Sunday, March 15, 2009

Le Idi di Marzo

Il nuovo dispaccio da Laputa è curiosamente telepatico: stavamo giusto parlando dell'antica Roma, ed ecco che il nostro inviato Giovanni Pesce ci ricorda cosa successe circa duemila anni fa proprio in questo giorno, il 15 di marzo. Una di quelle date che a Laputa fanno sempre nascere accese discussioni tra gli abitanti, le idi di marzo sembrano essere una ricorrenza importante soprattutto dalle parti di Roma.

Quindi, se vivete da quelle parti, i laputiani consigliano di restare in casa, magari a leggere il Gongoro, sorseggiando del vino magari allungato col miele (ma, per precauzione, fatelo assaggiare alla moglie, prima).
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Di Giovanni Pesce


Largo Argentina in Roma, (41.53 43 76 N 12 28 36 37 E) è una vasta area che è stata scelta come location di una delle più famose cospirazioni della Storia: le Idi di Marzo del 44 AC quando il dittatore Giulio Cesare fu pugnalato a morte..

Quel tragico evento , infatti, si è consumato davanti all’attuale capolinea del tram 8, quello che collega il centro di Roma con i quartieri di Monteverde.
(Per i non romani, ma amanti del teatro, l’indicazione esatta è il marciapiede opposto davanti all’ingresso del Teatro Argentina).

Come nelle migliori tradizioni, ne ”l’omicidio Cesare” è stata organizzata per il mainstream una vulgata che individua in una sola persona la responsabilità dell’accaduto, nonostante il gruppo di cospiratori fosse ben numeroso.

Come “lone gunman “ ci viene proposto Bruto, la cui azione è stata resa più turpe per via della parentela acquisita con Giulio Cesare; alla storia rimane, infatti, la frase “Tu quoque, Brute, fili mihi”.

La causa nascosta era probabilmente una congiura tra un gruppo di oligarchi che temevano una diminuzione del proprio potere decisionale non appena Giulio Cesare avesse conquistato la Dittatura; cosi questi gentlemen si riunirono in un club e organizzarono un’azione clamorosa per fermare la presa di potere da parte di Giulio Cesare.

Nelle congiure rivolte “ad personam” uno dei punti essenziali è il coinvolgimento del “vice“ per questi motivi:
  • Chi meglio del vice può aiutare i congiurati?
  • Chi meglio del vice farà carriera immediata?
  • Chi meglio del vice potrà depistare la commissione d’indagine?
E Bruto è proprio il vice di Cesare, e come spesso accade verrà messo da parte in un secondo momento.

L’azione nei confronti di Cesare prevedeva una scenografia massima: invece dei soliti sicari in azione nel silenzio della notte si preferì la formula “in plain sight”, ovvero fu scelta la gradinata della Curia di Pompeo, il posto più in vista di tutta Roma.

Quel giorno del 44 a.c. la Curia di Pompeo veniva utilizzata come luogo di assemblea per i senatori, mentre la gradinata veniva utilizzata per accogliere gli spettatori del Teatro di Pompeo; tra Curia e teatro esisteva il Portico di Pompeo.

A poca distanza esiste ancora Portico d’Ottavia, antica sede del mercato del pesce ed ora punto di riferimento della comunità ebraica di Roma.

Sono passati molti anni e nel 1978 D.C., Largo Argentina è stata riutilizzata come scenario per il caso Moro.

Infatti a Largo Argentina , nel sottopassaggio tra via Florida e Via Arenula venne ritrovata la prima lettera di rivendicazione del sequestro Moro.
Quel sottopassaggio che ora non esiste più, ma aveva un’ entrata posizionata a 41.53 41 18 N 12 28 35 32 E.

Navigando su Via Florida e la sua continuazione Via delle Botteghe Oscure si arriva a Via Caetani, via nella quale è stata ritrovata la R4 con il corpo di Aldo Moro.

Via Caetani e la strada che divide in due l’ex- Teatro di Balbo: da una parte l’emiciclo tuttora visibile con qualche difficoltà nel palazzo Caetani, dall’altra la sezione quadrata in restauro.

Il punto esatto di stazionamento della R4 è a 41.53 39 00N 12 28 42 33E.

Comunque anche la data scelta per il caso Moro è molto simile 16 Marzo: il giorno successivo alle Idi di Marzo.

Il 15 ed il 16 Marzo erano, per i romani, i giorni dedicati al Baccanale, festa pagana dedicata a Bacco dio del vino e alle Baccanti, graziose assistenti del dio stesso.
Purtroppo questa festa bellissima non durò molto e fu proibita dal Governo Romano.

Invece nello scorso millennio (15 Marzo 1978), Carmine Pecorelli scrisse:

Mercoledì 15 marzo il quotidiano “Vita sera” pubblica in seconda pagina un necrologio sibillino: “2022 anni dagli Idi di marzo il genio di Roma onora Cesare 44 a.C.-1978 d.C.” . Proprio le idi di marzo del 1978 il governo Andreotti presta il suo giuramento nelle mani di Leone Giovanni. Dobbiamo attendere Bruto? Chi sarà? E chi assumerà il ruolo di Antonio, amico di Cesare? Se le cose andranno così ci sarà anche una nuova Filippi?».

Tutto il mondo è paese.

Collective Hope #19

Saturday, March 14, 2009

Roma e la Grande Depressione

Non è certamente un caso se le due materie più maltrattate nelle scuole e nelle università sono la storia e l'economia. Nessun'altra materia di studio è così afflitta da miti, leggende, e pure e semplici baggianate, nessun'altra assume così sinistramente le sembianze di una dottrina pseudoreligiosa come quelle che si possono considerare la memoria della società.

Senza l'esperienza del passato e la capacità di prevedere le conseguenze delle nostre azioni nel futuro, l'umanità è costretta nell'angusto spazio di un continuo presente, costantemente in apprensione per il buio che si estende alle sue spalle e di fronte ad essa, privata degli strumenti per decifrare le azioni dei suoi leader.

Lawrence W. Reed, presidente della Foundation for Economic Education, prova a dissipare almeno un poco quelle tenebre, leggendo gli eventi correnti nel libro della storia.
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Di Lawrence W. Reed


Diversi commentatori hanno notato alcuni paralleli interessanti tra la crisi finanziaria attuale e la Grande Depressione degli anni 30. Anche se sopravviveremo alla valanga di spesa di Washington, il Congresso e l'amministrazione Obama potrebbero ancora gettarci nella catastrofe se dovessero aumentare nettamente le tasse o le tariffe come il Congresso fece nel 1930 e nel 32. Ma non dovrebbero sfuggire alla nostra attenzione altri minacciosi paralleli con un'epoca antica.

Somme monumentali per i salvataggi. Sconvolgenti aumenti del debito pubblico. Concentrazione di potere nell'amministrazione centrale. Una scalata all'impazzata di gruppi d'interesse con infinite richieste al Tesoro. Appelli demagogici alla guerra di classe. Queste cose suonano tanto familiari nell'America del nono anno del ventunesimo secolo senza dubbio quanto dominarono lo sventurato stato sociale romano di due millenni orsono.

Durante gli anni declinanti della repubblica romana, una canaglia chiamata Clodius era candidato per il posto di tribuno. Corruppe l'elettorato con promesse di grano gratis a spese del contribuente e vinse. Da allora in poi, i romani in numero crescente abbracciarono la nozione che votare per vivere potrebbe essere più lucrativo del lavorare per vivere. Questo mise in moto la prima legge di Kershner, che prende il nome dall'economista Howard E. Kershner: “Quando un popolo autogorvernato conferisce al proprio governo il potere di prendere da qualcuno e di dare ad altri, il processo non si arresterà fino a che l'ultimo osso dell'ultimo contribuente non sarà stato spolpato.”

I candidati per le cariche romane spendevano ingenti somme per conquistare il favore pubblico, quindi, in seguito, saccheggiavano la popolazione per mantenere le loro promesse ai possidenti che li avevano eletti. Mentre la repubblica lasciava spazio alla dittatura, una successione di imperatori sviluppò il proprio potere sugli enormi passaggi di denaro che controllavano. Quasi un terzo della stessa città di Roma ricevette i pagamenti di aiuti pubblici prima della nascita di Cristo.

In risposta ad una crisi severa del credito e della moneta nel 33 A.D., l'amministrazione centrale estese il credito ad interesse zero su vastissima scala. La spesa pubblica a seguito della crisi aumentò.

Nel 91 A.D., il governo si occupava a fondo nell'agricoltura. L'imperatore Domiziano, per ridurre la produzione ed aumentare il prezzo del vino, ordinò la distruzione di metà delle vigne delle province.

Seguendo la guida di Roma, molte città all'interno dell'impero erano profondamente indebitate. A partire dall'imperatore Adriano all'inizio del secondo secolo, i comuni in difficoltà finanziaria ricevevano sussidi da Roma, e nello scambio perdevano una notevole quantità della loro indipendenza politica.

L'amministrazione centrale inoltre si assunse la responsabilità di fornire intrattenimento al popolo. Per mantenere il popolo felice venivano organizzati circhi elaborati e duelli di gladiatori. L'equivalente di cento milioni di dollari l'anno nella sola città di Roma è la stima di uno storico moderno di ciò che fu versato nei giochi.

Sotto l'imperatore Antonino Pio, che governò dal 138 al 161 A.D., la burocrazia romana raggiunse proporzioni gigantesche. Alla fine, secondo lo storico Albert Trever, “l'implacabile sistema di tassazione, requisizione e lavori forzati era amministrato da un esercito di burocrati militari.... Gli ubiquitari agenti personali degli imperatori erano ovunque,” impiegati per schiacciare gli evasori fiscali.

C'era un'abbondanza di tasse da evadere. L'imperatore Nerone, riporta lo storico romano Gaio Svetonio in De Vitae Caesarum, una volta si fregò le mani dicendo, “tassiamo e tassiamo ancora! Facciamo in modo che nessuno possiede qualcosa!” Le tasse infine distrussero prima i ricchi, seguiti dalla classe media e da quella bassa. “Ciò che i soldati o i barbari risparmiarono, gli imperatori lo presero con le tasse,” secondo lo storico W.G. Hardy.

Nel tardo terzo secolo, l'imperatore Aureliano dichiarò i pagamenti di sussidi governativi un diritto ereditario. Fornì agli aventi diritto il pane cotto dal governo (anziché la vecchia pratica di dar loro il frumento e lasciar che si cuocessero il proprio pane) e aggiunse sale, carne di suino ed olio d'oliva gratis.

Roma patì per il veleno di tutti gli stati sociali, l'inflazione. Le richieste massicce al governo di spendere e sovvenzionare generarono pressioni per la moltiplicazione della moneta. Il conio romano era stato degradato da un imperatore dopo l'altro per pagare programmi costosi. L'argento una volta quasi puro, il denarius entro l'anno 300 era poco più di un pezzo di scarto contenente meno del cinque per cento d'argento.

I prezzi salirono alle stelle ed il risparmio scomparve. Gli uomini d'affari venivano diffamati persino mentre il governo continuava le sue pratiche spendaccione. I controlli dei prezzi devastarono ulteriormente un'economia privata tartassata e in declino. Entro il 476 A.D. quando i barbari spazzarono via l'impero dalle mappe, Roma aveva commesso suicidio morale ed economico.

Un'altra Grande Depressione dovrebbe effettivamente preoccuparci. Quella che seguì allo stato sociale romano è nota come gli Anni Bui e durò diverse centinaia di anni.

Friday, March 13, 2009

Un buco nero da 10 miliardi al giorno

Questo pezzo Butler Shaffer l'ha scritto all'indomani del varo del piano di “stimolo” del presidente Obama. Rende molto bene l'idea di come ci si senta osservando, impotenti, il crollo di una civiltà. È stata una grande civiltà, quello che ne rimane probabilmente non vale nemmeno la pena di salvarlo.
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Di Butler Shaffer


“Mi sto sforzando ... per scoprire se l'uomo ha ancora un posto in questo groviglio; se ancora ha dell'autorità fra queste colossali masse in movimento; se ancora può esercitare una qualunque forza sulle statistiche che dalle sue mani stanno scivolando via nell'astratto e nell'irreale. Può avere un posto, un'autorità e una possibilità d'azione su una base migliore delle dichiarazioni infondate di speranza o degli atti ciechi di irragionevole fede?”
(Jacques Ellul)
Una nostra amica ha osservato che una delle conseguenze di avere figli e nipoti è che “ti danno più gente di cui preoccuparti.” Da padre e nonno, la sua osservazione è corretta. Per lungo tempo sono stato dell'opinione che un genitore ha l'obbligo morale di non permettere che i suoi bambini vivano sotto una tirannia. In tutta la mia vita da adulto sono stato preoccupato per questo dovere ma, anche se credo i miei sforzi abbiano prodotto alcuni benefici marginali, il Leviatano ancora imperversa divorando tutto ciò che incontra. La mia continua insistenza su questo pericolo ha almeno aiutato le mie figlie – e spero, con il tempo, i miei nipoti – a sviluppare una consapevolezza della minaccia contro il loro benessere posta dai sistemi politici e delle incertezze che si trovano davanti a loro.

È interessante – anche se non piacevole – testimoniare il crollo della civilizzazione occidentale. Un sistema vibrante che un tempo produceva i valori materiali ed intangibili che sostengono il benessere umano, ha raggiunto uno stato terminale. I principi e le pratiche della civilizzazione che trovarono sufficiente espressione – anche se incostante – nelle società occidentali, si sono deteriorati in un'accettazione della corruzione – a condizione che venga praticata agli alti livelli – e la celebrazione della violenza – a condizione che sia diretta contro plausibili categorie di malfattori. In tali modi è stato eseguito il saccheggio multi-trilionario di dollari dei contribuenti in nome di una plutocrazia trincerata statal-corporativa insieme al continuo condurre guerre infinite contro nemici infiniti per spedire una cultura in bancarotta morale, intellettuale ed economica in un buco nero in attesa.

Nel guardare politici, membri dei media tradizionali e accademici selezionati discutere il sedicente programma di “stimolo” destinato a conferire trilioni di dollari alle istituzioni favorite dell'establishment, mi sono scoperto a ricordare quei primi giorni dopo il bombardamento di Bagdad dell'amministrazione Bush, con i ladri impegnati nel saccheggio totale dei reperti del Museo Nazionale Iracheno. Come si adatta agli americani, con la loro insistenza sul giusto processo procedurale, che debbano ritenersi soddisfatti guardando il Congresso che esegue tale saccheggio su C-SPAN, con le regole del manuale Cencelli rispettate fedelmente.

La disperazione con cui i presidenti Bush e Obama hanno sollecitato questa spoliazione in grande stile è stata strabiliante, con il sig. Bush che è arrivato a minacciare la dichiarazione della legge marziale se il Congresso non avesse aderito al suo piano. Anche la terminologia ha subito una veloce trasformazione: quello che è cominciato come un “salvataggio” si è fatto rapidamente un brutto nome, ed è stato cambiato in “stimolo.” Ma chi o che cosa debba essere “stimolato” rimane aperto alle ipotesi. Più incertezza alla base di questo piano, più Boobus sospetta qualcosa di spiacevole. Nel tentativo di acquietare tali timori, il sig. Obama ha parlato – con le più nebbiose delle parole – di un certo “programma” messo assieme per salvare l'America dagli effetti della terza legge del moto di Newton. Dopo tutto, se Ozymandias deve avere credibilità fra i creduloni, i suoi stregoni devono sembrare capaci di progettare e di mettere in opera dei “piani” efficaci. Che i “piani” allo studio non siano che fotocopie dei piani precedenti che hanno generato le nostre difficoltà attuali, non dev'essere preso in considerazione. Lo studio sull'economia o della storia potrebbe informare Boobus del circolo vizioso in cui è intrappolato. Ma il sig. Obama ha ammonito dal dare ascolto alle “ideologie” o concentrarsi sul passato!

Caratterizzare questo cosiddetto “stimolo” come un piano in grado di rettificare decenni di programmi e politiche contro cui i fautori del mercato hanno a lungo avvertito, è corrompere la natura razionale e informata della pianificazione intelligente. Nel migliore dei casi, i sostenitori di questo programma hanno offerto poco più di un calderone di congetture che si riduce ad un “proviamo e vediamo se funziona.” Né l'impresa è un “investimento” a nome dei contribuenti, come i politici insistono a caratterizzarla. Di recente ho visto che il costo complessivo dei molti pacchetti di “salvataggio” dati agli interessi corporativi, ammonta a circa 9.700.000.000.000. Se la mia matematica è corretta, questo cosiddetto “investimento” arriva a quasi 33.000 dollari per americano. Pensate che riceverete degli assegni di dividendi da queste società, o che vi sarà concesso di presenziare alle riunioni annuali degli azionisti per votare la nuova amministrazione?

Non c'è dubbio che i destinatari corporativi di questo bottino siano “stimolati” ad ottenere più denaro possibile. Ma persino la goffa incertezza su come funzionerà il programma, su quali criteri saranno impiegati per selezionare i destinatari, o su come i soldi saranno usati, illustra che questo programma non è tanto un piano su base razionale, quanto uno schema. Qualsiasi pretesa che questa sia una soluzione attentamente calcolata ad un ubiquo problema mette in ombra la sua sordida realtà: uno sforzo disperato degli interessi istituzionali di arraffare il tesoro governativo prima che l'intero sistema sprofondi. Che da esso possa derivare la prognosi per un ripristino della salute economica del paese non è meglio che affidarvi per un intervento chirurgico al cervello alle mani di una matricola universitaria che ha appena ricevuto un 18 in un corso del primo anno di biologia!

Questo – “piano” – come le guerre i cui costi in così larga misura hanno contribuito ai nostri malanni economici – non è che un'altra espressione dei fallimenti morali, intellettuali ed economici che stanno distruggendo la civiltà occidentale. Una società produttiva, libera e pacifica non può essere tenuta insieme dalla violenza, dalla sorveglianza, dalla tortura, dalle squadre SWAT, dalle bugie e dalle prigioni. Nemmeno può tollerare le politiche governative di saccheggio del frutto del lavoro di un'intera popolazione e della sua ridistribuzione agli amici istituzionali di coloro che sono al potere.

Chiedo perdono ai miei figli e nipoti per non essere riuscito nel mio dovere morale di proteggerlo dalle devastazioni della tirannia. Continuerò nei miei sforzi, naturalmente, riconoscendo che soltanto metodi pacifici possono produrre un mondo pacifico. Nel frattempo, vi offro questi consigli: (1) non credete mai a qualsiasi cosa il governo vi dica; (2) non credete mai a qualsiasi cosa i media tradizionali vi dicano; (3) prestate attenzione – ma siate scettici – a coloro le cui idee non si conformano alle definizioni della realtà basate sul consenso; (4) padroneggiate l'arte del pensiero contrario ed imparate a tenervi lontani dai branchi così come da coloro che insistono nell'imbrancare altri in precipitose fughe distruttive, da lemming; (5) non riponete la vostra fiducia in coloro che vi offrono la “speranza,” ma cercate coloro che vi aiuteranno a sviluppare la comprensione; (6) siate pronti – come furono i vostri antenati – a muovervi verso nuove frontiere più adatte sia alla vostra libertà che al vostro benessere materiale; (7) trovate, sostenete, proteggete e difendete amici a voi simili, essendo consci delle origini comuni delle parole “pace,” “libertà,” “amore,” e “amico;” (8) evitate di essere trascinati nel buco nero a cui la nostra civilizzazione è destinata; la cui forza d'attrazione è resa possibile dalle energie collettive dei vostri vicini; e, (9) consci di tutto quanto sopra, evitate il senso di disperazione unendo le vostre intelligenze e le vostre emozioni per aiutare la creazione di una nuova civiltà basata sulla pace, la libertà ed il rispetto per l'inviolabilità dell'individuo.

Thursday, March 12, 2009

Wednesday, March 11, 2009

La fallacia del “settore pubblico” #2

Di Murray N. Rothbard


In un'altra delle sue scaltre osservazioni, Joseph Schumpeter ha scritto, riguardo agli intellettuali anti-capitalisti, “il capitalismo subisce il suo processo davanti a dei giudici che hanno la sentenza di morte in tasca. La pronunceranno, quale che sia la difesa che ascolteranno; l'unico successo che una difesa vittoriosa potrebbe produrre è un cambiamento nell'atto d'accusa.” [2] L'atto d'accusa sta certamente cambiando. Negli anni 30, abbiamo sentito che il governo deve espandersi perché il capitalismo aveva causato povertà di massa. Ora, sotto l'egida di John Kenneth Galbraith, sentiamo che il capitalismo ha peccato perché le masse sono troppo ricche. Dove un tempo di povertà soffriva “un terzo della nazione,” dobbiamo ora piangere la “fame” del settore pubblico.

Secondo quale parametro il dott. Galbraith conclude che il settore privato sia troppo gonfiato ed il settore pubblico troppo anemico, e quindi che il governo debba esercitare ulteriore coercizione per rettificare la propria malnutrizione? Certamente, il suo parametro non è storico. Nel 1902, per esempio, il prodotto nazionale netto degli Stati Uniti era di 22,1 miliardi id dollari; la spesa pubblica “federale, statale e locale” totalizzava 1,66 miliardi, o il 7,1% del prodotto totale. Nel 1957, dall'altro lato, il prodotto nazionale netto era di 402,6 miliardi e la spesa pubblica ammontava a 125.5 miliardi, o il 31.2% del prodotto totale. Il saccheggio fiscale del governo sul prodotto privato si è quindi moltiplicato da quattro a cinque volte durante l'attuale secolo. Questa è difficile che sia la “fame” del settore pubblico. Ma ciononostante, Galbraith sostiene che il settore pubblico è sempre più affamato, rispetto alla sua condizione nel non ricco diciannovesimo secolo!

Quali parametri, allora, ci offre Galbraith per scoprire quando il settore pubblico sarà infine al suo optimum? La risposta è, nient'altro che il capriccio personale:
Ci si chiederà qual è il test d'equilibrio – a che punto possiamo concludere che è stato raggiunto un equilibrio nel soddisfare i bisogni del pubblico e del privato. La risposta è che nessun test può essere applicato, dato che non ne esiste nessuno.... Lo squilibrio attuale è chiaro.... Essendo tale la situazione, la direzione in cui ci muoviamo per correggere la questione è assolutamente normale. [3]
Per Galbraith, l'odierno squilibrio è “chiaro.” Chiaro perché? Perché si guarda intorno e vede condizioni deplorevoli laddove opera il governo. Le scuole sono sovraffollate, il traffico urbano congestionato e le strade piene d'immondizia, i fiumi sono inquinati; avrebbe potuto aggiungere che il crimine è sempre più dilagante e le corti di giustizia bloccate. Tutte queste sono aree soggette alle operazioni ed alla proprietà del governo. L'unica presunta soluzione per questi vistosi difetti è travasare più soldi nella cassa del governo.

Ma com'è che solo le agenzie governative reclamano più soldi e denunciano la riluttanza dei cittadini a contribuire di più? Perché non abbiamo mai l'equivalente dell'impresa privata degli ingorghi stradali (che si verificano sulle strade del governo), delle scuole malgestite, della mancanza d'acqua, e così via? Il motivo è che le aziende private ottengono i soldi che meritano da due fonti: dal pagamento volontario dei consumatori per i servizi e dall'investimento volontario dagli investitori nell'aspettativa della domanda dei consumatori. Se c'è un aumento nella domanda di un bene privato, i consumatori pagano di più il prodotto e gli investitori investono di più nella sua offerta, così “pareggiando il mercato” con la soddisfazione di tutti. Se c'è un aumento nella domanda di un bene pubblico (acqua, strade, metrò, e così via), vediamo solo irritazione verso il consumatore per lo spreco di risorse preziose, accompagnato dall'irritazione per l'opposizione del contribuente ad un maggiore peso fiscale. L'impresa privata fa della corte al consumatore e della soddisfazione delle sue richieste più urgenti il suo lavoro; le agenzie governative denunciano il consumatore come utente fastidioso delle loro risorse. Soltanto un governo, per esempio, guarderebbe amorevolmente alla proibizione delle auto private come “soluzione” per il problema delle strade congestionate. I numerosi servizi “gratis” del governo, inoltre, generano una domanda che permanentemente eccede l'offerta, e quindi le “carenze” permanenti del prodotto. Il governo, in breve, acquistando il suo reddito con la confisca obbligata piuttosto che tramite l'investimento ed il consumo volontari, non è e non può essere fatto funzionare come un'azienda. Le sue grossolane inerenti inefficienze, l'impossibilità per esso di equilibrare il mercato, garantiscono il suo essere un baraccone di problemi sulla scena economica. [4]

Nei tempi passati, l'inerente cattiva gestione del governo era generalmente considerata un buon argomento per tenere quante più cose possibile lontane dalle mani del governo. Dopo tutto, quando si è investito in una proposta perdente, si cerca di astenersi dal perderci altri soldi. Ma, il dott. Galbraith vorrebbe che raddoppiassimo la nostra determinazione nel versare i sudati soldi del contribuente giù nel pozzo del “settore pubblico,” ed usa i difetti stessi delle operazioni del governo come suo argomento principale!

Il professor Galbraith, a suo supporto, ha due frecce al suo arco. Primo, dichiara che, poiché il livello della vita delle persone aumenta, i beni aggiunti non valgono ai loro occhi tanto quanto i primi. Questa è una normale conoscenza; ma Galbraith deduce in qualche modo da questo declino che i desideri privati delle persone non hanno per loro più alcun valore. Ma se fosse questo il caso, allora perché dovrebbero valere ancora così tanto i “servizi” del governo, che si sono espansi ad un tasso molto più veloce, da richiedere un ulteriore spostamento di risorse al settore pubblico? Il suo argomento finale è che i desideri privati sono tutti indotti artificialmente dalla pubblicità commerciale che “crea” automaticamente i desideri che si presume debba servire. In breve, la gente, secondo Galbraith, sarebbe, se lasciata stare, soddisfatta di una vita non da ricchi, presumibilmente a livello di sussistenza; la pubblicità è il furfante che rovina questo idillio primitivo.

A parte il problema filosofico di come A può “creare” i desideri di B senza che B debba apporre il suo bollo di approvazione su di essi, noi affrontiamo qui una visione curiosa dell'economia. È qualsiasi cosa oltre la sussistenza “artificiale”? Su che parametro? Inoltre, perché dovrebbe un'azienda passare per la seccatura e la spesa supplementari dell'indurre un cambiamento nei desideri del consumatore, quando può ottenere profitti servendo i desideri esistenti, “non creati” del consumatore? La vera “rivoluzione del marketing” che il commercio sta attraversando, la sua crescente e quasi frenetica attenzione sulla “ricerca di mercato,” dimostra il contrario della visione di Galbraith. Perché se, facendo pubblicità, la produzione dell'impresa genera automaticamente la propria domanda dei consumatori, non ci sarebbe alcun bisogno per la ricerca di mercato – e neanche nessuna pericolo di fallimento. In realtà, per il consumatore in una società ricca, lungi dall'essere uno “schiavo” dell'azienda commerciale, la verità è precisamente l'opposto: perché mentre gli standard di vita salgono oltre la sussistenza, il consumatore diventa più particolare e selettivo in quello che compra. L'imprenditore deve corteggiare più di prima il consumatore: da qui i furiosi sforzi di ricerca di mercato per scoprire cosa vogliono comprare i consumatori.

C'è un'area della nostra società, tuttavia, in cui le critiche di Galbraith sulla pubblicità si potrebbe quasi dire che si applicano – ma è in un'area che lui stranamente non cita mai. Si tratta dell'enorme quantità di pubblicità e propaganda del governo. Questa è pubblicità che irradia al cittadino le virtù di un prodotto che, diversamente dalla pubblicità commerciale, non ha mai la possibilità di mettere alla prova. Se Cereal Company X stampa l'immagine di una bella ragazza che declama che “il Cereal X è delizioso,” il consumatore, anche se abbastanza ottuso da prenderlo seriamente, ha la possibilità di verificare personalmente quella proposta. Presto il suo gusto determinerà se comprerà o meno. Ma se un'agenzia governativa pubblicizza le proprie virtù nei mass media, il cittadino non ha modo di verificare direttamente che gli permetta di accettare o rifiutare i proclami. Se ci sono desideri artificiali, sono quelli generati dalla propaganda di governo. Ancora, la pubblicità commerciale è, almeno, pagata dagli investitori, ed il suo successo dipende dall'accettazione volontaria del prodotto da parte dei consumatori. La pubblicità del governo è pagata per mezzo delle tasse estratte dai cittadini e quindi può continuare senza controllo, anno dopo anno. Lo sfortunato cittadino viene persuaso ad applaudire i meriti delle stesse persone che, con la coercizione, lo stanno obbligando a pagare la propaganda. Questa è davvero la beffa oltre al danno.

Se il professor Galbraith ed i suoi seguaci sono delle guide mediocri per occuparsi del settore pubblico, che parametro offre invece la nostra analisi? La risposta è quella, antica, di Jefferson: “che il miglior governo è quello che governa di meno.” Ogni riduzione del settore pubblico, qualunque spostamento delle attività dal pubblico alla sfera privata, è un guadagno morale ed economico netto.

La maggior parte degli economisti ha due argomenti di base a favore del settore pubblico, che qui possiamo considerare solo molto brevemente. Uno è il problema dei “benefici esterni.” A e B spesso beneficiano, si sostiene, se possono obbligare C a fare qualcosa. Molto si può dire per criticare questa dottrina; ma basti dire qui che qualsiasi argomento che affermi il diritto e la bontà di, diciamo, tre vicini, che desiderano formare un quartetto d'archi, ad obbligarne un quarto in punta di baionetta ad imparare e suonare la viola, è difficile che meriti un sobrio commento. Il secondo argomento è più solido; ripulito dal gergo tecnico, dichiara che alcuni servizi essenziali semplicemente non possono essere assicurati dalla sfera privata e che quindi l'offerta governativa di questi servizi è necessaria. Eppure, ogni singolo servizio tra quelli assicurati dal governo è stato, nel passato, fornito con successo dall'impresa privata. La blanda asserzione che i cittadini privati non potrebbero fornire questi beni non è mai sostenuta, nelle opere di questi economisti, da alcuna prova. Com'è, per esempio, che gli economisti, che così spesso si affidano a soluzioni pragmatiche o utilitariste, non richiedono “esperimenti” sociali in questa direzione? Perché gli esperimenti politici devono sempre essere nella direzione di più governo? Perché non dare al libero mercato una contea o persino uno stato o due e vediamo che cosa può realizzare?
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Note

[2] Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York: Harper and Bros., 1942), p. 144.

[3] John Kenneth Galbraith, The Affluent Society (Boston: Houghton Mifflin, 1958), pp. 320-21.

[4] Per approfondire sui problemi inerenti delle operazioni del governo, vedi Murray N. Rothbard, "Government in Business," in Essays on Liberty (Irvington-on-Hudson, NY: Foundation for Economic Education, 1958), 4, pp. 183-87.

Tuesday, March 10, 2009

La fallacia del “settore pubblico” #1

Breve saggio del 1961, tratto da New Individualist Review: 3-7; The Logic of Action Two (Cheltenham, UK: Edward Elgar, 1997), in cui Rothbard riassume i falsi presupposti che vorrebbero giustificare l'invadenza della sfera pubblica nell'economia a scapito del settore privato, l'unico realmente produttivo ed al servizio del consumatore (un'edizione che mantiene l'impaginazione di Logic, in pdf, è qui). Geniale in particolare una riflessione sulla pubblicità.

In due parti, questa è la prima.
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Di Murray N. Rothbard


Negli anni recenti abbiamo sentito molti discorsi sul “settore pubblico,” e sulla domanda se il settore pubblico debba essere aumentato rispetto al “settore privato” le discussioni solenni abbondano per ogni dove. La terminologia stessa ha l'aroma della scienza pura, ed in effetti emerge dal mondo apparentemente scientifico, seppur abietto, delle “statistiche del reddito nazionale.” Ma il concetto è a stento wertfrei; in realtà, è carico di gravi ed ambigue implicazioni.

In primo luogo, potremmo chiederci: “settore pubblico” di cosa? Di qualcosa chiamato il “prodotto nazionale.” Ma notate gli assunti nascosti: che il prodotto nazionale sia qualcosa come una torta, consistente di parecchi “settori,” e che questi settori, pubblici e privati alla stessa maniera, si uniscano per ottenere il prodotto dell'economia nel suo complesso. In questo modo, è contrabbandato nell'analisi l'assunto che il settore pubblico e quello privato siano ugualmente produttivi, ugualmente importanti e su una base paritaria in tutto, e che le “nostre” decisioni sulle percentuali del settore pubblico sul privato siano più o meno tanto innocue quanto la decisione di un individuo tra il mangiare la torta o il gelato. Lo Stato è considerato come un'amabile agenzia di servizi, in qualche modo simile al droghiere all'angolo, o piuttosto alla loggia del quartiere, in cui “noi” ci riuniamo per decidere quanto il “nostro governo” dovrebbe fare per (o a) noi. Anche quegli economisti neoclassici che tendono a favorire il mercato e la società liberi considerano spesso lo Stato generalmente come un organo di servizi sociali inefficiente, ma pur sempre benevolo, che registra meccanicamente i “nostri” valori e decisioni.

Non parrebbe essere così difficile, sia per lo studioso che per l'uomo della strada, afferrare il fatto che il governo non è come il Rotary o le Alci; che differisce profondamente da tutti gli altri organi ed istituzioni nella società; vale a dire, che vive ed ottiene le sue entrate con la coercizione e non con il pagamento volontario. L'ultimo Joseph Schumpeter non fu mai più scaltro di quando scrisse: “La teoria che interpreta le tasse con l'analogia delle quote del club o dell'acquisto dei servizi per esempio di un medico dimostra soltanto quanto lontana sia questa parte delle scienze sociali dalle abitudini scientifiche della mente.” [1]

Oltre al settore pubblico, in cosa consiste la produttività del “settore privato” dell'economia? La produttività del settore privato non deriva dal fatto che la gente vada in giro a fare “qualcosa,” qualsiasi cosa, con le proprie risorse; consiste nel fatto che usa queste risorse per soddisfare i bisogni ed i desideri dei consumatori. Gli imprenditori ed altri produttori dirigono le loro energie, sul mercato libero, verso la produzione di quei prodotti che più saranno ricompensati dai consumatori, e la vendita di questi prodotti può quindi “misurare” approssimativamente l'importanza che i consumatori assegnano loro. Se milioni di persone usano le loro energie per produrre carrozzelle trainate da cavalli, ai giorni nostri, non saranno in grado di venderli, e quindi la produttività dei loro sforzi sarà virtualmente zero. Dall'altro lato, se alcuni milioni di dollari sono spesi in un dato anno sul prodotto X, allora gli statistici potranno ben giudicare che questi milioni costituiscono la resa produttiva della parte-X del “settore privato” dell'economia.

Una delle caratteristiche più importanti delle nostre risorse economiche è la loro scarsità: i fattori terra, lavoro e beni capitali sono tutti limitati, e tutti possono essere utilizzati in vari modi possibili. Il mercato libero li usa “produttivamente” perché i produttori sono guidati, sul mercato, a produrre ciò di cui i consumatori hanno maggior bisogno: automobili, per esempio, piuttosto che carrozzelle. Di conseguenza, anche se le statistiche della produzione totale del settore privato sembrano essere una pura aggiunta di numeri, o un conteggio di unità prodotte, le misure della produzione in realtà coinvolgono l'importante decisione qualitativa di considerare come “prodotto” ciò che i consumatori sono disposti a comprare. Milioni di automobili, vendute sul mercato, sono produttive perché i consumatori così le hanno considerate; milioni di carrozzelle, rimaste invendute, non sarebbero “prodotto” perché i consumatori sarebbero passati oltre.

Ora supponete, che in questo idillio di libero scambio entri la lunga mano del governo. Il governo, per motivi suoi, decide di vietare completamente le automobili (magari perché i molti alettoni offendono la sensibilità estetica dei governanti) e di costringere le aziende automobilistiche a produrre invece l'equivalente in carrozzelle. Nell'ambito di un regime così rigoroso, i consumatori, in un certo senso, sarebbero costretti a comprare le carrozzelle perché nessuna automobile sarebbe permessa. Tuttavia, in questo caso, lo statistico sarebbe di certo molto miope se allegramente e semplicemente registrasse che le carrozzelle sono altrettanto “produttive” delle automobili precedenti. Chiamarle ugualmente produttive sarebbe una beffa; in effetti, date delle circostanze plausibili, il totale del “prodotto nazionale” potrebbero non mostrare neppure un declino statistico, quando in realtà sarebbe caduto drasticamente.

Ma il molto propagandato “settore pubblico” è in difficoltà ancora peggiori delle carrozzelle del nostro ipotetico esempio. Perché la maggior parte delle risorse consumate dalle fauci del governo non è stata nemmeno vista, ancor meno usata, dai consumatori, ai quali è stato perlomeno permesso di guidare le loro carrozzelle. Nel settore privato, la produttività di un'azienda è misurata da quanto i consumatori spendono volontariamente per il suo prodotto. Ma nel settore pubblico, la “produttività” del governo è misurata – mirabile dictum – da quanto esso spende! All'inizio della loro costruzione delle statistiche del prodotto nazionale, gli statistici dovettero affrontare il fatto che il governo, unico fra gli individui e le aziende, non potrebbero veder misurata la propria attività dai pagamenti volontari del pubblico – perché c'erano pochi o nessun tale pagamento. Presupponendo, senza alcuna prova, che il governo dovesse essere produttivo quanto chiunque altro, hanno usato la sua spesa come metro della sua produttività. In questo modo, non solo le spese pubbliche sono altrettanto utili quanto quelle private, ma tutto ciò che il governo deve fare per aumentare la propria “produttività” è di aggiungere una grande fetta alla sua burocrazia. Assumi più burocrati, e la produttività del settore pubblico aumenta! Ecco qui, davvero, una forma facile e felice di magia sociale per i nostri stupefatti cittadini.

La verità è esattamente l'inverso degli assunti comuni. Lungi dal sommarsi intimamente al settore privato, il settore pubblico da esso può solo alimentarsi; vive necessariamente da parassita sull'economia privata. Ma questo significa che le risorse produttive della società – lungi dal soddisfare i desideri del consumatore – ora sono dirette, per costrizione, lontano da questi desideri e bisogni. I consumatori sono ostacolati deliberatamente e le risorse dell'economia sono deviate da loro a quelle attività volute da burocrazia e politici parassiti. In molti casi, i consumatori privati non ottengono assolutamente niente, tranne forse la propaganda diffusa a spese loro. In altri casi, i consumatori ricevono qualcosa molto in fondo alla loro lista di priorità – come le carrozzelle del nostro esempio. In ogni caso, diventa evidente che il “settore pubblico” è in realtà antiproduttivo: che sottrae, piuttosto che aggiungere, al settore privato dell'economia. Perché il settore pubblico vive attaccando continuamente lo stesso criterio usato per misurare la produttività: gli acquisti volontari dei consumatori.

Possiamo misurare l'effetto fiscale del governo sul settore privato sottraendo la spesa pubblica dal prodotto nazionale. Perché i pagamenti del governo alla sua burocrazia non si aggiunge affatto alla produzione; e l'assorbimento delle risorse economiche da parte del governo le toglie dalla sfera produttiva. Questo metro, naturalmente, è solo fiscale; non misura l'effetto anti-produttivo di varie regolamentazioni del governo, che paralizzano la produzione e scambiano in altri modi rispetto all'assorbimento di risorse. Inoltre non si occupa di altre numerose fallacie nelle statistiche del prodotto nazionale. Ma almeno rimuove certi miti comuni come l'idea che la resa produttiva dell'economia americana sia aumentata durante la Seconda Guerra Mondiale. Sottraete il deficit di governo anziché aggiungerlo e vedremo che la produttività reale dell'economia è diminuita, come ci aspetteremmo razionalmente in una guerra.
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Note

[1] Nelle frasi precedenti, Schumpeter scrisse: “L'attrito dell'antagonismo fra il privato e la sfera pubblica è stato intensificato come prima cosa dal fatto che… lo stato è vissuto su un reddito che veniva prodotto nella sfera privata per scopi privati ed ha dovuto essere deviato da questi scopi con la forza politica.” Precisamente. Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York: Harper and Bros., 1942), p. 198.


Monday, March 9, 2009

What if?

Il fenomenale discorso di Ron Paul alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti del 12 febbraio '09.




“Signora Speaker,

Ho alcune domande per i miei colleghi.

Che cosa ne direste se la nostra politica estera del secolo passato fosse stata profondamente sbagliata e non avesse servito i nostri interessi di sicurezza nazionale?

Che cosa ne direste se ci svegliassimo un giorno e ci rendessimo conto che la minaccia del terrorismo è una prevedibile conseguenza della nostra intromissione negli affari altrui e non ha niente a che fare con la nostra libertà e prosperità?

Che cosa ne direste se il sostegno di regimi repressivi in Medio Oriente mettesse in pericolo sia gli Stati Uniti che Israele?

Che cosa ne direste se occupare paesi come l'Iraq e l'Afghanistan – e bombardare il Pakistan – fosse direttamente collegato con l'odio diretto contro di noi?

Che cosa ne direste se un giorno capissimo che perdere oltre 5.000 soldati americani in Medio Oriente dal 9/11 non è una giusta contropartita per la perdita di quasi 3.000 cittadini americani, senza contare quanti iracheni, pachistani ed afgani sono stati uccisi o dislocati?

Che cosa ne direste se infine decidessimo che la tortura, anche se chiamata “tecniche avanzate di interrogatorio,” è autodistruttiva e non produce informazioni utili – e che appaltarla ad una nazione del terzo mondo è altrettanto nefasto?

Che cosa ne direste se infine si realizzasse che la guerra e le spese militari sono sempre distruttive per l'economia?

Che cosa ne direste se tutte le spese del tempo di guerra fossero pagate con il processo ingannevole e maligno dell'inflazione e del credito?

Che cosa ne direste se infine vedessimo che le condizioni del tempo di guerra insidiano sempre la libertà personale?

Che cosa ne direste se i conservatori, che predicano il governo limitato, si svegliassero e si rendessero conto che la nostra politica estera interventista offre il più grande incentivo per espandere il governo?

Che cosa ne direste se i conservatori capissero ancora una volta che la loro unica posizione logica è di rifiutare l'intervento militare ed il controllo di un impero nel mondo intero?

Che cosa ne direste se il popolo americano si svegliasse e capisse che i motivi ufficiali per andare in guerra quasi sempre sono basati sulle bugie e sono promossi dalla propaganda bellica per servire degli interessi particolari?

Che cosa ne direste se noi come nazione realizzassimo che la ricerca dell'impero alla fine distrugge tutte le grandi nazioni?

Che cosa ne direste se Obama non avesse intenzione di lasciare l'Iraq?

Che cosa ne direste se venisse progettata una coscrizione militare per le guerre che si moltiplicheranno se la nostra politica estera non cambierà?

Che cosa ne direste se il popolo americano imparasse la verità: che la nostra politica estera non ha niente a che fare con la sicurezza nazionale e che non cambia mai da un'amministrazione a quella seguente?

Che cosa ne direste se la guerra e la preparazione per la guerra fossero una racket che serve degli interessi particolari?

Che cosa ne direste se il presidente Obama fosse del tutto in errore sull'Afghanistan e si rivelasse peggiore dell'Iraq e del Vietnam insieme?

Che cosa ne direste se la Cristianità in realtà insegnasse la pace e non le guerre d'aggressione preventive?

Che cosa ne direste se si scoprisse che la diplomazia è superiore alle bombe ed alla corruzione nella protezione dell'America?

Che cosa direste che accadrebbe se le mie preoccupazioni fossero completamente infondate: niente!

Che cosa direste che accadrebbe se le mie preoccupazioni fossero giustificate ed ignorate: niente di buono!”

Sunday, March 8, 2009

Sir Francis Drake

Ultimamente arrivano a cadenza un po' irregolare, i dispacci telepatici dall'isola volante – si dice a causa della rotazione terrestre che sta rallentando, ma sono voci di corridoio – ma proprio per questo li accogliamo sempre con rinnovato piacere, cui si accompagna un senso di gradevole sorpresa.

Del resto, tuffarsi in un passato esotico e avventuroso è sempre rinfrescante, in questo periodo dominato dai freddi numeri e dalle oscure sigle sciorinati dai nostri commissari politici per convincerci con il terrore ad accettare una nuova e più completa schiavitù. Un presente purtroppo ben lontano dai tempi eroici che il nostro inviato ci fa ricordare, con l'aiuto della sua capsula temporale “made in Laputa.”


Vi giunga allora il mio augurio di giorni più sereni, cullati magari dalle onde del Mar dei Caraibi e rinfrancati da una Caipirinha fatta a regola d'arte.
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Di Giovanni Pesce


Per chi avesse perso l’ultima lezione sulla marineria, ripassiamo la differenza tra pirata e corsaro; il primo naviga ed agisce per proprio conto mentre il secondo naviga ed agisce secondo le direttive di un governo legittimo.

La differenza pratica consisteva nel garantire legalmente, in caso di sconfitta, l’impiccagione per il pirata ed una prigionia per i corsari, ma, in realtà, non è dato sapere come andassero poi le cose dal punto di vista pratico.

Fatta la legge, trovato l’inganno; Sir Francis Drake, er mejo marinaro della Royal Navy, fu nominato corsaro dalla Corona Inglese e pirata dalla Corona Spagnola; semplice e geniale trovata degna del miglior bipensiero ideata con il fine di accordare tutte le legislazioni mondiali, primo esempio di globalizzazione.

Comunque il grande Sir Francis, come tutti i marinai, ne ha combinate di cotte di crude, sin dal momento della nascita, quando decise di vedere la luce nientepopodimeno che a Tavistock, nome caro ai migliori complottisti.

Per la morte, invece, scelse la amena località caraibica di Portobello, nome fantasioso carico di ricordi e di souvenir per i turisti italiani in giro per Londra.

Il cognome poi, Drake, El Draque, (il Dragone) era tutto un programma; anche Enzo Ferrari era soprannominato il Drake; per non citare ManDrake celeberrimo fumetto.

Una biografia basata sulle analisi dei soli nomi, lascia un po’ il tempo che trova e tornando ai fatti storici vediamo che è sui mari e sui campi di bocce che l’attività di Drake raggiunse l’apice; gli scontri con gli spagnoli erano all’ordine del giorno quando svolgeva la preziosa attività di corsaro ed invece si narra che, nominato vicecomandante della Marina Britannica, non abbia interrotto una famosa partita di bocce nonostante fosse stato avvisato dell’imminente arrivo dell’Invencible Armada.

Pur conoscendo il risultato dello scontro navale Anglo-Spagolo, non sappiamo il risultato della partita; ricordiamo però che l’episodio è molto simile a quello riportato per l’assalto dei paracadutisti tedeschi su Creta il 20 Maggio 1941, quando si racconta che il Comando Inglese abbia atteso con flemma britannica l’avvicinarsi dello scontro armato.

Anche gli storici militari tengono famiglia, e per tale ragione occorre valutare i loro scritti con un metro correttivo.

Ma il grande Francis non è famoso solo per le sue battaglie, ma ha ottenuto riconoscimenti per le sue navigazioni: primo inglese a vedere l’Oceano Pacifico, primo inglese a circumnavigare il globo; veramente superbo comandante di navi di Sua Maestà.

Ma ritornando a parlare di fumetti, che dire di Drakeborough, splendida cittadella militare, che secondo Dan Rosa, sarebbe stata la base per costruire la citta di Duckburg ovvero Paperopoli?

Dan Rosa, oriundo con nonni di Pordenone, è il cartoonist che ha ripreso il lavoro di Carl Barks, il creatore del Gongoro.

Che anche il Gongoro abbia incontrato dei discendenti di Sir Francis Drake?

Saturday, March 7, 2009

Le Grandi Opere di Babbo Natale

“Inherent in all government operation is a grave and fatal split between service and payment, between the providing of a service and the payment for receiving it.”
(Murray N. Rothbard, For a New Liberty)
Velocizzare la spesa pubblica e ammortizzatori sociali, queste le priorità del governo per “sostenere l'occupazione e far ripartire l'economia.” Continua quindi il periglioso viaggio nel girone keynesiano dell'economia simulata: finto sviluppo finanziato con i soldi sottratti al settore privato, che rispondendo alla crisi si contrae nel tentativo di ricostituire una base di capitale reale. Ma questo processo virtuoso non è gradito al premier imprenditore (sic), che come Roosevelt invita gli italiani ad “uscire di casa, a vivere come prima.”

No, per far ripartire l'economia ci vuole il “volano” delle opere pubbliche, 17,8 miliardi di soldi dei contribuenti canalizzati in opere che i consumatori non hanno richiesto, la cui utilità è quindi garantita solo dalle certezze di Berlusconi e Tremonti. Certezze che si scontrano però inevitabilmente con la dura realtà ben illustrata dall'esperienza giapponese negli anni 90, che a rileggerla oggi pare il progetto in scala di tutti gli interventi di governo messi in atto globalmente per affrontare l'attuale recessione :
Nel 1992, per affrontare un'economia in ristagno ed il crollo azionario, il governo adottò un pacchetto di misure globale ammontante a 10,7 trilioni di yen, l'equivalente del 2,3 per cento del P.I.L. Un anno più tardi, per compensare il peggioramento della crisi economica, inaugurò un altro pacchetto di stimolo, il più grande nella storia. Nel 1994 una nuova amministrazione aggiunse il proprio enorme pacchetto di spesa. Quando tuttavia lo yen giapponese aumentò fortemente il suo valore nei mercati monetari del mondo, provocando la sofferenza di importanti industrie esportatrici, il governo lanciò nuovi progetti di opere pubbliche ed implementò il più grande pacchetto di stimolo di sempre.

Allo stesso tempo, la Banca del Giappone abbassava il suo tasso di sconto al livello record dello 0,5 per cento. Per un momento l'economia sembrò recuperare, ma la disoccupazione continuava ad aumentare costantemente. Alcuni mesi più tardi, l'economia giapponese soffrì il più grande calo in 23 anni, contraendosi ad un tasso dell'11,2 per cento. [...]

Quando la speranza diventa disperazione, i politici sono tentati di accelerare la spesa pubblica. Nel 1998 il governo giapponese adottò un altro pacchetto completo di stimolo – il più grande di tutti i tempi – aumentando la spesa pubblica per le infrastruttura sociale. Dopo mesi di alterco politico, la Dieta si appropriò di circa 500 miliardi di dollari per salvare le principali 19 banche della nazione. Con una disoccupazione al 5,4 per cento, un altro pacchetto supplementare di stimolo di circa 195 miliardi di dollari era destinato a creare 700.000 posti di lavoro. La Banca del Giappone rivelò che aveva speso circa 580 miliardi di dollari per ripulire cattivi prestiti e promise di mantenere il proprio tasso di sconto “vicino allo zero.”
Il particolare che sembra sfuggire agli uomini di governo – a questo punto dobbiamo supporre per qualche imprecisata malformazione congenita – è che tutto ciò che essi possono fare è sottrarre dei soldi da una parte e spenderli da un'altra, senza alcuna possibilità né di prevederne l'eventuale ritorno, né di calcolare il danno provocato là dove sono stati prelevati. Nel settore privato l'imprenditore sottrae risorse al proprio consumo immediato per investirle in vista di una possibilità di consumare di più in futuro. Quando un governo si impegna nella spesa pubblica, invece, sottrae risorse sia dal consumo che dal possibile investimento di tutti, per finanziare investimenti che beneficiano solo alcuni, e spesso solo per un periodo limitato.

Ed è risibile l'invito al consumo rivolto ai contribuenti, così come l'idea degli ammortizzatori sociali per chi si trova ad essere espulso dal mercato del lavoro: se davvero tutta questa spesa è diretta alla massa dei lavoratori, per quale misterioso motivo, allora, i loro salari sono stati decurtati in primo luogo di una sostanziosa percentuale? Se il problema che il governo dice di voler affrontare è la mancanza nelle tasche dei lavoratori di fondi sufficienti a sostenere i consumi e a provvedere agli eventuali periodi di disoccupazione, perché non evita di tassarli alla fonte?

A questa domanda ha risposto Mises nell'Azione Umana:
Non è necessario discutere con i fautori di questa politica di deficit. È evidente che il ricorso a questo principio della capacità di pagare dipende dall'esistenza di redditi e patrimoni che possano essere ancora tassati via. Non si può più ricorrervi una volta che questi fondi supplementari sono stati esauriti dalle tasse e da altre misure interventiste. [...]

L'interventista nel sostenere una spesa pubblica supplementare non è informato del fatto che i fondi disponibili sono limitati. Non realizza che aumentare la spesa in un'area implica limitarla in altre. A suo parere c'è un'abbondanza di soldi a disposizione. Il reddito ed il patrimonio dei ricchi possono essere colpiti liberamente.
“I soldi ci sono, bisogna andarli a prendere,” ha detto D'Alema. Ma vediamo da dove arrivano questi soldi...
Gli alti tassi di imposta addizionale per i ricchi sono molto popolari tra gli interventisti dilettanti ed i demagoghi, ma assicurano soltanto modeste aggiunte agli introiti. Giorno per giorno diventa sempre più evidente che incrementi su vasta scala al totale della spesa pubblica non possono essere finanziati “strizzando i ricchi,” ma che il peso dev'essere portato dalle masse. La tradizionale politica fiscale dell'era dell'interventismo, i suoi glorificati strumenti della tassazione progressiva e le spese sontuose sono stati portati al punto in cui la loro assurdità non può più essere celata. Il famoso principio secondo cui, mentre la spesa privata dipende dalla dimensione del reddito disponibile, i redditi pubblici devono essere regolati secondo la spesa, si confuta da solo.
Quindi, l'essenza dell'intervento è semplicemente questa: i soldi di chi è più colpito dalla recessione vengono usati per combatterla. Ovvero quello che succederebbe in ogni caso, visto che gli unici soldi disponibili (a parte quelli nella Zona Fantasma dei Bernanke e dei Trichet) sono quelli. Il ruolo dello stato in tutto ciò è banale: sostituirsi al giudizio dei consumatori nella scelta di come usare i soldi che essi hanno guadagnato. Ma che tale giudizio possa essere migliore è solo un assunto pretenzioso destinato ad essere smentito dalla realtà:
Un punto essenziale nella filosofia sociale dell'interventismo è l'esistenza di un fondo inesauribile a cui si può attingere per sempre. L'intero sistema dell'interventismo sprofonda quando questa fonte è prosciugata: il principio di Babbo Natale liquida sé stesso.
Sì, è molto triste quando delle persone adulte credono a Babbo Natale.

Friday, March 6, 2009

The broker...

Tende e carta igienica

In questa nuova lezione il professor Murphy ci spiega – con soave metafora – la differenza tra la moneta e l'interesse, e perché è così importante. Potrebbe sembrare lapalissiano ma, purtroppo, non è così, almeno osservando il panorama dell'odierna scienza economica.

Il declino della nostra civiltà dipende in gran parte da questa incapacità di dare alle cose il giusto nome e il giusto utilizzo, un'incapacità che rende possibile ad un'organizzazione criminale di spacciarsi per ente benefico.
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Di Robert P. Murphy


C'è una vecchia barzelletta in cui un tipo chiede “qual è la differenza tra le tende e la carta igienica?” E l'altro risponde “non lo so, qual è?” Allora il primo tipo risponde, “non le permetto di entrare a casa mia!”

Dopo aver seguito gli “esperti” economisti dibattere la nostra crisi finanziaria per tutto l'anno scorso, ho capito che possiamo modificare quella barzelletta. Oggi chiederei ai blogger economici ed agli editorialisti, “qual è la differenza fra la politica monetaria ed i tassi di interesse?” Se un economista risponde, “non lo so, qual è?” allora non gli dev'essere permesso di consigliare il governo. Qualsiasi “esperto” che confonda la moneta e l'interesse finirà per dare orribili raccomandazioni in determinate circostanze, come vederemo sotto.

Moneta e interesse sono cose diverse

Anche se il pubblico è stato abituato a credere che l'aumento della massa monetaria sia la stessa cosa che abbassare i tassi d'interesse, queste sono in realtà cose ben distinte. Infatti, il collegamento apparentemente ovvio fra crescita monetaria e tassi d'interesse è in gran parte un incidente del modo in cui si sono sviluppate storicamente le banche centrali. In un'economia davvero basata sulla proprietà privata, i minatori d'oro – cioè, i produttori di nuova moneta – non avrebbero affatto un collegamento diretto con i tassi d'interesse. La decisione dei minatori d'oro di aumentare la produzione avrebbe un effetto diretto molto piccolo sui tassi d'interesse.

Le banche centrali iniettano del tutto arbitrariamente la nuova moneta nell'economia attraverso i mercati del credito. Supponiamo per esempio che il governo debba controllare “l'industria della moneta.” Ancora, supponiamo di essere in una situazione in cui il governo determina che un'iniezione di nuova moneta sia necessaria per aiutare il mercato ad uscire dalla sua intossicazione di laissez-faire. Nondimeno, non c'è motivo per la banca centrale di scegliere i titoli di debito come punto d'entrata per la nuova moneta.

Questo è un punto cruciale, quindi analizziamolo a fondo. Ora, quando la Federal Reserve si impegna in “operazioni di mercato aperto,” Bernanke va sul mercato e compra, diciamo, titoli del Tesoro degli Stati Uniti per un valore di 10 milioni di dollari da un rivenditore di titoli. Come paga Bernanke? Semplice, compila un assegno a nome della Federal Reserve.

Quando il rivenditore di titoli deposita l'assegno di 10 milioni, la banca accredita 10 milioni sul suo conto corrente. Quindi la banca stessa gira l'assegno alla Fed. Tenetevi forte, qui c'è la parte divertente: quando la Fed riceve un assegno – emesso su sé stessa – dalla Acme Bank, la Fed lo contabilizza ed aumenta il bilancio dell'Acme con la Fed di 10 milioni. Maun debito corrispondente nel sistema non c'è, da nessuna parte! L'ammontare totale delle riserve della banca-membro, tenute sul deposito con la federazione, è aumentato magicamente di 10 milioni di dollari.

Come chiunque non abbia saltato la relativa lezione universitaria ricorderà, la natura a riserva frazionaria del nostro sistema bancario significa che l'iniezione di 10 milioni in nuove riserve in realtà permetterà che fino a 100 milioni in nuova moneta entrino nell'economia. Ma quell'effetto piramide non è ciò su cui voglio concentrare l'attenzione.

Invece, voglio evidenziare il fatto che la Fed scelga i rivenditori di titoli per essere i primi destinatari di nuovi soldi. Questo ha un impatto enorme sul modo in cui l'economia funziona. Ma noi non vediamo neppure questo aspetto della situazione, perché siamo giunti a credere che sia naturale.

In realtà è orribilmente innaturale e causa il ciclo economico stesso. Supponete che invece di entrare nel mercato dei titoli, quando Bernanke vuole aumentare la massa monetaria, cominciasse ad aggiungere SUV al bilancio della Fed. Potete immaginare quanto questo potrebbe scombussolare il mercato automobilistico?

La Fed dei SUV

Non è insolito che il bilancio della Fed aumenti di 5 miliardi di dollari in un dato periodo di 12 mesi (in questo articolo non voglio neanche pensare di occuparmi dell'astronomico aumento nelle riserve della Fed durante il 2008). Questo significa che nel corso di un anno, è del tutto possibile che la Fed si lasci andare ad un festino di spesa ed ammassi 5 miliardi in titoli extra emessi dallo Zio Sam. Poi, alla fine, può scaricarli altrettanto rapidamente e non secondo qualche formula prevedibile quanto piuttosto in larga misura seguendo il semplice capriccio.

Ora immaginate se la Fed accumulasse SUV, piuttosto che titoli, quando compie le sue operazioni di mercato aperto. Si recherebbe dai concessionari auto e compilerebbe assegni (coperti dall'infinito rifornimento delle riserve elettroniche della Fed conservate nella Zona Fantasma di Bernanke). Poi il concessionario venderebbe effettivamente un veicolo reale alla Fed. Un eventuale cliente privato che avesse messo l'occhio su quel particolare SUV dovrebbe trovarsi un altro veicolo, perché quello che voleva viene caricato su un camion in partenza alla volta di New York.

Tuttavia, il cliente potrebbe realmente decidere di posporre l'acquisto, sperando che la Fed adotti una stretta politica monetaria. In questo caso – quando la Fed vuole succhiare moneta dall'economia per contenere l'inflazione di prezzi – scaricherebbe i SUVs sul mercato. Quando i concessionari auto li compreranno all'asta, intesterebbero degli assegni alla Fed, coperti dai loro conti correnti commerciali, e nel processo rimanderebbero infine alcune delle riserve totali nel sistema bancario nella Zona Fantasma.

Anche se il nostro ipotetico sistema introdurrebbe un'estrema volatilità nei prezzi dei SUV, è ancora evidente che i produttori di automobili apprezzerebbero l'intesa, finché il governo agisce generalmente da acquirente netto di SUV. Ovvero, finché la riserva di SUV del governo tende a crescere col tempo, i produttori riceverebbero effettivamente una sovvenzione indiretta, anche se il governo non si occupa mai direttamente dei produttori e compra sempre i SUV da concessionari di terze parti.

I reali e potenziali consumatori di SUV, naturalmente, soffrirebbero. Non solo pagherebbero prezzi più elevati, ma sarebbero anche meno sicuri della disponibilità e del prezzo dei veicoli sulla strada, a causa dell'improvviso saltare dentro e fuori il mercato della banca centrale.

Prezzi dei titoli e tassi d'interesse

Distorsioni simili avvengono nel mondo reale, ma non le notiamo più. Quando la Fed “taglia i tassi di interesse,” quello che sta realmente facendo è creare soldi dall'aria fritta e passarli ai produttori di titoli. E che cosa è un produttore di titoli? È semplicemente un termine più chic per definire un debitore.

Il produttore di tioli più privilegiato è naturalmente il Ministero del Tesoro degli Stati Uniti. Ora, sono sicuro che sia solo per pura coincidenza che quando il governo ha costituito la Federal Reserve – l'entità che in un certo senso controlla le presse tipografiche del dollaro – abbia richiesto, esplicitamente o implicitamente, che la Fed potesse iniettare la nuova moneta generalmente solo comprando titoli emessi dal Ministero del Tesoro (questo modello di recente è cambiato, naturalmente). Ciò assicura che ogni volta che la Fed inietta i nuovi soldi nel sistema, spinge verso l'alto il prezzo dei buoni del Tesoro. Dato che è il Ministero del Tesoro a vendere quei titoli appena emessi, ovviamente il Ministero del Tesoro ne trae giovamento.

Dall'altro lato, i compratori del settore privato di buoni del Ministero del Tesoro e di altri titoli ci perdono. Se erano entrati nel mercato con l'intenzione di acquistare un titolo che rende 10.000 dollari in dieci anni, ora dovranno pagare un prezzo più elevato a causa dell'ingombrante presenza della Fed con il suo libretto di assegni dalla Zona Fantasma.

Un altro nome per i compratori di debito del settore privato è risparmiatori. Così la decisione della Fed di accumulare strumenti di debito – piuttosto che grossi fuoristrada – sovvenziona i debitori e penalizza i risparmiatori. Le sue azioni inoltre inducono la gente a risparmiare di meno o prendere in prestito di più di quanto avrebbero fatto in un mercato dei titoli libero. Forse più grave, il comportamento della Fed mette in moto il ciclo di boom e crisi che contagia misteriosamente le economie di mercato.

L'uno-due della Fed all'economia

Quello che la gente spesso trascura è che la Fed distorce l'economia in due modi distinti: in primo luogo, distrugge il valore del dollaro ampliando la disponibilità di dollari anno dopo anno. Ma oltre ad alzare i prezzi in generale, le azioni della Fed causano anche distorsioni perché alzano i prezzi dei titoli per primi, che sono così temporaneamente più alti confrontati ad altri prezzi.

Se la Fed raddoppia la massa monetaria, a lungo termine questo approssimativamente raddoppierebbe i prezzi di tutti i beni e servizi. Ma se la Fed limita l'iniezione di nuova moneta alle mani di alcuni destinatari privilegiati, quelle persone avranno ad un vantaggio fantastico (anche se provvisorio) rispetto a chiunque altro nell'economia. Metteranno le loro mani sui miliardi in nuovi dollari, mentre i prezzi ancora riflettono la vecchia realtà. I nuovi soldi allora scorreranno di settore in settore, spingendo verso l'alto i prezzi spandendosi in tutta l'economia. Ma le ultime persone a ricevere il nuovo afflusso di biglietti da venti – e da cento – dollari saranno molto più povere di altre, una volta che i prezzi si sono adeguati. Il loro stipendio è stato l'ultimo ad aumentare, mentre impotenti hanno visto sempre più prezzi cominciare a raddoppiare.

Una combinazione letale

Ora, cosa accade quando l'economia è in una situazione dove (a) “ha bisogno” di più moneta, e (b) “ha bisogno” di tassi d'interesse più elevati (sto usando non precisamente “aver bisogno” nel senso di “richiesto dall'efficienza economica”)? Per esempio, potrebbe essere il caso di un paese che in precedenza era isolato economicamente ed ora si è aperto al mercato mondiale. I suoi abitanti in origine commerciavano fra di loro con la propria valuta domestica, ma adesso vogliono usare la moneta internazionale.

In un vero libero mercato monetario, l'oro probabilmente sarebbe la moneta merce mondiale. Questo significa che tonnellate di oro supplementare (sotto forma di lingotti e monete) affluirebbero nel paese in via di sviluppo, per aggiungersi al patrimonio del suo popolo.

Ma allo stesso tempo, poiché queste persone riconoscerebbero l'immenso balzo nel tenore di vita che potranno presto sperimentare, proverebbero anche a prendere in prestito a fronte del loro reddito futuro. In altre parole, ora che la loro nazione è aperta al commercio internazionale, la loro produttività si moltiplicherà per un fattore di dieci in pochi anni. Ma non accadrebbe da un giorno all'altro, perché ci vorrebbe del tempo perché le aziende multinazionali entrino e costruiscano fabbriche avanzate, o diano il via all'estrazione su vasta scala delle risorse minerarie.

Dal punto di vista dei nativi, essi si renderebbero conto che il loro reddito annuo medio schizzerà dai, diciamo, 500 ai 5.000 dollari in due anni, dove dovrebbe rimanere fino alla loro pensione. In tale situazione, prenderebbero naturalmente in prestito molto denaro. La loro aumentata domanda di prestiti alzerebbe i tassi d'interesse, richiamando altro risparmio dal resto del mondo e razionando i fondi disponibili tra altri potenziali mutuatari.

È in questo modo che un vero mercato libero tratterebbe una situazione in cui il mercato ha bisogno di più moneta e di tassi d'interesse più elevati. L'aumento del prezzo mondiale dell'oro incentiverebbe i minatori d'oro ad amplificare la produzione, mentre l'aumento del prezzo dei prestiti incentiverebbe i risparmiatori ad amplificare la loro “produzione.” Non c'è ragione per cui le azioni dei minatori d'oro sarebbero in conflitto con le azioni dei risparmiatori.

Ma cosa accade con una banca centrale quale la nostra Federal Reserve? Quando essa cerca di aumentare la massa monetaria, deve necessariamente abbassare i tassi d'interesse, almeno relativamente a dove sarebbero stati altrimenti. Di conseguenza, in una situazione in cui la gente vuole tenere più contanti e dove ha un disperato bisogno di maggiore risparmio, la Fed può affrontare una crisi soltanto esacerbando l'altra.

È esattamente qui che ci troviamo nell'attuale crisi. La tremenda incertezza nei mercati finanziari – in sé causata in gran parte dalle politiche del governo – ha spinto tutti a cercare maggiore liquidità. La gente non ha idea quale sarà il suo flusso di reddito tra 6 o 12 mesi, così sta provando a ampliare la propria disponibilità di beni molto liquidi.

Allo stesso tempo, lo scoppio della bolla immobiliare e di quella azionaria ha rivelato che molte persone ricche in tutto il globo non stavano affatto risparmiando quanto credevano. L'allarme doveva diffondersi per il mondo: “risparmiate di più! risparmiate di più! È un'emergenza! L'intera struttura del capitale è a rischio se non tappiamo presto questi buchi!”

Tragicamente, la struttura delle banche centrali nel mondo di oggi ha permesso ai governi di risolvere soltanto un problema. Hanno scelto di sommergere i mercati di soldi, spingendo così i tassi d'interesse all'assurdo livello, praticamente, di zero.

Quindi, nel singolo momento più cruciale nella storia di mondo in cui i tassi d'interesse avrebbero dovuto aumentare decisamente, sono stati invece azzerati. Nel momento stesso in cui un risparmio supplementare è necessario nella maniera più critica, i governi del mondo hanno invece reso il prestito quasi senza senso.

Conclusione

I tassi d'interesse sono prezzi, e come tali trasportano informazioni reali sulla scarsità nel mondo. La gente parla di affari finanziari che si spargono “nell'economia reale,” come se l'allocazione del capitale fosse un qualche dettaglio secondario. Al contrario, i mercati dei capitali – guidati dai tassi d'interesse – sono col passare del tempo il singolo “regolatore” più importante della “reale” economia di mercato.

Sommergendo i mercati creditizi con soldi creati dall'aria fritta, le banche centrali mondiali stanno interferendo con i tentativi degli esseri umani di comunicare tra loro dopo lo scoppio della bolla immobiliare. Sarebbe come se i governi utilizzassero aerei militari per disturbare le radio dei soccorritori in una regione colpita da un terremoto.

I politici ed i burocrati parlano come se i membri del settore privato fossero distanti durante la crisi. Al contrario, la gente in tutto il mondo si sta concentrando come non mai sulle proprie finanze. Ma i governi del mondo continuano a sommergere i segnali che le persone cercano di trasmettersi l'un l'altra.

La moneta e l'interesse sono cose distinte. Ci sono periodi in cui la “giusta” risposta del mercato è un aumento nell'offerta di moneta e un aumento nei tassi d'interesse. Poiché le moderne banche centrali iniettano tipicamente la nuova moneta soltanto abbassando i tassi d'interesse, esse peggiorano grandemente il panico finanziario.

Thursday, March 5, 2009

Wednesday, March 4, 2009

Lo stimolatore stimolato

Ancora sullo stimolo. Lew Rockwell nota un fatto piuttosto curioso: pare che la grave recessione che colpisce tutti i settori dell'economia stia risparmiando il settore pubblico. Anzi, non solo il pubblico non si contrae, ma si espande e prospera come non mai.

È forse questa, si chiede il buon Lew, la ragione delle ricette già fallite in passato – e destinate a fallire nuovamente – che i governi, in primis quello americano, hanno deciso di utilizzare per “combattere” la recessione?

La logica degli incentivi suggerisce che questa potrebbe essere la risposta corretta.
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Di Llewellyn H. Rockwell, Jr.


Il grande fallimento dell'amministrazione Obama è che è pieno di gente che non mostra di conoscere le verità essenziali della teoria liberale. Secondo questa teoria – che è il cuore del contributo politico americano alla stessa modernità, e la sua forza motrice – la libertà è il fondamento e la ragione della prosperità sociale ed economica. Tutte le evidenze suggeriscono che non sanno niente di tutto ciò.

Gli obamiani hanno l'opinione opposta, quella promossa dai faraoni e dagli imperatori dell'antichità, fino ai talebani e agli Hugo Chavez del nostro tempo. È l'opinione per cui niente è oltre la competenza dello stato e del suo grande capo. Specialmente negli affari economici, questa gente ha una visione esageratamente gonfiata di cosa il capo esecutivo della nazione può compiere con la pura volontà.

La teoria liberale insegna che una verità sul governo è che qualunque cosa faccia, i risultati finiscono per rendere il problema non migliore ma peggiore. Sto pensando alla guerra contro la droga, alla guerra contro la povertà, alla guerra contro l'analfabetismo ed alla guerra contro il terrore. Così è nella guerra contro la recessione. Ci ha già dato la storia di un fallimento, non solo nell'ultimo anno ma fin dagli anni 30.

Cent'anni fa, la teoria liberale mise in guardia contro la banca centrale considerando che avrebbe creato inflazione e generato instabilità e corruzione politica. Tutto ciò si è verificato. I liberali misero in guardia contro l'attacco alla parità aurea negli anni 30, e di nuovo si vide che avevano avuto ragione. Così fu per Bretton Woods ed anche per la definitiva creazione di Nixon della valuta irredimibile. Avevano ancora ragione.

Ma gli obamiani imparano dalla storia? Al contrario, sono completamente ciechi davanti ad essa.

Il fallimento intellettuale è alla radice del problema. Notate come l'amministrazione invoca una teoria economica in difesa della propria politica di saccheggio indiscriminato nazionale. In questo caso, una cattiva teoria economica funziona come copertura per atti di dispotismo. Alla fine, è così che gli errori teorici di J.M. Keynes diventano utili per i governi.

Ma un aspetto di ciò non è stato commentato abbastanza. Riguarda il modo in cui lo stato sta usando la scusa dello stimolo per aiutare non la società ma sé stesso. Qui lo stato viene certamente stimolato, ma l'economia privata – l'unica fonte reale di ricchezza sociale – viene drenata in molti modi.

Il modo più diretto in cui lo stimolo aiuta lo stato è trasferendo risorse dall'economia privata allo stato in un gioco a somma zero. Da Moody viene una prova diretta. Mentre il resto dell'economia della nazione si sta restringendo, l'economia di Washington, DC, sta crescendo ad un tasso del 2,5%. La Virginia del Nord e il Maryland suburbano prendono parte alla festa, mentre il governo guadagna a scapito di tutti gli altri.

Una delle grandi lezioni della teoria liberale riguarda la straordinaria capacità del libero scambio di generare ricchezza. Il commercio avvantaggia entrambe le parti. Il risparmio fornisce le risorse per gli investimenti. Gli investimenti creano occupazione che crea più prodotti da acquistare. Attraverso questo meccanismo, l'occidente è diventato ricco.

L'economia dello stimolo non è tanto complessa. Si limita a prendere da qualcuno e dare ad altri. Non c'è alcuna creazione di ricchezza. Non c'è un magico “moltiplicatore” che trasforma le pietre in pane. L'economia dello stimolo distrugge il valore, perché la proprietà è estorta ai proprietari, che la usano per scopi socialmente utili, ed è data al governo perché possa passarla agli amici.

Questo processo è costoso per la generale produzione di ricchezza – e la maggior parte di quei costi sono non visibili. Non sapremo mai che tipo di stimolo reale avrebbe potuto realizzarsi se la proprietà fosse stata lasciata in mani private. Quali posti di lavoro avrebbe potuto essere creati, quali investimenti avrebbe potuto esser fatti, che tipo di espansione economica avrebbe potuto avvenire? Non lo sapremo mai.

Il falso stimolo può prendere la forma di trasferimenti diretti di ricchezza, o può avvenire attraverso la creazione di debito, che alla fine demolisce il valore della valuta che la gente usa per il proprio risparmio. Questo introduce un caos economico che nessuno può controllare una volta cominciato. Il settore privato è ridotto.

Il settore pubblico, d'altro canto, prospera sull'ingiusto bottino. I soldi ottenuti equivalgono ad un'infusione diretta. Quanto dello stimolo aiuta il settore pubblico? Se considerate le aziende private che stanno ricevendo il sussidio pubblico, è il 100%, poiché imprese precedentemente capitaliste sono nazionalizzate dalla porta di servizio. Tuttavia, dato che delle aziende private ricevono denaro, Obama crede di avere il diritto di vantarsi!

Questo falso stimolo devia seriamente anche il mercato del lavoro, poiché la gente lascia occupazioni del settore privato e si rivolge al governo per ottenere occupazioni a rischio zero. Davvero, questo programma di stimolo è come rivoltare la clessidra.

Bernanke ci sta avvertendo che siamo in una grave contrazione, ma l'avvertimento non si applica lui o al resto del settore pubblico. Loro stanno tutti espandendosi molto allegramente, in realtà.

Il governo è destinato a vincere, mentre il resto di noi perderà. Anche se avesse la cura perfetta per la recessione, il governo non ha incentivo per metterla in atto. Le sue prescrizioni per l'economia malata non sono diverse dal resto del settore pubblico, che serve sé stesso a spese di tutti.

In effetti, il governo ama le contrazioni economiche. Per decenni, l'economia privata è stata superiore al governo. Il settore privato ha assunto la direzione della maggior parte dei posti di comando nella società, dalla sicurezza alle comunicazioni a tutte le forme di progresso tecnologico. Questo ha infastidito lo stato infinitamente. Ora è il momento della rappresaglia.

La depressione economica è un bene per lo stato. Anche se lo stato sapesse come fermarla, perché dovremmo supporre che abbia un incentivo ad agire in tal modo?

Tuesday, March 3, 2009

«Stimulate, or simulate an economy?»

Da Fox News, una puntata di “The Strategy Room” di Andrew Napolitano con un cast d'eccezione: Ron Paul, Lew Rockwell, Peter Schiff, oltre a Steve Moore e Cody Willard (autore della geniale battuta che ho usato per titolo). Il dibattito è ovviamente molto interessante, ma non si può fare a meno di notare che la Fox, come i repubblicani in generale, riscopre il libero mercato – e dà spazio a Ron Paul dopo averlo boicottato per tutta la campagna elettorale – solo allorché un democratico occupa la Casa Bianca, la stessa Fox che è servita da grancassa governativa mentre Bush espandeva il potere del governo federale oltre ogni limite.

Solo ora i conservatori sembrano terrorizzati da quello che la nuova amministrazione potrebbe fare con quel potere. E cosa potrà mai fare, se non le stesse cose di quella che l'ha preceduta? In ogni caso, godiamoci questo raro evento, pur senza dimenticare che sarebbe stato meglio fosse avvenuto qualche anno fa, quando la scena ricorrente sugli stessi schermi era Schiff usato come bersaglio dagli “esperti” di regime.

Monday, March 2, 2009

Il Gongoro consiglia

Liberty Soldier ha postato sul suo blog un eccellente riassunto della crisi economica, ottimo per chi volesse schiarirsi le idee. Ecco i link diretti:

Crisi economica - parte 1: Origini Storiche

Crisi economica - parte 2: Inflazione,Consumi e Risparmi

Premio Caligola - Febbraio '09: D'Alia!

Allegria, per la seconda volta sulle due di quest'anno un nostro compatriota conquista il primo scalino del podio del Premio Caligola - Il potere gli ha dato alla testa: il senatore dell'UDC Gianpiero D’Alia ce l'ha fatta, con un sonante 48% s'è aggiudicato l'ambito premio. Ma qui c'è da fare un piccolo appunto ai ligi votanti del Gongoro. Non è forse vero che un certo campanilismo di fondo orienti sempre più spesso le scelte di voto? Cos'è questa reazione contro il naturale progresso verso un mondo che è uno, verso una più completa assimilazione dei popoli? Orsù, liberatevi da queste fruste vestigia passatiste e affrontate la vita da cittadini del mondo!

Un plauso, quindi, alla minoranza (31%) che ha votato per il candidato di colore, il nostro affezionato Robert “Champagne” Mugabe: non hanno soltanto dimostrato il giusto apprezzamento per una performance alla Maria Antonietta, ma anche una politicamente corretta attitudine antirazzista aperta alle diverse culture e bendisposta verso le etnie svantaggiate.

E bravi anche quei sette votanti, il 20%, che hanno dato la loro preferenza a Beverley Hughes e ai suoi consigli ai genitori. Perché turbare le tenere menti dei pargoli con pesanti concetti morali quando gli si insegnano i rudimenti della sessualità? Potrebbero sviluppare un ingiustificato timore, con conseguente discriminazione, verso, ad esempio, i pedofili. E la discriminazione è male: questo è un concetto morale, invece, che è giusto inculcargli a qualsiasi età.

Bene, il kit
Do it yourself: Suicide! è stato spedito a D'Alia, completo di targa ricordo, e speriamo come sempre che ne faccia buon uso. E ora che anche il carnevale è passato (almeno ufficialmente), torniamo alla consueta quaresima.

Sunday, March 1, 2009