Tuesday, March 10, 2009

La fallacia del “settore pubblico” #1

Breve saggio del 1961, tratto da New Individualist Review: 3-7; The Logic of Action Two (Cheltenham, UK: Edward Elgar, 1997), in cui Rothbard riassume i falsi presupposti che vorrebbero giustificare l'invadenza della sfera pubblica nell'economia a scapito del settore privato, l'unico realmente produttivo ed al servizio del consumatore (un'edizione che mantiene l'impaginazione di Logic, in pdf, è qui). Geniale in particolare una riflessione sulla pubblicità.

In due parti, questa è la prima.
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Di Murray N. Rothbard


Negli anni recenti abbiamo sentito molti discorsi sul “settore pubblico,” e sulla domanda se il settore pubblico debba essere aumentato rispetto al “settore privato” le discussioni solenni abbondano per ogni dove. La terminologia stessa ha l'aroma della scienza pura, ed in effetti emerge dal mondo apparentemente scientifico, seppur abietto, delle “statistiche del reddito nazionale.” Ma il concetto è a stento wertfrei; in realtà, è carico di gravi ed ambigue implicazioni.

In primo luogo, potremmo chiederci: “settore pubblico” di cosa? Di qualcosa chiamato il “prodotto nazionale.” Ma notate gli assunti nascosti: che il prodotto nazionale sia qualcosa come una torta, consistente di parecchi “settori,” e che questi settori, pubblici e privati alla stessa maniera, si uniscano per ottenere il prodotto dell'economia nel suo complesso. In questo modo, è contrabbandato nell'analisi l'assunto che il settore pubblico e quello privato siano ugualmente produttivi, ugualmente importanti e su una base paritaria in tutto, e che le “nostre” decisioni sulle percentuali del settore pubblico sul privato siano più o meno tanto innocue quanto la decisione di un individuo tra il mangiare la torta o il gelato. Lo Stato è considerato come un'amabile agenzia di servizi, in qualche modo simile al droghiere all'angolo, o piuttosto alla loggia del quartiere, in cui “noi” ci riuniamo per decidere quanto il “nostro governo” dovrebbe fare per (o a) noi. Anche quegli economisti neoclassici che tendono a favorire il mercato e la società liberi considerano spesso lo Stato generalmente come un organo di servizi sociali inefficiente, ma pur sempre benevolo, che registra meccanicamente i “nostri” valori e decisioni.

Non parrebbe essere così difficile, sia per lo studioso che per l'uomo della strada, afferrare il fatto che il governo non è come il Rotary o le Alci; che differisce profondamente da tutti gli altri organi ed istituzioni nella società; vale a dire, che vive ed ottiene le sue entrate con la coercizione e non con il pagamento volontario. L'ultimo Joseph Schumpeter non fu mai più scaltro di quando scrisse: “La teoria che interpreta le tasse con l'analogia delle quote del club o dell'acquisto dei servizi per esempio di un medico dimostra soltanto quanto lontana sia questa parte delle scienze sociali dalle abitudini scientifiche della mente.” [1]

Oltre al settore pubblico, in cosa consiste la produttività del “settore privato” dell'economia? La produttività del settore privato non deriva dal fatto che la gente vada in giro a fare “qualcosa,” qualsiasi cosa, con le proprie risorse; consiste nel fatto che usa queste risorse per soddisfare i bisogni ed i desideri dei consumatori. Gli imprenditori ed altri produttori dirigono le loro energie, sul mercato libero, verso la produzione di quei prodotti che più saranno ricompensati dai consumatori, e la vendita di questi prodotti può quindi “misurare” approssimativamente l'importanza che i consumatori assegnano loro. Se milioni di persone usano le loro energie per produrre carrozzelle trainate da cavalli, ai giorni nostri, non saranno in grado di venderli, e quindi la produttività dei loro sforzi sarà virtualmente zero. Dall'altro lato, se alcuni milioni di dollari sono spesi in un dato anno sul prodotto X, allora gli statistici potranno ben giudicare che questi milioni costituiscono la resa produttiva della parte-X del “settore privato” dell'economia.

Una delle caratteristiche più importanti delle nostre risorse economiche è la loro scarsità: i fattori terra, lavoro e beni capitali sono tutti limitati, e tutti possono essere utilizzati in vari modi possibili. Il mercato libero li usa “produttivamente” perché i produttori sono guidati, sul mercato, a produrre ciò di cui i consumatori hanno maggior bisogno: automobili, per esempio, piuttosto che carrozzelle. Di conseguenza, anche se le statistiche della produzione totale del settore privato sembrano essere una pura aggiunta di numeri, o un conteggio di unità prodotte, le misure della produzione in realtà coinvolgono l'importante decisione qualitativa di considerare come “prodotto” ciò che i consumatori sono disposti a comprare. Milioni di automobili, vendute sul mercato, sono produttive perché i consumatori così le hanno considerate; milioni di carrozzelle, rimaste invendute, non sarebbero “prodotto” perché i consumatori sarebbero passati oltre.

Ora supponete, che in questo idillio di libero scambio entri la lunga mano del governo. Il governo, per motivi suoi, decide di vietare completamente le automobili (magari perché i molti alettoni offendono la sensibilità estetica dei governanti) e di costringere le aziende automobilistiche a produrre invece l'equivalente in carrozzelle. Nell'ambito di un regime così rigoroso, i consumatori, in un certo senso, sarebbero costretti a comprare le carrozzelle perché nessuna automobile sarebbe permessa. Tuttavia, in questo caso, lo statistico sarebbe di certo molto miope se allegramente e semplicemente registrasse che le carrozzelle sono altrettanto “produttive” delle automobili precedenti. Chiamarle ugualmente produttive sarebbe una beffa; in effetti, date delle circostanze plausibili, il totale del “prodotto nazionale” potrebbero non mostrare neppure un declino statistico, quando in realtà sarebbe caduto drasticamente.

Ma il molto propagandato “settore pubblico” è in difficoltà ancora peggiori delle carrozzelle del nostro ipotetico esempio. Perché la maggior parte delle risorse consumate dalle fauci del governo non è stata nemmeno vista, ancor meno usata, dai consumatori, ai quali è stato perlomeno permesso di guidare le loro carrozzelle. Nel settore privato, la produttività di un'azienda è misurata da quanto i consumatori spendono volontariamente per il suo prodotto. Ma nel settore pubblico, la “produttività” del governo è misurata – mirabile dictum – da quanto esso spende! All'inizio della loro costruzione delle statistiche del prodotto nazionale, gli statistici dovettero affrontare il fatto che il governo, unico fra gli individui e le aziende, non potrebbero veder misurata la propria attività dai pagamenti volontari del pubblico – perché c'erano pochi o nessun tale pagamento. Presupponendo, senza alcuna prova, che il governo dovesse essere produttivo quanto chiunque altro, hanno usato la sua spesa come metro della sua produttività. In questo modo, non solo le spese pubbliche sono altrettanto utili quanto quelle private, ma tutto ciò che il governo deve fare per aumentare la propria “produttività” è di aggiungere una grande fetta alla sua burocrazia. Assumi più burocrati, e la produttività del settore pubblico aumenta! Ecco qui, davvero, una forma facile e felice di magia sociale per i nostri stupefatti cittadini.

La verità è esattamente l'inverso degli assunti comuni. Lungi dal sommarsi intimamente al settore privato, il settore pubblico da esso può solo alimentarsi; vive necessariamente da parassita sull'economia privata. Ma questo significa che le risorse produttive della società – lungi dal soddisfare i desideri del consumatore – ora sono dirette, per costrizione, lontano da questi desideri e bisogni. I consumatori sono ostacolati deliberatamente e le risorse dell'economia sono deviate da loro a quelle attività volute da burocrazia e politici parassiti. In molti casi, i consumatori privati non ottengono assolutamente niente, tranne forse la propaganda diffusa a spese loro. In altri casi, i consumatori ricevono qualcosa molto in fondo alla loro lista di priorità – come le carrozzelle del nostro esempio. In ogni caso, diventa evidente che il “settore pubblico” è in realtà antiproduttivo: che sottrae, piuttosto che aggiungere, al settore privato dell'economia. Perché il settore pubblico vive attaccando continuamente lo stesso criterio usato per misurare la produttività: gli acquisti volontari dei consumatori.

Possiamo misurare l'effetto fiscale del governo sul settore privato sottraendo la spesa pubblica dal prodotto nazionale. Perché i pagamenti del governo alla sua burocrazia non si aggiunge affatto alla produzione; e l'assorbimento delle risorse economiche da parte del governo le toglie dalla sfera produttiva. Questo metro, naturalmente, è solo fiscale; non misura l'effetto anti-produttivo di varie regolamentazioni del governo, che paralizzano la produzione e scambiano in altri modi rispetto all'assorbimento di risorse. Inoltre non si occupa di altre numerose fallacie nelle statistiche del prodotto nazionale. Ma almeno rimuove certi miti comuni come l'idea che la resa produttiva dell'economia americana sia aumentata durante la Seconda Guerra Mondiale. Sottraete il deficit di governo anziché aggiungerlo e vedremo che la produttività reale dell'economia è diminuita, come ci aspetteremmo razionalmente in una guerra.
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Note

[1] Nelle frasi precedenti, Schumpeter scrisse: “L'attrito dell'antagonismo fra il privato e la sfera pubblica è stato intensificato come prima cosa dal fatto che… lo stato è vissuto su un reddito che veniva prodotto nella sfera privata per scopi privati ed ha dovuto essere deviato da questi scopi con la forza politica.” Precisamente. Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York: Harper and Bros., 1942), p. 198.


2 comments:

Anonymous said...

Grandissimo!
Bill

libertyfighter said...

Uao, qualche anno fa sul mio blog dicevo esattamente questo. Che il valore del PIL sarebbe stato più veritiero se si fosse sottratta la spesa pubblica invece che sommata ad esso. Comincio ad essere molto più Rothbardiano di ciò che mi aspettavo.