Sunday, March 9, 2008

Abbasso il primitivismo!

Sembra incredibile che idee come il primitivismo possano ancora trovare un seguito ai giorni nostri, eppure pare proprio che il piccolo esercito di indottrinatori che popola i licei e le università abbia fatto un ottimo lavoro nell'inculcare nelle giovani menti questa patetica ma pericolosa variante del collettivismo. Anzi, ad un'osservazione attenta non sfugge il ruolo di primo piano che la retorica della capanna di fango ha assunto negli sforzi dei nuovi collettivisti per dissolvere l'individuo nell'acido della loro fantastica “nuova società”: l'ambientalismo radicale è la vera nuova frontiera del socialismo, che incapace di risolvere le proprie contraddizioni si traveste da stregone e vende fiabe e pozioni magiche.

Questa critica di Rothbard al libro La grande trasformazione di Polanyi, uno dei principali sostenitori del ritorno alla società tribale, è stata scritta come appunto privato al Volker Fund nel giugno 1961.
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Una critica approfondita al pensiero di Polanyi

Di Murray N. Rothbard


La grande trasformazione di Karl Polanyi è una congerie di confusioni, assurdità, errori e distorti attacchi al libero mercato. La tentazione è di dedicarvi una critica quasi riga per riga. Ci rinuncerò per evidenziare innanzitutto alcuni dei difetti filosofici ed economici di base, prima di passare ad alcune delle critiche dettagliate.

Un difetto filosofico di base in Polanyi è un difetto comune degli intellettuali moderni – un difetto che è stato rampante sin da Rousseau e dal movimento romantico: il Culto del Primitivo. Ad un certo punto, (trattando dei Kaffiri), Polanyi usa effettivamente la stucchevole frase “nobile selvaggio,” ma questa idea pervade comunque il libro (per una eccellente discussione su Rousseau, sul primitivismo e sul movimento romantico, vedi Rousseau and Romanticism, di Irving Babbitt). Il rousseauismo moderno ha ricevuto una spinta importante dagli antropologi culturali, come Ruth Benedict, Margaret Mead, Franz Boas, e simili (molti dei quali erano comunisti e il resto molto a sinistra), che sono andati a visitare entusiasticamente le tribù primitive esistenti ed hanno raccontato della vita gaia e felice della tribù X che non ha proprietà privata né inibizioni imposte dal matrimonio monogamo.

Ci sono parecchie cose da dire riguardo questo culto del primitivo. In primo luogo, è assolutamente illegittimo arguire, come fa Polanyi, la storia della civiltà pre-occidentale dall'analisi delle tribù primitive esistenti. Non dobbiamo mai dimenticare che le attuali tribù primitive sono precisamente quelle che non sono progredite: che sono rimaste nella loro condizione primitiva. Arguire dall'osservazione di esse che questo è il modo in cui agivano i nostri antenati è un'assurdità – e tende ad essere il contrario della verità, dato che i nostri antenati agirono presumibilmente in modo tale da farli rapidamente progredire migliaia di anni fa oltre la fase primitiva. Farsi beffe, dunque, dell'idea che i nostri antenati fra le tribù primitive si dedicarono al baratto, poi allo scambio monetario, ecc., in base alla magia ed ai giochi in cui indulgono gli odierni primitivi, è un errore dei più grossolani.

In secondo luogo, è implicitamente e perfino esplicitamente assunto che il modo in cui le tribù primitive agiscono sia più “naturale,” sia in qualche modo più adatto all'uomo degli “artifici” della civilizzazione. Questo è alla radice del rousseauismo. Il modo in cui agiscono dei selvaggi ignoranti, timorosi e quasi-animalistici è in qualche modo più naturale, perché presumibilmente più “istintivo,” dei modi della civilizzazione. Questa è la radice della visione di Rousseau e di molti altri pensatori della sinistra, che l'uomo sia “naturalmente buono,” ma è corrotto dalle sue istituzioni. Questa idea di base è fondamentalmente e radicalmente anti-umana, perché nega i fatti basilari circa la natura umana e il modo in cui gli esseri umani devono necessariamente operare. Gli animali nascono con gli “istinti”; questi istinti sono, essenzialmente, risposte determinate dai sensi. Gli animali non possiedono un libero arbitrio, una coscienza razionale; quindi, possono adattarsi soltanto, in modo sensoriale, al loro ambiente. L'uomo, al contrario, può modificare il suo ambiente dato per mezzo della sua ragione e del suo libero arbitrio.

L'uomo nasce come tabula rasa; deve imparare, e imparare come scegliere i fini per lui adeguati ed i mezzi che deve adottare per raggiungerli. Tutto questo deve essere fatto dalla sua ragione.

La civiltà è precisamente la cronaca di come l'uomo ha usato la sua ragione, per scoprire le leggi naturali su cui si basa il suo ambiente e per usare queste leggi per alterarlo così che possa essere adeguato e gli permetta di soddisfare i suoi bisogni e desideri. Di conseguenza, il culto del primitivo è necessariamente corollario, ed è basato su, di un attacco all'intelletto. È questo profondo “anti-intellettualismo” che conduce queste persone ad affermare che la civiltà “si oppone alla natura” e che le tribù primitive sono più vicine ad essa. . . . E perché l'uomo è il supremo “animale razionale,” come Aristotele lo ha definito, questo culto del primitivo è una dottrina profondamente anti-umana.

Questa dottrina anti-umana e anti-razionale, allora, si rivolge ardentemente ai primitivi illetterati, selvaggi, timorosi come persone che noi – gli eredi di 2000 anni dei migliori prodotti della civiltà e della razza umana – si suppone dovremmo prendere a modello. Se un'attuale tribù primitiva non ha proprietà privata, o si dedica alla promiscuità indiscriminata, dovrebbe per noi essere un motivo in più per fare tutto il contrario.

È così coniato il mito del “selvaggio felice,” che questi primitivi sono davvero felici e soddisfatti. Questo mito pervade il volume di Polanyi. Liberiamoci delle vestigia della mitologia romantica e guardiamo a questi selvaggi così come sono. Sono, in primo luogo, completi schiavi del loro ambiente. Quando l'albero fruttifica, possono forse sussistere cogliendo i frutti dall'albero; ma supponiamo che un anno ci sia una ruggine sugli alberi da frutto: cosa accade a questa tribù “spensierata”? Muore, en masse. Non meraviglia che le tribù primitive sono tutte piccole di numero.

In secondo luogo, la vita del primitivo è una vita di terrore quasi costante. Terrore del mondo attorno a lui, che non capisce e non può capire, dal momento che non si è dedicato ad alcun tipo di indagine scientifica e razionale del suo funzionamento. Noi sappiamo cos'è un temporale, e per questo motivo non li temiamo e possiamo approntare misure razionali contro i fulmini; il selvaggio non lo sa e quindi la sua congettura è che il Dio del Tuono sia arrabbiato con lui e che quindi quel dio deve essere propiziato con offerte e sacrifici votivi (sacrifici a volte umani). Poiché il selvaggio non ha il concetto di un mondo tenuto insieme dalla legge naturale (un concetto che impiega la ragione e la scienza), crede che il mondo sia governato da una miriade di spiriti e demoni capricciosi, ciascuno dei quali può soltanto essere propiziato – con solo parziale “successo” – con i rituali, la magia e dagli stregoni specializzati in questo compito. Così timoroso è il selvaggio che non può far niente da solo, che la sua individualità è virtualmente del tutto sottosviluppata – perché il selvaggio individualmente non fa quasi uso della sua ragione e della sua mente. Di conseguenza, virtualmente tutto ciò che il selvaggio fa è governato da tabù o comandamenti immutabili, assolutamente irrazionali: dall'abitudine.

E questa sarebbe la creatura spaventata, appena umana, che noi, che abbiamo usato il nostro intelletto per “conquistare” la natura, dovremmo emulare, che Polanyi esalta come davvero “sociale,” e come felicemente libera dal dispotismo “inumano” del libero mercato.

Inoltre, la vita del selvaggio, come Hobbes l'ha definita, è “difficile, brutale e breve.” La sua speranza di vita è molto breve e la sua vita è devastata da ogni genere di malattie, malattie contro cui nulla può fare tranne dare del cibo a degli stregoni perché facciano delle magie. La crescente sconfitta delle malattie è stata permessa soltanto dal progresso della civiltà: con l'uso della ragione, del capitalismo e del mercato.

Polanyi ammira le società tribali ed altre società di casta, perché “nessuno muore di fame.” Evidentemente è possibile che tutti siano ad un livello di sussistenza, concede, ma nessun individuo muore di fame. È di così grande conforto che muoiano di fame tutti insieme? Questa è un'affermazione grottesca. Il mondo primitivo – in effetti tutti i mondi prima della Rivoluzione Industriale – è costantemente tormentato dalla carestia e dalla peste. La “carestia” era un avvenimento continuo prima della Rivoluzione Industriale; da essa in poi non abbiamo più sentito parlare di carestia (le uniche carestie recenti sono state nella Cina comunista e, prima, nella Russia sovietica). La carestia emerge da una mancanza di commercio inter-locale; quando un raccolto per uso alimentare di una località viene a mancare, dato che non c'è virtualmente commercio con altre località la massa delle persone muoiono di fame. È precisamente per il fatto che il mercato libero ha permeato il mondo intero, consentendo il commercio fra aree diverse, che questo flagello della carestia è virtualmente finito. È questo mercato che Polanyi castiga come il portatore di virtualmente tutti mali.

Polanyi ammira tutte le società di casta e status: tribali, mercantiliste, o cose simili. Una società di casta, sostiene, fornisce “sicurezza.” Carestie e pesti: è questa la “sicurezza”? Nessuna quantità di restrizionismo può fornire quella produzione da cui qualsiasi “sicurezza” economica deve venire; infatti, è proprio l'opposto, perché ogni limitazione di casta, ogni limitazione del mercato, semplicemente danneggia e limita la produzione, mantenendo così tutti vicino o al livello di sussistenza. Infatti, il sistema asiatico della “famiglia allargata” ha mantenuto la Cina, l'Indonesia, ecc. nella povertà e nella miseria primitive per secoli. Questo costume della “condivisione,” che Polanyi indubbiamente ammira, decreta che non appena un individuo fa un po' più di soldi, deve distribuirli proporzionalmente in un intero gruppo di parenti vicini e lontani. Come conseguenza di questo “nobile” sistema non c'è incentivo per un qualsiasi singolo cinese a guadagnare ed a produrre di più e quindi, i cinesi non l'hanno fatto (prima del comunismo) e non sono progrediti. A Giava, il sistema del del villaggio comune, decisamente Polanyi-esco, significa che una Giava morta di fame e massicciamente sovrappopolata sta sfruttando e tirannizzando le isole molto più progredite e più capitaliste dell'Indonesia (per esempio Sumatra).

La “sicurezza” del sistema di casta è la sicurezza della casa-prigione (a proposito, chiunque voglia la “sicurezza” in un'economia di mercato può sempre commettere un crimine e finire in prigione, dove la Polanyi-esca sicurezza gli sarà fornita). In una società di casta questa “sicurezza” significa una mancanza di speranza del tutto pervasiva. Il figlio di un panettiere dovrà sempre essere un panettiere, anche se i suoi interessi ed abilità sono completamente diversi. Nessuno può sollevarsi, nessuno può cambiare la sua occupazione o fare qualche cosa di diverso dai suoi antenati. Questo è l'annientamento di tutto ciò che c'è di più vitale, più utile, più vivo, nella vita di ogni individuo.

Un altro difetto fondamentale in tutte le società di casta – ignorato da Polanyi – è il problema della crescita demografica. Lo stregone, i costumi della tribù, il capo o il re ed il prof. Polanyi, possono tutti decretare che X e il figlio di X sono panettieri, Y e il figlio di Y coltivatori, ecc., ma cosa accade quando la popolazione aumenta, come quasi inevitabilmente tende a fare? Cosa farà il figlio più giovane? Polanyi deride Malthus ma il problema malthusiano è sempre supremamente evidente nella società di casta. Che cosa accade quando il “controllo naturale” della carestia e della malattia non funziona a sufficienza? Ecco perché la società di casta-in comune di Sparta mandava i suoi bambini nel bosco per una “prova di esposizione,” non perché gli spartani fossero inerentemente un popolo crudele, ma perché dovevano affrontare quello che era, nel contesto della loro struttura sociale, un problema insolubile: che cosa fare con l'aumento della popolazione. Fu la crescita demografica, ancora, che stava distruggendo l'Europa mercantilista. La crescita demografica fu il motivo dell'aumento di mendicanti e ladri di sana costituzione nell'Inghilterra del XVIII secolo. Non c'era lavoro che potessero fare. Fu la nascita del capitalismo, il progresso del capitale che fornì loro il lavoro, l'espansione del mercato per produrre merci poco costose per le masse, che non solo aumentò enormemente il tenore di vita delle masse, ma fornì anche il lavoro per questa popolazione sempre più in “eccesso.”

Ancora, Polanyi ripete il vecchio ritornello anticapitalista secondo cui la Rivoluzione Industriale fu resa possibile dal movimento delle enclosures, che si presume spinse uomini robusti fuori dalle loro terre e nelle città. Questa è un'assurdità; non solo il movimento delle enclosures accluse i “terreni comuni” e non la gente, e grazie al grande aumento nel rendimento agricolo fornì le risorse necessarie ed il reddito per la Rivoluzione Industriale, ma inoltre le enclosures non spinsero la gente fuori dalla terra. La popolazione in eccedenza nelle zone rurali era una conseguenza della crescita demografica; fu questo aumento della popolazione rurale a spingere questa gente disperata nelle città per cercare lavoro.

Il capitalismo, quindi, interruppe tragicamente, come direbbe Polanyi, i caldi, amorevoli rapporti “sociali” dell'era pre-capitalista. Il capitalismo prese gli emarginati della società: i mendicanti, gli uomini della strada, i rurali in eccedenza, gli immigranti irlandesi e diede loro il lavoro e gli stipendi che permise loro di allontanarsi dalla destituzione verso un tenore di vita e di lavoro ben più alto. È abbastanza facile torcersi le mani per il lavoro infantile nelle nuove fabbriche britanniche; è, apparentemente, ancora più facile dimenticare cosa stava facendo la popolazione dei bambini dell'Inghilterra rurale prima della rivoluzione Industriale – e durante la Rivoluzione, in quelle numerose regioni dell'Inghilterra in cui essa ed il nuovo capitalismo ancora non erano penetrati: quei bambini morivano come le mosche e vivevano in condizioni infinitamente più misere. Ecco perché leggiamo al giorno d'oggi, e ci sembra inspiegabile, testi britannici ed americani del periodo che elogiavano le nuove fabbriche per aver dato lavoro alle donne ed ai bambini! Questo elogio non era dovuto al fatto che fossero dei mostri inumani; era dovuto al fatto che, prima che tale lavoro fosse disponibile ed in quelle regioni dove non era condizioni, le donne ed i bambini vivevano e soffrivano in circostanze infinitamente peggiori. Le donne, i bambini, gli immigrati, dopo tutto, non furono guidati nelle fabbriche con le fruste; vi si recarono volontariamente e felici, e quello è il motivo.

Ci sono ancora più vasti aspetti del problema della popolazione che Polanyi ignora. Perché il capitalismo fu responsabile, in un certo senso, dell'enorme aumento della popolazione nel mondo moderno. L'aumento nei livelli di vita provocato dal capitalismo gli ha permesso di liberare il mondo dalla regola malthusiana, dai sinistri mali della sovrappopolazione ed ha consentito una rapida moltiplicazione della popolazione a livelli di vita ancora più elevati di prima. Così quando Polanyi, in effetti, ci chiede che di scartare il mercato per tornare ad una società di casta o comune o persino tribale, non ci sta solo chiedendo di abbandonare i lussi della civiltà e di tornare al livello di sussistenza della tribù primitiva; ci sta anche chiedendo la liquidazione e l'estirpazione di gran parte della popolazione mondiale. Perché se un sistema di casta o tribale potrebbe “funzionare,” anche se al minimo livello di sussistenza, esso funzionerebbe soltanto per una piccola, molto piccola minoranza della popolazione; il resto di noi morirebbe di fame en masse. Il fatto notato sopra, di un piccolo numero di tribù primitive, prende, allora, un nuovo e più terribile significato.

(Per una confutazione del mito delle enclosures e un riconoscimento dell'aumento della popolazione come chiave, vedi A Concise Economic History of Britain, di W.H.B. Court [Cambridge University Press, 1954].)

In tutte le sue proteste contro il laissez-faire ed il mercato libero, Polanyi in qualche modo trascura la singola funzione probabilmente più importante di questo sistema: la libertà. In una società libera, nessuno costringe Polanyi né chiunque altro ad associarsi al mercato libero. Se Polanyi o qualunque altro critico è così ostile alla presunta tirannia, “l'instabilità,” ecc. del mercato, la società libera li lascia liberi di uscirne. Chiunque, in qualunque momento, può lasciare il mercato: può andare fuori nel bosco e vivere di bacche in una caverna, può comprare la sua propria azienda agricola ed essere completamente autosufficiente, tagliato dal resto del mondo, o può variare la sua partecipazione a suo piacimento. Chiunque lo voglia, in una società libera, può persino unirsi ad una comune volontaria, come Brook Farm, o un kibbutz israeliano, e condurre la vita comunistica che lui o lei desiderano. Dato che tutti hanno ancora l'opzione di agire in tal modo, che chiunque ha l'opzione di andare a vivere su un'isola deserta o di far parte di una comune, perché Polanyi è così amaro a proposito del mercato??

In effetti, la società libera lascia a ciascuno tali opzioni. Perché, in quel caso, il mercato libero è fiorito quando la gente è stata lasciata libera, fino a portare la civiltà capitalista? Il motivo è precisamente che la grande massa delle persone, nei tempi passati e in quelli presenti, non è d'accordo con Polanyi: hanno preferito in larga misura la cosiddetta instabilità, infelicità, ecc. del mercato alla presunta felice vita di sussistenza di un selvaggio in una comune. Perché, se non l'avessero preferita in larga misura, non avrebbero fatto parte del mercato; avrebbero sacrificato il reddito monetario per la loro vita tribale o agricola e autosufficiente. Tuttavia non l'hanno fatto. Non c'è migliore modo di confutare completamente il pianto di Polanyi per le glorie perse della “società” che osservare gli innumerevoli milioni che hanno scelto il sistema del mercato quando hanno avuto la libera scelta.

In effetti, sono precisamente tali intellettuali di sinistra alla Polanyi che piangono in continuazione la “Coca-Colizzazione” del resto del mondo, lamentando le presunte glorie perdute della “cultura popolare” nei paesi non sviluppati. Perché, non appena ne hanno la possibilità, i popoli di ogni parte del mondo, a prescindere dalla tradizione culturale, abbandonano la loro presumibilmente amata cultura, per adottare il modo di vita occidentale, i vestiti occidentali, per ottenere un lavoro di tipo occidentale o servire i turisti occidentali e guadagnare denaro occidentale – e pure bere Coca-Cola e andare a vedere i film di Hollywood. Ci sono voluti soltanto alcuni anni, per esempio, perché il popolo giapponese abbandonasse la sua vecchia cultura e i costumi tradizionali millenari per rivolgersi ardentemente verso questi beni presunti decadenti portati dal mercato dell'occidente. Perché? È “l'imperialismo” occidentale? Le truppe americane li stanno drogando tutti a forza con la Coca-Cola?

(Per un'argomentazione accademica e ispiratrice sull'enorme sviluppo di un'economia di scambio e di mercato fra i nativi illetterati dell'Africa occidentale, suggerisco vivamente West African Trade di P.T. Bauer, Cambridge University Press, 1954).

Anche in paesi arretrati ostili al capitalismo: come l'India, il Ghana, ecc., questi paesi non rifiutano affatto i frutti della civiltà occidentale in nome delle loro apparentemente felici tradizioni tribali. Al contrario, vogliono i prodotti e le comodità occidentali; è solo che non hanno ancora capito che è necessario il capitalismo per ottenerli.

Data una scelta, allora, quasi tutti scelgono l'economia di mercato e la sua civiltà avanzata, persino, abbastanza stranamente, il prof. Polanyi stesso, che con tutta evidenza non se l'è filata in qualche tribù o comune.

Perché, allora, consideriamo il mercato libero “naturale,” come Polanyi chiede beffardamente? Il motivo è che il mercato libero è (1) ciò a cui gli uomini si sono rivolti quando hanno avuto la libertà di scelta e (2) ciò a cui gli uomini dovrebbero rivolgersi se vogliono godere dell'intera statura dell'uomo, se vogliono soddisfare i loro desideri e modellare la natura per i loro scopi. Perché è il mercato che ci porta il tenore di vita della civiltà.

Nel suo libro, Polanyi ci assicura continuamente che i suoi amati nativi primitivi non fanno niente per il “guadagno” personale; soltanto per magia, per ciò che chiama “reciprocità,” ecc. Che cosa c'è di così sbagliato nel guadagno, che Polanyi virtualmente presuppone essere una parola ostile? Il principio del mercato libero è lo scambio volontario per il beneficio reciproco. Questo beneficio reciproco costituisce il guadagno. Il mercato libero è, in realtà, quel rapporto tra le persone che assicura il beneficio reciproco da tutte le parti di riferimento. Perché Polanyi trova questo così antipatico? Perché, ad ogni punto, sembra preferire soltanto un rapporto tra persone dove guadagni solo una parte? Perché se solo una parte guadagna segue che l'altra parte perde; in breve, segue che per Polanyi, il rapporto ideale fra le persone non è il guadagno reciproco, ma lo sfruttamento: il guadagno di uno a scapito di un altro. È questo il rapporto “morale,” “sociale” per il quale si vorrebbe che abbandonassimo l'economia di mercato e la civiltà stessa? Perché ogni socialista odia e condanna il rapporto di scambio – il rapporto supposto “calcolatore” e “inumano,” dove entrambe le parti guadagnano? Considerano più morale che A si lasci sfruttare da B e che B sfrutti A?? Perché, non vi sbagliate, quando il socialista condanna A perché non dà dei soldi a B senza ricevere qualcosa, materiale o spirituale, nello scambio, sta chiedendo ad A di essere un animale sacrificale a favore dello sfruttamento di B.

Nella sua discussione sulle sue amate tribù primitive, il prof. Polanyi dice che trattano a vicenda, non in base al (Ugh!) guadagno reciproco, ma in base alla “reciprocità” ed alla “ridistribuzione.” Il “principio della ridistribuzione” è, naturalmente, lo stesso principio dello sfruttamento. È la “ridistribuzione,” forzata dallo Stato o dalla tribù, dai produttori alla classe parassita favorita dai capi dello Stato o tribali. Per quanto riguarda il “principio della reciprocità,” Polanyi è certamente poco chiaro su ciò che richiede. In qualche piccola misura, fino al punto in cui il processo è razionale, questo è semplicemente scambio o baratto, introdotto di nascosto dalla porta di servizio concettuale. Nella misura in cui non è razionale, o è un gioco o uno sport – che non ha bisogno di ulteriore commento, o è magia rituale, su cui ho commentato sopra. È apparentemente quest'ultimo aspetto della “reciprocità” che Polanyi esalta, dato che è apparentemente affascinato dal “commercio di Kula,” nel quale l'isola dà determinati oggetti ad un'altra isola e ne riceverà soltanto di simili (o gli stessi?) anni o decenni più tardi da una qualche altra isola dell'arcipelago. Quello che piace in particolar modo a Polanyi di tutto ciò è la sua mancanza di reciproco vero guadagno – o è la sua evidente inutilità? E, ancora, dobbiamo seguire i passi di un gruppo di selvaggi guidati dalla magia?

Ho accennato al fatto che una società libera consentirebbe a Polanyi o a chiunque altro fosse d'accordo con lui di abbandonare il mercato e trovare il sistema che gli sia più congeniale. Ma una cosa ed una cosa sola una società libera non consentirebbe di fare a Polanyi: di usare la coercizione sul resto di noi. Gli lascerà far parte di una comune, ma non gli permetterà di obbligare voi o me nella sua comune. Questa è la sola differenza e quindi devo concludere che questo è il solo reclamo di base di Polanyi contro la società libera ed il mercato libero: essi non permettono a lui, o a qualunque dei suoi amici, o a chiunque altro, di usare la forza per costringere qualcun altro a fare ciò che Polanyi o chiunque altro vuole. Non consente la forza e violenza, non consente il comando, non consente il furto, non consente lo sfruttamento. Devo concludere che il tipo di mondo in cui Polanyi vorrebbe obbligarci a tornare, è precisamente il mondo della coercizione, del comando e dello sfruttamento. E tutto questo in nome dell'“umanità”? Davvero Polanyi, come i suoi colleghi pensatori, è il “filantropo con la ghigliottina.” (Vedi la profonda opera di teoria politica di Isabel Paterson The God of the Machine, Putnam’s, 1943).

L'appoggio chiaro ed aperto della forza e dello sfruttamento, naturalmente, non andrebbe molto lontano; così Polanyi ricade nell'errore dell'olismo metodologico, nel trattare la “società” come entità reale in sé, oltre ed al di sopra dell'esistenza e degli interessi dei membri individuali. Il mercato, Polanyi tuona, ha distrutto e diviso la “società”; delle limitazioni al mercato sono l'indispensabile metodo che la “società” ha per “proteggere sé stessa.” Tutto molto bene, finché non cominciamo a chiedere: chi è la “società”? Dov'è? Quali sono i suoi attributi identificabili? Ogni volta che qualcuno comincia a parlare della “società” o dell'interesse della “società” che verrebbero prima dei “meri individui e del loro interesse,” una buona regola operativa è: attenti al portafogli. E attenti a voi! Perché dietro la facciata della “società,” c'è sempre un gruppo di dottrinari e sfruttatori affamati di potere, pronti a prendere i vostri soldi e ad ordinare le vostre azioni e la vostra vita. Perché, in qualche modo, essi “sono” la società!

L'unico modo comprensibile di definire la società è: l'insieme delle relazioni interpersonali volontarie. E preponderante fra tali interrelazioni volontarie è il mercato libero! In breve, il mercato e le interrelazioni che nascono nel mercato, sono la società, o almeno la gran parte ed il cuore di essa. In effetti, al contrario di Polanyi e di altre dichiarazioni secondo le quali la socievolezza e l'amicizia vengono prima del mercato, la verità è virtualmente il contrario; perché è soltanto dacché il mercato e la sua divisione del lavoro permettono il guadagno reciproco fra gli uomini, che questi possono permettersi di essere socievoli ed amichevoli e che dei rapporti amichevoli ne possono seguire. Perché, nella giungla, nelle società di casta e tribali, non c'è beneficio reciproco ma guerra per delle risorse limitate!

Curiosamente, nella sua immagine idilliaca della vita tribale, Polanyi non sembra mai accennare alla pervasiva guerra inter-tribale. Tale guerra è quasi necessaria, perché i gruppi di persone combattono per delle risorse scarse: i pozzi d'acqua, la caccia, ecc. È il tribalismo, non il capitalismo, la “legge della giungla,” perché la guerra e lo sterminio del “non adatto” è l'unico modo con cui alcune delle tribù possono sopravvivere. È l'economia di mercato capitalista, che può aumentare le risorse per il beneficio reciproco, a poter superare la legge della giungla e sollevarsi al di sopra di una tale esistenza di tipo animale alla condizione di civiltà avanzata – ed ai rapporti amichevoli fra gli uomini.

Il mercato, quindi, è preminentemente sociale; ed il resto del sociale consiste di altri rapporti volontari, amichevoli, non di mercato che anche, tuttavia, sono condotti nel miglior modo in base allo scambio spirituale e al guadagno reciproco (non è meglio se A e B sono l'un l'altro entrambi amichevoli, che se A è amichevole verso B ma non viceversa?). Il mercato, allora, lontano dall'essere un distruttore della società, è la società. Che cosa, allora, userebbe Polanyi per sostituire il mercato? L'unico l'altro rapporto oltre a quello volontario, è la coercizione; in breve, Polanyi sostituirebbe il mercato con il rapporto “sociale” della forza e della violenza, dell'aggressione e dello sfruttamento. Ma questo non è sociale; è profondamente antisociale. Lo sfruttatore, che vive parassiticamente sulle spalle del produttore con la violenza, è antisociale; perché non vive secondo la migliore natura dell'uomo: producendo e scambiando i suoi prodotti per i prodotti di un altro. Vive per mezzo della violenza, unilateralmente e parassiticamente a scapito del produttore. Questo è un rapporto profondamente antisociale e inumano. Distrugge il mercato sociale, e polverizza la civiltà ed il suo tenore di vita.

Franz Oppenheimer, nella sua brillante opera Lo Stato (Vanguard Press, 1922), l'ha detto molto bene: ci sono due strade possibili alla ricchezza, ha scritto: una è la produzione, trasformando la materia con l'energia personale e scambiando quindi questi prodotti con i prodotti di un altro. Questi li ha chiamati “mezzi economici.” L'altra strada è di attendere finché qualcun altro non abbia prodotto la ricchezza e quindi sequestrarla con la forza e la violenza. Questi li ha chiamati “mezzi politici.” Quale metodo sia “sociale,” e quale profondamente e disgregantemente antisociale, dovrebbe essere facile da vedere. Karl Polanyi, sostenendo di voler salvare la società dal mercato, è sulla strada della distruzione della società stessa attraverso la distruzione del mercato. Il lavoro di Polanyi è un'apoteosi dei mezzi politici.

Che sia a questo che porterebbe il pensiero di Polanyi dovrebbe essere evidente anche dalla sua discussione sul lavoro libero. Per Polanyi, permettere che il lavoro sia un “prodotto” era uno dei peggiori peccati del mercato libero; Polanyi quindi propone di togliere il lavoro dal mercato libero. Ma qual è l'unica alternativa al lavoro libero? È il lavoro non libero, ovvero la servitù. L'uomo al quale non è permesso di essere un lavoratore libero è un servo. Infatti, nell'esaltare il processo (apparentemente tipico della tribù primitiva) di lavorare senza paga, Polanyi esalta precisamente il sistema della schiavitù. Perché cos'è il lavoro non pagato e non libero, se non il lavoro dello schiavo?

Polanyi, come tutti i socialisti, si sforza di insegnarci che la venuta della nuova “società” senza mercato è inevitabile. Quindi, per lui, ogni limitazione del mercato nel secolo recente è venuto come un “riconoscimento” di un bisogno sociale, e non come scelta intenzionale governata da determinate idee ed interessi. Per preservare questo mito, Polanyi critica irosamente coloro che, come Mises, credono che siano state certe ben precise idee e interessi socialisti e restrizionisti a determinare questi interventi del governo nel mercato. Polanyi ha costruito un uomo di paglia chiamandola una teoria “cospirazionista” della storia, che non è affatto. Non è necessaria una cospirazione concordata perché due diversi statisti o socialisti sostengano misure stataliste in due campi differenti (naturalmente, Polanyi inoltre ignora cospirazioni reali molto importanti come quella dei Fabiani). Il risultato fluisce inevitabilmente e “naturalmente” dalle premesse in cui credono i due. Non essendo disposto a discutere le diverse e contrastanti idee in gioco nei problemi del socialismo contro il mercato, Polanyi prova a mettere l'intero affare sul piano del determinismo e dell'inevitabilità sociali, di modo che la volontà umana non svolga ruolo alcuno nel processo.

Come corollario, allora, al suo rifiuto della ragione, Polanyi rifiuta inoltre il libero arbitrio dell'uomo. Invece, la “società” agisce, determina, protegge, riconosce, ecc. in questo modo i veri fattori determinanti dell'azione sono nella società: le idee adottate e perseguite dagli individui, dimenticate, e le luci puntate sulle cosiddette “forze sociali,” la “società,” ecc.

Come tutti i deterministi, Polanyi alla fine si impiglia in gravi contraddizioni. Perché, quando arriva all'approvazione del mercato libero nel diciannovesimo secolo, Polanyi qui sostiene che non si trattò di qualcosa determinato socialmente, ma del riflesso di idee tragicamente errate sostenute dagli ideologi del laissez-faire, che tramite “intervento” nei “naturali” (tribali? di casta?) processi della regolazione di stato, ecc. temporaneamente hanno determinato un mercato libero.

Potrei procedere quasi indefinitamente nella critica dettagliata di Polanyi, ma non c'è ragione di prolungarla troppo oltre. Che con “società” Polanyi intenda la forza e i “mezzi politici” è indicato dai suoi ripetuti avvertimenti che la “realtà sociale” necessariamente debba coinvolgere la forza e la violenza (ma perché non la forza limitata a combattere la forza aggressiva, minimizzando così il ruolo della forza nella società?). Polanyi, rifiutando caustico l'ideale del libero scambio, non si rende conto che sta così rifiutando la pace internazionale, dato che un mondo di nazioni socialiste sarebbe inevitabilmente in conflitto con i piani di ciascuna e precipiterebbe il conflitto d'interessi e le guerre.

Inoltre, rivelatrice è questa citazione: “La cooperazione economica (nel mercato libero libero del diciannovesimo secolo) fu limitata ad istituzioni private vaghe e inefficaci come il libero scambio, mentre la reale collaborazione fra i popoli, cioè, fra i governi, non poté mai essere nemmeno prevista.” (Notate l'identificazione totalitaria di “popoli” e “governi.”) Polanyi vede che la moneta-merce del vecchio gold standard è indispensabile per una vera economia di mercato e quindi sdegnoso la denuncia. Come la maggior parte degli anti-gold standard, dei pro-carta a corso legale, allo stesso tempo dichiara che la moneta è più di una merce (più che solo un “velo”) e molto meno di una merce (la moneta è un semplice “biglietto”). Un'altra contraddizione; in realtà, la moneta è, correttamente, una merce – punto. Polanyi sbaglia inoltre completamente quando dice che il commercio “ha bisogno” di continue dosi d'inflazione, per sostenere il potere d'acquisto, che un gold standard puro non potrebbe fornire e sbaglia ugualmente quando sostiene assurdamente che una banca centrale non è altrettanto deflazionistica, in una contrazione, del puro gold standard senza una tale banca centrale. Una banca centrale è intrinsecamente più inflazionistica, ma quando arriva il giorno del giudizio e deve contrarre (sotto un gold standard) contrae molto più di quanto sarebbe necessario al contrario.

Ancora: Polanyi sembra pensare di aver assestato un gran colpo agli economisti del libero mercato quando dice che il commercio si è sviluppato prima nei canali internazionali ed interregionali e non prima al livello locale e poi in quello internazionale. E allora? Questa non è certamente in alcun senso una confutazione dell'economia del libero mercato. Non è sorprendente che, in un mondo di fattorie e proprietà terriere autosufficienti, i primi commerci siano tra località molto distanti, che sono gli unici posti da cui le fattorie locali possono ottenere determinati prodotti (per esempio, l'Europa occidentale potrebbe ottenere le spezie solo dal Medio Oriente). Questa è, in effetti, una manifestazione dei vantaggi del commercio e della divisione del lavoro, e dello sviluppo del mercato, e non viceversa.

Per concludere, nel capitolo finale, Polanyi prova ad assicurarci che che la sua progettata società collettivista in realtà conserverebbe molte delle “libertà” che, ammette riluttante, l'economia di mercato ci ha portato. Questo capitolo è quasi una presentazione da manuale della più grande confusione sul concetto di “libertà”; e di confusione fra i concetti estremamente distinti di “libertà” e di “potere” (su questa cruciale distinzione, sempre vaga tra i collettivisti, vedi La via della schiavitù di F.A. Hayek).

Molte “libertà” sarebbero mantenute, persino aumentate (dopo tutto, non è un operaio con più soldi più “libero,” e chi si preoccupa per i soldi tolti ai ricchi, in ogni modo?), includendo “libertà” quali il “diritto al lavoro” senza essere discriminato a causa della razza, della religione, o del colore. Non solo Polanyi pensa vanamente, o afferma, che possiamo avere almeno sufficiente “libertà” nella sua società collettivista; egli crede anche, altrettanto vanamente, che possiamo conservare l'industrialismo e la civiltà occidentale. Entrambe le speranze sono vane; in entrambi i casi, Polanyi pensa di poter conservare l'effetto (la libertà di parola, o la civiltà industriale), mentre distrugge la causa (il mercato libero, i diritti della proprietà privata, ecc.) in questo modo, egli pensa non solo come pensano Nehru e Kwame Nkrumah, ma anche allo stesso modo del selvaggio che così entusiasticamente esalta.

Per riassumere: ho letto pochi libri, nella mia vita, più immorali o più fallaci di questo.

Inflazione: una politica fiscale inattuabile

Per chiarire ulteriormente la natura e le nefaste conseguenze dell'inflazione sulle nostre vite riporto le osservazioni fatte da Mises alla Conferenza sull'Economia della Mobilitazione, tenuta a White Sulphur Springs, in West Virginia, il 6-8 aprile 1951, e contenute nel libro Economic Freedom and Interventionism.

Per chi volesse riconoscere i punti analizzati da Mises nella situazione attuale consiglio il recente e bellissimo articolo di Francesco “Barbarie keynesiana” pubblicato da Usemlab.

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Di Ludwig von Mises


Trattando dei problemi riguardanti l'economia della mobilitazione, è innanzitutto necessario rendersi conto che le politiche fiscali hanno raggiunto un punto di svolta.

Negli ultimi decenni tutte le nazioni hanno considerato il reddito ed il patrimonio dei cittadini più ricchi come una riserva inesauribile che può essere sfruttata liberamente. Ogni volta che c'è stata un'esigenza di fondi supplementari, si è provato a raccoglierli riscuotendo tasse pagate dalle fasce di alto reddito. Sembra che ci siano abbastanza soldi per qualsiasi spesa immaginata perché “tartassare i ricchi” un po' di più non pare una cosa dannosa. Dato che i voti di questi ricchi non contano molto nelle elezioni, i membri dei corpi legislativi sono sempre stati pronti ad aumentare la spesa pubblica a loro spese. C'è una citazione francese che dice: les affaires, c'est l'argent des autres. “Gli affari sono i soldi degli altri.” In questi ultimi 60 anni gli affari politici e fiscali sono stati virtualmente soldi “degli altri.” Lasciate che paghino i ricchi, era lo slogan.

La fine di un'era

Oggi questo periodo di storia fiscale è terminato. Con l'eccezione degli Stati Uniti e di alcuni dei domini britannici, quella che è stata chiamata capacità di pagare dei cittadini ricchi è stata completamente assorbita dalle tasse. Da essi non è possibile ottenere nessun fondo ulteriore di qualche importanza. D'ora in poi tutta la spesa pubblica dovrà essere finanziata tassando le masse.

Le nazioni europee interessate non sono ancora ben consapevoli di questo fatto perché hanno trovato un sostituto. Stanno ricevendo gli aiuti del Piano Marshall; il contribuente degli Stati Uniti colma quella lacuna.

In questo paese le cose non sono ancora al punto in cui sono arrivate in altri paesi. È ancora possibile raccogliere 2 o 3 miliardi di dollari supplementari, o forse persino 4 miliardi, aumentando le imposte sulle società e le “tasse sui sovraprofitti” e rendendo l'Imposta sui redditi individuali più progressiva. Ma nelle circostanze attuali, persino 4 miliardi sarebbero soltanto una frazione di ciò di cui il Ministero del Tesoro ha bisogno. Quindi, in questo paese siamo anche alla fine di un periodo di politiche fiscali. L'intera filosofia delle finanze pubbliche deve subire una revisione. Nella considerazione dei pro e dei contro di una proposta di spesa i membri del Congresso non potranno più pensare: i ricchi hanno abbastanza; fate pagare loro. In futuro, dovranno pagare gli elettori dal cui voto i membri del Congresso dipendono.

L'inflazione, un incremento di moneta e credito, non è certamente un mezzo per evitare o posporre per più di un periodo ridotto la necessità di ricorrere a tasse imposte su persone diverse da coloro che appartengono alla minoranza ricca. Se, a titolo d'esempio, mettiamo da parte tutte le obiezioni che possono essere sollevate contro qualsiasi politica inflazionistica, dobbiamo considerare il fatto che l'inflazione non può mai essere qualcosa di più di un espediente provvisorio. L'inflazione non può continuare su un lungo periodo di tempo senza annullare il suo scopo fiscale e concludersi in un completo sfacelo come nel caso della valuta Continental in questo paese, dei mandats territoriaux in Francia e del marco nel 1923 in Germania.

Ciò che permette ad un governo di aumentare i propri fondi con l'inflazione è l'ignoranza del pubblico. La gente deve ignorare il fatto che il governo abbia scelto l'inflazione come sistema fiscale e programmi di mantenere l'inflazione all'infinito. Deve attribuire il rialzo generale dei prezzi a cause diverse dalla politica del governo e deve supporre che i prezzi scenderanno di nuovo in un futuro non troppo lontano. Se questa idea svanisce, l'inflazione porta ad un crollo catastrofico.

Il comportamento della casalinga

Se la casalinga che ha bisogno di un nuovo tegame pensa: “ora i prezzi sono troppo alti; posporrò l'acquisto fino a che non scenderanno di nuovo,” l'inflazione può ancora adempiere il suo scopo fiscale. Finché condivide questa idea, la gente aumenta le proprie giacenze monetarie e i propri conti bancari e una parte dei soldi di recente creazione è assorbita da queste giacenze monetarie e questi conti bancari supplementari; i prezzi sul mercato non aumentano in proporzione all'inflazione.

Ma poi – presto o tardi – arriva una svolta. La casalinga scopre che il governo progetta di continuare ad inflazionare e che conseguentemente i prezzi continueranno ad aumentare sempre di più. Allora ragiona: “oggi non ho bisogno di un nuovo tegame; ne avrò bisogno soltanto l'anno prossimo. Ma dovrei comprarlo ora perché l'anno prossimo il prezzo sarà molto più alto.” Se questa idea si diffonde, che l'inflazione continuerà, allora tutti corrono a comprare. Ognuno è ansioso di ridurre i contanti in suo possesso perché non vuole essere colpito dal calo nel potere d'acquisto dell'unità monetaria. Fa la sua comparsa allora il fenomeno che in Europa è stato chiamato il “fuga nei valori reali.” La gente corre a scambiare i propri soldi di carta in via di svalutazione per qualcosa tangibile, qualcosa reale. La campana suona a morto per il sistema di valuta in questione.

In questo paese ancora non abbiamo raggiunto questo secondo e terminale stadio di ogni inflazione prolungata. Ma se le autorità non abbandoneranno molto presto ogni ulteriore tentativo di aumentare la quantità di denaro in circolazione e di ampliare il credito, un giorno arriveremo allo stesso spiacevole risultato. Non è questione di scegliere fra le tasse e il debito pubblico da un lato e l'inflazione dall'altro per finanziare l'aumento della spesa pubblica. L'inflazione non potrà mai essere uno strumento di politica fiscale sul lungo periodo. L'inflazione continuata conduce inevitabilmente alla catastrofe.

Di conseguenza, non dovremmo sprecare il nostro tempo discutendo dei metodi per controllare i prezzi. Il controllo dei prezzi non può impedire il loro rialzo se c'è l'inflazione. Neppure la pena capitale riuscì a far funzionare il controllo dei prezzi ai tempi dell'imperatore Diocleziano o durante la Rivoluzione Francese. Dobbiamo concentrare i nostri sforzi sul problema di come evitare l'inflazione, non su inutili schemi per celare le sue inesorabili conseguenze.

Le tasse sono la chiave

Quello che serve in tempo di guerra è deviare la produzione ed il consumo dai canali pacifici agli obiettivi militari. Per realizzare ciò, è necessario che il governo tassi i cittadini, per toglier loro i soldi che altrimenti spenderebbero per cose che non devono più comprare e consumare, così che il governo possa spenderli per condurre la guerra.

Al tavolo della prima colazione di ogni cittadino in tempo di guerra si siede un ospite invisibile, per così dire, un soldato che condivide il suo pasto. Nel garage del cittadino è parcheggiata non solo l'automobile di famiglia, ma anche – invisibilmente – un carro armato o un aereo. Il fatto importante è che un soldato ha bisogno di più cibo, vestiti ed altre cose di quelle che usava consumare come civile. E le attrezzature militari si consumano molto più rapidamente delle attrezzature civili. I costi di una guerra moderna sono enormi.

Il metodo adeguato per fornire i fondi di cui il governo ha bisogno per la guerra è, naturalmente, la tassazione. Parte dei fondi può anche essere fornita prendendo in prestito dal pubblico, dai cittadini. Ma se il Ministero del Tesoro aumenta la quantità di denaro in circolazione o i prestiti dalle banche commerciali, inflaziona. L'inflazione può funzionare per un tempo limitato. Ma è il metodo più costoso per finanziare una guerra; è socialmente disgregativo e dovrebbe essere evitato.

Inflazione: un espediente conveniente

Non è necessario soffermarsi sulle conseguenze disastrose dell'inflazione. Tutti concordano su questo. Ma l'inflazione è un espediente molto conveniente per chi sta al potere. È un pratico metodo per deviare il rancore della gente dal governo. Agli occhi delle masse, le grandi aziende, i “profittatori,” i commercianti – non l'amministrazione – appaiono essere i responsabili del rialzo dei prezzi e della conseguente necessità di limitare i consumi.

Forse qualcuno considererà ciò che sto dicendo qui come antidemocratico, reazionario e realismo economico. Ma la verità è che l'inflazione è una misura tipicamente antidemocratica. È una politica di quei governi che non hanno il coraggio dire onestamente alla gente quali sono i costi reali della loro conduzione degli affari.

Un governo veramente democratico dovrebbe dire apertamente agli elettori che devono pagare alte imposte perché le spese sono aumentate considerevolmente. Ma è molto più piacevole per un governo presentare al popolo solo una parte del conto e ricorrere all'inflazione per il resto della sua spesa. Che trionfo se possono dire: il reddito di tutti sta aumentando, ora ognuno ha più soldi in tasca, gli affari vanno a gonfie vele.

Le spesa di deficit non è una nuova invenzione. Durante la maggior parte del diciannovesimo secolo è stato precisamente il metodo fiscale preferito di quei governi che allora non erano considerati democratici e progressivi: l'Austria, l'Italia e la Russia. Il bilancio dell'Austria mostrò un deficit annuo dal 1781 in poi, fino ai tardi anni 80 del diciannovesimo secolo, quando un professore di economia ortodosso, Dunajewski, come ministro delle finanze, ristabilì l'equilibrio di bilancio. Non c'è motivo di essere fieri della spesa di deficit, né di chiamarla progresso.

Alla caccia delle fasce più basse

Se si desidera raccogliere più tasse, sarà necessario porre un peso maggiore sulle classi di reddito più basse, gli strati della società i cui membri consumano la maggior parte della somma totale consumata in questo paese. Finora è stato consueto tassare principalmente le società e gli individui con i redditi più alti. Ma persino una vera confisca di questi redditi coprirebbe soltanto una frazione dei fondi supplementari di cui il paese ha oggi bisogno.

Alcuni esperti hanno dichiarato che è necessario tassare il popolo finché non fa male. Sono in disaccordo con questi sadici. Lo scopo delle tasse non è di far male, ma di raccogliere i fondi di cui il paese ha bisogno per riarmarsi e combattere in Corea. È un triste fatto che gli affari mondiali oggi rendano necessario che il governo obblighi gente abituata a comprare calze di nylon e camice a spostarsi su altri prodotti di Du Pont, vale a dire le munizioni.

Nel suo libro sulla Pace Perpetua, il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) suggerì che al governo dovrebbe essere vietato di finanziare le guerre con il debito. Si aspettava che lo spirito guerresco sarebbe diminuito se ogni paese avesse dovuto pagare in contanti le sue guerre. Tuttavia, nessun'obiezione seria può essere sollevata contro il prestito dal pubblico, da gente che ha risparmiato ed è pronta ad investire nei titoli di Stato. Ma il prestito dalle banche commerciali equivale a stampare banconote supplementari e ad ampliare la quantità di depositi contabili. Quella è inflazione.

Confusione semantica

C'è al giorno d'oggi una confusione semantica molto biasimevole, persino pericolosa, che rende estremamente difficile afferrare la situazione reale per il non esperto. L'inflazione, secondo come questo termine è stato sempre utilizzato dappertutto e particolarmente in questo paese, significa l'aumento della quantità di moneta e di banconote in circolazione e della quantità di depositi bancari. Ma la gente oggi usa il termine “inflazione” per riferirsi al fenomeno che è una conseguenza inevitabile dell'inflazione, la tendenza di tutti i prezzi e tassi salariali ad aumentare. Il risultato di questa deplorevole confusione è che non c'è più un termine per indicare la causa di questo aumento nei prezzi e negli stipendi. Non c'è più alcuna parola disponibile per indicare il fenomeno che, fino ad ora, è stato chiamato inflazione. Ne consegue che nessuno si preoccupa per l'inflazione nel senso tradizionale del termine. Dato che non potete parlare di qualcosa che non ha nome, non potete combatterla. Coloro che fingono di combattere l'inflazione in effetti stanno combattendo soltanto la conseguenza inevitabile dell'inflazione, l'aumento dei prezzi. I loro tentativi sono condannati a fallire perché non attaccano la radice del male. Cercano di tenere i prezzi bassi mentre sono fermamente impegnati in una politica di aumento della quantità di moneta che li farà necessariamente salire. Finché questa confusione tecnologica non sarà interamente eliminata, non ci potrà essere alcun modo per fermare l'inflazione.

Guardate allo sciocco termine, “pressioni inflazionistiche.” Non esiste nessuna “pressione inflazionistica.” O c'è inflazione o l'assenza di inflazione. Se non c'è un aumento nella quantità di moneta e se non c'è espansione del credito, il livello medio dei prezzi e degli stipendi generalmente rimarrà identico. Ma se la quantità di moneta e di credito è aumentata, i prezzi e gli stipendi devono aumentare, qualunque cosa il governo possa decretare. Se non c'è inflazione, il controllo dei prezzi è superfluo. Se c'è inflazione, il controllo dei prezzi è un inganno, un'impresa disperata.

È il governo che produce la nostra inflazione. La politica del Ministero del Tesoro, e nient'altro.

Si è molto parlato della necessità, e delle virtù, del controllo diretto.

Abbiamo imparato che preservano la libertà dell'individuo di scegliere il droghiere che preferisce. Non voglio esaminare che valore può essere legato al controllo diretto da un punto di vista metafisico. Voglio soltanto sottolineare un fatto: come mezzo per impedire e combattere l'inflazione o le sue conseguenze, il controllo diretto è assolutamente inutile.

Saturday, March 8, 2008

Depressioni economiche: la causa e la cura

Di Murray N. Rothbard


Viviamo in un mondo di eufemismi. I becchini sono diventati “impresari di pompe funebri,” gli agenti di stampa sono ora “consiglieri di pubbliche relazioni” ed i portieri sono stati tutti trasformati in “soprintendenti.” In ogni settore, i semplici fatti sono stati avvolti in nebulosi travestimenti.

Non di meno è stato così per l'economia. Ai vecchi tempi, eravamo abituati a soffrire crisi economiche quasi periodiche, l'inizio improvviso delle quali era chiamato “panico,” ed il prolungato periodo depresso dopo il panico era chiamato “depressione.”

La depressione più famosa nei tempi moderni, naturalmente, è stata quella che cominciò con un tipico panico finanziario nel 1929 e durò fino all'avvento della Seconda Guerra Mondiale. Dopo il disastro del 1929, gli economisti ed i politici decisero che questo non doveva accadere mai più. Il modo più facile per riuscire in questa risoluzione era, semplicemente, di eliminare le “depressioni” dall'esistenza. Da quel punto in avanti, l'America non avrebbe sofferto ulteriori depressioni. Perché quando la prossima dura depressione arrivò, nel 1937-38, gli economisti si rifiutarono semplicemente di usare il terribile nome, e fornirono una nuova, molto più morbida parola: “recessione.” Da lì in poi, siamo passati per parecchie recessioni, ma non una sola depressione.

Ma abbastanza presto la parola “recessione” è anch'essa diventata troppo dura per la fragile sensibilità del pubblico americano. Ora sembra che abbiamo avuto nostra ultima recessione nel 1957-58. Perché da allora, abbiamo avuto soltanto “cali,” o, ancora meglio, “rallentamenti,” o “spostamenti laterali.” Così siate sereni; d'ora in poi, le depressioni e perfino le recessioni sono state proscritte dalla volontà semantica degli economisti; d'ora in poi, il peggio che ci possa mai capitare sono dei “rallentamenti.” Tali sono le meraviglie della “Nuova Economia.”

Per 30 anni, gli economisti della nostra nazione hanno adottato la visione del ciclo economico tenuta dal tardo economista britannico, John Maynard Keynes, che creò l'Economia Keynesiana, o “Nuova Economia,” nel suo libro, la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, pubblicato nel 1936. Sotto i loro diagrammi, la matematica e il gergo disordinato, l'atteggiamento dei keynesiani verso l'espansione e la correzione è di pura semplicità, persino di naivete. Se c'è inflazione, allora la causa si suppone sia la “spesa eccessiva” da parte del pubblico; la cura presunta è che il governo, l'autonominato stabilizzatore e regolatore dell'economia della nazione, imponga alla gente di spendere di meno, “assorbendo il loro eccesso di potere d'acquisto” con l'aumento delle tasse. Se c'è una recessione, d'altro canto, questa è stato causata da insufficienti spese private e la cura adesso è che il governo aumenti la propria spesa, preferibilmente con i deficit, aggiungendola quindi al flusso aggregato di spesa della nazione.

L'idea che l'aumento della spesa pubblica o i soldi facili sia un “bene per gli affari” e che i tagli di bilancio o i soldi più difficili siano un “male” pervade persino i giornali e le riviste più conservatori. Queste pubblicazioni inoltre prenderanno per certo che sia un sacro dovere del governo federale dirigere il sistema economico sulla stretta strada fra gli abissi della depressione da un lato e dell'inflazione dall'altro, dato che l'economia di mercato si presume che tenda sempre a soccombere ad uno di questi mali.

Tutte le attuali scuole di economia hanno la stessa attitudine. Notate, per esempio, il punto di vista del dott. Paul W. McCracken, il prossimo presidente del Consiglio dei Consulenti Economici del presidente Nixon. In un'intervista al New York Times subito dopo aver assunto la carica [il 24 gennaio 1969], il dott. McCracken ha asserito che uno dei principali problemi economici che la nuova amministrazione deve affrontare è “come raffreddare questa economia inflazionistica senza allo stesso tempo provocare inaccettabili livelli di disoccupazione. In altre parole, se l'unica cosa che vogliamo fare è raffreddare l'inflazione, questo potrebbe essere fatto. Ma le nostre tolleranze sociali sulla disoccupazione sono ristrette.” E ancora: “Penso che qui noi dobbiamo trovare la nostra strada. Noi non abbiamo realmente molta esperienza nel provare a raffreddare un'economia in modo ordinato. Abbiamo pestato sui freni nel 1957, ma, naturalmente, abbiamo ottenuto un allentamento sostanziale nell'economia.”

Notate l'attitudine fondamentale del Dott. McCracken verso l'economia: notevole solo in quanto condivisa da quasi tutti gli economisti di oggi. L'economia è trattata come un paziente potenzialmente guaribile, ma sempre problematico e recalcitrante, con una tendenza continua ad ricadere in maggiore inflazione o disoccupazione. La funzione del governo è di essere il vecchio, saggio manager e medico, sempre vigile, sempre al lavoro per mantenere il paziente economico in buone condizioni. Comunque, qui il paziente economico si suppone chiaramente essere l'oggetto, ed il governo come “medico” il padrone.

Era non molto tempo fa che questo genere di atteggiamento e di politica veniva chiamato “socialismo”; ma viviamo in un mondo di eufemismi, ed ora utilizziamo etichette di gran lunga meno dure, come “moderazione” o “libera impresa illuminata.” Viviamo ed impariamo.

Quali sono, dunque, le cause delle depressioni periodiche? Dobbiamo rimanere sempre agnostici circa le cause delle espansioni e delle contrazioni? È realmente vero che i cicli economici sono radicati in profondità all'interno dell'economia di mercato e che quindi una qualche forma di pianificazione di governo è necessaria se desideriamo mantenere l'economia all'interno di un certo genere di limiti stabili? Le espansioni e delle contrazioni semplicemente accadono, o una fase del ciclo scorre logicamente dall'altra?

L'atteggiamento che attualmente va di moda nei confronti dei del ciclo economico risale, in realtà, a Karl Marx. Marx vide che, prima della Rivoluzione Industriale di circa il tardo XVIII secolo, non c'erano state espansioni e contrazioni regolarmente ricorrenti. Ci sarebbe stata una crisi economica improvvisa ogni volta che un certo re avesse fatto una guerra o confiscato la proprietà dei suoi sudditi; ma non c'era segno dei peculiari fenomeni moderni delle oscillazioni generali e ragionevolmente regolari nelle fortune negli affari, delle espansioni e delle contrazioni. Poiché questi cicli sono inoltre comparsi sulla scena quasi nello stesso momento dell'industria moderna, Marx concluse che i cicli economici erano una caratteristica inerente dell'economia di mercato capitalista. Tutte le varie scuole correnti di pensiero economico, a prescindere dalle loro altre differenze ed alle differenti cause che attribuiscono al ciclo, concordano su questo punto vitale: che questi cicli economici nascono in qualche luogo in profondità all'interno dell'economia di mercato. La colpa è dell'economia di mercato. Karl Marx credeva che le depressioni periodiche sarebbero diventate sempre peggiori, fino a muovere le masse alla rivolta e alla distruzione del sistema, mentre gli economisti moderni credono che il governo possa stabilizzare con successo le depressioni ed il ciclo. Ma tutti le parti sono d'accordo che il difetto si trova in profondità all'interno dell'economia di mercato e che se c'è qualcosa che può salvare la situazione, dev'essere una qualche forma di massiccio intervento del governo.

Ci sono, tuttavia, alcuni problemi critici nell'assunto che l'economia di mercato sia la colpevole. Perché la “teoria economica generale” ci insegna che la domanda e l'offerta tendono sempre ad essere in equilibrio nel mercato e che quindi i prezzi dei prodotti così come i fattori che contribuiscono alla produzione tendono sempre verso un certo punto di equilibrio. Anche se delle variazioni dei dati, che avvengono continuamente, impediscono sempre che l'equilibrio venga raggiunto, non c'è niente nella teoria generale del sistema di mercato che giustifica delle fasi regolari e ricorrenti di espansione e contrazione del ciclo economico. Gli economisti moderni “risolvono” questo problema semplicemente mantenendo la loro teoria generale del mercato e dei prezzi e la loro teoria del ciclo economico in compartimenti separati e sigillati, con i due che non si riuniscono mai, ancor meno si integrano a vicenda. Gli economisti, purtroppo, hanno dimenticato che c'è soltanto un'economia e quindi soltanto una teoria economica integrata. Nè la vita economica nè la struttura della teoria può o dovrebbe essere in compartimenti stagni; la nostra conoscenza dell'economia o è un intero integrato o non è. Tuttavia la maggior parte degli economisti sono soddisfatti di applicare teorie per l'analisi generale dei prezzi e per i cicli economici completamente separate e, effettivamente, reciprocamente esclusive. Non possono essere veri scienziati economici finché che sono soddisfatti di continuare a lavorare in questo modo primitivo.

Ma ci sono problemi ancora più gravi con il metodo attualmente alla moda. Gli economisti inoltre non vedono un problema particolarmente critico perché non si preoccupano di quadrare le loro teorie del ciclo economico e dei prezzi generali: il fallimento peculiare della funzione imprenditoriale in tempi di crisi economica e depressione. Nell'economia di mercato, una delle funzioni più vitali dell'uomo d'affari è di essere un “imprenditore,” un uomo che investe nei metodi produttivi, che compra attrezzature e assume forza lavoro per produrre qualcosa che non è sicuro che gli procurerà un ritorno. In breve, la funzione imprenditoriale è la funzione di previsione del futuro incerto. Prima di intraprendere qualsiasi investimento o linea di produzione, l'imprenditore, o “impresario,” deve valutare i costi futuri e presenti e i redditi futuri e quindi valutare se e quanto profitto guadagnerà dall'investimento. Se prevede bene e significativamente meglio dei suoi concorrenti in affari, otterrà dei profitti dal suo investimento. Migliori le sue previsioni, più alti i profitti che guadagnerà. Se, d'altro canto, è un cattivo pronosticatore e sopravvaluta la richiesta del suo prodotto, soffrirà delle perdite ed abbastanza presto sarà spinto fuori dal commercio.

L'economia di mercato, allora, è un'economia di profitti e di perdite, in cui l'acume e l'abilità degli imprenditori di affari sono misurate dai profitti e dalle perdite che raccolgono. L'economia di mercato, inoltre, contiene un meccanismo incorporato, un genere di selezione naturale, che assicura la sopravvivenza e la prosperità del migliore nelle previsioni economiche e la raschiatura dei peggiori. Perché maggiori sono i profitti raccolti dai migliori pronosticatori, maggiori diventano le loro responsabilità negli affari, e più avranno a disposizione da investire nel sistema produttivo. Dall'altro lato, alcuni anni di perdite subite spingeranno i pronosticatori e gli imprenditori peggiori fuori dagli affari e li spingeranno nella truppa degli impiegati stipendiati.

Se, allora, l'economia di mercato ha un meccanismo incorporato di selezione naturale per i buoni imprenditori, questo significa che, generalmente, non ci dovremmo aspettare molte aziende che subiscono perdite. E, infatti, se osserviamo l'economia in un giorno o un anno medio, troveremo che le perdite non sono molto diffuse. Ma, in quel caso, il fatto strano che bisogna spiegare è questo: Com'è che, periodicamente, nei momenti all'inizio delle recessioni e particolarmente nelle ripide depressioni, il mondo degli affari sperimenta improvvisamente un enorme grappolo di gravi perdite? Arriva un momento in cui le aziende, gli imprenditori in precedenza molto astuti nella loro capacità di realizzare profitti ed evitare le perdite, in modo improvviso e sconcertante si trovano, quasi tutti, a soffrire delle perdite severe ed inspiegabili? Come mai? Qui c'è un fatto molto importante che ogni teoria delle depressioni deve spiegare. Una spiegazione come “sottoconsumo” – un calo nelle spese totali dei consumatori – non è sufficiente, per una cosa, perché ciò che necessità di essere spiegato è perché gli uomini d'affari, in grado di prevedere ogni tipo di cambiamento e di sviluppo economico precedenti, si dimostrano completamente e catastroficamente incapaci di prevedere questo presunto calo nella domanda dei consumatori. Perché questo guasto improvviso nell'abilità di prevedere?

Un'adeguata teoria delle depressioni, allora, deve tener conto della tendenza dell'economia a muoversi attraverso successive espansioni e contrazioni, senza mostrare segni di stabilirsi in una qualche approssimativa situazione di equilibrio dal movimento scorrevole, o quietamente progressivo. In particolare, una teoria della depressione deve tener conto del gigantesco gruppo di errori che compare rapidamente ed improvvisamente ad un certo punto della crisi economica e indugia nel periodo di depressione fino al recupero. E c'è un terzo fatto universale di cui una teoria del ciclo deve tener conto. Invariabilmente, espansioni e contrazioni sono molto più intense e gravi nelle “industrie dei beni capitali” – industrie che fanno macchine ed attrezzature, che producono materie prime industriali o costruiscono gli impianti industriali – che nelle industrie che producono beni di consumo. Qui c'è un altro fatto della vita del ciclo economico che deve essere spiegato – ed ovviamente non può essere spiegato da teorie della depressione come la popolare dottrina del sottoconsumo: che i consumatori non spendono abbastanza in beni di consumo. Perché se il colpevole è la spesa insufficiente, allora come mai le vendite al dettaglio sono quelle che cadono per ultime e di meno in una depressione, e come mai la depressione in effetti colpisce le fabbriche di macchine utensili, beni strumentali, costruzione e materie prime? Per contro, sono queste industrie che realmente prendono il volo nelle fasi inflazionistiche dell'espansione del ciclo economico e non le aziende che servono il consumatore. Un'adeguata teoria del ciclo economico, allora, deve anche spiegare l'intensità ben maggiore delle espansioni e delle contrazioni nelle industrie di beni non di consumo, o “beni produttivi.”

Fortunatamente, una teoria corretta della depressione e del ciclo economico esiste, anche se è universalmente trascurata nell'economia attuale. Pure, ha una lunga tradizione nel pensiero economico. Questa teoria cominciò con il filosofo ed economista scozzese del XVIII secolo David Hume e con l'eminente economista classico inglese del primo XIX secolo David Ricardo. Essenzialmente, questi teorici videro che un'altra istituzione cruciale si era sviluppata a metà del XVIII secolo, accanto al sistema industriale. Era l'istituzione delle attività bancarie, con la sua capacità di ampliare il credito e la massa monetaria (in primo luogo, sotto forma di soldi di carta, o banconote, e più successivamente sotto forma di depositi a vista, o conti correnti, immediatamente redimibili in contanti alla banca). Erano le operazioni di queste banche commerciali, come questi economisti avevano visto, la chiave per i misteriosi cicli ricorrenti di espansione e contrazione, o di boom and bust, che aveva disorientato gli osservatori fin dalla metà del XVIII secolo.

L'analisi ricardiana del ciclo economico diceva più o meno così: le monete naturali che emergono come tali sul mercato libero mondiale sono prodotti utili, in genere oro ed argento. Se la moneta fosse limitata semplicemente a questi prodotti, l'economia funzionerebbe nel complesso come fa in mercati particolari: un regolare assestamento della domanda e dell'offerta e quindi nessun ciclo di espansioni e contrazioni. Ma l'iniezione di credito bancario aggiunge un altro elemento cruciale e disgregativo. Perché la banca espande il credito e quindi la moneta bancaria sotto forma di note o depositi che sono teoricamente redimibili a richiesta in oro, ma in pratica chiaramente non lo sono. Per esempio, se una banca ha 1000 once di oro nei suoi forzieri ed emette ricevute di deposito istantaneamente redimibili per 2500 once di oro, ha chiaramente emesso 1500 once più di quante possa eventualmente riacquistare. Ma a condizione che non si verifichi una concertata “corsa” alla banca per incassare queste ricevute, le sue ricevute di deposito funzionano sul mercato come equivalenti ad oro, e quindi la banca ha potuto ampliare la massa monetaria del paese di 1500 once d'oro.

Le banche, allora, cominciano allegramente ad ampliare il credito, dato che più lo ampliano maggiori saranno i loro profitti. Questo provoca l'espansione della massa monetaria all'interno di un paese, diciamo l'Inghilterra. Con l'aumento di fornitura di moneta di carta e bancaria in Inghilterra, i redditi nominali e le spese degli inglesi aumentano, e l'aumento di soldi spinge in alto i prezzi delle merci inglesi. Il risultato è inflazione e un'espansione [boom] all'interno del paese. Ma questa espansione inflazionistica, mentre procede allegramente per la sua strada, sparge i semi della propria fine. Perché mentre la massa monetaria ed i redditi inglesi aumentano, gli inglesi cominciano a comprare più merci dall'estero. Ancora, con i prezzi inglesi che salgono, le merci inglesi cominciano a perdere la loro competitività con i prodotti di altri paesi che non hanno inflazionato, o lo hanno fatto ad un grado minore. Gli inglesi cominciano a comprare di meno nel paese e più all'estero, mentre gli stranieri comprano di meno in Inghilterra e più nel loro paese; il risultato è un deficit nella bilancia dei pagamenti inglese, con le esportazioni inglesi che cadono nettamente sotto le importazioni. Ma se le importazioni superano le esportazioni, questo significa che i soldi devono uscire dall'Inghilterra verso i paesi stranieri. E di quali soldi si tratterà? Certamente le banconote o i depositi non inglesi, dato che i francesi o i tedeschi o gli italiani hanno poco o nessun interesse nella tenere i loro fondi bloccati nelle banche inglesi. Questi stranieri quindi prenderanno le loro banconote e depositi e li presenteranno alla banca inglese per la redenzione in oro – e l'oro sarà il tipo di moneta che tenderà ad uscire con insistenza dal paese mentre l'inflazione inglese continua sulla sua strada. Ma questo significa che i soldi inglesi di credito bancario si staranno sempre più accumulando in cima ad una piramide la cui base d'oro diminuisce costantemente nei forzieri delle banche inglesi. Come l'espansione continua, la nostra ipotetica banca amplierà l'emissione delle proprie ricevute di deposito da, diciamo 2500 once, a 4000 once, mentre la sua base d'oro diminuisce a, diciamo, 800. Con l'intensificazione di questo processo, la banca finalmente si spaventerà. Perché le banche, dopo tutto, sono costrette a redimere i loro debiti in contanti, e i loro contanti se ne stanno andando velocemente mentre i loro debiti si accumulano. Quindi, le banche finalmente perderanno la calma, arresteranno la loro espansione del credito e per salvarsi, contrarranno i prestiti bancari in sospeso. Spesso, questa ritirata è precipitata in bancarotta dalla corsa alla banca del pubblico, che a sua volta stava diventando sempre più nervoso per la condizione mai più vacillante delle banche della nazione.

La contrazione bancaria inverte la situazione economica; contrazione e crollo [bust] seguono l'espansione. Le banche abbassano la cresta e le aziende soffrono mentre monta la pressione per il rimborso e la contrazione del debito. Il calo nella fornitura di moneta bancaria, a sua volta, conduce ad un calo generale dei prezzi inglesi. Come la massa monetaria e i redditi calano, e i prezzi inglesi sprofondano, le merci inglesi diventano relativamente più attraenti rispetto ai prodotti stranieri e la bilancia dei pagamenti si inverte, con le esportazioni che superano le importazioni. Con l'oro che ora scorre nel paese e con la contrazione della moneta bancaria in cima ad una base d'oro in espansione, la condizione delle banche diventa molto più solida.

Questo è, allora, il significato della fase di depressione del ciclo economico. Si noti che è una fase che nasce, inevitabilmente nasce, dal precedente boom espansivo. È l'inflazione precedente che rende la fase di depressione necessaria. Possiamo vedere, per esempio, che la depressione è il processo tramite cui l'economia di mercato corregge, elimina gli eccessi e le distorsioni dell'espansione inflazionistica precedente e ristabilisce una condizione economica sana. La depressione è la reazione sgradevole ma necessaria alle distorsioni ed agli eccessi dell'espansione precedente.

Perché, allora, il ciclo successivo comincia? Perché i cicli economici tendono ad essere ricorrenti e continui? Perché quando le banche hanno recuperato abbastanza bene e sono in una condizione più sana, sono allora in una posizione sicura per procedere nel loro percorso naturale di espansione del credito bancario, ed il prossimo boom procede sulla sua strada, spargendo i semi per l'inevitabile crollo seguente.

Ma se le attività bancarie sono la causa del ciclo economico, non sono anche le banche una parte dell'economia di mercato privata, e non possiamo quindi dire che il libero mercato è ancora il colpevole, pur se soltanto nel segmento delle attività bancarie di quel libero mercato? La risposta è no, perché le banche, per una ragione, non potrebbero mai ampliare il credito di concerto se non fosse per l'intervento e l'incoraggiamento del governo. Perché se le banche fossero davvero competitive, ogni espansione del credito di una banca si accumulerebbe rapidamente sui debiti di quella banca verso i relativi concorrenti, ed i suoi concorrenti chiederebbero rapidamente alla banca in espansione di redimerli in contanti. In breve, una banca rivale richiederebbe la redenzione in oro o contanti come fanno gli stranieri, salvo che il processo è molto più veloce e trancerebbe qualsiasi incipiente inflazione nel boccio prima ancora che possa cominciare. Le banche possono espandersi confortevolmente all'unisono soltanto quando esiste una banca centrale, essenzialmente una banca governativa, che gode di un monopolio del governo, e di una posizione privilegiata imposta dal governo sull'intero sistema bancario. È solo da quando è stata stabilita una banca centrale che le banche hanno potuto espandersi per tutto il tempo ed il familiare ciclo economico ha avuto il suo inizio nel mondo moderno.

La banca centrale acquista il suo controllo sul sistema bancario da misure governative quali: rendere le sue proprie passività moneta a corso legale per tutti i debiti ed esigible nelle tasse; garantire alla banca centrale il monopolio dell'emissione delle banconote, contrapposte ai depositi (in Inghilterra la Banca d'Inghilterra, la banca centrale stabilita dal governo, aveva il monopolio legale delle banconote nella zona di Londra); o con il chiaro obbligo per le banche di usare la banca centrale come loro cliente per il deposito delle loro riserve di contanti (come negli Stati Uniti ed il loro sistema della Riserva Federale). Non che le banche protestino per questo intervento; perché è l'istituzione della banca centrale che permette l'espansione a lungo termine del credito bancario, dal momento che l'espansione delle banconote della banca centrale fornisce un'aggiunta alle riserve di contanti per l'intero sistema bancario e consente a tutte le banche commerciali di ampliare insieme il loro accreditamento. La banca centrale funziona come un accogliente cartello obbligatorio bancario per espandere le passività delle banche; e le banche possono quindi espandere una più grande base di contanti sotto forma di banconote della banca centrale così come d'oro.

Così ora vediamo, infine, che il ciclo economico è determinato, non da qualche misterioso fallimento dell'economia del libero mercato, ma proprio l'opposto: con l'intervento sistematico del governo nel processo del mercato. L'intervento del governo determina l'espansione bancaria e l'inflazione e, quando l'inflazione termina, la successiva depressione-correzione entra in gioco.

a teoria ricardiana del ciclo economico afferrava gli elementi essenziali di una teoria corretta del ciclo: la natura ricorrente delle fasi del ciclo, la depressione come intervento di correzione nel mercato piuttosto che dall'economia del libero mercato. Ma due problemi erano fino ad ora rimasti inspiegati: perché questo mucchio improvviso di errori nel mercato, il fallimento improvviso della funzione imprenditoriale, e perché le fluttuazioni sono notevolmente maggiori nelle industrie dei beni produttivi che in quelle di beni di consumo? La teoria ricardiana spiegava soltanto i movimenti nel livello di prezzi, nel commercio generale; non c'era indizio di spiegazione delle reazioni molto diverse nelle industrie di beni capitale e di beni di consumo.

La teoria corretta e interamente sviluppata del ciclo economico è stata infine scoperta ed esposta dall'economista austriaco Ludwig von Mises, quando era un professore all'università di Vienna. Mises ha sviluppato gli indizi della sua soluzione al problema vitale del ciclo economico nel suo monumentale Teoria della moneta e del credito, pubblicato nel 1912 e ancora, quasi 60 anni dopo, il migliore libro sulla teoria della moneta e delle attività bancarie. Mises ha sviluppato la sua teoria del ciclo durante gli anni 20 ed è stato portato al mondo anglofono dal suo seguace principale, Friedrich A. von Hayek, che arrivò da Vienna per insegnare alla Scuola di Economia di Londra all'inizio degli anni 30 e che ha pubblicato, in tedesco ed in inglese, due libri che applicano ed elaborano la teoria del ciclo di Mises: Teoria monetaria e il ciclo economico e Prezzi e produzione. Dato che Mises e Hayek erano austriaci, ed anche perché rientravano nella tradizione dei grandi economisti austriaci del XIX secolo, questa teoria è conosciuta come la teoria “austriaca” (o “monetaria del sovrainvestimento”) del ciclo economico.

Costruendo sui ricardiani, sulla teoria generale “austriaca,” e sul suo proprio genio creativo, Mises ha sviluppato la seguente teoria del ciclo economico:

Senza espansione di credito bancario, la domanda e l'offerta tendono ad equilibrarsi attraverso il sistema libero di prezzi, e nessuna espansione o contrazione cumulative può quindi svilupparsi. Ma allora il governo per mezzo della propria banca centrale stimola l'espansione di credito bancario ampliando le passività della banca centrale e quindi le riserve di contanti di tutte le banche commerciali della nazione. Le banche allora continuano ad espandere il credito e di conseguenza la massa monetaria della nazione sotto forma di note di deposito. Come i ricardiani hanno visto, questa espansione della moneta bancaria spinge in alto i prezzi delle merci e causa quindi l'inflazione. Ma, Mises ha mostrato, fa anche qualcos'altro e qualcosa ancor più sinistro. L'espansione di credito bancario, versando nuovi fondi di prestito nel mondo degli affari, abbassa artificialmente il tasso di interesse nell'economia sotto il suo livello del libero mercato.

Sul mercato libero e non ostacolato, il tasso di interesse è determinato puramente dalle “ preferenze temporali” di tutti gli individui che compongono l'economia di mercato. Perché l'essenza di un prestito è che un “bene attuale” (denaro che può essere usato nel presente) viene scambiato per un “bene futuro” (una promessa che può essere usata soltanto in un certo momento nel futuro). Poiché la gente preferisce sempre i soldi subito alla presente prospettiva di ottenere la stessa quantità di soldi in un certo momento nel futuro, il bene presente comanda sempre un premio nel mercato rispetto a quello futuro. Questo premio è il tasso di interesse e la sua altezza varierà secondo il grado a cui le persone preferiscono il presente al futuro, ovvero, il grado delle loro preferenze temporali.

Le preferenze temporali delle persone determinano inoltre il limite fino al quale la gente risparmierà ed investirà, rispetto a quanto consumerà. Se le preferenze temporali delle persone dovessero cadere, ovvero, se il loro grado di preferenza per il presente rispetto al futuro scende, allora tenderanno a consumare di meno ora e a risparmiare e ad investire di più; allo stesso tempo e per lo stesso motivo, anche il tasso di interesse, il tasso di sconto temporale, scenderà. Lo sviluppo economico si verifica in gran parte come risultato della caduta dei tassi della preferenza temporale, che conduce ad un aumento proporzionale di risparmio e investimento rispetto al consumo, ed anche ad un calo del tasso d'interesse.

Ma che cosa accade quando il tasso di interesse scende, non a causa di preferenze temporali più basse e di un maggiore risparmio, ma per l'interferenza del governo che promuove l'espansione di credito bancario? In altre parole, se il tasso di interesse
scende artificialmente, a causa di un intervento, piuttosto che naturalmente, come conseguenza dei cambiamenti nelle valutazioni e nelle preferenze del pubblico dei consumatori?

Quello che succede è un pasticcio. Perché gli uomini d'affari, vedendo scendere il tasso di interesse, reagiscono come sempre e farebbero e dovrebbero fare di fronte ad un tale cambiamento dei segnali del mercato: investono di più nel capitale e nei beni produttivi. Gli investimenti, specialmente in progetti che consumano tempo, che in precedenza sembravano non redditizi appaiono ora vantaggiosi, a causa del calo del peso dell'interesse. In breve, gli uomini d'affari reagiscono come reagirebbero se il risparmio fosse veramente aumentato: ampliano il loro investimento in attrezzature durevoli, in beni di investimento, in materia prima industriale, nella costruzione rispetto alla loro produzione diretta di beni di consumo.

Le aziende, in breve, prendono in prestito felicemente la moneta bancaria recentemente espansa che arriva a tassi più convenienti; usano i soldi per investire in beni capitali, e alla fine questi soldi vengono pagati in più alti affitti e in più alti stipendi agli operai nelle industrie di beni capitali. L'aumentata richiesta delle aziende spinge in alto i costi della manodopera, ma le aziende pensano di poter pagare questi costi più alti perché sono stati imbrogliati dall'intervento governativo-bancario nel mercato dei prestiti e dalla sua
alterazione decisivamente importante del segnale del tasso d'interesse del mercato.

Il problema arriva non appena gli operai ed i proprietari – in gran parte i primi, poiché la maggior parte del reddito lordo delle aziende è pagato nei salari - cominciano a spendere la nuova moneta bancaria che hanno ricevuto sotto forma di stipendi più alti. Perché le preferenze temporali del pubblico non si sono davvero abbassate; il pubblico non vuole risparmiare di più. Così gli operai hanno cominciato a consumare la maggior parte del loro nuovo reddito, in breve per ristabilire le vecchie proporzioni di risparmio/consumo. Ciò significa che riorientano le spese nuovamente verso le industrie di beni di consumo e non risparmiano e investono abbastanza per comprare le macchine di nuova produzione, i beni strumentali, le materie prime industriali, ecc. Tutto questo si rivela come un'improvvisa depressione acuta e continua nelle industrie dei beni produttivi. Una volta che i consumatori hanno ristabilito le loro proporzioni desiderate di consumo/investimento, si rivela così che le aziende avevano investito troppo nei beni capitali e sottoinvestito nei beni di consumo. Le aziende sono state sedotte dall'alterazione governativa e dall'abbassamento artificiale del tasso di interesse, e si sono comportate come se fosse a disposizione un maggior risparmio per investimenti che in realtà non c'era. Non appena la nuova moneta bancaria è filtrata nel sistema ed i consumatori hanno ristabilito le loro vecchie proporzioni, è stato evidente che non c'era sufficiente risparmio per comprare tutti i beni produttivi, e che le aziende avevano investito
male il limitato risparmio disponibile. Le aziende avevano investito in modo eccessivo in beni capitali ed sottoinvestito nei generi di consumo.

L'espansione inflazionistica conduce così a distorsioni del sistema della produzione e dei prezzi. I prezzi delle materie prime e del lavoro nelle industrie di beni capitali sono stati spinti durante l'espansione troppo in alto per essere vantaggiosi una volta che i consumatori abbiano riaffermato le loro vecchie preferenze consumo/investimento. La “depressione” allora è vista come la fase necessaria e salutare con cui l'economia di mercato può tirarsi fuori dalla palude e liquidare gli investimenti sbagliati e antieconomici dell'espansione e ristabilire quelle proporzioni fra consumo ed investimento che veramente sono desiderate dai consumatori. La depressione è il processo doloroso ma necessario tramite cui il mercato libero abbandona gli eccessi e gli errori dell'espansione e ristabilisce l'economia di mercato nella sua funzione di servizio efficiente per la massa dei consumatori. Dal momento che i prezzi dei fattori di produzione si sono alzati troppo nell'espansione, questo significa che al prezzo del lavoro e delle merci in queste industrie di beni capitali dev'essere permesso di scendere fino a riprendere gli adeguati rapporti del mercato.

Dato che gli operai riscuotono in modo ragionevolmente rapido la nuova moneta sotto forma di più alti salari, com'è possibile che le espansioni possano durare per anni senza rivelare i loro investimenti sbagliati, senza che i loro errori dovuti all'alterazione dei segnali del mercato diventino evidenti, così che il processo di depressione-correzione cominci il suo lavoro? La risposta è che le espansioni sarebbero di
durata molto più breve se l'espansione del credito bancario e la caduta successiva del tasso di interesse sotto il livello del libero mercato non fossero state un unico affare. Ma il punto è che l'espansione del credito non è unica; continua senza sosta, non concedendo mai ai consumatori la possibilità di ristabilire le loro proporzioni preferite di consumo e di risparmio, non permettendo mai che l'incremento dei costi nelle industrie di beni capitali si agganci al rialzo inflazionistico dei prezzi. Come il ripetuto doping di un cavallo, l'espansione è mantenuta nel suo corso sempre davanti alla sua inevitabile punizione, con dosi ripetute dello stimolante del credito bancario. È soltanto quando l'espansione del credito bancario deve infine arrestarsi, o perché la condizione delle banche sta diventando precaria o perché il pubblico comincia a vacillare davanti alla continua inflazione, che arriva infine la punizione dell'espansione. Non appena l'espansione del credito si arresta, il pifferaio dev'essere pagato e gli inevitabili riaggiustamenti liquidano gli errati eccessi di investimento dell'espansione, con la riaffermazione di una maggiore enfasi proporzionale sulla produzione dei beni di consumo.

Quindi, la teoria misesiana del ciclo economico tiene conto di tutti i nostri enigmi: la natura ripetuta e ricorrente del ciclo, l'enorme mucchio di errori imprenditoriali, l'intensità ben maggior dell'espansione e della contrazione nelle industrie dei beni capitali.

Mises, quindi, assegna con esattezza la colpa per il ciclo sull'espansione inflazionistica del credito bancario azionata per mezzo dell'intervento del governo e della sua banca centrale. Cosa dice Mises su ciò che dovrebbe esser fatto, diciamo dal governo, una volta che la depressione arriva? Qual è il ruolo del governo nella cura della depressione? In primo luogo, il governo deve cessare di inflazionare appena possibile. È vero che questo porterà inevitabilmente l'espansione inflazionistica ad un brusco arresto e comincerà l'inevitabile recessione o depressione. Ma più a lungo il governo aspetta a farlo, peggiori dovranno essere i riaggiustamenti necessari. Prima si arriva alla depressione-correzione, meglio è. Questo significa, anche, che il governo non deve provare mai a risollevare le situazioni di aziende non sane; non deve mai salvare o prestare soldi alle aziende in difficoltà. Farlo prolungherà semplicemente l'agonia e convertirà una fase acuta e rapida di depressione in malattia prolungata e cronica. Il governo non deve provare mai ad alzare i tassi dei salari o i prezzi dei beni capitali; agire in tal modo prolungherebbe indefinitamente e ritarderebbe il completamento del processo di depressione-correzione; causerebbe una depressione indefinita e prolungata e disoccupazione di massa nelle industrie dei vitali beni capitali. Il governo non deve provare a inflazionare ancora, per uscire della depressione. Perché anche se questa nuova inflazione avesse successo, seminerebbe soltanto maggiori difficoltà più avanti. Il governo non deve fare niente per incoraggiare il consumo e non deve aumentare la propria spesa, perché questo accrescerebbe ulteriormente il rapporto sociale di consumo/investimento. In effetti, tagliare il bilancio pubblico migliorerebbe tale rapporto. Quello di cui l'economia ha bisogno non sono maggiori spese di consumo ma maggior risparmio, per convalidare alcuni degli eccessivi investimenti dellespansione.

Quindi, ciò che il governo dovrebbe fare, secondo l'analisi misesiana della depressione, è assolutamente niente. Dovrebbe, dal punto di vista della salute dell'economia e della conclusione della depressione il prima possibile, mantenere una politica rigorosa di “laissez-faire.” Qualsiasi cosa faccia ritarderà ed ostruirà il processo di correzione del mercato; meno fa, più velocemente il processo di correzione del mercato farà il suo lavoro, ed un sano recupero economico seguirà.

La prescrizione misesiana è così l'esatto opposto di quella keynesiana: il governo tenga le mani assolutamente fuori dall'economia e si limiti ad arrestare la propria inflazione ed a tagliare la propria spesa.

Oggi è stato completamente dimenticato, anche fra gli economisti, che la spiegazione e l'analisi della depressione misesiane ottennero un grande avanzamento precisamente durante la Grande Depressione degli anni 30: la stessa depressione che è sempre mostrata ai difensori dell'economia di libero mercato come il più grande singolo e catastrofico fallimento del capitalismo del “laissez faire.” Non fu niente del genere. Il 1929 fu reso inevitabile dall'ampia espansione di credito bancario in tutto il mondo occidentale durante gli anni 20: una politica adottata deliberatamente dai governi occidentali e soprattutto dal sistema della Riserva Federale negli Stati Uniti. Era stato reso possibile dal fallimento del mondo occidentale di tornare ad una vera parità aurea dopo la Prima Guerra Mondiale, e concedere così più spazio per le politiche inflazionistiche del governo. Tutti ora pensano al presidente Coolidge come credente nel “laissez faire” ed in un'economia di mercato non ostacolata; non lo era e, tragicamente, in nessun altro campo meno di quanto lo fosse nel campo della moneta e del credito. Sfortunatamente, i peccati e gli errori dell'intervento di Coolidge furono attribuiti ad un'inesistente economia di libero mercato.

Se Coolidge rese il 1929 inevitabile, fu il presidente Hoover che prolungò ed rese più profonda la depressione, trasformandola da una tipico depressione acuta ma in via di scomparizione in un male prolungato e quasi letale, un male “curato” soltanto dall'olocausto della Seconda Guerra Mondiale. Hoover, non Franklin Roosevelt, fu il fondatore della politica del “New Deal”: essenzialmente l'uso massiccio dello Stato per fare esattamente ciò che la teoria misesiana sconsiglia di più: alzare i tassi dei salari sopra i loro livelli di mercato, alzare i prezzi, gonfiare il credito e prestare soldi alle aziende instabili. Roosevelt portò soltanto avanti, ad un maggior grado, quello a cui Hoover aveva aperto la strada. Il risultato per la prima volta nella storia americana, fu una depressione quasi perpetua e una disoccupazione di massa quasi permanente. La crisi di Coolidge si era trasformata nella prolungata depressione senza precedenti di Hoover-Roosevelt.

Ludwig von Mises aveva predetto la depressione durante lo splendore della grande espansione degli anni 20 – un tempo, proprio come oggi, in cui economisti e politici, armati di una “nuova economia” di inflazione perpetua e con nuovi “strumenti” forniti dal sistema della Riserva Federale, proclamavano una perpetua “Nuova Era” di prosperità permanente garantita dai nostri saggi dottori economici a Washington. Ludwig von Mises, solo e armato di una corretta teoria del ciclo economico, fu uno dei rari economisti a predire la Grande Depressione, e quindi il mondo economico fu obbligato ad ascoltarlo con rispetto. F.A. Hayek diffuse la notizia in Inghilterra ed i più giovani economisti inglesi stavano tutti, all'inizio degli anni 30, cominciando ad adottare la teoria del ciclo misesiana per la loro analisi della depressione – ed anche ad adottare, naturalmente, la prescrizione di una politica rigorosamente di mercato che si accompagnava a questa teoria. Purtroppo, gli economisti ora hanno adottato la nozione storica del signore Keynes: che nessun “economista” classico avesse avuto una teoria del ciclo economico fino a quando Keynes non arrivò nel 1936. C'era una teoria della depressione; era la tradizione economica classica; la sua prescrizione era una rigorosa moneta solida e “laissez faire”; e la si stava adottando velocemente, in Inghilterra e perfino negli Stati Uniti, come la teoria accettata del ciclo economico. (una particolare ironia è che il principale promotore “austriaco” negli Stati Uniti nella prima metà degli anni 30 non era altri che il professor Alvin Hansen, che molto presto diventerà il più noto discepolo keynesiano in questo paese.)

Quello che affondò la crescente accettazione della teoria del ciclo misesiana fu semplicemente la “Rivoluzione Keynesiana” – lo stupefacente repulisti che la teoria keynesiana fece del mondo economico subito dopo la pubblicazione della Teoria Generale nel 1936. Non è che la teoria di Misesian venne confutata con successo; fu semplicemente dimenticata nella corsa per arrampicarsi sul carro keynesiano improvvisamente di moda. Alcuni degli aderenti principali alla teoria di Mises – che chiaramente sapevano meglio – cedettero al vento della
nuova dottrina, e ottennero in cambio posti nelle più prestigiose università americane.

Ma ora l'arci-keynesiano Economist di Londra ha recentemente affermato che “Keynes è morto.” Dopo più di un decennio in cui hanno affrontato taglienti critiche teoriche e confutazioni dai testardi fatti economici, i keynesiani sono ora generale e massiccia ritirata. Ancora una volta, si sta riconoscendo con riluttanza che la massa monetaria ed il credito bancario svolgono un ruolo principale nel ciclo. I tempi sono maturi: per una riscoperta, una rinascita, della teoria di Mises del ciclo economico. Non sarà mai troppo presto; se mai dovesse succedere, l'intero concetto di un'Assemblea dei Consiglieri Economici sarebbe spazzato via e vederemmo una grande ritirata del governo dalla sfera economica. Ma perché tutto questo possa accadere, il mondo dell'economia, e il largo pubblico, devono essere informati dell'esistenza di una spiegazione del ciclo economico che è rimasta trascurata su uno scaffale per troppi, tragici anni.
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Link all'articolo originale.

Friday, March 7, 2008

Lord Solly “Strangelove” Zuckerman

Il Gongoro per il momento blogga da un internet cafè, ma i dispacci telepatici da Laputa arrivano comunque puntuali come al solito. L'indagine di questa settimana ci introduce nel magico mondo della celluloide: mezzo di riproduzione artistica, regno della fantasia o qualcosa di più?

Il corrispondente da Laputa cerca una risposta negli indizi sparsi nel film di Stanley Kubrick “Dr. Stranamore,” il classico dei classici del cinema cospirazionista. I risultati della ricerca, manco a dirlo, sono alquanto intriganti.

Con questo
è tutto, dall'internet cafè in cui si trova il Gongoro augura a tutti uno stimolante fine settimana e una buona lettura, sorseggiando del buon caffè turco (ricordatevi di attendere un paio di minuti che il fondo si depositi, una regola che torna buona anche prima di parlare).
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Di Giovanni Pesce

Uno dei quesiti insoluti del “Dr. Stranamore” interpretato da Peter Sellers nel film omonimo è relativo all'identificazione del personaggio “reale” rappresentato nel film.
Dato che il film apparteneva al genere “black comedy,” ovvero una rappresentazione umoristica di un pesante evento sociale, molto probabilmente anche i personaggi dello sceneggiato vengono dal mondo reale.

Chi sono molti articoli sul tema “Who was Dr Strangelove”, ma uno in più non guasta.

Iniziamo dall'inizio, come nelle migliori tradizioni del metodo scientifico applicato di Laputa.

Già il titolo “Dr.” si presenta come un “false friend” linguistico; infatti è qualcosa di diverso dall'italinissimo “Dottore;” nel mondo USA il Doctor è un titolo per un personaggio importantissimo della politica, tipo il Segretario di Stato o il ministro della Difesa; infatti Condoleeza è “Dr. Rice.”
Così i primi indizi ci portanno a puntare a personaggi come Dr. Kissinger oppure a Dr MacNamara, pezzi da novanta della politica.
Tutti questi ragazzi hanno la tessera della associazione del circolo culturale “Gli Amanti della Filosofia”: Phi Beta Kappa (La Filosofia [Phi] Governa [Kappa] la vita [Beta]).

Dal punto di vista teatrale, Kubrick ci ha svelato che la macchietta del tipetto “tedesco” con quella parlantina “tedesca” gli è stata suggerita dai suoi contatti con il paparazzo “tedesco” che negli anni 40-50 seguiva per i giornali di New York la cronaca nera; tralaltro anche Stanley proveniva da quell'esperienza da fotografo di cronaca.

Dal punto di vista tecnico gli indizi ci portano a Teller e a Szilard veri artefici del progetto Manhattan, a Herman Kahn della Rand Corporation, o Werner von Braun, l'uomo dei razzi.

Qui nella sezione locale del dopolavoro di Laputa si punta molto su Robert Strange McNamara il cui il nome Strange si linka bene a Strangelove e, in subordine, a Khan che nel 1960 scrisse “On Thermonuclear War” ovvero: vita dopo l'apocalisse nucleare.
Lo zio Pom, con molta intelligenza, invece fa un sonoro tifo per Lord Solly Zuckerman, consulente di Winston Churchill per i bombardamenti “a tappeto” e la riproduzione umana.

Infatti l'obiettivo del Dr Strangelove è la ricostruzione del genere umano dopo una guerra nucleare, tema già affrontato dai think tank tedeschi, che avevano prodotti tre progetti correlati tra di loro:
  1. Demografia passiva: Lo sterminio dei non-ariani (Olocausto)
  2. Demografia attiva: La costruzione di una Super Razza umana (Lebensborn)
  3. Demografia d'emergenza: La sopravvivenza di un gruppo scelto in un ambiente protetto. (Neu Schwabenland [Nuova Svevia] in Antartide).
Per il progetto 3 fu costruita dai tedeschi, nei primi anni 40, la Base 211 nelle regioni antartiche, con l'idea di utilizzarla come ultimo rifugio per i rimanenti del genere umano dopo una guerra atomica.

Le vicende nucleari della WWII presero un'altra piega e non ci fu più la necessità di far rifugiare un gruppo di persone selezionate per la procreazione in rapporto di un uomo ogni quattro donne.

Base 211 fu distrutta ma non è detto che quei progetti siano stati buttati; probabilmente sono stati ritirati recentemente dalla cantina da persone senza fantasia e sottoposti ad un doveroso aggiornamento.

Con lo studio del genoma e Dna si possono fare interventi correttivi su particolari razze umane e qualche “stranezza” potrebbe prendere il posto della guerra termonucleare.

In attesa di eventi qui a Laputa abbiamo ispezionato tutte le cantine, controllando personalmente la gradazione alcolica dei contenuti delle botti; siamo un pò preoccupati per quel rapporto con quattro donne, comunque vedremo quello che si potrà fare.

Wednesday, March 5, 2008

Comunicazione di servizio

Il Gongoro è momentaneamente privo di connessione. Spero di ovviare all'inconveniente al più presto.


Sunday, March 2, 2008

Premio Caligola - Febbraio '08: la California!

Dovevo immaginarlo che con un governatore come Schwarzy il Barbaro la California avrebbe avuto un futuro nelle classifiche del Premio Caligola - “Il potere gli ha dato alla testa,” ma qua stiamo andando oltre le più rosee previsioni, si rischia l'en-plein. Lo stravagante stato americano si aggiudica infatti, dopo quella di gennaio, anche questa edizione del premio, pur se sul filo di lana: il prof. Le Grand, con la sua tossica proposta di una licenza per fumatori gli ha conteso fino in fondo lo scalino più alto del podio.

Ma i lettori del Gongoro hanno evidentemente molto apprezzato l'idea di spruzzare San Francisco con l'antiparassitario BHT per combattere Al-Tignol, il pericoloso parassiterrorista che odia le libertà dei frutteti californiani, e l'hanno premiata con il 43% dei voti. Devo dire che sto cominciando a capire il senso della nota canzone Californication.

A poca distanza, come ho anticipato, si piazza il geniale professore Le Grand (aggiungere epiteto francese a piacere), che vorrebbe dotare i fumatori – razza dannata – di regolare patente, ovviamente a pagamento. Non è specificato se le licenze dovrebbero anche essere di diverso genere, tipo: A per le sigarette con filtro, B senza filtro, C sigaro, D pipa, pipetta e narghilè, e magari una “sportiva” per le sostanze stupefacenti. La giuria del premio ha già inoltrato il suggerimento al professore, certa che lo gradirà. Chissà, se con simili trovate si riuscisse a rendere il fumo uno status-symbol ci sarà gente che si indebiterà per poter sfoggiare la sua bella paglia in pubblico, attirandosi sguardi ed invidia. Un buon 37% per il professore.

Poca considerazione invece – ed è un peccato, perché l'idea era buona – per le taglie di stato del ministero della sanità spagnolo: un misero 18%, ma sono abbastanza sicuro che la penisola
iberica ci regalerà altre soddisfazioni in futuro, del resto 'Cilindro', 'Diabolo' e 'Campana' mi sembrano un bel biglietto da visita per un esordiente. Coraggio Zapatero, puoi fare di più!

Viaggia quindi per la seconda volta verso la California la targa ricordo e il kit Do it yourself: Suicide! che a quanto pare non è stato sfruttato a dovere. Poco male, il Gongoro siede tranquillo sulla sponda del fiume ed ha molta, molta pazienza...

Saturday, March 1, 2008

Zeppelin 129 aka Hindenburg

Devo confessare che il dispaccio telepatico di questa settimana mi coinvolge particolarmente: ho sempre subito il fascino delle grandi navi dell'aria, degli imponenti dirigibili, leggeri ed improbabili come un sogno. Grace Hay Drummond, la giornalista che prese parte al trionfale viaggio del Graf Zeppelin del 1929 (da Friedrichshafen a Mosca, al Giappone, quindi fino a San Francisco per poi attraversare gli Stati Uniti toccando Chicago, Detroit e New York, per poi far ritorno a Friedrichsafen), in una corrispondenza scrisse appassionata: “Il Graf Zeppelin è molto più di una macchina di tela e di alluminio, ha un’anima.” Ebbene, datemi pure del romantico, ma tra le nuvole ho sempre preferito veder librarsi un dirigibile piuttosto che un rombante aviogetto.

Una fresca Paulaner è la compagna ideale per questo volo nel passato con l'inviato da Laputa e la sua capsula temporale. Saliamo a bordo, e buon fine settimana a tutti.
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Di Giovanni Pesce


Vi sono piaciuti i Led Zeppelin? Presumo di si, oltretutto ve li ricordate bene e quando sentite questo nome, pensate a quel famoso gruppo musicale. Vi ricordate, invece, di LZ 129? Non è un brano di musica rock composto dopo l’album Led Zeppelin IV, bensì è il codice della più grande aeronave del mondo, costruita nel 1936 e battezzata con il nome del ex-presidente della Germania: Hindenburg.

Sfortunatamente LZ 129 (Luftschiffbau Zeppelin progetto 129), vero Titanic dell’aria, è passato alla storia per ciò che avvenne il 6 Maggio 1937 a Lakehurst nello stato di New York. Un incendio improvviso iniziò nella poppa dell’aeronave e ne decretò la fine in pochi minuti.

A tutt’oggi non è dato sapere la causa tecnica dell’incendio; di teorie valide ce ne sono tre o quattro ma nessuna riesce a prevalere sulle altre.
A Laputa, l’opinione prevalente sulle cause del disastro è legata alla non-accidentalità dell’evento; nei pub si discute senza avere un’idea precisa della causa però si sottolineano delle concomitanze mediatiche veramente uniche.
  • L’arrivo della aeronave viene ripreso da radio e 9 cameramen; un po’ troppi per un evento di quella portata.
  • La trasmissione radio dell’atterraggio, prima volta della storia, viene registrata.
  • I migliori telecronisti dell’epoca sono presenti sul posto.
  • I cameraman che riprendono la scena, ben coordinati tra di loro, non sono riusciti a riprendere il momento di inizio dell’incendio.
  • Nonostante la drammaticità del fatto nessuno dei 9 cameramen spostò l’obiettivo dal punto inquadrato verso la coda là dove l’incendio era scoppiato.
  • In particolare un cameraman aveva il compito di inquadrare il nome “Hindenburg” sulla parte anteriore sinistra dell’aeronave usando una focale stretta e questi non spostò l’inquadratura neanche di un millimetro.
  • La radiocronaca dell’evento compete per drammaticità con la quasi-contemporanea (30 Ottobre 1938) trasmissione di Orson Welles “Lo sbarco dei marziani.”
Comunque, tornando a LZ 129, il bilancio del disastro fu di 35 vittime, 30 delle quali imputabili a caduta dalla cabina dell’aeronave.
Coloro i quali riuscirono a mantenere la calma sopravvissero all’evento anche senza essere dotati dei talismani di Sheeta che, in un’altra occasione, superò brillantemente qui a Laputa il test denominato “Salto dall’aeronave.”

Peccato perché sarebbe bastato aspettare qualche giorno (5 Luglio 1937) per poter usufruire del nuovo servizio commerciale con aeronavi “più pesanti dell’aria” tra Foynes-Shannon (Irlanda) e New York.

Il disastro di LZ 129 sommato al disastro del dirigibile USA Akron segnò però la fine della grandi navi aeree più leggere dell’aria (tipicamente tedesche) a favore delle nuove macchine transatlantiche più pesanti dell’aria (tipicamente americane).

A mo’ di curiosità, Sheeta mi ha ricordato che l’Empire State Building era stato costruito per essere utilizzato anche come base di aggancio per dirigibili, ma gli eventi hanno superato le intenzioni dei progettisti.

Anche gli avvenimenti più recenti nei cieli di Manahattan hanno fatto discutere gli assetati frequentatori dei watering holes di Laputa; stivali di birra hanno rallegrato la gola, ma che la tesi che l’attacco a LZ 129 Hindenburg sia opera dei pirati del Colonnello Mooska (Romuska Polo Ul Laputa) non è stata bevuta.

Friday, February 29, 2008

La speranza dell'elettore

In un'immagine sola.

Thursday, February 28, 2008

Lezione di delazione

Direttamente dagli incubi di Orwell, questo video della polizia dello stato del Michigan istiga alla delazione, addestra al sospetto, promuove la paura e diffonde la sfiducia tra le persone. La parola chiave è terrorista: o sei con noi, o sei con loro. A questo punto però, tra il “noi” e il “loro,” diventa piuttosto difficile distinguere chi cazzo è il terrorista.