuteranno il “governo” afgano comunque. Karzai continuerà a sostenere – piuttosto ragionevolmente – di non potersi reggere sulle proprie gambe e di aver bisogno della presenza delle truppe degli Stati Uniti, e resteremo in Afghanistan per i prossimi dieci o vent'anni, o finché il popolo americano non sceglierà un presidente che finalmente li districhi da questa crociata assolutamente inutile.

La grande armada di Helmand sarà senza dubbio dichiarata vittoriosa e le legioni di Obama saranno acclamate come i portatori di luce nelle tenebre afgane: presto sentiremo racconti ispirati su come i nostri soldati stiano costruendo scuole, strade e dighe, come pure uno stato afgano nuovo di pacca – non è meraviglioso?!

La chiara risposta è: no. Non è meraviglioso: è orribile. Stiamo rovesciando milioni di dollari e migliaia di vite giù in un pozzo senza fondo, un pozzo che non si riempirà mai e che invece ci svuoterà fino a che non ci fermeremo. Il “governo” afgano non avrà mai niente di lontanamente simile alla legittimità agli occhi del suo popolo, non importa con quanti soldi cercherete di corromperlo. Prenderanno i vostri soldi e rideranno di voi.

Poi, vi spareranno.

Immaginate se un paese straniero invadesse e conquistasse gli Stati Uniti. Le forze di occupazione installano un “governo” guidato dall'equivalente americano di Hamid Karzai – diciamo, Rod Blagojevich. E i generali ed i politici del paese d'occupazione si riuniscono per un incontro strategico e decidono che il migliore modo per pacificare quei chiassosi americani è di comprarli. “Appena date loro uno stipendio regolare,” dice un generale, “ci penseranno due volte prima di resistere.”

Sarebbe un'idea ragionevole da parte sua? Ne dubito. Ma so che è molto lontano dall'essere ragionevole quando si parla degli afgani, come uno breve sguardo alla loro storia potrà dirvi.

Anche i sovietici avevano un “governo in scatola,” o pensavano di averlo. Ma quando arrivò la resa dei conti, i loro burattini non furono di grande aiuto sul campo di battaglia, o fuori da esso: c'erano tante di quelle lotte intestine fra i comunisti afgani, che, se avessero ucciso i mujahideen con l'efficienza e l'energia che usarono per uccidersi a vicenda, la loro sconfitta avrebbe potuto non essere tanto rapida e spietata. Così vennero spazzati via entro pochi mesi dal ritiro sovietico, proprio come Karzai, o chiunque altro decidessimo di installare a Kabul come “presidente,” non sopravviverebbe mai senza una sostanziosa presenza militare degli Stati Uniti.

Questa guerra non è che l'inizio di una serie di guerre cominciata in Iraq e che ora sta continuando attraverso il fronte dell'Asia centrale, dirigendosi verso il Pakistan, e l'Iran. Il Partito della Guerra non ha ancora finito con noi – nemmeno per sogno.

Monday, February 15, 2010

Spread the Word

A questo link trovate la più grande collezione di documentari disponibile in rete:

Spread the Word

Da inserire nei preferiti.

Collective Hope #102

Sunday, February 14, 2010

Columbus, reloaded

Insieme all'amico Ennio Bufi stiamo lavorando ad una versione “seria” di Collective Hope, a me toccano i testi, alla sua abile mano i disegni. Ecco come dovrebbe apparire il buon capitan Columbus. Sono apprezzati i commenti.

Saturday, February 13, 2010

Friday, February 12, 2010

Freddure

Volevo scrivere un post sul grande complotto del Global Warming, ma le mani gelate mi rendono difficile l'uso della tastiera. Aspetterò il disgelo. Nel frattempo, vi lascio al commento di Tim Slagle, geniale comico libertario.

Thursday, February 11, 2010

L'infezione letale

Pochi autori riescono a descrivere il collasso del sistema con la stessa lucidità e chiarezza d'espressione di Butler Shaffer, sempre tra i miei preferiti. In particolare il seguente pezzo, che rivela la natura del male – probabilmente incurabile – che affligge la nostra civiltà, è un piccolo capolavoro di sintesi e analisi razionale che, purtroppo, lascia ben poco spazio alla speranza.
___________________________

Di Butler Shaffer


“Poco importa quale sistema io decida di seguire; hanno tutti lo stesso carattere.”
~ Jacques Ellul


L'altro giorno mi sono imbattuto in uno dei miei ex studenti. Mi ha detto: “avevate ragione; dicevate che l'intero sistema istituzionale stava andando in pezzi ed era vero.” “E scommetto che, quando lo dissi, ti facesti beffe di me con i tuoi compagni di classe,” ho risposto. “Ammetto di averlo fatto, ma ammetto anche che avevate ragione.” Allora gli ho detto che non era necessario essere dei chiaroveggenti per sapere ciò che stava arrivando; che la natura autodistruttiva dell'istituzionalismo è implicita nelle premesse su cui è organizzata la società moderna.

Alla domanda di un reporter, “che ne pensate della civiltà occidentale,” il Mahatma Gandhi si dice abbia risposto: “mi pare una buona idea!” Le parole di Gandhi riflettono la lotta storica – ma troppo spesso trascurata – fra le forze creative, pacifiche e favorevoli alla vita della civiltà e il carattere violento e distruttivo dei sistemi centrati sulle istituzioni, in particolar modo quelli organizzati intorno allo stato. Basandosi sullo studio delle civiltà passate, c'è un senso quasi deterministico che la civiltà occidentale sia destinata a crollare, come se le culture attraversassero cicli di nascita-vita-morte paragonabili a quelli dei sistemi organici.

Parte del dilemma in cui l'umanità da lungo tempo si trova deriva dalla nostra natura dualistica: siamo non solo degli individui unici – ciascuno con un DNA diverso da tutti gli altri – ma anche esseri sociali che necessitano della cooperazione e della compagnia di altri. Nessuno di noi sarebbe sopravvissuto per più di poche ore se le nostre madri, dopo la nostra nascita, ci avessero abbandonati sul ciglio della strada e se ne fossero andate. Abbiamo bisogno dell'assistenza costante e amorosa degli adulti finché non arriviamo al punto in cui possiamo sostenerci da soli. Come adulti, scopriamo i vantaggi di una divisione del lavoro che ci permette di scambiare i nostri sforzi con altri e, grazie a ciò, di vivere bene, non solo materialmente ma anche psicologicamente.

Ci sono delle implicazioni a tali verità fondamentali che si sono dimostrate distruttive per la nostra capacità di vivere vite produttive e personalmente soddisfacenti. Se la cooperazione sociale è essenziale alla nostra stessa esistenza sia come individui che come civilizzazioni, quali forme organizzative sono di sostegno a tale scopo, e quali sono invece nocive?

Una tale domanda è cruciale per il benessere a lungo termine di una società a causa della storia del declino e caduta delle passate civiltà. Per tutti benefici creativi e vitali che si presentano all'interno delle civiltà, ci sono forze interne che contraddicono tali vantaggi. Queste influenze distruttive si possono paragonare ad un virus che, se lasciato senza controllo per disattenzione, può riprodursi per metastasi e sopraffare il sistema immunitario. Questo virus è l'istituzionalismo, la trasformazione dei sistemi organizzativi da comodi strumenti in un fine in sé stessi, un fenomeno che ho indagato più dettagliatamente in Calculated Chaos.

Ho paragonato il corso della storia a ciò che è noto come funzione “di erosione e sedimentazione” di un fiume. Sul lato esterno del fiume – dove la pressione è più forte – il fiume erode gli argini, trascinando nella corrente terra, limo, ghiaia e piante. Sul lato interno, dove la forza del fiume è minore, i residui si accumulano, eseguendo il ruolo della sedimentazione. Alla maggior parte di noi piace immaginare di essere laddove il fiume scava il suo corso, “sul filo della lama” degli eventi, ma dobbiamo ricordare che è sul lato della sedimentazione che avviene la nuova crescita – sotto forma di vita vegetale.

Il corso del fiume – quando le sue funzioni di erosione e sedimentazione si completano a vicenda – esprime i processi del continuo cambiamento essenziali alla salute di ogni sistema vivente. La nostra vita economica, per esempio, è stata caratterizzata da Joseph Schumpeter come “distruzione creativa,” in cui ciò che è stabilito viene alterato o sostituito dal nuovo. Schumpeter lo vedeva come un “processo di mutazione industriale di che rivoluziona incessantemente le strutture economiche dall'interno, distruggendo incessantemente quelle vecchie, creandone incessantemente di nuove.”

Il problema è che molti di coloro che sono riusciti a stabilire le loro posizioni sugli argini non gradiscono questa incessante interazione fra distruzione e creatività che è il processo produttivo. Possono allora tentare di bloccare tale processo, un tema che ho esplorato più completamente nel mio libro In Restraint of Trade. Cominciano solitamente con sforzi volontari per limitare la concorrenza. Ma, non potendo tenere il passo con le dinamiche che affrontano, si rivolgono allo stato, che – godendo di un monopolio sull'uso della violenza – può ridurre con la forza tali minacce creative contro lo status quo.

Qui si trovano i sintomi iniziali del virus che può attaccare e distruggere una società altrimenti in buona salute. A causa della sua potente energia, il fiume può erodere le rive su cui gli interessi costituiti hanno stabilito le loro fondamenta attendendosi di goderne permanentemente.

Quando ci occupiamo delle malattie del nostro corpo, siamo soliti concentrare le nostre attenzioni sui sintomi, e immaginiamo che siano essi a renderci indisposti. Diamo troppo spesso per scontato che se potessimo sopprimere i sintomi potremmo ristabilire la nostra salute. Applichiamo tale pensiero non solo alle preoccupazioni per la nostra personale salute, ma anche ai problemi politici. Quindi, mentre i conflitti e le contraddizioni del nostro pensiero generano crescente violenza sociale, molti trovano facile immaginare che la causa delle nostre difficoltà siano le armi, e promuovono leggi per criminalizzarne la proprietà. Se un bambino – non riuscendo a trovare ispirazione nei metodi di insegnamento meccanicistici e regolamentati dell'educazione scolastica – si dedica ai suoi interessi, può essere sottoposto a farmaci o altre pratiche di modifica comportamentale. Così, con l'ampliarsi della militarizzazione dello stato corporativo americano nel mondo intero, le reazioni rabbiose degli stranieri sono definite “terrorismo” inerente delle culture non occidentali.

Così come un medico competente guarda oltre le manifestazioni di una malattia alla ricerca delle sue cause, anche noi – i membri di una civiltà – dobbiamo imparare a scoprire cause per la condizione terminale della nostra cultura più profonde di quelle spiegazioni superficiali che intrattengono più che informare. La mia lettura della storia indica che il virus mortale è l'istituzionalismo. L'infezione sembra prendere vigore nel momento in cui un'organizzazione diventa ripetutamente efficace, così che i suoi membri vogliono renderla permanente. Nella mente dei suoi sostenitori, il sistema si trasforma dall'essere un utile strumento per la realizzazione di obiettivi condivisi e si trasforma in in un'astrazione; un fine in sé.

La salute di un sistema dipende dalla sua capacità di resistere ed adattarsi a condizioni in via di trasformazione. Un'organizzazione di affari che affronta una nuova fonte di concorrenza deve, in un mercato libero, o rispondere efficacemente al prezzo e/o alla qualità di un prodotto del concorrente, o soffrire perdite di reddito che possono alla fine spingerla fuori dal mercato. Accettare la premessa istituzionalista che diventare un potere costituito dà diritto ad uno status permanente equivale, come gli storici ci avvertono, ad aprire le porte al crollo di una civiltà produttiva.

Con la credenza in istituzionalismo che infetta completamente le nostre menti, consideriamo la conservazione dei sistemi costituiti più importante del mantenere le condizioni che hanno portato alla creazione di tali organizzazioni in primo luogo. La libertà e la spontaneità finiscono per essere considerare come minacce contro uno status quo che deve essere mantenuto a tutti i costi. La prova per questo atteggiamento mentale paralizzato si trova nella pratica corrente in cui ora si sta impegnando il governo federale concedendo incalcolabili centinaia di miliardi di dollari alle banche, alle società di assicurazioni, ai costruttori di macchine e ad altri importanti interessi corporativi chiamati – con parole che riflettono l'istituzionalismo – “troppo grandi per fallire.”

Microsoft e la rivista Time – i cui interessi economici costituiti sono sfidati da Internet – hanno proposto recentemente che l'accesso alla rete sia soggetto all'autorizzazione del governo. Questa è la stessa proposta fatta da Hillary Clinton, un certo numero di anni fa, con la proposta di un “guardiano” del governo che impedisca a chiunque di diffondere le proprie opinioni nel mondo. Il flusso libero di informazioni è piuttosto liberatorio, come rivelarono le conseguenze dell'invenzione di Gutenberg nel XV secolo.

Le licenze hanno sostituito le inquisizioni come mezzi principali per la protezione degli interessi istituzionali costituiti dallo spettro di una concorrenza senza freni. I medici, gli avvocati, i dentisti, i ragionieri e numerosi altri commerci e professioni hanno utilizzato questo dispositivo auto-protettivo. La logica rimane la stessa in ogni caso: viene istituita una commissione statale per le licenze formato da persone già nel mercato per decidere a chi sarà o non sarà consentito di far loro concorrenza!

Sia che consideriamo le licenze, l'istituzione di tariffe, o l'apertura del tesoro federale per saccheggiarlo a vantaggio degli amici di coloro che ne posseggono le chiavi, ad essere chiamata a trasmettere il virus dell'istituzionalismo è sempre la forza governativa. La nazione-stato – che è diventata l'untore di tutto ciò – continua ad esporre tessuti altrimenti sani alla malsana influenza che ha ridotto la civiltà occidentale in una condizione terminale.

Wednesday, February 10, 2010

AP soffia sul fuoco

Rieccomi qui. Dopo un periodo di intenso lavoro che mi ha costretto a ridurre il Gongoro ad una vetrina per le strisce di Collective Hope, torno ad aggiornarlo con articoli e notizie. Mi ci vorrà un po' di tempo per riprendere al ritmo consueto, mi sento un po' arrugginito, ma confesso che provo un certo piacere rimettendo in moto le sue rotative virtuali.

Tra i temi che vorrei trattare ho scelto il caso dell'Iran, poiché l'attuale situazione ricorda molto il periodo pre-invasione dell'Iraq e potrebbe quindi degenerare rapidamente consentendo al presidente nero di firmare la sua prima guerra d'aggressione. L'articolo che ho deciso di tradurre illustra alla perfezione in che modo i media – ormai strumento quasi esclusivo di propaganda bellica oltre che di indottrinamento statalista – contribuiscono a creare quel clima di paura e tensione che prepara il terreno al conflitto, ma allo stesso tempo dimostra come con dedizione e passione per la verità si possano anche ottenere piccole ma significative vittorie contro il cosiddetto partito della guerra.

Infatti, a seguito delle puntuali critiche presentate da Jason Ditz nel suo articolo, la Associated Press non ha potuto far altro che ritirare l'articolo originale di George Jahn – ripreso con grande fanfara dal mainstream mondiale – e sostituirlo con un altro meno bellicoso dal titolo “Iran to stop enrichment if given nuclear fuel” di Nasser Karimi (2/9/2010). Non basterà a fermare la macchina della morte, ma non me la sentivo di ripartire con qualcosa di totalmente negativo.
___________________________

Di Jason Ditz


In un articolo molto diffuso che ha ulteriormente alimentato l'isteria occidentale per la prospettiva di un'imminente guerra con l'Iran, Associated Press ha sostenuto oggi che l'ultima mossa del programma di arricchimento dell'uranio iraniano, un tentativo per produrre gli isotopi per uso medico che si stanno velocemente esaurendo nella nazione, era un piano segreto costruire le armi nucleari.

Nell'articolo, intitolato “Iran moves closer to nuke warhead capacity,” si sostiene che l'Iran ha informato la IAEA che “aumenterà la propria capacità di costruire testate nucleari,” un'allegazione non solo non corroborata dai fatti, ma che va persino oltre le molto bellicose dichiarazioni occidentali citate nel pezzo.

In realtà la stessa conferma dello IAEA della dichiarazione iraniana dice che l'Iran sta progettando di dare il via agli sforzi per “la produzione di uranio arricchito a meno del 20 per cento,” che per l'articolo di AP sarebbe “appena sotto la soglia dell'uranio altamente arricchito” mentre in realtà è molto lontano da oltre il 90 per cento necessario per l'uso bellico.

L'Iran ha indicato chiaramente che l'uranio arricchito a circa il 20 per cento sarà utilizzato per produrre barre di combustibile per il suo reattore di Tehran di costruzione statunitense, necessarie nella creazione degli isotopi medici. Tale azione è stata intrapresa allorché i tentativi di accordi con terze parti, che avrebbero permesso all'Iran di ottenere le barre di combustibile dall'estero, sono stati bloccati dalle proteste internazionali.

Ma il pezzo di AP mistifica l'accettazione della settimana scorsa da parte dell'Iran dell'accordo con terze parti sull'arricchimento, una mossa che, esso sostiene, “è stato accolto favorevolmente dalla comunità internazionale,” ma che in realtà è stato condannato energicamente dai funzionari occidentali, i quali hanno affermato che accettare le loro stesse richieste era un tentativo di “bloccare” le trattative.

In realtà questa è stata la chiave che ha portato alla mossa iraniana, dal momento che i funzionari tedeschi hanno insistito che l'accettazione dell'Iran era inaccettabile e che avrebbe dovuto partire un nuovo ciclo di trattative, una cosa che i funzionari occidentali hanno rifiutato ripetutamente. Di fronte alla prospettiva di un accordo con terze parti per l'arricchimento nel migliore dei casi ipotetico, l'Iran è rimasto con la scelta di abbandonare le cure con medicina nucleare per migliaia di pazienti o tentare di diventare autosufficiente.

E mentre i funzionari britannici ripetevano, ed AP precisava subito, che dubitano della capacità dell'Iran di produrre davvero le barre di combustibile, altri esperti hanno detto che sarebbero probabilmente stati in grado di farlo, all'Iran non è rimasta altra opzione che tentare.

Alla fine della giornata, comunque, il problema più grande nell'articolo era il riferimento alle “testate nucleari,” una tecnologia che l'Iran non è neppure accusato di portare avanti. Se l'Iran non è neanche capace di fabbricare delle barre di combustibile per i reattori medici dall'uranio arricchito al 20 per cento che spera di produrre, è del tutto assurdo ed irresponsabile affermare che l'Iran si sta avvicinando alla capacità di produrre testate nucleari, che richiederebbero non solo l'uranio per uso bellico che non stanno producendo, ma anche di sistemi di lancio avanzati.

Con le installazioni per l'arricchimento dell'Iran sotto la continua sorveglianza della IAEA, questa potrà confermare che né l'uranio attualmente disponibile al 3,5 per cento, né quello ipotetico al 20 per cento possono essere usati per scopi diversi da quelli civili. Tale sorveglianza, inoltre, potrebbe confermare immediatamente se l'Iran comincerà ad arricchire l'uranio oltre il 20 per cento, il che significa che la minaccia di un Iran che ottiene improvvisamente un'arma nucleare è completamente illusoria. I funzionari occidentali ed alcuni autori di Associated Press, tuttavia, considerano giusto guardare al di là dell'assenza di minacce concrete e contano sul timore pubblico dell'ignoto per giustificare la crescente tensione contro ogni ragione, e portare l'occidente sempre più vicino ad un'inutile guerra con l'Iran.

Tuesday, February 9, 2010

Monday, February 8, 2010

Saturday, February 6, 2010

Thursday, January 28, 2010

State Controlled Consciousness

Intervista a John Taylor Gatto.