Monday, December 10, 2007

Self control

If inequality of wealth and incomes is an evil, there is no reason to acquiesce in any degree of it, however low; equalization must not stop before it has completely leveled all individuals' wealth and incomes.
(Ludwig von Mises)
Un timore che viene spesso evidenziato di fronte all'ipotesi di una società senza stato è che, in assenza del controllo di un'autorità superiore, si aprirebbero le porte al dominio incontrastato del grande capitale. Un vero e proprio favore, insomma, alle “grandi corporazioni” che senza più freni governerebbero il mondo. Questo perché “il capitalismo genera ingiustizia” di per sé, e senza un controllo l'ingiustizia raggiungerebbe il massimo grado.

Ora, evito di dilungarmi più di tanto sul fatto che non è facile immaginare un grado di ingiustizia più alto dell'attuale – se non proiettandolo nell'inevitabile futuro in cui si riveleranno le conseguenze delle azioni presenti – grado che è stato possibile raggiungere con l'intervento statale sull'economia e non senza (particolare questo che gli entusiasti del maggior “controllo” troppo spesso trascurano), e preferisco dedicare una certa attenzione ad un altro aspetto del problema: da dove arriva il potere delle grandi corporazioni, come si sono create queste grandi concentrazioni finanziarie.

Nella vulgata comune, sottilmente incoraggiata dalla propaganda statale, tale concentrazione sarebbe il naturale sviluppo in una società capitalista. In altre parole, la competizione viene vinta sempre dall'impresa dotata di maggiori risorse, incentivando quindi la concentrazione del capitale e l'instaurazione infine di monopoli.

Subito una prima obiezione: considerato che non è possibile, al momento, osservare alcuna società capitalista in cui lo stato non interferisca più o meno pesantemente, tale “teorema” non è altro che un'ipotesi, anche piuttosto azzardata, come si può comprendere analizzando la storia di queste concentrazioni di potere economico. Abbiamo visto con Hoppe che, su questa analisi, si può dire che tra la scuola marxista e quella austriaca c'è un certo accordo:
È vero che Marx, nel famoso capitolo 24 del primo tomo del suo Il Capitale, fa una descrizione della comparsa del capitalismo che intende dimostrare che una gran parte, se non la maggior parte della proprietà capitalista iniziale risulta dal furto, dall'accaparramento delle terre e dalla conquista. Allo stesso modo, nel capitolo 25 sulla “teoria moderna del colonialismo”, sottolinea pesantemente il ruolo della forza e della violenza nell'esportazione del sitema capitalista verso quello che noi chiameremmo il terzo mondo. Vediamo bene che tutto ciò è grossomodo esatto, e nella misura in cui lo è, non cercheremo contrasti con chiunque chiamasse “sfruttatore” quel capitalismo.
Non bisogna tra l'altro dimenticarsi di sottolineare che l'esportazione violenta del capitalismo fu un'operazione portata a termine per volontà di case regnanti e stati, e grazie alle risorse da essi sottratte al popolo: quando si dice intervento dello stato in economia!
È sufficiente leggere la storia delle compagnie delle Indie, di un monopolio creato dalla corona britannica e garantito dalle truppe di sua maestà, per trovare un perfetto esempio di come legiferare e disporre delle risorse di tutti a favore di alcuni, primo passo per la creazione delle grandi concentrazioni di capitale in questione. Possiamo affermare che lo scopo principale, se non unico, del colonialismo, fosse proprio la creazione di questi monopoli. Senza concorrenza non perché sbaragliata dalla sproporzione del capitale, ma perché negata a priori per decreto. Insomma: nient'altro che il noto trucco di privatizzare le entrate socializzando le uscite.


Per restare in Italia, potremmo ricordare l'epopea coloniale fascista, un affare molto più limitato ma che presenta le stesse caratteristiche: sottrarre risorse economiche ed umane dalla società per indirizzarle in una determinata direzione, da cui una ristretta élite di persone potrà ottenere enormi guadagni senza doverne sopportare il costo. Osserviamo più da vicino, da un lavoro di Nicola Labanca:
Un primo indicatore potrebbe essere quello che definiremmo il tasso di colonizzazione del bilancio statale, misurato cioè sul rapporto tra bilanci per il ministero delle Colonie e bilancio dello stato. Si trattò ovviamente di spese molto basse per tutta la lunga prima fase dell’Italia liberale, spese che nel 1920 erano ancora dell’0,8% del totale, equivalenti in valore assoluto a 232 milioni. La percentuale crebbe con il fascismo, a territori coloniali sostanzialmente invariati (“riconquiste” a parte), passando nel 1925 all’1,9 e al 1930 al 2,4. Il mutamento radicale quando avviene? Attorno al 1935-36, quando le spese coloniali balzarono al 19%, il che significa in valore assoluto 4 miliardi e 144 milioni. L’anno successivo “scesero” al 10,7%, ma il dato non deve ingannare perché in valore assoluto raddoppiarono (7 miliardi 199 milioni): le spese per la conquista dell’Etiopia furono fatte gravare su più esercizi finanziari. Le spese coloniali rappresentavano ancora nel 1939 il 17,2% dei bilanci statali, cioè più di 7 miliardi. [...]

Alcune tendenze, anche solo dall’esame dei tre indicatori proposti, sembrano delinearsi con chiarezza: non indifferente costo delle colonie (basso in percentuale rispetto al bilancio statale, ma non trascurabile rispetto alla moderata estensione dei possedimenti e soprattutto alla loro scarsa messa in valore), ristrettezza dell’interscambio commerciale con le colonie (rispetto al totale del commercio estero nazionale) e, sembra, un rapporto ancora non ben deciso dell’economia nazionale tra Africa-colonia e Africa-Mediterraneo (nel senso di colonie altrui). Quanto alla cronologia, si delinea ancora una volta una lunga continuità strutturale fra Italia liberale e primo fascismo, e un salto marcato con l’Impero. Quanto alla natura merceologica di questo interscambio, il che rinvia all’identificazione degli interessi di specifici gruppi economici nazionali verso le colonie, non c’è spazio in questa sede: ma non sarebbe difficile argomentare la tesi di una spinta economica al colonialismo fortemente settoriale, di pochi talora anche grandi interessi, legati a specifiche aree geografiche e a ristretti gruppi di pressione.
Un supplemento di indagine potrebbe facilmente svelare l'identità di questi gruppi di pressione – gruppi che, abbiamo visto, non possono raggiungere il loro scopo se non per mezzo delle risorse e del potere dello stato, e che dello stato sono quindi i più grandi sponsor – ma in questa sede ne citerò, a titolo di esempio, uno tra i più importanti, la cui commistione con il potere politico attraversa tutta la nostra storia nazionale. Leggiamo da un articolo di Pino Cacucci:
Fondata nel 1899 da Giovanni Agnelli, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale era un’azienda che annaspava per restare a galla durante la depressione economica internazionale acuitasi nel periodo 1904-1905, poi aggravata per l’Italia con il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1907, che dissestò ulteriormente il bilancio dello stato. Con le guerre coloniali in Libia del 1911-12 la Fiat era riuscita a piazzare un po’ di veicoli militari, ma niente di paragonabile alla bonanza della Grande Guerra. Bastino questi dati: nel 1914 era al 30° posto tra le aziende italiane con 4000 addetti, grazie alla macelleria voluta dagli interventisti, nel 1918 contava ben 40510 dipendenti, cioè più che decuplicati, mentre il capitale sociale passava dai miseri 25 milioni del 1914 ai 128 milioni del 1918. Autocarri, autoblindo, aerei, mitragliatrici, bombe: una manna dal cielo, la guerra, con le sue trincee piene di sangue, viscere, fango e pidocchi.

Un simile “miracolo economico” era dovuto alle commesse di guerra, ovviamente, ma anche alla manodopera militarizzata: legislazione speciale che sospendeva i diritti sindacali, turni massacranti, scioperi considerati “boicottaggi”, salari da fame. Come scriveva il giornale socialista l’Avanti il 22 marzo 1916, “Entrando alla Fiat gli operai devono dimenticare nel modo più assoluto di essere uomini per rassegnarsi a essere considerati come utensili”. Considerando che Austria e Germania avevano offerto all’Italia, in cambio della neutralità, esattamente gli stessi territori che avrebbe ottenuto alla fine della guerra e costati centinaia di migliaia di morti, la domanda della persona sensata è: perché l’Italia entrò in guerra? La domanda va rivolta ovviamente alla Fiat, e la risposta sta nei dati precedenti, applicabili in misura minore a tante altre industrie italiane che producevano materiale bellico.

Poi, Giovanni Agnelli divenne un sostenitore del fascismo così entusiasta da rivestire l’incarico di senatore in un senato prono ai voleri di Mussolini. E si arrivò alla Seconda guerra mondiale, con la Fiat a fornire carri armati di latta – le famigerate trappole Fiat Ansaldo M40 e P40, patetici cingolati dotati di cannoncino e spediti nel deserto di El Alamein con i carristi ad arrostirci dentro, per quanto si arroventavano sotto il sole - che gli inglesi preferivano sfondare in corsa con i loro tank per risparmiare granate perforanti; e anche aerei da caccia biplani – i Fiat CR 32 già intervenuti in Spagna a sostenere i golpisti di Francisco Franco, e i CR 42 – quando l’intero apparato aereo dei paesi coinvolti nel conflitto avevano abbandonato i biplani da anni; bastano alcuni dati per comprendere quanto l’industria italiana fosse antidiluviana rispetto alle macchine messe in campo dal “nemico”: il Fiat CR 42 poteva raggiungere una velocità massima di 440 km/h con un motore da 840 hp, mentre lo Spitfire inglese superava i 590 km/h grazie alla spinta dei suoi 1498 hp, e persino il più vetusto Hawker Hurricane volava a 505 km/h, mentre il rispettivo armamento vedeva il misero Fiat combattere con due mitragliatrici contro le otto dei velivoli avversari. Quando la Fiat tentò di mettersi alla pari, sfornò un monoplano, il G50, così evoluto da avere a malapena un parabrezza e l’abitacolo aperto anziché un tettuccio a proteggere il posto di pilotaggio, come tutti i velivoli inglesi e tedeschi, oltre a essere tragicamente lento e poco maneggevole. Sembra quasi che il motto della Fiat fosse allora come oggi “Sempre un passo indietro rispetto agli altri”, tanto poi c’è chi paga il conto dei cocci rotti.
Senza parlare delle sovvenzioni, degli incentivi, della cassa integrazione destinati alla FIAT in tutti questi anni, per mantenere viva un'azienda che, se non fosse stata favorita in tal modo dai governi via via succedutisi, sarebbe probabilmente fallita molto tempo fa, liberando le enormi quantità di risorse da essa assorbite. Risorse che avrebbero così potuto finanziare imprese più utili e redditizie, imprese che, soprattutto, avrebbero risposto alle esigenze di tutti i consumatori e non di una sola famiglia. Scrive Mises:
I profitti e le perdite dicono all'imprenditore che cosa i consumatori stanno chiedendo più urgentemente. E soltanto i profitti che l'imprenditore intasca gli permettono di adeguare le sue attività alle richieste dei consumatori. Se i profitti vengono espropriati, gli viene impedito di uniformarsi agli indirizzi dati dai consumatori. Così l'economia di mercato è privata del suo timone. Si trasforma in un groviglio senza senso.

La gente può consumare soltanto ciò che è stato prodotto. Il grande problema della nostra era è precisamente questo: chi dovrebbe determinare ciò che dev'essere prodotto e consumato, la gente o lo stato, i consumatori stessi o un governo paternalista? Se si decide per i consumatori, si sceglie l'economia di mercato. Se si decide per il governo, si sceglie il socialismo. Non c'è una terza soluzione. La determinazione dello scopo per il quale ogni unità di vari fattori di produzione deve essere impiegata non può essere divisa.
La verità è che, se volessimo spingerci ad ipotizzare la distribuzione del capitale in una società senza intervento statale, nulla indica una univoca tendenza alla concentrazione. Senza guerre per dirottare risorse verso tasche ben precise, senza sovvenzioni e leggi su ordinazione, e dall'altra parte, senza barriere fiscali e controllo di prezzi e salari, un capitale maggiore costituisce certamente un vantaggio, ma non un ostacolo insuperabile.

Come scrive Mises, se il controllo del capitale rimane nelle mani dei diversi imprenditori, a guidarlo sono le preferenze dei consumatori. Un eventuale monopolio potrebbe nascere allora soltanto nel caso in cui riuscisse a soddisfare meglio di ogni altro concorrente le richieste dei consumatori, e rimarrebbe tale finché questa soddisfazione è completa e non oltre. Se anche solo una piccola fetta del target group si trovasse scoperta, questo costituirebbe un'occasione per un competitore di entrare nel mercato per servirla: la differenza di capitale con l'azienda monopolista non sarebbe in questo caso un problema, in quanto l'investimento deve essere sufficiente per una frazione soltanto dell'intero mercato.

Ma quand'anche un monopolio dovesse emergere, questo suo predominio economico in nessun caso sarebbe paragonabile a quello delle corporations ammanicate con lo stato: se nel primo caso il motivo del successo è la volontà espressa liberamente da tutti, nel secondo la soddisfazione è tutta degli azionisti e dei politici che agiscono per loro conto, tutti gli altri – ben lungi dall'essere soddisfatti – pagano semplicemente il salatissimo conto, e non sempre soltanto in denaro.

Sunday, December 9, 2007

Waltz!

Ancora un omaggio a Kubrick, con una scena memorabile dal suo film più conosciuto, 2001: A Space Odyssey (2001: Odissea nello Spazio, '68), un film che ha sempre fatto parlare molto di sè, un giorno magari ce ne occuperemo più approfonditamente. Per il momento, accontentatevi di un giro di valzer...

Saturday, December 8, 2007

Washington Consensus

Fresco fresco, ecco il nuovo dispaccio telepatico da Laputa, la nostra piacevole e rilassante lettura per il fine settimana. Ancora uno sguardo indiscreto al fantastico mondo dell'ingegneria sociale e della grande finanza, nelle segrete stanze in cui si decidono le vite di milioni di persone, a loro insaputa, è ovvio.

Anche a Laputa sanno che se si lascia che qualcuno guidi l'economia, la cosa più probabile è che la guidi dove fa comodo a lui.

Con questa amara riflessione, il Gongoro augura a tutti un buon fine settimana.

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Di Giovanni Pesce


Eravamo fermi sul Nilo per la valutazione economica dell’impresa delle Piramidi ed ora trasferiamoci sulle rive del Potomac per valutare gli aspetti finanziarie dell’opera.

Questo passaggio è dovuto al fatto che esistono due economie: quella reale e quella finanziaria, dove la prima è un punto d’appoggio su cui la seconda può “fare leva”.

Con la prima si ammazza di fatica per racimolare il 5%, con la seconda si possono toccare rendimenti del 300%.

Per ottenere un finanziamento per tirare avanti nell’economia reale (arrivare a fine mese - ndr.) occorre conquistare un consenso di un creditore, il quale lo concede solo in particolari condizioni.

Ho trovato tra le pubblicità finanziarie un interessante documento chiamato “Washington Consensus”.

Il “Consenso di Washington” è un insieme di politiche per la promozione dello sviluppo economico in paesi poveri (in primis era dedicato all’ America Latina).

E’ stato presentato da John Williamson dell'istituto per economia internazionale nel 1989.

Il piano includeva 10 punti chiave che avrebbero dovuto essere perseguiti per ottenere la continuazione dei buoni rapporti con la Banca Mondiale.

Queste riforme inoltre sono state riutilizzate dalla banca mondiale nel rapporto 2000.

E’ mia impressione che siano le linee guida stabilite attualmente anche per paesi dell’Europa Latina.

I punti sono:

1. Disciplina di politica fiscale di spesa pubblica;

2. Reinstradazione della riforma di imposta sugli investimenti per quanto riguarda: formazione, salute e infrastrutture;

3. Appiattire la curva di imposta: Abbassando i tassi di imposta sulla parte alta della curva Irpef (tipicamente sopra il reddito mediano) e alzando i tassi di imposta sulla parte bassa (tipicamente sotto reddito mediano); abbassamento del tasso di imposta marginale;

4. Tassi di interesse che siano determinati dal mercato e moderatamente positivi;

5. Tassi di cambio reali;

6. Liberalizzazione commerciale competitiva;

7. Apertura a privatizzazione straniera;

8. Svendita della aziende di Stato;

9. Abolizione delle regolazioni che frenino la concorrenza, tranne quelle giustificate per motivi di tutela ambientale, di sicurezza del consumatore, e per prudenziale tutela delle istituzioni finanziarie;

10. Certezza finanziaria per i diritti di proprietà.

Con qualunque motore di ricerca (Google, ad es.) si può trovare materiale sull’argomento cercando “il consenso di Washington” o “Washington Consensus”.

Un paio d'esempi possono essere:

Washington Consensus (in inglese)

Il “Washington Consensus” ha distrutto le loro economie

Purtroppo negli ultimi 15 anni, la politica latino-europea, e italiana in particolare, ha seguito questi 10 binari, indipendentemente dal tipo di governo in carica.

Attualmente si parla di un Augmented Washington Consensus o di un Washington Consensus Plus, ovvero una versione più forte del piano originale. Evidentemente il piano non aveva avuto un grosso successo; ma dato che gli obiettivi erano interessanti ecco che hanno deciso di rincarare la dose di “medicine” per le economie malate.

Se, alla guisa di CTRL+ALT+CANC, pigiate contemporaneamente il tasto “Washington Consensus Plus” con i corrispondenti piani politici (Piano di rinascita democratica, NSSM 242) o sociali (NSSM 200) avrete un accesso immediato ad un iperspazio mentale da dove potrete ammirare come i “local leaders” si organizzino tra di loro per il successo dei progetti statali che portano molti benefici alla loro vita privata e lasciano dannati buchi a carico della collettività.

Friday, December 7, 2007

Così vicini, così lontani

Rimaniamo sul tema della lotta di classe, con questo lungo articolo di Hoppe segnalatomi da Orso nei commenti e recuperato da POL, che mi pare ottimo per celebrare il post no. 200.

Qui Hoppe – che, come abbiamo scoperto nella sua intervista, fu in gioventù marxista – indica i punti in cui l'analisi marxista e quella austriaca corrispondono, e quelli in cui divergono, rivelando come, in fondo, alla base di entrambe le scuole si trovi lo stesso anelito di libertà.

Un monito a non farsi fregare un'altra volta, in un certo senso.
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L'analisi di classe secondo Marx...e la scuola austriaca
Di Hans-Hermann Hoppe


Ecco cosa intendo fare in questo articolo: prima di tutto, presentare le tesi che costituiscono il nocciolo duro della teoria marxista della storia. Affermo che sono tutte giuste, essenzialmente. Poi dimostrerò come, nel marxismo, queste conclusioni corrette sono dedotte da un punto di partenza sbagliato. Infine dimostrerò come la scuola austriaca, nella tradizione di von Mises e Rothbard, può dare una spiegazione corretta, sebbene categoricamente diversa, della loro validità.

Cominciamo dal nocciolo duro del sistema marxista:

- “La storia dell'umanità è la storia della lotta di classe.” È la storia delle lotte tra una classe dirigente relativamente ristretta e una classe più ampia di sfruttati. La prima forma di sfruttamento è economica:
la classe dirigente espropria una parte della produzione degli sfruttati o, come dicono i marxisti, “fa proprio un surplus sociale” e ne dispone per il proprio consumo.

- La classe dirigente è unita dal suo interesse comune a mantenere la sua posizione di sfruttatrice e ad accrescere al massimo questo suo surplus. Non lascia mai di sua spontanea volontà il suo potere né la sua rendita da sfruttamento. Al contrario, possiamo farle perdere potere e rendita solo attraverso la lotta, il cui risultato dipende dalla coscienza di classe degli sfruttati, cioè dalla misura in cui questi sfruttati sono coscienti della loro condizione e sono coscientemente uniti con gli altri membri della loro classe in una opposizione comune al loro sfruttamento.

- La dominazione di classe si manifesta principalmente attraverso delle disposizioni particolari sulla assegnazione dei diritti di proprietà o, nella terminologia marxista, attraverso delle “relazioni di produzione” particolari. Per proteggere queste disposizioni o relazioni di produzione, la classe dirigente concepisce lo stato come l'apparato di assoggettamento e di coercizione. Lo stato impone e contribuisce a riprodurre una struttura di classe data dall'amministrazione di un sistema di “giustizia di classe“, e favorisce la creazione e la conservazione di una superstruttura ideologica destinata a dare legittimità al sistema di dominazione di classe.

- All'interno, il processo di concorrenza in seno alla classe dirigente genera la tendenza a una concentrazione e a una centralizzazione crescenti. Un sistema di sfruttamento policentrico viene rimpiazzato progressivamente da un sistema oligarchico o monopolistico. Sempre meno centri di sfruttamento rimangono in funzione, e quelli che restano vengono sempre più integrati in un ordine gerarchico. All'esterno, cioè nel contesto del sistema internazionale, questo processo interno di centralizzazione porterà (tanto più intensamente quanto più sarà avanzato) a guerre imperialiste tra stati e all'espansione territoriale della dominazione sfruttatrice.

- Infine, avvicinandosi la centralizzazione e l'espansione della dominazione sfruttatrice al loro limite ultimo di dominazione mondiale, la dominazione di classe sarà sempre meno compatibile con l'ulteriore sviluppo e miglioramento delle “forze produttive”. La stagnazione economica e le crisi divengono sempre più caratteristiche e creano le “condizioni oggettive” per l'emergere di una coscienza di classe rivoluzionaria fra gli sfruttati. La situazione si fa matura per l'avvento di una società senza classi, per il “deperimento dello stato”, per rimpiazzare “il governo degli uomini con l'amministrazione delle cose”, e ne risulta un'incredibile prosperità.

Tutte queste tesi possono essere perfettamente giustificate, come sto per dimostrare. Ma sfortunatamente, è il marxismo, il quale sottoscrive ognuna di esse, che ha fatto più di ogni sistema ideologico per screditarle, deducendole da una teoria dello sfruttamento la cui assurdità è lampante. In cosa consiste questa teoria marxista dello sfruttamento? Per Marx, dei sistemi sociali pre capitalisti quali lo schiavismo e il feudalesimo sono caratterizzati dallo sfruttamento. Fin qui, nessuna obiezione; dopo tutto, lo schiavo non è un lavoratore libero e non si può dire che abbia dei benefìcî ad essere ridotto in schiavitù. Al contrario, la sua soddisfazione ne è ridotta per accrescere la ricchezza del suo padrone. L'nteresse dello schiavo e quello del suo padrone sono dunque a dir poco antagonisti. Lo stesso si può dire degli interessi del Signore feudale che esige dal vassallo un affitto per la terra che esso stesso (il vassallo) era stato il primo a mettere a frutto per proprio conto. Poiché ha rubato la sua terra e la sua libertà il guadagno del Signore è stata la perdita del vassallo. E non si può meno dubitare che la schiavitù così come il feudalesimo ostacolano lo sviluppo delle forze produttive. Né lo schiavo né il servo saranno mai tanto produttivi quanto lo sarebbero in assenza di schiavitù o di servitù.

No; l'unica idea nuova di Marx è che essenzialmente nulla cambia per quanto riguarda lo sfruttamento in un sistema capitalista, cioè quando lo schiavo diviene un lavoratore libero, o un vassallo decide di coltivare una terra che un altro è stato il primo a mettere a frutto, e paga un affitto in cambio del diritto di farlo. È vero che Marx, nel famoso capitolo 24 del primo tomo del suo Il Capitale, fa una descrizione della comparsa del capitalismo che intende dimostrare che una gran parte, se non la maggior parte della proprietà capitalista iniziale risulta dal furto, dall'accaparramento delle terre e dalla conquista. Allo stesso modo, nel capitolo 25 sulla “teoria moderna del colonialismo”, sottolinea pesantemente il ruolo della forza e della violenza nell'esportazione del sitema capitalista verso quello che noi chiameremmo il terzo mondo. Vediamo bene che tutto ciò è grossomodo esatto, e nella misura in cui lo è, non cercheremo contrasti con chiunque chiamasse “sfruttatore” quel capitalismo. Ciononostante, dobbiamo restare coscienti del fatto che qui Marx si abbandona a una manipolazione. Lanciandosi in tutte queste ricerche storiche per eccitare l'indignazione del lettore davanti alle brutalità commesse per costituire la maggior parte delle fortune capitaliste, tralascia in realtà la questione oggetto stesso del dibattito. Distoglie la nostra attenzione dal fatto che la sua tesi è essenzialmente diversa, sapendo che anche se avessimo un capitalismo “proprio”, cioè un capitalismo nel quale l'appropriazione originale risultasse da nient'altro che dalla prima messa a frutto del lavoro e del risparmio, il capitalista che ingaggiasse dei lavoratori con quel capitale non fosse considerato meno sfruttatore. Infatti, Marx considerava anche questa dimostrazione come il suo maggior contributo all'analisi economica. Qual'è dunque la sua famosa dimostrazione del carattere di sfruttamento di un capitalismo proprio?

Consiste nell'osservare che i prezzi dei fattori di produzione, e segnatamente i salari pagati ai lavoratori dai capitalisti, sono inferiori ai prezzi dei prodoti venduti. Il lavoratore, per esempio, riceve un salario corrispondente a beni di consumo che possono essere prodotti in tre giorni, ma per quel salario lavora in effetti cinque giorni, e produce quindi in beni di consumo più ricchezza di quella che riceve come remunerazione. La produzione di questi due giorni supplementari, il plusvalore in termini marxisti, è fatta propria dal capitalista. Conseguentemente, secondo Marx, c'è sfruttamento.

Cosa c'è che non va in quest'analisi? La risposta diviene evidente, quando ci si chiede perché mai il lavoratore accetti un tale scambio. Accetta perché il suo salario rappresenta dei prodotti attuali, mentre i servizi del suo lavoro rappresentano solo dei prodotti futuri, e perché attribuisce più valore ai beni presenti. Dopo tutto, potrebbe decidere di non vendere le sue prestazioni al capitalista e recuperare egli stesso il valore totale del suo prodotto. Ma questo significherebbe sicuramente attendere più a lungo per accedere ai prodotti di consumo. Vendendo i servizi del suo lavoro, dimostra che preferisce ricevere meno prodotti di consumo oggi piuttosto di trarne eventualmente dei vantaggi domani. Da parte sua, perché il capitalista conclude l'affare col lavoratore? Perché accetta di anticipare prodotti attuali (in denaro) al lavoratore in cambio di servizi che frutteranno solo più avanti? Evidentemente non vorrebbe sborsare oggi 1000 $ per riceverne in cambio la stessa somma dopo un anno. In questo caso, perché non tenersi la somma con il vantaggio di averla a disposizione per un anno intero? No, bisogna che si possa aspettare di ottenere più dei 1000 $ nell'avvenire se deve lasciarli ora al lavoratore. Bisogna che ne abbia un utile, o più esattamente riceverne un interesse. D'altra parte è anche costretto in altro modo a questo scambio, perché colui che agisce preferisce sempre una soddisfazione immediata alla stessa nell'avvenire. Poiché si può ottenere una somma più consistene nell'avvenire quando la si abbandona nel presente, perché non risparmia più di quanto faccia? Perché non assume più lavoratori, se ognuno di loro gli consente una rendita da interesse supplementare? La risposta qui, è altrettanto evidente: perché il capitalista è anch'egli un consumatore, e non può evitare di esserlo. L'ammontare del suo risparmio e dei suoi investimenti è limitato necessariamente per il fatto che anche lui, come il lavoratore, ha bisogno di beni immediati “in tale misura da assicurare la copertura dei bisogni la cui soddisfazione durante l'attesa è giudicata più urgente dei vantaggi che porterebbe un allungamento supplementare del periodo di produzione”.

Quello che non va, conseguentemente, nella teoria marxista dello sfruttamento è che non riconosce il fenomeno della preferenza temporale come categoria universale dell'azione umana. Che il lavoratore non riceva il "valore totale" del suo lavoro non ha niente a che vedere con lo sfruttamento, ma riflette solo il fatto che è impossibile per un uomo scambiare beni futuri con beni presenti senza pagare un interesse. Contrariamente alla situazione dello schiavo e del padrone nella quale il secondo sfrutta il primo, la relazione tra lavoratore libero e capitalista è vantaggiosa per entrambi. Il lavoratore entra nell'accordo perché, data la sua preferenza temporale, preferisce una minor quantità di beni subito a una maggiore più tardi; e il capitalista lo fa perché, data la sua preferenza temporale, c'è un ordine di preferenze inverso, che mette una maggior quantità di beni futuri al di sotto di una minore subito. I loro interessi non sono antagonisti ma armoniosi. Se il capitalista non aspettasse un interesse, il lavoratore ne sarebbe svantaggiato, dovendo attendere più a lungo di quanto speri (4). E non possiamo più, come fa Marx, considerare il sistema capitalista salariale come un ostacolo allo sviluppo ulteriore delle forze produttive. Se non permettessimo più al lavoratore di vendere i suoi servizi e al capitalista di comprarli, la produzione non aumenterebbe ma diminuirebbe, perché essa dovrebbe accontentarsi di un minore capitale accumulato.

Del tutto contrariamente alle affermazioni di Marx, lo sviluppo di queste famose forze produttive non raggiungerebbe affatto nuovi apici in un sistema di produzione socializzato, ma sprofonderebbe miseramente. Perché è evidente che il capitale deve essere creato in punti e momenti determinati, e per la prima messa a frutto, dalla produzione e dal risparmio di individui particolari. In ogni caso, è accumulato nella speranza che potrà portare un aumento nella produzione di beni e servizi a venire. Il valore attribuito al suo capitale da qualcuno che agisce riflette il valore che attribuisce all'insieme dei redditi che può ottenere dalla sua cooperazione, scontato del suo tasso di preferenza temporale. Se, come nel caso della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, un soggetto non ha più la padronanza esclusiva del suo capitale accumulato né conseguentemente dei redditi futuri derivanti dal suo impiego; se al contrario permettiamo a non produttori (sia della prima messa a frutto che di ulteriori produzioni) e a non risparmiatori di disporne parzialmente, ciò ridurrà automaticamente il valore per lui delle rendite future e dunque dei capitali materiali. Il periodo di produzione, il carattere indiretto della struttura di produzione, sarà per forza accorciato, e deve necessariamente derivarne un impoverimento.

Se la teoria dello sfruttamento di Marx e le sue idee sul modo di mettere fine allo stesso e di far regnare la prosperità universale sono false al punto da sembrare ridicole, è chiaro che ogni teoria che ne fosse dedotta dev'essere anch'essa falsa. Oppure, se fosse giusta, bisogna pensare che ne è stata dedotta in modo errato. Invece di assoggettarmi ad una laboriosa illustrazione di tutti gli errori di ragionamento dell'argomento marxista, dal suo punto di partenza sbagliato alla teoria della storia che ho illustrato all'inizio - come corretta - prenderò una scorciatoia. Comincerò col presentare, il più rapidamente possibile, la teoria corretta dello sfruttamento, cioè la teoria austriaca, quella di von Mises e di Rothbard; farò un breve schizzo delle giustificazioni che essa dà alla teoria storica della lotta di classe; e, al volo, sottolineerò sia delle differenze essenziali tra la teoria austriaca e quella marxista, sia alcune affinità tra di esse, scaturite dalla loro convinzione comune che lo sfruttamento, la classe sfruttatrice, esistono eccome.

Il punto di partenza dell'analisi austriaca dello sfruttamento, come d'obbligo, è semplice e chiaro. Infatti, l'abbiamo già stabilito nel corso dell'analisi della teoria marxista: lo sfruttamento caratterizzava senza tanti complimenti il rapporto fra lo schiavo e il suo padrone così come fra il contadino e il signore feudale. Ma non abbiamo trovato alcuno sfruttamento possibile nel capitalismo proprio. Qual'è la differenza di principio fra i due casi? La risposta è: il riconoscimento o no del principio del Diritto della prima messa a frutto. Il vassallo è sfruttato perché non ha la padronanza esclusiva della terra che era stato il primo a mettere a frutto, e lo schiavo non è padrone del suo proprio corpo di cui era (è il caso di dirlo) il primo occupante. Se, al contrario, ognuno ha la proprietà esclusiva del proprio corpo (cioè se è un lavoratore libero) e agisce rispettando il Diritto del primo utilizzatore, allora non ci può essere sfruttamento. È logicamente assurdo pretendere che colui che si impadronisce di oggetti che non appartengono ancora a nessuno, o che destina questi beni a produzioni future, o risparmia dei beni accaparrati o prodotti in questo modo per accrescere la disponibilità dei prodotti nell'avvenire, possa sfruttare chichessia facendolo. Nessuno ha sottratto niente a nessuno durante questo processo, e inoltre si sono prodotti più beni. E sarebbe ugualmente assurdo pretendere che un accordo fra differenti proprietari iniziali, risparmiatori e produttori, sull'uso dei loro beni accaparrati, sempre senza sfruttamento, possa comportare un qualche tipo di ingiustizia. Al contrario, è quando si produce una differenza di qualsiasi natura nei confronti del principio della prima messa a frutto che ha luogo lo sfruttamento. Vi è sfruttamento quando una persona fa prevalere le sue pretese sulla proprietà parziale o totale di beni che non è stata la prima a mettere a frutto, che non ha prodotto, o che non ha acquisito per contratto con un produttore - precedente proprietario. Lo sfruttamento, è l'espropriazione dei primi utilizzatori, produttori e risparmiatori da parte di non-primi utilizzatori, dei non-produttori, dei non-risparmiatori giunti in un secondo momento. È l'espropriazione di gente le cui pretese sulla loro proprietà si fondano sul lavoro e il contratto, esercitata da parte di gente le cui pretese escono da non si sa dove, e che non tengono in alcun conto il lavoro e i contratti degli altri.

Inutile dire che lo sfruttamento definito in questo modo è parte integrante della storia umana. Ci sono due modi di arricchirsi: o si mettono a frutto delle risorse inutilizzate, si produce, si risparmia, si contratta, oppure si espropriano coloro che hanno messo a frutto, prodotto, risparmiato e contrattato. Ci sono sempre state, a fianco della messa a frutto, del risparmio, acquisizioni di proprietà non fondate sulla produzione e sul contratto. E nel corso dell'evoluzione economica, così come i produttori e i contraenti liberi accordi possono costituirsi in società, in imprese, in associazioni, gli sfruttatori possono accordarsi per formare imprese di sfruttamento su larga scala: stati e governi. La classe dirigente (la quale, ancora una volta, può essere gerarchizzata) è inizialmente composta dai membri di queste imprese di sfruttamento. Di modo che, con una classe dirigente installata su un dato territorio e dedita allo sfruttamento delle risorse economiche di una classe di produttori sfruttati, tutto si traduce senza tanti complimenti nella lotta tra sfruttatori e sfruttati. Allora, la storia è essenzialmente quella delle vittorie e delle sconfitte dei padroni nei loro tentativi di accrescere al massimo i proventi del loro sfruttamento e quella di coloro che cercano di frenare e invertire questa tendenza. È su questa valutazione della storia che i marxisti e gli “austriaci” si trovano d'accordo, e perciò esiste una notevole affinità fra le ricerche storiche dell'una e dell'altra scuola. L'una e l'altra si oppongono a una storiografia che riconosce solo azioni e interazioni, su un piede di parità morale o economica; e tutt'e due si oppongono ugualmente a una storiografia per la quale, invece di usare questa neutralità, sarebbe conveniente esaltare la narrazione attraverso giudizi di valore puramente soggettivi. No: bisogna raccontare la storia in termini di libertà e di sfruttamento, di parassitismo e di impoverimento, di proprietà privata e di sua distruzione. Diversamente, la si falsifica.

Mentre le imprese produttrici compaiono e scompaiono perché sostenute o non sostenute volontariamente, una classe dirigente non arriva mai al potere perché vi sarebbe una domanda per i suoi servizi, e non abdica nemmeno quando è evidente che ci si augura la sua scomparsa. È veramente eccessivo chiedere all'immaginazione di credere che i primi utilizzatori, produttori, liberi contraenti accordi, avrebbero voluto che li si espropriasse. Si deve forzarli a rassegnarvisi, e ciò prova in maniera definitiva che non vi era alcuna domanda in quel senso. Non si può mai dire che sia possibile detronizzare una classe dirigente astenendosi da ogni transazione con essa, come si fa fallire un'impresa produttiva. È da transazioni non produttive e non contrattuali che la classe dirigente trae il suo reddito, e nessun boicottaggio può intaccarlo. Piuttosto, ciò che rende possibile l'emergere di un'impresa di sfruttamento, e ciò che può abbatterla, è uno stato particolare dell'opinione pubblica o, secondo la terminologia marxista, uno stato particolare della coscienza di classe.

Uno sfruttatore ha delle vittime, e le vittime sono dei nemici potenziali. Si può immaginare che questa resistenza possa essere spezzata a lungo con la forza nel caso di un gruppo di uomini che sfrutta un altro gruppo più o meno delle stesse dimensioni. Invece, ci vuole ben più che la forza per sviluppare lo sfruttamento di una popolazione diverse volte più numerosa. Per riuscirci, l'impresa deve avere il sostegno dell'opinione pubblica. Bisogna che una maggioranza della popolazione accetti come legittimi gli atti che assicurano lo sfruttamento. Questa accettazione può oscillare fra l'entusiasmo attivo e la rassegnazione passiva. Ma dev'essere accettazione, nel senso che la maggioranza deve aver abbandonato l'idea di resistere attivamente o passivamente ad ogni tentativo di imporre acquisizioni non produttive e non contrattuali della proprietà. La coscienza di classe dev'essere debole, poco sviluppata, incerta. È solo se un tale stato di cose perdura che una impresa di sfruttamento può prosperare benché nessuno ne abbia bisogno. Il potere della classe dirigente si può rompere solo, e nella misura in cui, sfruttati ed espropriati acquisiscono un'idea chiara del loro stato, e si uniscono ad altri membri della loro classe in un movimento ideologico che propugna l'idea di una società senza classi nella quale venga abolita ogni forma di sfruttamento. È solo, e nella misura in cui, la maggioranza degli sfruttati si integra consciamente in un tale movimento, e se tutti si indignano per le acquisizioni non produttive e non contrattuali della proprietà, rivolgono il loro disprezzo verso chiunque si dedichi a tali atti, e rifiutano deliberatamente di contribuire in alcun modo alle loro imprese, che si può condurre questo potere alla disfatta.

L'abolizione progressiva della dominazione feudale e assolutista, la comparsa di società via via sempre più capitaliste in Europa occidentale e negli Stati Uniti, e conseguentemente uno sviluppo inaudito della produzione e della popolazione, sono stati i risultati di una accresciuta presa di coscienza da parte degli sfruttati, saldati assieme dall'ideologia liberale dei diritti naturali. Fin qui, marxisti e austriaci sono d'accordo. Dove non lo sono, per contro, è sul giudizio dato a ciò che segue: in seguito a una perdita di coscienza di classe, il processo di liberalizzazione si è invertito, aumentando senza sosta il livello di sfruttamento in queste società dopo la fine del XIX sec., particolarmente dopo la prima guerra mondiale. In realtà, per gli austriaci, il marxismo ha una gran parte di responsabilità in questa degradazione, facendo perdere di vista il concetto corretto di sfruttamento, secondo il quale i proprietari iniziali, produttori, liberi contraenti accordi sono vittime di coloro che non hanno prodotto nulla né concluso alcun contratto, e mandando avanti, nella peggior confusione, il falso conflitto del capitalista e del salariato.

L'istituzione di una classe dirigente su una classe sfruttata diverse volte più numerosa tramite la violenza e la manipolazione dell'opinione pubblica, cioè un basso livello di coscienza di classe presso gli sfruttati, trova la sua espressione istituzionale più fondamentale nella creazione di un sistema di “diritto pubblico” sovrapposto al diritto privato. La classe dirigente stessa si defila e protegge la sua situazione dominante adottando una costituzione per il funzionamento interno della sua impresa. In un certo senso, formalizzando il funzionamento interno dello Stato così come i suoi rapporti con la popolazione sfruttata, una costituzione crea un certo grado di stabilità giuridica. Più si incorporano nozioni popolari e familiari del diritto privato nel “diritto” pubblico e costituzionale, più si creeranno le condizioni di un'opinione pubblica favorevole. Per contro, ogni costituzione o “diritto” pubblico formalizzano lo statuto di esenzione della classe dirigente per ciò che concerne il principio dell'appropriazione non aggressiva. Razionalizzano il “diritto” dei rappresentanti dello Stato di dedicarsi ad acquisizioni non contrattuali e non produttive e la subordinazione infine del diritto privato al "diritto" pubblico. Una giustizia di classe, cioè un dualismo che istituisce un insieme di leggi per i dirigenti e un altro per i sottomessi, finisce per accentuare questo dualismo fra “diritto” pubblico e privato, questa dominazione e questa infiltrazione del "diritto" pubblico nel diritto privato. Non è, come credono i marxisti, che ci sia una giustizia di classe perché i diritti di proprietà sono riconosciuti dalla legge. Al contrario, la giustizia di classe compare ogni qual volta c'è una distinzione legale fra una classe di persone che agiscono secondo il "diritto" pubblico protette da questo e un'altra classe che agisce secondo una sorta di diritto privato subordinato che si suppone la protegga. Più particolarmente quindi, la tesi fondamentale della teoria marxista dello Stato (fra le altre), è falsa. Lo Stato non è sfruttatore perché protegge i diritti di proprietà dei capitalisti ma perché esso stesso è esentato dal dover acquisire la sua proprietà attraverso la produzione e la contrattazione.

Nonostante questo equivoco fondamentale, proprio perché il marxismo interpreta a giusto titolo lo Stato come sfruttatore (contrariamente, ad esempio, alla scuola delle scelte pubbliche, che tende a farlo passare da impresa come le altre), ha ben compreso certi principî fondamentali del suo funzionamento. Per cominciare, riconosce la funzione strategica delle politiche redistributive dello Stato. Quale impresa di sfruttamento, lo Stato è sempre interessato a che regni un basso livello di coscienza di classe fra a gente. La redistribuzione della proprietà e del reddito - una politica del "divide et impera" - è il mezzo che lo Stato adotta per gettare pomi di discordia nella società e distruggere la formazione di una coscienza di classe unificatrice presso gli sfruttati. Inoltre, la redistribuzione dei poteri di Stato democratizzando esso stesso la sua struttura, aprendo a tutti le porte per posizioni di potere e dando a tutti il diritto di partecipare alle scelte del personale e della politica dello Stato, è un mezzo per ridurre la resistenza allo sfruttamento. In secondo luogo, lo Stato è puramente e semplicemente, come i marxisti lo concepiscono, il grande centro della propaganda e della mistificazione ideologica: lo sfruttamento è libertà; le imposte sono contribuzioni volontarie; le relazioni non contrattuali sono "idealmente" contrattuali; nessuno comanda nessuno, ci governiamo da soli; senza lo Stato non vi sarebbe né diritto né sicurezza; e i poveri morirebbero di fame ecc. Tutto ciò appartiene a una superstruttura ideologica che mira a legittimare una infrastruttura di sfruttamento economico. E infine i marxisti hanno ragione anche ad identificare una stretta alleanza fra lo Stato e i capitalisti, più in particolare l'alta finanza anche se la spiegazione che ne danno non è difendibile. La ragione non è che l'istituzione borghese considera e sostiene lo Stato come garante dei diritti di proprietà e del contrattualismo. Al contrario, lo considera a giusto titolo come l'antitesi stessa della proprietà privata (ciò che è lampante) ed è proprio per questa ragione che vi si interessa molto da vicino. Più un'impresa riesce e maggiore è il pericolo che venga sfruttata dallo Stato, ma, allo stesso modo, maggiori sono i potenziali guadagni da realizzare se può farsi accordare dallo Stato una protezione particolare che la esenti parzialmente dalle costrizioni della concorrenza capitalista. Perciò l'élite capitalista (alta finanza) si interessa allo Stato e anela ad infiltrarvisi. Da parte sua, la casta dei dirigenti è interessata a una stretta collaborazione con l'élite capitalista per via del potere finanziario di quest'ultima. In particolare l'alta finanza è interessata, perché lo Stato, in quanto impresa di sfruttamento, desidera naturalmente avere una totale autonomia per creare falsa moneta. Offrendo di associare l'élite bancaria ai suoi progetti di banking illegittimo, e permettendo loro di approfittare di questa falsificazione a partire dai suoi biglietti della Santa Farsa nel sistema bancario a copertura parziale, lo Stato può facilmente raggiungere questo obiettivo e istituire un sistema di monopolio di emissione monetaria e un cartello bancario diretto dalla banca centrale. Di modo che, attraverso questa complicità diretta nella produzione di falsa moneta col sistema bancario e, per estensione, con i più grossi clienti di dette banche, la classe dirigente si estende in effetti ben al di là dell'apparato statale, fino ai centri nervosi della società civile, il che non è molto differente, in apparenza, dal quadro che pretendono di fare i marxisti della cooperazione fra banca, élites capitaliste e Stato.

La concorrenza in seno alla classe dirigente e fra diverse classi dirigenti causa una tendenza alla concentrazione crescente. In ciò, il marxismo ha ragione. Ciononostante, la sua falsa teoria dello sfruttamento lo conduce ancora una volta a localizzarne la causa laddove non c'è. Il marxismo crede che questa tendenza sia insita nella concorrenza capitalista. Ora, casomai è finché la gente pratica il capitalismo proprio che la concorrenza non è una forma d'interazione a somma nulla. Il primo utilizzatore, il produttore, il risparmiatore, il contraente accordi, non realizzano mai profitti gli uni a spese degli altri. Ovverosia i loro guadagni lasciano le risorse materiali degli altri completamente intatte, ovverosia (come nel caso di ogni scambio contrattuale) implicano in effetti un profitto per entambe le parti. È così che il capitalismo può giustificare accrescimenti di ricchezze in senso assoluto. Ma nel suo sistema, è impossibile pretendere che vi sia una qualunque tendenza alla concentrazione. Per contro, le interazioni a somma zero, caratterizzano non solo le relazioni fra padroni e servi, ma anche fra gli sfruttatori, essi stessi in concorrenza. Lo sfruttamento, inteso come acquisizioni della proprietà non produttive e non contrattuali, può esistere solo laddove ci sia qualcosa da espropriare. Evidentemente, se la concorrenza fosse libera nel business dello sfruttamento, non vi sarebbe più niente da espropriare. Ciò implica che lo sfruttamento necessita di un monopolio su un dato territorio e una popolazione; e la concorrenza fra gli sfruttatori è per sua stessa natura selezionatrice, e deve portare a una tendenza alla concentrazione delle imprese sfruttatrici così come alla centralizzazione in seno ad ogni impresa. L'evoluzione degli Stati, diversamente a quella delle imprese capitaliste, fornisce l'immagine più evidente di questa tendenza: esiste oggi un ben più piccolo numero di Stati che controllano e sfruttano ben più vasti territori che nel corso dei secoli passati. E all'interno di ogni apparato statale, c'era di fatto una tendenza all'accrescimento dei poteri dello Stato centrale a spese delle realtà regionali e locali. Ciononostante, e per la stessa ragione, abbiamo anche potuto osservare una tendenza alla concentrazione al di fuori dell'apparato dello Stato. E ciò non è avvenuto, come ormai dovremmo intuire facilmente, a causa di una caratteristica del capitalismo, ma perché la classe dirigente (sfruttatrice) ha esteso la sua impresa fino al cuore della società civile attraverso la creazione di un'alleanza fra lo Stato e l'alta finanza, e particolarmente con l'istituzione di un sistema di banca centrale. Se si produce una concentrazione e una centralizzazione del potere dello Stato, è del tutto naturale che queste portino con sè un processo parallelo di concentrazione relativa e di cartellizzazione di banche e industria. Con l'accrescimento dei poteri dello Stato, aumenta anche quello dell'associazione banca-industria di eliminare o danneggiare i loro concorrenti economici per mezzo di espropriazioni non contrattuali e non produttive. La concentrazione delle imprese è un riflesso della statalizzazione della vita economica.

I primi mezzi dell'espansione del potere dello Stato e dell'eliminazione dei centri di potere rivali sono la guerra e la dominazione militare. La concorrenza fra gli Stati implica una tendenza alla guerra e all'imperialismo. In quanto centri di sfruttamento, i loro interessi sono per loro natura antagonisti. Inoltre, siccome ognuno possiede al suo interno il controllo del fisco e della produzione della falsa moneta, è possibile per le classi dirigenti finanziare guerre imperialiste con i soldi degli altri. Naturalmente, se non dobbiamo finanziarci da soli i rischi che ci prendiamo, se possiamo far pagare agli altri i danni, abbiamo la tendenza a prenderci un po' più di rischi e ad appassionarci un po' di più al grilletto. Il marxismo, contrariamente a buona parte della scienza cosiddetta borghese, presenta le cose così come sono: c'è una tendenza bella e buona all'imperialismo nel corso della storia; e le più grandi potenze imperialiste sono chiaramente i paesi capitalisti più avanzati. Però, la spiegazione è una volta di più sbagliata. È lo Stato, in quanto esente da regole capitaliste di acquisizione di proprietà ad essere per natura aggressivo. E l'evidenza storica di una stretta correlazione tra capitalismo e imperialismo contraddice questa affermazione solo apparentemente. È estremamente facile spiegarla ricordando che, per uscire con successo da una guerra tra Stati, un governo deve poter disporre (in termini relativi) di sufficienti risorse. In quanto impresa di sfruttamento, lo Stato è per natura distruttore di ricchezze e di capitale. La ricchezza è prodotta esclusivamente dalla società civile; e più deboli sono i poteri di estorsione dello Stato, più la società accumula ricchezze e capitale produttivo. Così, per quanto possa apparire paradossale a prima vista, più uno stato è debole o liberale e più il capitalismo vi si sviluppa; un'economia capitalista da rapinare rende lo Stato più ricco; e uno Stato più ricco ha sempre più possibilità di successo in guerre espansioniste. È questa relazione che spiega perché in primis gli Stati dell'Europa occidentale, e in particolare la Gran Bretagna, furono i paesi imperialisti dominanti, e perché nel XX sec. questo ruolo è stato preso dagli Stati Uniti.

C'è anche una spiegazione semplice e diretta e una volta di più non marxista a questa osservazione sulla quale i marxisti insistono sempre, che l'istituzione industriale e bancaria figura generalmente fra i difensori più strenui della potenza militare e dell'espansionismo imperiale. Non è perché l'espansione dei mercati capitalisti avrebbe bisogno dello sfruttamento, ma perché lo sviluppo degli affari privilegiati e protetti dagli uomini di stato ha bisogno che questa protezione si estenda anche ai paesi stranieri e che ostacolino allo stesso modo i concorrenti non residenti, se non più di quanto facciano con i residenti, attraverso acquisizioni non produttive e non contrattuali di proprietà. Nello specifico, si sostiene l'imperialismo se promette di portare alla dominazione militare di un paese ad opera di un altro. Di modo che, da una posizione di forza militare, diviene possibile stabilire ciò che possiamo chiamare un sistema di imperialismo monetario. Lo stato dominante utilizzerà il suo potere per imporre una politica di inflazione internazionale coordinata. La sua banca centrale conduce il gioco attraverso la contraffazione, e le banche centrali dei paesi subordinati ricevono l'ordine di impiegare la loro divisa come riserva e produrre inflazione su questa base. In questo modo, così come lo stato dominante in quanto primo favoreggiatore della falsa moneta di riserva, il suo sistema bancario e industriale possono dedicarsi ad una espropriazione quasi gratuita dei proprietari e dei produttori stranieri. Un sistema a doppio strato di sfruttatori si impone ormai alle classi sfruttate dei territori dominati: oltre al loro stato nazionale e alla sua elite, uno stato e una classe di un paese straniero, il che è causa di una dipendenza economica prolungata e una stagnazione relativa dell'economia nei confronti della nazione dominante. È quasta situazione, del tutto non capitalista, che caratterizza Stati Uniti e del US dollar e che dà origine all'accusa, del tutto giustificata, di sfruttamento e di imperialismo della moneta americana ad opera degli USA.

Infine, la crescente concentrazione e la centralizzazione dei poteri di sfruttamento portano alla stagnazione economica e creano perciò le condizioni oggettive per la loro caduta, così come l'instaurazione di una società senza classi capace di produrre una prosperità inaudita.

Contrariamente alle affermazioni marxiste, tuttavia, ciò non è il risultato naturale del decorso storico. In effetti, non esiste nulla che assomigli a queste pretese leggi inesorabili della storia così come i marxisti le immaginano. Allo stesso modo non c'è, come credeva Marx, una "tendenza all'abbassamento del tasso di profitto" a causa di un "accrescimento nella composizione organica del capitale" (e cioè, un accrescimento della quantità del capitale fisso in rapporto al capitale variabile). Così come la teoria del valore - lavoro è irreparabilmente falsa, lo è anche l'abbassamento tendenziale del tasso di profitto che ne è dedotto. La fonte del valore, dell'interesse e del profitto non coincide solo con la cessione di lavoro materiale ma molto più in generale con l'azione umana, cioè l'impiego di risorse rare al servizio di progetti di persone che sono costrette dalla preferenza temporale e dall'incertezza (la conoscenza imperfetta). Non c'è quindi alcuna ragione di supporre che i cambiamenti nella "composizione organica" del capitale debbano avere qualche relazione sistematica con cambiamenti nell'interesse e nel profitto.

Ciò che succede, è che l'eventualità di crisi che stimolino lo sviluppo di un più alto grado di coscienza di classe (cioè le condizioni soggettive per un rovesciamento della classe dirigente) aumenta a causa - per usare un termine caro a Marx - della “dialettica” dello sfruttamento che ho già descritto più sopra: lo sfruttamento distrugge la formazione di capitale. Di modo che, nel corso della concorrenza tra aziende sfruttatrici, cioè fra gli stati, i meno sfruttatori o più liberali tendono a prevalere perché dispongono di più ampie risorse. Il processo imperialista comincia dunque ad avere un effetto relativamente liberatorio sulle società che capitano sotto la sua scure. Un modello di società relativamente più capitalista è esportato verso società relativamente meno capitaliste (cioè più sfruttatrici). Ciò stimola lo sviluppo di forze produttive, favorisce l'integrazione economica, stabilisce un vero mercato mondiale. La popolazione di conseguenza cresce, e le aspettative economiche per l'avvenire raggiungono livelli inauditi. Ciononostante, via via che la dominazione sfruttatrice rafforza la sua influenza, spariscono progressivamente le limitazioni esterne al potere di sfruttamento e di espropriazione interna dello stato dominante. Lo sfruttamento interno, l'imposizione e la regolamentazione cominciano ad aumentare man mano che la classe dirigente si avvicina al suo obiettivo finale di dominazione mondiale. Si afferma la stagnazione economica e le speranze - mondiali - di miglioramento sono frustrate. E questa situazione, di aspettative elevate e di una realtà economica che smentisce sempre più queste attese, è la situazione classica perché si sviluppi un potenziale rivoluzionario. Compare allora un bisogno disperato di soluzioni ideologiche alla crisi che si annuncia, così come un riconoscimento più consapevole del fatto che la dominazione statale, l'imposizione e la regolamentazione - lungi dall'offrire una soluzione - costituisce in vero il problema stesso cui bisogna far fronte. Se, in questa situazione di stagnazione economica, di crisi e disillusione ideologica, una soluzione positiva è offerta da una filosofia liberale sistematica affiancata dal suo omologo economico (la teoria economica austriaca); se questa ideologia viene diffusa da un movimento attivista, allora le prospettive di un effettivo infiammarsi di questo potenziale rivoluzionario divengono oltremodo promettenti e favorevoli. Le pressioni antistatali prenderanno vigore e indurranno una tendenza irresistibile allo smantellamento del potere della classe dirigente e dello stato quale strumento del suo sfruttamento.

Se ciò avrà luogo, e nella misura in cui si farà, non significherà - contrariamente al modello marxista - la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Infatti, la proprietà “sociale” non è solo inefficace, come abbiamo visto; è anche incompatibile con l'idea che lo stato possa mai “deperire”. Poiché, se i mezzi di produzione sono posseduti collettivamente, e se supponiamo, il che è realista, che le idee di tutti in quanto all'impiego di questi mezzi non coincideranno sempre (il contrario sarebbe un miracolo), allora saranno proprio i fattori di produzione socialmente posseduti ad avere bisogno di un intervento perpetuo dello stato, cioè di un'istituzione che possa imporre con la forza la volontà di qualcuno su qualcun'altro. Al contrario, il deperimento dello stato, e con lui la fine dello sfruttamento e l'inizio della libertà, così come una prosperità economica senza precedenti, implica l'avvento di una società di pura proprietà privata senz'altra regola che non sia quella del diritto privato.

(trad. Fabio Lazzarin)

Thursday, December 6, 2007

Caro amico ti scrivo...

Con un pezzo trasudante una certa aria di curiosità morbosa, La Repubblica rivela il contenuto di alcune delle lettere ricevute da Craxi da vari personaggi pubblici. Tra queste spiccano quelle di Berlusconi e di Amato, entrambi ex-primi ministri, attualmente leader dell'opposizione il primo, ministro dell'interno il secondo. Leggere delle relazioni da loro intrattenute con il principale accusato – il capro espiatorio – di Mani Pulite è una superflua conferma che con quei processi, ancora una volta, si cambiò tutto perché tutto rimanesse gattopardianamente come prima.

Ecco il testo delle due lettere:
"Caro Segretario, prendo a calci i primi mattoni di un muro di silenzio che non vorrei calasse fra noi. E vorrei chiederti invece di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare. Occorre certo che passi qualche giorno, che la situazione delle imprese, e non solo della politica, appaia (come del resto già è) insostenibile. E' inoltre realisticamente utile che la macchia d'olio si allarghi. Neppure a quel punto credo che sarà possibile estinguere reati di codice. Ma credo che l'estensione per essi dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile. Sto conquistando su questo preziosi consensi. E ritengo che si ottengano così procedure non massacranti, che evitano la pubblicità devastante dei dibattimenti e forniscono possibilità di uscita (...). Claudio mi pare ormai in pericolo. Apprendo che, se ci fosse un riscontro a ciò che ha detto Larini, già sarebbe partito un avviso per concorso in bancarotta fraudolenta. Io sono qua. E continuo ad esserti grato ed amico. Giuliano".

"Caro Bettino, grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo la tua credibilità e la tua autorità. Spero di avere il modo di contraccambiarti. Ho creduto giusto non inserire un riferimento esplicito al tuo nome nei titoli-tv prima della ripresa per non esporti oltre misura. Troveremo insieme al più presto il modo di fare qualcosa di meglio. Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio".
È perfettamente normale che chi si dette tanto da fare per “trovare una via d'uscita” al suo boss ormai chiaramente destinato al ruolo di vittima sacrificale lo si ritrovi a capo del ministero dell'interno: a dare ordini alla polizia, mica cazzi! Le poltrone del potere sono ovviamente riservate a chi soddisfa meglio i bisogni non dei cittadini, ma della casta regnante.

Né dovrebbero essere una sorpresa i ringraziamenti “di cuore” per il decreto legge su misura che consentì al popolano della libertà di legalizzare la sua illegalità. Leggi su ordinazione per i propri clientes, il sistema mafioso dei “favori agli amici” protetto dal monopolio della violenza, concorrenza sleale: tutto ciò che ci si attende da uno stato, senza rimanere mai delusi. Au contraire, deluso sarà forse rimasto chi si è lasciato incantare dal sorriso di Silvio e dalla sua immagine di imprenditore vincente, dimenticandosi che in un'economia controllata dallo stato come la nostra ad occupare le prime posizioni non saranno mai gli imprenditori migliori, ma i migliori “amici degli amici.” E infatti il padrone della libertà è stato, è e sempre sarà nient'altro che un turbostatalista, perché è grazie allo stato che ha raggiunto la sua posizione nella società.

Wednesday, December 5, 2007

La classe è come l'acqua

Questa critica della dottrina marxista della lotta di classe di Ludwig von Mises si trova in Economic Freedom and Interventionism, ristampato da Christian Economics del 3 ottobre 1961. In essa Mises smaschera l'assenza di fondamento nella definizione di classe secondo il credo marxista.

Quasi 50 anni dopo è ancora attuale: il materialismo dialettico è sopravvissuto al crollo del blocco comunista. L'uso corrente della neolingua ne è una delle conseguenze.
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La dottrina marxista della lotta di classe

Di Ludwig von Mises


Il più popolare tra gli insegnamenti di Marx è la dottrina dell'inconciliabile conflitto tra le classi sociali.


Status o Casta nella Società Precapitalista

Nell'era precapitalista il segno caratteristico dell'organizzazione sociale era lo status. Nella società a caste o status prevalevano le differenze legali fra gli individui. La posizione dell'individuo nella vita era fissata dal suo status. Aveva ereditato dai suoi genitori alla nascita la sua appartenenza di casta e la sua posizione nella vita era rigidamente determinata da leggi e da consuetudini che assegnavano ad ogni suo membro privilegi, funzioni e svantaggi ben definiti. Una eccezionale buona o cattiva fortuna poteva in alcuni rari casi elevare un individuo ad un rango più alto o degradarlo ad uno più basso. Ma in generale, la condizione dei membri di un preciso ordine o rango poteva migliorare o deteriorarsi soltanto con un cambiamento nelle condizioni dell'insieme dei membri. L'individuo non era innanzitutto un cittadino di una nazione; era un membro di uno stato (estate in inglese - Stand in tedesco - ètat in francese).

Questo sistema, che in Inghilterra era già stato sostanzialmente temperato ed umanizzato nel Medio Evo, è incompatibile con i metodi capitalisti dell'economia di mercato. Fu infine abolito nei paesi del continente europeo dalla rivoluzione francese e dalle rivoluzioni e riforme che dalla rivoluzione francese vennero suscitate. Le sue ultime vestigia nella parte capitalista del mondo sparirono quando la schiavitù venne abolita per gradi nelle Americhe e nelle colonie d'oltremare delle potenze europee.

Nella società castale prevale, da una parte, una solidarietà di interessi di tutti i membri della stessa casta e, d'altra, un conflitto inconciliabile di interessi fra i membri di caste differenti. Tutti gli schiavi, per esempio, sono uniti nella lotta per l'abolizione della schiavitù mentre i loro padroni vi si oppongono. Tutti i membri della nobilità europea si opposero all'abolizione della loro esenzione fiscale, dalla quale la gente del Terzo Stato si attendeva un rilassamento delle proprie difficoltà. Ma simili conflitti non sono presenti in una società in cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Nessuna obiezione logica può essere avanzata al distinguere varie classi fra i membri di una tal società; ogni classificazione è logicamente ammissibile, anche se il segno distintivo può essere scelto arbitrariamente. Ma è assurdo classificare i membri di una società capitalista secondo la loro posizione nel quadro della divisione sociale del lavoro ed identificare quindi queste “classi” con le caste di una società di status. È precisamente questo che fa la dottrina marxista dell'inconciliabile lotta delle classi.


Le “Classi” Marxiste

Le “classi” che Marx distingue in una società capitalista hanno un insieme dei membri che fluttua continuamente. L'affiliazione di classe sotto il capitalismo non è una qualità ereditaria. È assegnata a ciascun individuo tramite un plebiscito giornalmente ripetuto, come se fosse, di tutta la gente. Il pubblico d'acquisto, i consumatori, con i loro acquisti ed astenendosi dall'acquistare, determinano chi dovrebbe possedere e dirigere le fabbriche, chi dovrebbe lavorare nelle fabbriche e nelle miniere, chi dovrebbe recitare negli spettacoli teatrali e chi dovrebbe scrivere articoli. Lo fanno in un modo simile a quello determinato con la loro facoltà di elettori chi dovrebbe fare il presidente, il governatore, o il giudice. Per diventare ricco in una società capitalista e conservare la propria ricchezza una volta acquistata è necessario soddisfare i desideri del pubblico. Coloro che hanno acquistato la ricchezza come pure i loro eredi devono provare a mantenerla difendendo i loro beni contro la concorrenza delle ditte già presenti e degli ambiziosi nuovi arrivi.

In un'economia di mercato senza interferenze, non sabotata da concessioni ed esenzioni concesse ai potenti gruppi di pressione, non ci sono privilegi, nessuna protezione degli interessi acquisiti, nessuna barriera che impedisca a qualcuno di darsi da fare a qualsiasi prezzo. L'accesso alle classi secondo la definizione marxista è aperto a tutti. I membri di ogni classe competono tra loro. Non sono uniti da un interesse comune di classe e non sono opposti ai membri di altre classi alleandosi nella difesa di un privilegio comune, che coloro che ne sono danneggiati desiderano vedere abolito, o nel tentativo di abolire uno svantaggio legale, che quelli che ne derivano guadagno desiderano conservare.

I campioni della moderna libertà politica e del “laissez faire” hanno affermato: se le vecchie leggi che stabiliscono i privilegi e gli svantaggi di status vengono abolite e nessuna nuova pratica dello stesso carattere – quali le sovvenzioni, la tassazione discriminatoria, l'indulgenza garantita ad agenzie non governative come i sindacati all'uso di coercizione ed intimidazione – viene introdotta, ci sarà l'uguaglianza di tutti i cittadini sotto la legge. Nessuno è impedito nelle sue aspirazioni ed ambizioni da ostacoli legali. Ognuno è libero di competere per qualsiasi posizione sociale o funzione per la quale le sue abilità personali lo qualificano.

Ma Marx ha visto le cose in una luce diversa. Ha affermato che il capitalismo non ha abolito le catene e non ha eliminato la servitù delle masse dei lavoratori. Non ha emancipato l'uomo comune. La gente ha soltanto cambiato padroni. Precedentemente sono stati costretti a mantenere i principi e gli aristocratici; ora sono sfruttati dalla borghesia. La divisione della società in “classi sociali” è, secondo Marx, sociologicamente ed economicamente non diverso dalla divisione in caste della società castale. Il borghese dell'era moderna non è un minor depredatore dei nobili e degli schiavisti delle ere passate.

Ma cosa caratterizza la “classe sociale” come tale e cosa autorizza ad identificarle con le caste della società castale? A questo problema Marx non ha mai dato una risposta. Tutti i suoi libri, opuscoli e scritti girano intorno al concetto della classe sociale e l'essenza del suo programma politico ed economico è l'abolizione delle “classi sociali” e dell'istituzione di ciò che chiama una società senza classi. Ma non ci ha mai detto che cosa aveva in mente quando impiegava il termine “classe sociale” e cosa giustifica l'attribuzione alla divisione della società in “classi sociali” degli stessi effetti che aveva la divisione in caste.

Il trattato principale di Karl Marx è Das Kapital. È stato progettato per fornire una giustificazione scientifica alle idee che Marx aveva espresso nei suoi numerosi opuscoli e manifesti. Soltanto il primo volume di questo libro è stato pubblicato da Marx stesso nel 1867. Due anni dopo la morte di Marx il suo amico Engels pubblicò il secondo volume e per concludere, nel 1894, undici anni dopo la morte di Marx, il terzo volume, che consiste di due parti, per 870 pagine complessive. Tuttavia il libro è rimasto non finito. Il terzo volume contiene 51 capitoli; quindi segue un cinquantaduesimo capitolo di una pagina con titolo “Le Classi.” In essa, Marx dichiara che la prima domanda a cui dare risposta è cosa costituisce una classe. Ma non fornisce una risposta. Invece possiamo leggere una nota dal redattore, Engels, che dice: qui il manoscritto si interrompe.

Si sarebbe tentati di dire: è davvero tragico. Ecco un autore al quale il destino ha negato l'occasione di definire e spiegare il concetto fondamentale della sua filosofia, il concetto da cui dipende tutto ciò che ha detto, discusso e progettato. Nell'ora in cui doveva scrivere la cosa più importante che aveva da dire all'umanità, la morte lo portò via. Che tristezza!

Ma un'indagine più approfondita rivela un differente aspetto del caso. L'abbondante materiale biografico su Marx raccolto e pubblicato dai suoi seguaci e dall'istituto Marx-Engels-Lenin a Mosca rivela il fatto che Marx aveva cessato di lavorare al suo libro molti anni prima della sua morte. Non ci può essere alcun dubbio sul motivo. Una volta di fronte al compito di dire in parole precise ciò che aveva in mente quando predicava di “classi sociali” e forniva ragioni per la sua dottrina dell'inconciliabile conflitto di interessi fra le “classi sociali,” Marx venne a mancare completamente. Dovette riconoscere a di essere perplesso e di essere arrivato al limite del suo spirito. Non sapeva cosa dire nel previsto cinquantaduesimo capitolo del terzo volume e questo imbarazzo lo indusse a desistere dal finire il suo grande trattato. Il dogma essenziale della filosofia di Marx, la dottrina del conflitto di classe che lui ed il suo amico Engels avevano diffuso per molte decadi, si era rivelata un fiasco.


Dottrina Ideologica Marxista


L'unica risposta che Marx, Engels e tutti i loro seguaci fino ai bolscevichi russi e gli ammiratori professorali europei ed americani di Marx sapevano contrapporre ai loro critici era la nota dottrina ideologica. Secondo questo espediente l'orizzonte intellettuale dell'uomo è completamente determinato dalla sua affiliazione di classe. L'individuo è costituzionalmente inadatto a raggiungere ed afferrare qualunque altra dottrina di quella che avanza gli interessi della propria “classe” a scapito di altre “classi.” Per un proletario è quindi inutile prestare qualsiasi attenzione a quello che gli autori borghesi possono dire e perdere tempo a confutare le loro dichiarazioni. Tutto ciò che è necessario è di smascherare la loro appartenenza borghese. Questo chiude la questione.

Questo è il metodo a cui Marx ed Engels ed altri marxisti facevano ricorso nel trattare tutti i dissidenti. Non intrapresero mai la disperata operazione di difendere il loro sistema auto-contradittorio contro il devastante criticismo. Tutto ciò che facevano era di chiamare i loro avversari stupidi borghesi e di attribuire la loro opposizione alla loro affiliazione alla classe borghese.

Ma Marx ed Engels hanno anche contraddetto la loro stessa dottrina a questo proposito. Entrambi erano rampolli di famiglie borghesi, cresciuti e vissuti in un tipico ambiente della classe media. Marx era il figlio di un benestante membro della barra e sposò la figlia di un nobile prussiano. Suo cognato era ministro del gabinetto dell'interno e come tale capo della Reale Polizia Prussiana. Engels era il figlio di un ricco industriale e ricco uomo d'affari egli stesso; si dedicò a divertimenti dell'elite britannica come la caccia alla volpe in giacca rossa e con snobismo rifiutò di sposare la sua amante perché era di umile origine. Dallo stesso punto di vista marxista si dovrebbe qualificare il marxismo come dottrina di origine borghese.


La Distruzione delle Idee Marxiste Richiede una Critica Vigorosa


L'enorme potere di cui le idee marxiste ed i partiti politici da esse guidati godono nel presente non è dovuto alcun merito inerente della dottrina. È una conseguenza dell'indifferenza e della apatia morale ed intellettuale di coloro il cui dovere deve essere di offrire indefessa resistenza alle false dottrine e rilevare la loro falsità. Alcuni eminenti filosofi ed economisti hanno fornito inconfutabili argomenti per mostrare la perversione, la distorsione dei fatti e le auto-contraddizioni della dottrina religiosa marxista. Ma i loro libri non sono letti da chi ha responsabilità di illuminare il pubblico. Così le masse oggi indolentemente sottoscrivono tutti gli slogan socialisti e vedono ogni passo in avanti sulla via verso il totalitarismo come un progresso verso l'istituzione di un paradiso terrestre. Sono l'inerzia e la pigrizia da parte di molti dei nostri più eminenti colleghi cittadini a permettere l'impetuosa avanzata del potere comunista.

Il compito di combattere il materialismo dialettico Marxista e di tutte le varie dottrine epistemologiche, filosofiche, economiche e politiche da esso derivate può essere portato a termine solo da gente bene informata. Coloro che desiderano contribuire seriamente alla difesa della civilizzazione occidentale contro l'attacco dei dittatori devono informarsi sulle dottrine che progettano di combattere e devono studiare con ogni vigore i testi di quegli autori che da lungo tempo hanno interamente demolito tutte le fiabe e le distorsioni di Marx. Bisogna ammettere che non è una facile questione. Tuttavia, in questo mondo, non ci sono grandi cose che non si possano realizzare con risoluzione morale e strenuo impegno.

Tuesday, December 4, 2007

Curva retta

«Dove li stanno portando?»
«I fascisti portano gli ebrei nei campi di concentramento!»
Non è una scena di Schindler's List, ma quasi: è la sua versione iraniana, Zero degree turn. Una miniserie-tv in cui l'eroe Habib Parsa fornisce agli ebrei francesi passaporti iraniani per permettergli di fuggire in Palestina, la solita stucchevole storia romanzata. La domanda prorompe spontanea: ma gli iraniani non erano antisemiti?

Mistero!

Monday, December 3, 2007

Piccolo Glossario della Neolingua #19

“I’ve concluded that genius is as common as dirt. We suppress our genius only because we haven’t yet figured out how to manage a population of educated men and women. The solution, I think, is simple and glorious. Let them manage themselves.”
(John Taylor Gatto)
È il turno dell'anarchia, un lemma che il potere è riuscito a trasformare efficacemente in ricettacolo di ogni disgrazia, come una specie di moderno vaso di Pandora. Un rovesciamento di senso totale.
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Anarchia
Significato originario:
1a stato di disordine politico e sociale causato dalla debolezza del governo o dalla sua assenza: lo stato è piombato nell’a.
1b estens., disordine, caos, assenza di disciplina e di regole: nella scuola regna la più completa a., basta con questa a.!
2 filos., dottrina politica e filosofica sviluppatasi nell’Ottocento, che propugna l’abolizione dello stato e di ogni potere costituito in nome della libertà e dell’autonomia individuale
Nella vulgata statalista il termine anarchia è diventato un abusato sinonimo di caos, disordine, sopraffazione, dominio del più forte sul più debole. Invero gli uomini di stato amano attribuire all'anarchia tutti i mali peggiori della società: ma come può essere, visto che di anarchia, nella società, non ve n'è punta? Per dirla tutta, è sufficiente indagare questi mali per rendersi conto che è proprio l'esistenza dello stato, se non a provocarli, senza dubbio ad esacerbarli. Vediamo un esempio di tale ragionamento:
Contrariamente al villaggio medioevale, la metropoli moderna con i suoi milioni di abitanti altamente mobili è a malapena immaginabile senza evidenti azioni autoritarie del governo che controllino il comportamento nelle molte situazioni di dilemma del prigioniero. Effettivamente, si può a malapena immaginare che un comportamento non cooperativo come il rubare possa venir controllato solamente dal costume e dalla pressione sociale degli altri membri della comunità in una città come New York. Anche con l'autorità della forza della polizia parti di New York assomigliano ad una giungla hobbesiana.
(Dennis C. Mueller "Anarchy, the Market, and the State." (1988) p. 822)
Come volevasi dimostrare, il fatto che nonostante una imponente forza di polizia diversi quartieri di New York siano dei protettorati del crimine organizzato e non viene utilizzato come argomento a favore dello stato e contro l'anarchia, come se fosse quest'ultima, pur senza essere mai apparsa dalle parti di New York, ad aver provocato tale situazione.

In realtà anarchia significa semplicemente assenza di governo, di autorità (dal greco ἄν = negazione e ἄρχειν = governare), assenza che non giustifica automaticamente il corollario di maledizioni che ad essa si usa accostare. Gli istinti aggressivi dell'uomo hanno forse qualcosa a che fare con la presenza o meno di un'autorità, o anche l'autorità stessa, una volta conferita, possiede il magico potere di purificare l'uomo che ne è investito? La logica suggerirebbe il contrario: è certamente un grosso incentivo all'aggressione il possedere un certo grado di impunità, l'essere considerato in qualche modo “superiore” al resto dell'umanità. È il paradosso ben evidenziato da Rothbard:
Supponiamo, per esempio, di essere tutti improvvisamente caduti giù sulla terra de novo e di esserci quindi tutti confrontati con il problema di quali disposizioni sociali da adottare. E supponiamo allora che qualcuno abbia suggerito: "Siamo tutti destinati a soffrire a causa di quelli tra noi che desiderano aggredire il loro prossimo. Allora risolviamo questo problema del crimine consegnando tutte le nostre armi alla famiglia Jones, là, assegnando tutto il nostro potere definitivo di risolvere le dispute a quella famiglia. In questo modo, con il loro monopolio di coercizione e di ultima risoluzione, la famiglia Jones potrà proteggerci tutti l'uno dall'altro." Penso che questa proposta otterrebbe ben pochi consensi, tranne forse dalla famiglia Jones stessa. Ma questa è precisamente l'usuale argomento per l'esistenza dello stato. Quando cominci dal punto zero, come nel caso della famiglia Jones, la domanda "chi controllerà i controllori?" si trasforma non soltanto in una permanente lacuna nella teoria dello stato ma in una insuperabile barriera per la sua esistenza.
L'anarchia è una risposta alternativa alle esigenze di una comunità di uomini, fondata sull'assioma del diritto che ogni uomo ha di non essere aggredito da altri. Diritto questo indispensabile alla sopravvivenza dell'uomo stesso, poiché solo collaborando può riuscire ad imporsi su un ambiente ostile. In natura, infatti, un uomo solo è una preda, e anche molto ambita; grazie alla cooperazione è diventato specie dominante, rispettato e temuto dagli altri abitanti del pianeta. A questo proposito è bene puntualizzare che l'anarchia non teorizza la dissoluzione del concetto di leader, di guida – si tratta pur sempre di un elemento chiave della cooperazione – quanto la restituzione di tale concetto al suo giusto ambito, come esprime correttamente ancora Rothbard:
Se, allora, la diseguaglianza naturale di abilità e di interesse fra gli uomini deve rendere le elite inevitabili, l'unico percorso ragionevole è abbandonare la chimera di uguaglianza e accettare la necessità universale dei capi e dei seguaci. Il compito del libertario, la persona dedicata all'idea della società libera, non è di opporsi alle elite che, come l'esigenza della libertà, fluiscono direttamente dalla natura dell'uomo. L'obiettivo del libertario è piuttosto di stabilire una società libera, una società in cui ogni uomo è libero trovare il suo livello migliore. In tale società libera, ognuno sarà "uguale" soltanto nella libertà, mentre vario e diseguale sotto tutti gli altri aspetti. In questa società le elite, come chiunque altro, saranno libere di alzarsi al loro livello migliore. Nella terminologia di Jefferson, scopriremo le "aristocrazie naturali" che raggiungeranno l'eccellenza e la leadership in ogni campo. Il punto è di permettere la crescita di queste aristocrazie naturali, ma non la legge delle "aristocrazie artificiali" – coloro che comandano per mezzo della coercizione. Gli aristocratici artificiali, gli oligarchi coercitivi, sono gli uomini che salgono al potere invadendo le libertà dei loro compagni uomini, negando loro la libertà. Al contrario, gli aristocratici naturali vivono in libertà ed armonia con il prossimo e crescono esercitando la loro individualità e le loro più alte abilità al servizio dei loro compagni, in un'organizzazione o producendo efficientemente per i consumatori. Infatti, gli oligarchi coercitivi giungono invariabilmente al potere sopprimendo le elite naturali, e con loro altri uomini; i due generi di leadership sono antitetici.

Non è quindi un'uguaglianza assoluta – dogma tipicamente statalista: ne sono esentate ovviamente le “autorità”, che sono “più uguali degli altri” – quella che si prospetta in un'eventuale società anarchica, ma una parità di diritti che allo stato attuale è clamorosamente scomparsa a causa della proliferazione di diritti positivi assegnati d'autorità a lobby e minoranze assortite in cambio di sostegno o finanziamenti.

Ciò che auspica invece chi sostiene l'idea anarchica è innanzitutto una società più giusta, meritocratica, dove le possibilità di ciascuno di vivere e cercare di costruire la propria felicità non siano decise a priori da altri, senza il consenso del diretto interessato, ed a prescindere dalle sue azioni. In breve, tutto ciò che è negato dalla presenza dello stato, e dalla sua degenerata versione dell'autorità: non come riconosciuta dagli altri in base al proprio effettivo valore per la comunità, ma assegnata d'ufficio, con il sottile velo delle elezioni a sancirne una legittimità che non esiste nei fatti.

Sunday, December 2, 2007

Pubblicità

Memorabile parodia di John Belushi del commericial degli Wheaties “Breakfast of champions.”

Saturday, December 1, 2007

Premio Caligola - Novembre '07: Nasty!

Anche stavolta il Premio Caligola - “Il potere gli ha dato alla testa” rimane in Italia: la spunta quasi a sorpresa l'assessore napoletano Gennaro Nasti, detto “Nasty”. C'è chi vede la pagiuzza e non la trave, e c'è chi come lui si spaventa di più per il fumo di una “paglia” che per le fumanti pendici di Monte Monnezza. È quindi una fortuna che Nasty sia investito di una qualche autorità: in caso contrario il suo sarebbe rimasto un delirio privato, e noi avremmo perso una rara occasone di sollazzo.

Così Nasty conquista il 44% dei voti, con un buon distacco dall'FBI (37%) e dalla polizia brasiliana (17%). Secondo il giudizio dei votanti, evidentemente, la visione del proprio ruolo e dell'intera società che la
decisione del campione partenopeo lascia intuire è la più adeguata al tipo di personalità che il nostro trofeo intende premiare: la convinzione della propria superiorità e dell'altrui subordinazione, a prescindere dalla realtà e dalla ragione. Sorprende semmai – ma non più di tanto – la scarsa prestazione della sbirraglia brasiliana. Ma è un segno dei tempi se viene considerato un fatto normale che il servizio di difesa dall'aggressione funzioni da servizio-camere per gli aggressori. Menzione d'onore, infine, per gli agenti federali, ai quali la vittoria è sfuggita forse soltanto per essere stati, in questo caso, solo il braccio armato di una catena di decisioni la cui origine sta molto più in alto.

Sugli scudi
allora il Nasty assessore, anche lui riceverà la targa ricordo e il kit Do it yourself: Suicide! sperando che finalmente venga utilizzato. In fondo, per Nasty, sarebbe probabilmente sufficiente passare un paio di giorni sui Monti Immondi per raggiungere lo scopo.

La vita e l’economia

Questa settimana il nostro inviato Giovanni Pesce ci parla dell'economia vista da Laputa, e di come anch'essa finisca per diventare una questione di fede.

Introduce anche un tema economico molto interessante, la costruzione delle piramidi: un bene o un male? Per il nostro esperto dipenderebbe dai punti di vista, ma io non sono molto d'accordo con lui: se è vero infatti che lavorare alle piramidi era in quell'epoca una fortuna, lo è altrettanto che non tutti potevano lavorarci, e l'effetto collaterale di queste mega-opere pubbliche di dubbia utilità era quindi di strutturare l'intera società come una piramide, dove il peso, la responsabilità cioè di produrre i beni necessari ed indispensabili alla sopravvivenza di tutto l'edificio, grava interamente sulle spalle del piano più basso, il più vasto e l'unico che non riceve vantaggi dalla situazione.

Senza contare che, come diceva Bastiat, la piramide la vediamo ancora oggi, ma quel che non vediamo sono tutti i beni che la sua costruzione ha impedito di produrre: ogni pietra dell'edificio è un campo che non è stato dissodato, un raccolto che non è maturato, del cibo che è mancato. Poi, eventualmente, capita che il deserto arrivi fin sotto alle piramidi.

Insomma, ancora una volta il dispaccio telepatico stimola ottime riflessioni, che vi auguro insieme ad un buon fine settimana.
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Di Giovanni Pesce


Quando ero giovane, pensavo che l’economia fosse una scienza rigorosa, come l’astronomia o l’architettura.

Poi ho incominciato a vedere che gli economisti litigavano tra di loro e nessuno era in grado di risolvere alcun problema pratico.

Al liceo mi hanno magnificato Marx e all’università mi hanno costretto a studiare Keynes; cose normali per gli studenti degli anni ‘60 e ‘70.

Il mio sogno era quello di trovare la formula magica per “carburare” l’economia; non so spiegarmi meglio, ma pensavo che, con lo studio ed alcuni esperimenti, avrei trovato un mix (intervento pubblico, privato, un tocco di risparmio, due pugnetti di investimenti) tale da costituire la ricetta giusta per risanare un’economia.
In realtà avevo letto troppe favole ed ero abbastanza lontano dalla soluzione del problema.
Sono tornato indietro e ho rincominciato da zero con il quesito: Ma allora come funziona questa diavolo d’economia?
Attualmente non lo so; ho solo alcune idee scoordinate tra loro; però mia questa condizione è già una buona base di partenza.

1) La vita umana e l’economia vanno d’accordo?.

No! I momenti migliori dell’economia sono quelli nei quali un’esagerata pressione esterna costringe le masse umane ad esagerare i propri comportamenti sia in meglio ma soprattutto in peggio nei confronti degli altri; i momenti economici topici sono quelli di guerra quando i (pochi) più fortunati si arricchiscono esageratamente e i (molti) più sfigati abbandonano sul tavolo di gioco le proprie risorse ad altre persone.

2) La costruzione di un’opera pubblica come le Piramidi è un’operazione economicamente positiva?

Non esiste una risposta unica; se un mio bis-bis-bis-… avolo fosse rimasto vittima di un incidente del lavoro durante la costruzione delle Piramidi, sicuramente direi no; ma se uno zio possedesse un albergo con vista sulle Piramidi allora direi di si.

In ogni caso, dato che il bis3-avolo aveva comunque ottenuto un buon lavoro, la risposta dovrebbe essere SI..

3) Qual è stato il miglior economista?

Incredibilmente la miglior performance economica che ho studiato è quella della Germania dei primi anni ‘30: da paese ad inflazione a quattro cifre è diventata, in pochi mesi, un modello di efficienza economica; il risvolto della medaglia però consisteva nel fatto che i padrini che hanno dato un aiuto economico a quel governo abbiano poi chiesto una serie di azioni nefande come ritorno dovuto.

In pratica in quei giorni, i tedeschi avevano cambiato moneta, adottandone una nuova alla quale concessero grande fiducia.

4) La molla di tutto è la fiducia o la fede.

Fintanto che regna la fiducia le cose nel mondo degli affari vanno bene; se crolla la fiducia crolla l‘economia. Ne sanno qualcosa degli uomini che stampano i soldi; ne potrebbero stampare a vagoni ed invece stampano solo quelli necessari ad non intaccare la fiducia degli utenti.

Nel campo della medicina, la sola fiducia nel risultato ha, tramite l'effetto placebo, un effetto positivo sulle malattie.

Nell'ambito della religione, la fede religiosa fa accettare piacevolmente cose inaccettabili dal punto di vista economico.

Nell'ambito economico, la fiducia nel risultato “finale” ha un effetto positivo sugli scambi economici.

Sulle note di banca e sulle monete o sulle cambiali si scrivevano inni al concetto di fede/fiducia utilizzando giuramenti, spergiuri, promesse come :"in god we trust" o "pagherò" "cambiabili al portatore" ed altre amenità.

Per dare maggior peso al concetto di fiducia si era soliti mettere sulle monete l'immagine di un Santo o di un Imperatore o un simbolo religioso.

La gestione altrui della nostra fiducia/fede è fondamentale: chi governa le masse presenta un obiettivo di secondo livello più desiderabile dell’obiettivo immediatamente più ovvio e il gregge umano, fiducioso, modifica i propri comportamenti rinunciando al soddisfacimento dei bisogni istantanei per sperare di ottenerne in futuro un soddisfacimento migliore.

Ci possiamo fidare?