Wednesday, February 27, 2008

La bolla in buca

“Occorre diffondere con maggior vigore la cultura del gioco del golf fra il pubblico e la percezione della sua importanza quale fondamentale volano per lo sviluppo economico e turistico di alcune aree del Paese.”
(Senatore Pedrini, disegno di legge n.2780)
La grande bolla dell'economia mondiale mostra ormai le crepe dell'imminente scoppio quasi in ogni campo, e quello verde e bucolico del golf non fa eccezione. Anche lo sport più praticato al mondo, quello a cui il senatore Pedrini voleva affidare lo sviluppo economico italiano, è ufficialmente entrato in recessione: in un recente articolo dedicato alla crisi del golf il New York Times raccoglie le opinioni di diversi professionisti e imprenditori del green, secondo i quali le ragioni sarebbero da ricercare soprattutto nei ritmi di lavoro più serrati, nella mancanza di tempo per uno sport che ne richiede parecchio anche per una semplice partita. E così i giocatori diminuiscono, i club perdono soci, i nuovi campi realizzati negli ultimi anni si seccano e vengono svenduti.

Secondo Rodney Warnick, professore all’università del Massachusetts “c’è una nuova generazione che non è più così attiva come lo era quella precedente;” sulla stessa linea Walter Hurney, costruttore di ville vicino ai campi: “il problema è il tempo. Sempre più persone non vogliono rinunciare a stare con la famiglia nel poco tempo libero che hanno a disposizione,” mentre Jim Kass, direttore del centro ricerche della National Golf Foundation, non sottovaluta il fattore economico: “meno tempo, certo. Ma anche due lavori, salari reali che non crescono, pensioni che se ne vanno.”

In breve, nulla di particolarmente sorprendente, solo la caratteristica storia di una bolla gonfiata troppo e arrivata al punto di rottura. Tra il 1990 e il 2003, negli Usa, sono stati realizzati tremila campi, per un totale di sedicimila. Il golf tirava, sembrava in continua espansione, e a centinaia hanno deciso di investirci. Persino Veltroni, mostrando un acume che getta qualche ombra sulle nostre speranze per il futuro, lanciava a Roma il primo campo pubblico, formula “pay and play.” Poi, la crisi: in questi ultimi anni le chiusure sono state centinaia e percorsi da trentasei buche sono messi in vendita a 5,5 milioni di dollari, all'incirca il prezzo di un appartamento a Manhattan. Un errato calcolo economico, niente di più, niente di meno. Il mercato era già saturo, le condizioni economiche sono cambiate e con esse le priorità; del resto, quale poteva mai essere l'utilità marginale del golf?

Tutto ciò può sembrare di relativa importanza, ma è invece utile per ispirare una riflessione sull'economia più in generale. Quale sarebbe infatti la soluzione keynesiana alla crisi del golf? Lasciare che i club e i campi in eccesso chiudano i battenti, liberando le risorse – tra cui la grande quantità d'acqua necessaria a mantenere il green fresco e brillante, non dimentichiamolo – impegnate in un investimento non remunerativo che potranno così essere reinvestite altrove, in attività più richieste, lasciare che gli imprenditori poco avveduti paghino il conto dei loro errori? Giammai! E i preziosi posti di lavoro che si perderebbero in questa maniera, i caddie specializzati, i maestri di golf che dovranno reinventarsi una professionalità, dove li mettiamo? No, la soluzione giusta è l'intervento di spesa, la sovvenzione, i buoni-golf da distribuire ai consumatori. Questa sarebbe la perfetta ricetta keynesiana per risollevare la mazza e salvare le palline: “salvare” i posti di lavoro facendo pagare a tutti i contribuenti gli errori di alcuni imprenditori.

Sembra assurdo, pure è così. Confrontate tutte gli altri settori in crisi, dalla Malpensa, all'Alitalia, alla Fiat, la soluzione dello stato è sempre la stessa: la spesa, la pioggia di soldi per mantenere operanti imprese già defunte, che assorbono come buchi neri enormi risorse economiche sottratte arbitrariamente alla società. È la teoria di Keynes, scava le buche, riempi le buche: piena occupazione. Perché non dovrebbe valere anche per il golf, con tutte quelle belle buche già pronte, peraltro?

6 comments:

Anonymous said...

Bell'articolo Pax. Volevo anche segnalarti questo

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Perch%C3%A9_si_dicono_tante_sciocchezze_nel_dibattito_economico_in_Italia

Ciao

Sick-boy

Anonymous said...

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/
Perch%C3%A9_si_dicono_tante_sciocchezze_nel_dibattito_economico_in_Italia

Paxtibi said...

Ho dato una lettura veloce, mi pare che dica alcune cose giuste, ma forse è un po' confuso.

O forse lo devo solo leggere con più attenzione...

Andrea said...

E' un sito di economisti che mi è stato consigliato da una ragazza in corso con me molto molto sveglia. Lo sto scoprendo anche io ora. Quell'articolo mi pare correttissimo quando centra la questione del prezzo, che nel dibattito economico - almeno in Italia - non ha alcuna funzione allocativa, come dovrebbe.

Sb

Marco said...

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2010/04/13/visualizza_new.html_1762483795.html

Paxtibi said...

Marco: siamo al delirio.