Wednesday, March 11, 2009

La fallacia del “settore pubblico” #2

Di Murray N. Rothbard


In un'altra delle sue scaltre osservazioni, Joseph Schumpeter ha scritto, riguardo agli intellettuali anti-capitalisti, “il capitalismo subisce il suo processo davanti a dei giudici che hanno la sentenza di morte in tasca. La pronunceranno, quale che sia la difesa che ascolteranno; l'unico successo che una difesa vittoriosa potrebbe produrre è un cambiamento nell'atto d'accusa.” [2] L'atto d'accusa sta certamente cambiando. Negli anni 30, abbiamo sentito che il governo deve espandersi perché il capitalismo aveva causato povertà di massa. Ora, sotto l'egida di John Kenneth Galbraith, sentiamo che il capitalismo ha peccato perché le masse sono troppo ricche. Dove un tempo di povertà soffriva “un terzo della nazione,” dobbiamo ora piangere la “fame” del settore pubblico.

Secondo quale parametro il dott. Galbraith conclude che il settore privato sia troppo gonfiato ed il settore pubblico troppo anemico, e quindi che il governo debba esercitare ulteriore coercizione per rettificare la propria malnutrizione? Certamente, il suo parametro non è storico. Nel 1902, per esempio, il prodotto nazionale netto degli Stati Uniti era di 22,1 miliardi id dollari; la spesa pubblica “federale, statale e locale” totalizzava 1,66 miliardi, o il 7,1% del prodotto totale. Nel 1957, dall'altro lato, il prodotto nazionale netto era di 402,6 miliardi e la spesa pubblica ammontava a 125.5 miliardi, o il 31.2% del prodotto totale. Il saccheggio fiscale del governo sul prodotto privato si è quindi moltiplicato da quattro a cinque volte durante l'attuale secolo. Questa è difficile che sia la “fame” del settore pubblico. Ma ciononostante, Galbraith sostiene che il settore pubblico è sempre più affamato, rispetto alla sua condizione nel non ricco diciannovesimo secolo!

Quali parametri, allora, ci offre Galbraith per scoprire quando il settore pubblico sarà infine al suo optimum? La risposta è, nient'altro che il capriccio personale:
Ci si chiederà qual è il test d'equilibrio – a che punto possiamo concludere che è stato raggiunto un equilibrio nel soddisfare i bisogni del pubblico e del privato. La risposta è che nessun test può essere applicato, dato che non ne esiste nessuno.... Lo squilibrio attuale è chiaro.... Essendo tale la situazione, la direzione in cui ci muoviamo per correggere la questione è assolutamente normale. [3]
Per Galbraith, l'odierno squilibrio è “chiaro.” Chiaro perché? Perché si guarda intorno e vede condizioni deplorevoli laddove opera il governo. Le scuole sono sovraffollate, il traffico urbano congestionato e le strade piene d'immondizia, i fiumi sono inquinati; avrebbe potuto aggiungere che il crimine è sempre più dilagante e le corti di giustizia bloccate. Tutte queste sono aree soggette alle operazioni ed alla proprietà del governo. L'unica presunta soluzione per questi vistosi difetti è travasare più soldi nella cassa del governo.

Ma com'è che solo le agenzie governative reclamano più soldi e denunciano la riluttanza dei cittadini a contribuire di più? Perché non abbiamo mai l'equivalente dell'impresa privata degli ingorghi stradali (che si verificano sulle strade del governo), delle scuole malgestite, della mancanza d'acqua, e così via? Il motivo è che le aziende private ottengono i soldi che meritano da due fonti: dal pagamento volontario dei consumatori per i servizi e dall'investimento volontario dagli investitori nell'aspettativa della domanda dei consumatori. Se c'è un aumento nella domanda di un bene privato, i consumatori pagano di più il prodotto e gli investitori investono di più nella sua offerta, così “pareggiando il mercato” con la soddisfazione di tutti. Se c'è un aumento nella domanda di un bene pubblico (acqua, strade, metrò, e così via), vediamo solo irritazione verso il consumatore per lo spreco di risorse preziose, accompagnato dall'irritazione per l'opposizione del contribuente ad un maggiore peso fiscale. L'impresa privata fa della corte al consumatore e della soddisfazione delle sue richieste più urgenti il suo lavoro; le agenzie governative denunciano il consumatore come utente fastidioso delle loro risorse. Soltanto un governo, per esempio, guarderebbe amorevolmente alla proibizione delle auto private come “soluzione” per il problema delle strade congestionate. I numerosi servizi “gratis” del governo, inoltre, generano una domanda che permanentemente eccede l'offerta, e quindi le “carenze” permanenti del prodotto. Il governo, in breve, acquistando il suo reddito con la confisca obbligata piuttosto che tramite l'investimento ed il consumo volontari, non è e non può essere fatto funzionare come un'azienda. Le sue grossolane inerenti inefficienze, l'impossibilità per esso di equilibrare il mercato, garantiscono il suo essere un baraccone di problemi sulla scena economica. [4]

Nei tempi passati, l'inerente cattiva gestione del governo era generalmente considerata un buon argomento per tenere quante più cose possibile lontane dalle mani del governo. Dopo tutto, quando si è investito in una proposta perdente, si cerca di astenersi dal perderci altri soldi. Ma, il dott. Galbraith vorrebbe che raddoppiassimo la nostra determinazione nel versare i sudati soldi del contribuente giù nel pozzo del “settore pubblico,” ed usa i difetti stessi delle operazioni del governo come suo argomento principale!

Il professor Galbraith, a suo supporto, ha due frecce al suo arco. Primo, dichiara che, poiché il livello della vita delle persone aumenta, i beni aggiunti non valgono ai loro occhi tanto quanto i primi. Questa è una normale conoscenza; ma Galbraith deduce in qualche modo da questo declino che i desideri privati delle persone non hanno per loro più alcun valore. Ma se fosse questo il caso, allora perché dovrebbero valere ancora così tanto i “servizi” del governo, che si sono espansi ad un tasso molto più veloce, da richiedere un ulteriore spostamento di risorse al settore pubblico? Il suo argomento finale è che i desideri privati sono tutti indotti artificialmente dalla pubblicità commerciale che “crea” automaticamente i desideri che si presume debba servire. In breve, la gente, secondo Galbraith, sarebbe, se lasciata stare, soddisfatta di una vita non da ricchi, presumibilmente a livello di sussistenza; la pubblicità è il furfante che rovina questo idillio primitivo.

A parte il problema filosofico di come A può “creare” i desideri di B senza che B debba apporre il suo bollo di approvazione su di essi, noi affrontiamo qui una visione curiosa dell'economia. È qualsiasi cosa oltre la sussistenza “artificiale”? Su che parametro? Inoltre, perché dovrebbe un'azienda passare per la seccatura e la spesa supplementari dell'indurre un cambiamento nei desideri del consumatore, quando può ottenere profitti servendo i desideri esistenti, “non creati” del consumatore? La vera “rivoluzione del marketing” che il commercio sta attraversando, la sua crescente e quasi frenetica attenzione sulla “ricerca di mercato,” dimostra il contrario della visione di Galbraith. Perché se, facendo pubblicità, la produzione dell'impresa genera automaticamente la propria domanda dei consumatori, non ci sarebbe alcun bisogno per la ricerca di mercato – e neanche nessuna pericolo di fallimento. In realtà, per il consumatore in una società ricca, lungi dall'essere uno “schiavo” dell'azienda commerciale, la verità è precisamente l'opposto: perché mentre gli standard di vita salgono oltre la sussistenza, il consumatore diventa più particolare e selettivo in quello che compra. L'imprenditore deve corteggiare più di prima il consumatore: da qui i furiosi sforzi di ricerca di mercato per scoprire cosa vogliono comprare i consumatori.

C'è un'area della nostra società, tuttavia, in cui le critiche di Galbraith sulla pubblicità si potrebbe quasi dire che si applicano – ma è in un'area che lui stranamente non cita mai. Si tratta dell'enorme quantità di pubblicità e propaganda del governo. Questa è pubblicità che irradia al cittadino le virtù di un prodotto che, diversamente dalla pubblicità commerciale, non ha mai la possibilità di mettere alla prova. Se Cereal Company X stampa l'immagine di una bella ragazza che declama che “il Cereal X è delizioso,” il consumatore, anche se abbastanza ottuso da prenderlo seriamente, ha la possibilità di verificare personalmente quella proposta. Presto il suo gusto determinerà se comprerà o meno. Ma se un'agenzia governativa pubblicizza le proprie virtù nei mass media, il cittadino non ha modo di verificare direttamente che gli permetta di accettare o rifiutare i proclami. Se ci sono desideri artificiali, sono quelli generati dalla propaganda di governo. Ancora, la pubblicità commerciale è, almeno, pagata dagli investitori, ed il suo successo dipende dall'accettazione volontaria del prodotto da parte dei consumatori. La pubblicità del governo è pagata per mezzo delle tasse estratte dai cittadini e quindi può continuare senza controllo, anno dopo anno. Lo sfortunato cittadino viene persuaso ad applaudire i meriti delle stesse persone che, con la coercizione, lo stanno obbligando a pagare la propaganda. Questa è davvero la beffa oltre al danno.

Se il professor Galbraith ed i suoi seguaci sono delle guide mediocri per occuparsi del settore pubblico, che parametro offre invece la nostra analisi? La risposta è quella, antica, di Jefferson: “che il miglior governo è quello che governa di meno.” Ogni riduzione del settore pubblico, qualunque spostamento delle attività dal pubblico alla sfera privata, è un guadagno morale ed economico netto.

La maggior parte degli economisti ha due argomenti di base a favore del settore pubblico, che qui possiamo considerare solo molto brevemente. Uno è il problema dei “benefici esterni.” A e B spesso beneficiano, si sostiene, se possono obbligare C a fare qualcosa. Molto si può dire per criticare questa dottrina; ma basti dire qui che qualsiasi argomento che affermi il diritto e la bontà di, diciamo, tre vicini, che desiderano formare un quartetto d'archi, ad obbligarne un quarto in punta di baionetta ad imparare e suonare la viola, è difficile che meriti un sobrio commento. Il secondo argomento è più solido; ripulito dal gergo tecnico, dichiara che alcuni servizi essenziali semplicemente non possono essere assicurati dalla sfera privata e che quindi l'offerta governativa di questi servizi è necessaria. Eppure, ogni singolo servizio tra quelli assicurati dal governo è stato, nel passato, fornito con successo dall'impresa privata. La blanda asserzione che i cittadini privati non potrebbero fornire questi beni non è mai sostenuta, nelle opere di questi economisti, da alcuna prova. Com'è, per esempio, che gli economisti, che così spesso si affidano a soluzioni pragmatiche o utilitariste, non richiedono “esperimenti” sociali in questa direzione? Perché gli esperimenti politici devono sempre essere nella direzione di più governo? Perché non dare al libero mercato una contea o persino uno stato o due e vediamo che cosa può realizzare?
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Note

[2] Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York: Harper and Bros., 1942), p. 144.

[3] John Kenneth Galbraith, The Affluent Society (Boston: Houghton Mifflin, 1958), pp. 320-21.

[4] Per approfondire sui problemi inerenti delle operazioni del governo, vedi Murray N. Rothbard, "Government in Business," in Essays on Liberty (Irvington-on-Hudson, NY: Foundation for Economic Education, 1958), 4, pp. 183-87.

4 comments:

Pippo said...

Scusate, ma c'è una cosa che non riesco a capire e a trovare tra tutti i documenti che da mesi sto spulciano... come può il libero mercato dei libertari difendersi dai un gruppo grosso di malintenzionati ben armati che se ne fregano della libertà?

Paxtibi said...

Prova qui.

Pippo said...

Grazie, ora mi è più chiaro.

Rimane comunque il dubbio su come una società anarchica possa difendersi da aggressioni esterne.
Uno stato è naturalmente più efficiente nel costruire un grosso esercito... (che nella realtà per la società è un grosso peso, a meno di non impiegarlo per depredare le ricchezze altrui)

Anonymous said...

ma voi lo conoscete Hjalmar Schacht? lui si che rea un grande economista.Altro che castelli in aria.