Saturday, September 27, 2008

La Cina oltre lo spazio/tempo

Sorprendente tecnologia cinese! Pensate: il resoconto dettagliato della missione spaziale Shenzhou 7, comprensiva del dialogo fra gli astronauti, è apparsa sul web prima ancora che il lancio fosse stato eseguito!

Incredibile, pure è così. Come a confermare la teoria della relatività, i cinesi non viaggiano solo nello spazio, ma anche nel tempo:
Un articolo che descrive il riuscito lancio della a lungo attesa missione spaziale della Cina comprensiva del dettagliato dialogo fra gli astronauti è comparso su internet giovedì, addirittura ore prima che il razzo avesse lasciato la terra.

L'agenzia ufficiale d'informazione del paese Xinhua ha inviato l'articolo sul proprio sito giovedì dove è rimasto per gran parte della giornata prima di essere ritirato.

Un redattore del sito Xinhuanet.com che ha risposto al telefono giovedì ha detto che l'invio dell'articolo è stato “l'errore di un tecnico.” Il redattore ha rifiutato di dare il suo nome come è solito per i funzionari cinesi.
La solita modestia cinese: il primo viaggio nel tempo che la storia ricordi, e loro minimizzano, “solo un errore.” Ma un errore in che senso, se l'articolo descriveva nel dettaglio le varie fasi del lancio e persino i dialoghi virgolettati dei protagonisti? Eccone alcuni estratti:
“Dopo questo ordine, tutte le luci segnaletiche si sono accese, vari dati appaiono sulle file di schermi, centinaia di tecnici fissano gli schermi, senza mancare il minimo cambiamento”…

“Un minuto dal via!”

“Changjiang No.1 ha raggiunto l'obiettivo!” …

“La voce ferma del controllore ha rotto il silenzio di tutta la nave. Ora, l'obiettivo è raggiunto 12 secondi prima del tempo previsto”…

“La pressione dell'aria nella cabina è normale!”

“Dieci minuti più tardi, la nave sparisce sotto l'orizzonte. Un caldo applauso e incoraggiamenti eccitati erompono nel cielo notturno, echeggiando attraverso il silenzioso Oceano Pacifico.”
Ora io sono un cretino se mi chiedo: 1) Il lancio nello spazio c'è stato veramente, o l'unico vero lancio è stato quello d'agenzia? 2) Non è che qua ci stanno vagamente pigliando pei fondelli?

Il “ciclo del denaro” for dummies

I corsi di studi economici a Laputa sono chiaramente diversi da quelli a cui siamo abituati noi quaggiù, e non è detto che sia un male, considerata le fregnacce in materia che ci vengono scaricate addosso in quantità pari solo, probabilmente, ai mucchi di denaro emessa della zecca di stato (e già qui non si sa se parliamo di economia o biologia: da dove li emette, 'sti coriandoli, dall'ovopositore?).

Invero, come ci riferisce il nostro inviato speciale, il Pesce Volante, i loro sistemi di apprendimento paiono essere piuttosto efficaci, seppur non di immediata comprensione, forse, per chi come noi poveri terrestri è ormai assuefatto alle poco pulite eiezioni di strani parassiti.

Vedete voi, in ogni caso questa lezione economica laputiana (o laputanesca? Boh!) è sicuramente un buon esercizio mentale per il fine settimana, che invito tutti a passare serenamente a dispetto dei goffi tentativi di diffondere il panico degli adepti del grosso insetto eiaculante.
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Di Giovanni Pesce


Da qualche tempo, il backstage del sistema di produzione dei biglietti di banca è conosciuto da i lettori del Gongoro sin dalle emissioni della Banca d’Inghilterra (biglietti firmati) e dalle emissioni di John Law (biglietti stampati in tipografia).

Per i nuovi lettori propongo un breve corso per non iniziati.

Il ciclo del denaro somiglia molto ad una manifestazione teatrale o circense: pensate ai biglietti d’entrata che stampati ricordano molto il vil denaro (ci sono i vari tagli: le poltronissime la platea ed il loggione).

Per poter ottenere all’inizio qualche biglietto occorre scambiarlo con qualcosa uscito dall’economia reale: un pollo, una bottiglia di vino, del formaggio, un po’ di pane sono oggetti che nell’antichità permettevano la concessione della tessera d’ingresso (tessera = biglietto con 4 lati).

Una volta ottenuto uno o più biglietti d’ingresso si entra nella sala delle rappresentazioni e si partecipa ad un mondo ideale platonicamente.

Si possono scambiare biglietti di poltrone con biglietti di galleria oppure si possono scambiare biglietti di una manifestazione canora con quelli più pregiati di una manifestazione teatrale.

Non c’è limite alle contrattazioni.

Qualche impresario garantiva con la frase “pagabili al portatore” un qualcosa di assimilabile alla restituzione dei beni che erano stati lasciati alla cassa per poter avere il biglietto d’ingresso; altri imprenditori-bigliettai si lasciavano scappare frasi del tipo “I promise to pay the bearer on demand the sum of.”
Nascosta in questa ultima frase c’è lo spostamento nel tempo della promessa, e la non-menzione del tempo lascia intendere la non-mutabilità nel tempo del valore della banconota.

Attualmente la promessa di retroconvertibilità non appare più sugli €uro.

Quanti biglietti possono essere stampati? All’incirca un po’ di più di quante sedie ci sono a disposizione dei convenuti; se si stampano “troppi” biglietti alcuni rimarranno fuori dalla porta, altri resteranno in piedi, altri litigheranno per le poltrone. Un overbooking fisiologico è, invece, permesso.

L’equilibrio dovrebbe derivare dall’accordo tra il cassiere, che desidera vendere moltissimi biglietti, e l’impresario che gestisce la rappresentazione teatrale ed il gestore del teatro che gestisce le sedie, che non sempre riesce a stare appresso alle vendite di biglietti.
In caso di non equilibrio, in una sedia si siederanno due persone, oppure chi si era prenotato per un Bob Dylan si preparerà per un concerto di Bennato; questo è il meccanismo dell’inflazione dei biglietti d’ingresso.

Il guaio è, parlando del denaro, che la rappresentazione finale non esiste e non ci sarà mai; l’unica rappresentazione sicura è garantita dalle persone che entrano, come in una sala da ballo, dove la figura del cliente pagatore e dell’attore è unica.
L’unica fornitura consiste nella musica adatta ai vari balli e l’unica “vera” azione che l’impresario può gestire è lo stop dell’orchestra.

In quel caso molti clienti escono dalla pista senza convertire il biglietto, dimodochè altri potranno, in un secondo momento, subentrare pagando la loro tassa d’ingresso.

Quindi una crisi monetaria ha due aspetti: molti perdono e pochissimi guadagnano molto.

Concludendo, vediamo come esistano due strati economici: quello dell’economia reale dove si produce il formaggio, il vino, le sedie, le uova e quello dell’economia finanziaria o del denaro che vive nel mondo delle idee.

La stessa operazione di stratificazione può essere ripetuta con la costruzione di nuovi strati superfinanziari, di grande idealizzazione e relativa grande debolezza strutturale.

Quello che è importante è la sintesi equilibrata dei due o più mondi economici; ma è mia opinione che non è l’equilibrio l’obiettivo degli impresari economici, anzi l’obiettivo è proprio il disequilibrio che genera flussi di denaro da una postazione ad un’altra.

Il disequilibrio massimo è costituito dalla guerra (mondiale).

Adesso vado alla Banca centrale a farmi restituire le bottiglie di vino che avevo lasciato all’ingresso. “Aridateme i soldi”.

Friday, September 26, 2008

«We don't have an inkling of his past»

Il ruolo di Chauncy Gardner (ovvero Chance il giardiniere) in Oltre il giardino (Being there '79) di Hal Ashby, una surreale satira delle cerchie del potere e dei loro rituali, è forse la gemma più luminosa della lunga carriera di Peter Sellers. L'idea, che verrà poi ripresa – e banalizzata – in Forrest Gump, di un personaggio patologicamente candido che viene frainteso e quindi accolto dalla più esclusiva e potente élite americana fino ad esser preso in considerazione come candidato alla presidenza, è la traccia su cui dipingere quel mondo a parte fatto di apparenza, cinismo e sotterfugio, e l'attitudine messianica che lo pervade. Ottimo anche il resto del cast e la colonna sonora. Da non perdere.

Crisis fakery

“There is nothing so strong or safe in an emergency of life as the simple truth”
(Charles Dickens)
Quando un'emergenza non esiste, lo Stato la crea, perché è nello stato d'emergenza che esso può prosperare ed espandere il suo potere e il suo campo d'azione. È un modus operandi le cui nefaste conseguenze abbiamo potuto osservare più volte negli ultimi anni: in pratica, ogni qual volta un governo, spalleggiato dalla sua corte mediatica, ha annunciato l'arrivo di una crisi, ciò che ha fatto è stato essenzialmente di crearla proprio con le azioni intraprese – almeno nelle dichiarazioni – per combatterla.

Il caso più eclatante è senza dubbio la cosiddetta “Guerra al Terrore,” proclamata con tanto di cerimonia ufficiale all'indomani degli attacchi del settembre 2001: c'era davvero un'emergenza terrorismo – pur volendo prendere per buona la teoria del complotto arabo? Chiaramente no, la minaccia del terrorismo è sempre stata irrisoria praticamente per chiunque vivesse nell'occidente industrializzato. Personalmente i miei problemi, le mie preoccupazioni, e così credo di poter dire quelli di tutti i miei conoscenti, in nessun caso comprendono, hanno mai compreso, il pericolo romanzesco di esser minacciato da un qualche “terrorista.”

Eppure, lo sconquasso emotivo provocato dalle immagini provenienti da Manhattan è stato abilmente manovrato, affinché gli americani accettassero di buon grado – meglio: richiedessero a gran voce! – quella delittuosa restrizione della libertà chiamata Patriot Act, seguiti a ruota da tutti noi, costretti a subire il sequestro del biberon al check-in dell'aeroporto. E quello stesso panico è servito poi, ça va sans dire, a dichiarare due guerre d'aggressione in nazioni tanto remote quanto strategicamente interessanti. Altro potere per lo stato, altri guadagni per i suoi clientes privilegiati.

Facendo un passo indietro non si può non ricordare la sempre molto in voga “Guerra alla Droga,” che da decenni non fa altro che arricchire i cartelli dei produttori e la malavita organizzata di varia nazionalità, criminalizzando al contempo una moltitudine di semplici consumatori innocenti. La droga è sì, per molti, un problema, ma è un problema personale. E in fin dei conti, dove starebbe l'emergenza quando una fetta che in Italia è pari a un quinto della popolazione vuole usare, e di fatto usa, una determinata sostanza? Fa male? Forse sì, come anche l'alcool e il tabacco. Anche lavorare fa male, l'amore poi è quello che fa più male di tutti. Tutte emergenze?

Ma veniamo agli sviluppi degli ultimi giorni. La crisi di oggi è quella – a lungo annunciata – dell'economia. Quello che è successo è abbastanza chiaro: l'enorme bolla creditizia gonfiata dalle insulse politiche monetarie permesse in primis dalla possibilità di creare denaro dal nulla è giunta al suo punto limite, causando il fallimento, prevedibile e augurabile, di grossi istituti finanziari. Per chi non è del tutto a digiuno di economia di scuola austriaca, si tratta della naturale depressione dovuta al riassestarsi del mercato a livelli più consoni, con l'eliminazione dei rami secchi, ovvero di quelle imprese che hanno agito al di là delle loro capacità, fallendo.

Ma ecco, quel governo USA e quella Fed che fino all'altro ieri erano i primi cantori del “va tutto bene/madama la marchesa,” proclamano aperta la crisi, annunciano il 9/11 (parola d'ordine) economico e, con i soldi del contribuente, corrono in soccorso delle banche insolventi, nazionalizzano istituti finanziari, salvano e premiano i truffatori delle assicurazioni (combinazione, si tratta in genere dei più generosi sponsor dell'attuale sistema politico). E preparano un Patriot Act economico, con poteri da leader supremo per il ministro del Tesoro. Si può esser certi che, con un simile spiegamento di interventi, l'emergenza ci sarà davvero, che se tutto andrà come deve, da piccola e salutare che è, la Depressione diventerà davvero Grande, con un po' di fortuna forse pure Massima.

E anche in questo caso, forte è la puzza di fake. La sentiamo esalare dai proclami terroristici diffusi dalla stampa, che parla di operazioni atte a sbloccare il flusso del credito, in un mercato congelato. Si percepisce chiaramente il tentativo di spargere il panico. Eppure, un'analisi più attenta della situazione, come Robert Higgs si è preso la briga di fare, illustra una situazione molto diversa dallo scenario apocalittico prospettato:
I prestiti commerciali ed industriali di tutte le banche commerciali, riportati mensilmente, sono cresciuti velocemente. Il rapporto più recente, per l'agosto 2008, mostra l'eccezionale volume di prestiti di 1.514 miliardi di dollari, il punto più alto della storia. Questo volume di prestiti è del 15,5 per cento maggiore di un anno fa e del 30,8 per cento maggiore di due anni fa. Credito congelato?

I prestiti al consumatore di tutte le banche commerciali, riportati mensilmente, sono anch'essi cresciuti velocemente. Il rapporto più recente, per l'agosto 2008, mostra l'eccezionale volume di prestiti di 845 miliardi di dollari, il punto più alto della storia. Questo volume di prestiti è del 9,2 per cento maggiore un anno fa e del 16,5 per cento maggiore di due anni fa. Credito congelato?

Anche i prestiti per beni immobili di tutte le banche commerciali, riportati mensilmente, sono cresciuti velocemente fino a molto di recente. Il rapporto più recente, per l'agosto 2008, mostra l'eccezionale volume di prestiti di 3.642 miliardi di dollari, soltanto un po' sotto il punto più alto della storia (nel maggio 2008). Questo volume di prestiti è del 4,1 per cento maggiore di un anno fa e del 15,5 per cento maggiore di due anni fa. Credito congelato?

Affinché non si sospetti che abbia selezionato i miei esempi, considerate infine l'importo di tutto il credito bancario di tutte le banche commerciali, che è riportato settimanalmente. Per la settimana più recente, quella che si è conclusa il 9 settembre, questo credito ammontava a 9.406 miliardi di dollari, che è solo un po' meno del picco assoluto di 9.485 miliardi di dollari raggiunto nella settimana che si è conclusa il 26 marzo 2008. Per i sei mesi scorsi, il credito totale delle banche commerciali è rimasto ad un alto livello, ben sopra i livelli raggiunti durante gli anni precedenti, quando tutti sembravano pensare che il credito fosse ampio.
Che significa tutto ciò? Che ”il cielo non ci sta cadendo sulla testa,” come conclude argutamente Higgs, non c'è motivo di panico, e soprattutto non c'è motivo, nel panico, di accordare quei supremi poteri che la classe politica, con la bava alla bocca, brama e pretende gli siano concessi. “I prestiti continuano ad essere concessi a prezzi più alti, e il mercato continua a funzionare ragionevolmente bene.” E se non c'è dubbio che il largo credito concesso in tutti questi anni, dovuto alle politiche dello stesso governo USA e della Fed, abbia portato ad una serie di cattivi investimenti, ce n'è ancora meno che questi investimenti debbano essere eliminati per riportare l'equilibrio, con una depressione che per quanto dolorosa non causerebbe una crisi duratura e avrebbe il pregio di riportare nuova linfa vitale nei mercati. Una sana potatura per rinvigorire la pianta, come Chauncy Gardner potrebbe suggerire.

Al contrario, cedere al panico e concedere alla politica di sfruttare il clima di terrore creato artatamente, consegnandole la cambiale in bianco dell'economia dopo quella della sicurezza, lasciando così che tutti i rami malati continuino ad infettare e a soffocare i germogli sani, questo sì che provocherebbe quell'emergenza che i politici dicono di voler risolvere, e che ancora non esiste.

Thursday, September 25, 2008

Colpo grosso dei soliti noti

Il testo dell'accorata lettera di Ron Paul al popolo americano. Senza ulteriore commento.
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Il tempo sta finendo


Cari amici,

Ogni volta che un Grande Consenso Bipartisan viene annunciato, e i media compiacenti assicurano a tutti che le meravigliose azioni dei nostri saggi leader vengono intraprese per il nostro bene, è possibile sapere con assoluta certezza che il disastro sta per colpire.

Gli eventi della settimana scorsa non fanno eccezione.

Il pacchetto di salvataggio che sta per essere fatto ingoiare al Congresso non è soltanto insensato economicamente. È decisamente sinistro. Si fa beffe della nostra Costituzione, che i nostri leader non dovranno mai più preoccuparsi di fingere che sia ancora in vigore. Promette al popolo americano l'infinito incubo di un debito sempre maggiore che sarà chiamato a caricare sulle sue spalle. Due settimane fa, l'analista finanziario Jim Rogers ha detto che il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac ha reso l'America più comunista della Cina! “Questo è il welfare per i ricchi,” ha detto. “Questo è socialismo per i ricchi. È un soccorso per i finanzieri, le banche, i Wall Streeters.”

Questo descrive alla perfezione l'attuale pacchetto di salvataggio. E ci viene detto che è inevitabile.

L'affermazione che il mercato ha causato tutto questo è sciocca in modo così sbalorditivo che solo i politici ed i mass media potrebbero fingere di crederci. Ma questo è diventato il giudizio convenzionale, con il risultato voluto che i responsabili della bolla del credito e le sue prevedibili conseguenze – prevedibili, tali sono, per coloro che capiscono la solida economia austriaca – vengono lasciati impuniti. In questo caos il sistema della Federal Reserve si sta in ora proponendo come il salvatore, piuttosto che come il colpevole!

• Il segretario del Tesoro è autorizzato ad acquistare fino a 700 miliardi di dollari in titoli legati ai mutui in qualsiasi momento. Questo significa che 700 miliardi di dollari è soltanto l'inizio di ciò che ci ha colpito.

• Le istituzioni finanziarie sono “designate come agenti finanziari del governo.” Questo è il New Deal che pone fine a tutti i New Deal.

• Poi c'è questo: “Le decisioni da parte del Segretario ai sensi dell'autorità della presente legge non sono rivedibili e non sottoposte a discrezione di agenzia, e non possono essere riesaminate da un tribunale di legge o di qualsiasi agenzia amministrativa.” Traduzione: il Segretario può acquistare qualunque debito spazzatura desideri, caricarne l'onere sul popolo americano, ed è soggetto a nessuno in questo processo.

Così se ne va il vostro paese.

Anche alcuni cosiddetti economisti di libero mercato chiamano tutto questo “tristemente necessario.” Triste, sì. Necessario? Non fatemi ridere.

Il nostro sistema a partito unico è complice in un altro crimine contro il popolo americano. Gli stessi due principali candidati presidenziali di partito inizialmente manifestato il loro forte sostegno per salvataggi di questo tipo – un altro esempio della grande scelta che presumibilmente abbiamo questo novembre: sì o sì. Ora, di primo acchito, non sono esattamente certi di quali sono le loro opinioni. Un triste spettacolo, davvero.

Anche se l'attuale pacchetto di salvataggio quasi certamente non è la fine delle atrocità politiche, vedremo come si sviluppa la crisi, il tempo è breve. Il Congresso può votare già domani. Con un sondaggio Rasmussen che rileva il supporto per il salvataggio ad un anemico sette per cento, alcuni membri del Congresso hanno paura di votare a favore. Chiamateli! Fatevi sentire! Dite loro che non voterete mai chi sostiene questa atrocità.

La questione si riduce a questo: ci importa qualcosa della libertà? Ci importa qualcosa della responsabilità? Ci importa qualcosa se il nostro governo ed i media sono stati comprati e pagati? Ci importa qualcosa dell'americano medio che sta per essere rapinato, al fine di sovvenzionare gli individui più facoltosi di Wall Street e del governo? Ci importa qualcosa?

Quando i giochi saranno fatti, ci alzeremo e combatteremo, anche se ciò significa ribellarsi contro ogni opinione di moda in politica e nei mezzi di comunicazione?

Tempi come questi hanno un loro modo per dirci che tipo di popolo siamo, e in che tipo di paese dovremmo essere.
In libertà,

Ron Paul

Wednesday, September 24, 2008

Premio Caligola - Settembre '08

Interessante novità per il Premio Caligola - Il potere gli ha dato alla testa di settembre: per la prima volta, un concorrente proveniente dal paese delle caste – no, non l'Italia – l'India. L'esotica candidatura è per la giustizia indiana, che veniamo a sapere da Punto Informatico, ha deciso di usare uno scanner cerebrale per determinare la colpevolezza degli imputati, un sistema che ricorda il film Minority Report, ma la vita, bisognerebbe spiegare ai giudici indiani, non è un film.

Già, la vita non è un film, ma quando arrivano notizie dalle isole britanniche vien da pensare che si tratti di un libro, uno a scelta tra 1984 di Orwell e Il Mondo Nuovo di Huxley. La notizia di questa volta, che ci consegna il secondo concorrente, appartiene al secondo: si tratta infatti di un progetto da 600.000 sterline per scoprire la sessualità gay nelle scuole pubbliche elementari. Qualsiasi cosa pur di non insegnare a leggere e a scrivere, ma ancora meglio se si riesce nel frattempo a riempire la testa dei bambini di desideri (omo)sessuali che la stessa immaturità dei loro corpi vorrebbe negare. In altre parole, come creare l'Omo Nuovo, rigorosamente a spese del contribuente.

L'ultimo posto nel nostro terzetto è occupato dal concorrente che parte con i favori del pronostico: la mitica amministrazione Bush, che con la sua proposta di legge scaccia-crisi economica vuole consegnare nelle mani del ministro del tesoro Paulson, uomo Goldman-Sachs, poteri che persino il vero Caligola non si sarebbe neanche mai sognato. Se la legge passerà potrà comprare e vendere titoli immondizia a suo esclusivo giudizio, a botte di 700 miliardi per volta, al prezzo che ritiene giusto. Un perfetto esempio di come lo stato affronta il disastro economico che ha provocato, se mai ce ne fosse stato bisogno.

Ma ora a voi, la vostra opinione è quello che conta, fate sentire la vostra voce, partecipate al meccanismo democratico, non rinunciate al vostro diritto, non scaricate la vostra responsabilità, insomma votate: è gratis!
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India, in galera dopo uno scanning cerebrale


Di brain scanning si è parlato in diverse occasioni, ma in India qualcuno pare convinto che una particolare versione dello scanner cerebrale funzioni, anche in assenza di prove scientifiche attendibili: lo scorso giugno, servendosi di un BEOS test, un magistrato ha ritenuto una donna effettivamente colpevole dell'uccisione dell'ex fidanzato e l'ha condannata al carcere a vita.

Il BEOS (Brain Electrical Oscillations Signature) test è un sistema sviluppato dal neurologo indiano Champadi Raman Mukundan: impiega un elettroencefalogramma per determinare se un dato soggetto ricorda specifici dettagli di un crimine, nel momento in cui questo viene letto ad alta voce, spiega Engadget.

Molte le perplessità sulla vicenda: la memoria episodica di un evento è notoriamente ritenuta fallace e, nella circostanza, i risultati del test non sono neppure stati vagliati attraverso il processo della revisione paritaria. Dunque, gli esperti affermano che già queste semplici considerazioni rendono l'esito della vicenda a dir poco risibile.

Tuttavia la condanna è stata formalizzata e la donna è ufficialmente un'assassina. A nulla è servito insistere nelle dichiarazioni di innocenza, che non hanno lambito l'attenzione degli inquirenti, convinti dell'assoluta affidabilità della macchina.

La notizia della singolare condanna ha ora varcato i confini indiani: "Tutto ciò contemporaneamente mi interessa e mi infastidisce", racconta all'International Herald Tribune Henry Greely, bioetico della Stanford Law School a proposito del verdetto indiano. “Insistiamo a cercare soluzioni tecnologiche magiche, per le macchine della verità. Può darsi un giorno le avremo, ma è necessario pretendere i più alti standard per provare l'assoluta veridicità delle affermazioni, prima di rovinare la vita delle persone basandoci su di esse.”
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Ricercatori dicono: insegnate il piacere del sesso gay ai bambini di cinque anni


Ai bambini fin dai cinque anni dovrebbe venir insegnato a a capire i piaceri del sesso gay, secondo i capi di un progetto di formazione finanziato dal contribuente.

I responsabili del progetto si sono date l'obiettivo di “creare delle classi elementari in cui la sessualità omosessuale sia affermata e celebrata.”

L'ambizione è stata rivelata dai documenti preparati per il progetto No Outsiders condotto da ricercatori universitari e finanziato con 600.000 sterline di soldi pubblici forniti dal Consiglio di Ricerca Economico e Sociale.

Lo scopo dichiarato del progetto – operativo in 14 scuole primarie – è di bloccare il bullismo e il pregiudizio verso gli omosessuali.

Tuttavia, ad un seminario all'università di Exeter, i sostenitori del gruppo andranno oltre l'ordine del giorno anti-bullismo e discuteranno il “piacere e il desiderio in contesti educativi.”

Un documento preparato per il seminario e redatto in complicato gergo accademico recita: “Il gruppo è interessato ad affrontare la desessualizazione del corpo dei bambini, la negazione del piacere e del desiderio nei contesti educativi e la tendenza ad evitare per vergogna la discussione sull'attività corporea (sessuale) del progetto di lavoro No Outsiders.”

“Il pericolo di essere accusati di corrompere bambini innocenti ha spinto i membri del gruppo a precisare ripetutamente che questo progetto non si occupa del sesso o del desiderio – e quindi dei corpi.”

“Tuttavia, ad un livello molto significativo, questo è esattamente ciò di cui si occupa, e negarlo può avere implicazioni negative significative per i bambini e i giovani.”

No Outsiders è condotto dai ricercatori dall'università di Sunderland e coinvolge inoltre accademici dell'Istituto dell'Educazione dell'Università di Exeter. Libri, spettacoli di burattini e giochi sono usati per insegnare ai bambini i rapporti dello stesso sesso.

Durante il progetto, dice il documento del seminario, i suoi membri si sono “sfidati l'un l'altro nell'andare oltre ogni possibile immaginazione nelle pratiche omosessuali.”

Il seminario “esaminerà il presunto dato scontato delle classi elementari senza sesso, senza corpo e senza desiderio” e lo spazio dato ai corpi, i desideri ed i piaceri degli stessi membri del gruppo di ricerca in questa ricerca.”

Le discussioni hanno provocato una furiosa reazione dai critici dell'agenda dei diritti degli omosessuali. Simon Calvert dell'Istituto Cristiano ha detto: “Quando un adulto che sta lavorando in una scuola primaria suggerisce che i bambini dovrebbero esplorare la loro sessualità, questo dovrebbe provocare un reclamo alla polizia.”

Patricia Morgan, autrice di studi sulla vita familiare e sull'adozione gay, ha detto: “La proposta è che le aule della scuola primaria dovrebbero trasformarsi in saune gay. Questa è pratica omosessuale nelle scuole minori. Gli idioti che hanno abrogato la Sezione 28 dovrebbero considerare che questo è il punto in cui ci ha portato.

La dott. Elizabeth Atkinson, direttrice del progetto, ha detto che il seminario non aveva collegamento con il lavoro di No Outsiders nelle aule. “Il seminario fa parte di un dibattito accademico di vecchia data e non ha niente a che fare con le scuole,” ha detto. “Non ha collegamento con l'educazione sessuale.”

La Sezione 28, la legge che vietava la promozione dell'omosessualità nelle scuole pubbliche, è stata abrogata cinque anni fa. Il consiglio corrente sull'educazione sessuale dice che non si dovrebbe promuovere l'orientamento o l'attività sessuale.

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Pochi limiti proposti per Paulson all'indomani del 9/11 economico


Se l'amministrazione Bush avrà il via libera, chiunque fosse danneggiato dall'uso del ministero del Tesoro dei prestiti da 700 miliardi di dollari per il salvataggio di Wall Street potrebbe non avere rimedio.

Il progetto di legge propone ampi poteri per il Segretario del Tesoro Henry Paulson di comprare e vendere titoli legati a mutui secondo il suo giudizio. Al di là dal richiedere rapporti periodici al Congresso, la legge non fornisce supervisione dell'amministrazione dei prestiti – e specificamente esclude ogni corte o agenzia dall'esaminarla.

I democratici del Congresso hanno detto che sono coscienti di passare ad un'amministrazione a fine mandato ciò che un assistente ha chiamato “un assegno in bianco.”

Il presidente del Comitato Giudiziario della Camera John Conyers Jr. (dem., Michigan) “è molto preoccupato dalla larghezza del testo della bozza, e stiamo lavorando per assicurare che limiti ragionevoli siano inclusi,” ha detto un membro del comitato.

Lo sforzo per bloccare la revisione della corte ha ricordato ad alcuni funzionari del Congresso la risposta dell'amministrazione Bush agli attacchi terroristici dell'11 settembre 200, quando ha intrapreso azioni per mantenere i giudici lontani dall'intervenire sulle decisioni sulle intercettazioni telefoniche e la detenzione di sospetti agenti nemici.

In quella crisi, ed apparentemente in questa, l'amministrazione ha sostenuto che esporre alla revisione della corte le azioni decise sul momento avrebbe dissuaso i funzionari dall'assumersi responsabilità e rispondere rapidamente.

Un portavoce del dipartimento del Tesoro, citando le intense trattative con Capitol Hill, ha rifiutato di dire perché il testo è stato inserito o se l'amministrazione avrebbe considerato forme alternative di supervisione. “Non commenteremo una bozza che ancora potrebbe cambiare” né forniremo le ultime proposte, ha detto il portavoce Brookly McLaughlin.

Tuesday, September 23, 2008

La crisi dell'Intervenzionismo

“Si dice spesso che Keynes e il New Deal salvarono il capitalismo. In realtà, le sue idee hanno profondamente alterato ciò che chiamiamo capitalismo.”
(Lew Rockwell in “Speaking of Liberty”, pag. 72.)


Rilancio questo articolo di Usemlab pubblicato nel febbraio del 2004 (!). Sarebbe davvero interessante confrontarlo con le analisi delle pagine economiche dei quotidiani di allora. Quando si dice veder lungo...
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Quello che oggi, in seno ad ogni Welfare State, viene erroneamente definito capitalismo è in realtà un sistema ibrido tra una economia di piano e una economia di libero mercato il cui baricentro continua anno dopo anno a spostarsi verso l'economia di piano. Il fatto che una nuova nazionalizzazione dei mezzi di produzione o di interi settori economici, o l'abolizione della proprietà privata, siano eventi difficilmente ripetibili, non esclude che, nella sua vera essenza, il sistema si stia dirigendo verso una pianificazione estensiva e omnidirezionale, benché ancora indiretta, delle attività economiche. Tale programmazione oggi viene realizzata prevalentemente attraverso un grave processo di interferenza nei prezzi di mercato, in particolar modo quelli pertinenti alle variabili che più che mai condizionano direttamente il benessere percepito dai soggetti economici: mercati azionari, tassi di interesse, mercati valutari.

Un uomo vissuto in America ai tempi del vero laissez faire che venisse catapultato nella realtà di oggi rimarrebbe sconvolto dall'intrusione del governo e dei suoi apparati parastatali, in primis la banca centrale, in materia di questioni economiche. Con molta probabilità classificherebbe il sistema economico attuale come la realizzazione di uno strano e indefinibile esperimento “quasi-socialista.”

Rimarrebbe senza parole davanti al processo di corruzione dell'economia di libero mercato e davanti ai molteplici tentativi di interferire col quel libero coordinamento degli agenti economici che, attraverso lo scambio, la cooperazione, la competizione e lo spirito imprenditoriale, rende possibile sia l'armonioso avanzamento della civiltà che la generazione di nuova ricchezza.

Forse rimarrebbe sorpreso nel constatare come, nonostante questa vasta ingerenza governativa, tutto proceda ancora per il meglio, ma di certo avrebbe delle forti perplessità in merito alla sostenibilità di un sistema economico così gestito. Ai suoi occhi, l'incanto reso possibile dalla continua espansione del credito, dalla spesa pubblica, e della moneta cartacea si dissolverebbe nel giro di pochi minuti. Per analogia ricordebbe all'istante il Grande Esperimento Economico realizzato in Francia da John Law agli inizi del XVIII secolo.

Come scrisse Mises quasi ottanta anni fa, non ci sono che due alternative all'organizzazione economica ed esse si ritrovano nei sistemi economici puri. Dei due, il sistema di libero mercato basato sulla proprietà privata è l'unico in grado di accrescere il benessere e il tenore di vita. Il socialismo, invece, cadendo nell'impossibilità del calcolo economico, genera il caos economico, si accompagna a un generale impoverimento della popolazione e si risolve, in ultima analisi, nel fallimento.

L'intervenzionismo, come via di mezzo, dice Mises, argomentando estensivamente la sua tesi in “Critique of Interventionism,” è un sistema superfluo, inutile e dannoso. Non solo non raggiunge gli scopi che si prefigge, ma crea distorsioni nel processo economico che si risolvono in una permanente instabilità dei fenomeni economici e sociali a correzione dei quali sono necessari ulteriori interventi, in un crescendo che conduce gradualmente verso il sistema socialista puro.

Purtroppo, è ancora una volta sulla base della tragica inversione delle relazioni di causa effetto che l'intervenzionismo è diventato il sistema comunemente adottato dai paesi industrializzati. La maggior parte degli economisti, sulle orme di Keynes, considera erroneamente come deficienze proprie del sistema di libero mercato quella che in realtà è l'incapacità del libero mercato di funzionare correttamente a causa delle interferenze governative.

In maniera paradossale, il numero di provvedimenti economici adottati da governi e banche centrali per cercare di risolvere i dissesti provocati dalle precedenti politiche economiche è soggetto a una prolificazione che si autoalimenta, realizzando nel lungo termine una restrizione crescente delle libertà economiche, oltre che un impoverimento relativo rispetto ai migliori traguardi altrimenti raggiungibili da una pura economia di libero mercato.

L'intervenzionismo è destinato inevitabilmente a due generi di crisi che si risolvono quasi contemporaneamente. Nel momento in cui le forze di mercato diventano più forti di qualunque opposizione, si ha da un lato la crisi dell'intervenzionismo stesso come metodo di gestione economica e, dall'altro, emerge la crisi o depressione economica come necessaria fase di riaggiustamento degli equilibri a lungo tempo turbati.

Gli stessi cicli economici traggono principalmente origine dagli interventi espansivi di un particolare organo governativo e di tutto il sistema che essa supervisiona: la banca centrale. La teoria economica Austriaca ha il particolare merito di avere spiegato come ciò avviene e perché avviene. Nonostante l'illusione alimentata dagli uomini di potere e dai media, fintanto che l'intervenzionismo interferisce in maniera sostanziale con i processi economici non ci sono modi di evitare le fasi del ciclo economico. Le recessioni altro non rappresentano che una fase di pulizia del sistema economico da quegli squilibri creati nella precedente fase espansiva, a sua volta favorita dall'intervenzionismo.

Le forze del libero mercato causano la recessione solo perché sono state a lungo disturbate dall'intervenzionismo.

Tuttavia, la presunzione degli ingegneri economici di poter ammorbidire i cicli economici dei quali essi stessi sono causa, si è evoluta gradualmente, e pericolosamente, nella presunzione di poter generare una illimitata espansione economica. Non solo questa pretesa rappresenta una assurdità irrealizzabile della quale si va sempre più fieri in un periodo di crisi sempre palpabile, pronto a riemergere in tutta la sua tragica inevitabilità, ma è divenuta un atto di fede sia per il cittadino comune che per l'esperto in materie economiche.

Entrambi, ad ogni rallentamento delle attività economiche, si appellano all'intervenzionismo come se esso fosse in grado di apportare dei benefici sociali ed economici laddove invece, come dice Mises, "esso è solo dannoso in quanto trattiene e distorce la produzione e il consumo da quegli usi che i consumatori valorizzano come più importanti".

Tranne l'economia austriaca, tutte le teorie economiche degli ultimi 70 anni, da Keynes in avanti, hanno conferito agli ingegneri economici autorità e poteri sempre più ampi. Le loro adozioni pertanto sono state, a seconda della situazione contingente, sempre ben accolte dagli uomini di governo. Tramite l'applicazione pratica di tali teorie, crisi dopo crisi, si è giunti a un livello di interferenza governativa nei processi economici, e non solo, che ha pochi precedenti.

Negli ultimi tre anni per ostacolare la crisi economica di inizio millennio si è toccato l'apice di ogni sforzo intervenzionista mai realizzato negli Stati Uniti, sia in termini quantitativi, come percentuale del GDP, che in termini qualitativi, come interferenza e distorsione del libero mercato e dei meccanismi di formazione dei prezzi. Ed è più che mai evidente come ognuna di queste crisi economiche (da quella del Messico del 1995, dell'area asiatica del 1997, della Russia del 1998, dell'Argentina del 2001 solo per citare le ultime che hanno suscitato più clamore), non rappresenti la crisi del capitalismo, bensì la crisi dello stesso intervenzionismo. Come scrisse Mises già nel 1926 (Interventionism, pag 15):
“Etatists and socialists are calling the great crisis from which the world economy has been suffering since the end of the World War the crisis of capitalism. In reality, it is the crisis of interventionism.”

“Gli statisti e i socialisti chiamano crisi del capitalismo la grande crisi che ha colpito l'economia mondiale a partire dalla fine della (prima) guerra mondiale. In realtà, si tratta di crisi dello stesso intervenzionismo.”
L'ultimo sforzo che ha generato la ripresa economica più finta e insostenibile di ogni altro tempo, destinata non solo a una breve durata, ma anche a un fallimento che molto probabilmente sarà sorprendente e spettacolare, potrebbe essere il punto di arrivo di una crisi dell'intervenzionismo giunto di fronte a una delle due alternative: il ritorno a una pura economia di libero mercato da una parte o gli ultimi passi verso l'adozione di una qualche forma di socialismo.

Nei riguardi della prossima crisi economica, pertanto, non è il "quando" si manifesterà che comincia a diventare preoccupante, piuttosto il "come" essa verrà affrontata. Il sospetto è che gli squilibri accumulatisi fino ad oggi possano essere davvero troppo pesanti per essere sopportati senza che si faccia appello a un intervento straordinario, omnidirezionale, e allo stesso tempo irrazionale, in grado di riavvicinarci là dove solo il ricordo di certi orrori è riuscito per lungo tempo a tenerci a debita distanza.

A suo tempo, verso la fine degli anni venti, Mises era molto preoccupato della crescente adozione dell'intervenzionismo a scapito di un sistema puro di libero mercato. La storia purtroppo ebbe modo di mostrare tutta la fondatezza di quelle preoccupazioni, sia per quel che riguardò le sorti della Germania che degli Usa. La prima si aprì definitivamente al nazionalsocialismo, la seconda approdò a quella che ancora oggi, ma forse non per molto, resta la più grande crisi economica della sua storia.

Monday, September 22, 2008

Hazlitt e la Grande Depressione

Questo articolo di Jeffrey Tucker in ricordo di Henry Hazlitt fu pubblicato da Free Market nel settembre 1993, poco dopo la sua morte. È interessante rileggerlo oggi, a 15 anni di distanza, non solo per ricordare la figura integerrima di questo giornalista, ma anche per evidenziare i paralleli tra la situazione attuale e quella della Grande Depressione in cui Hazlitt visse, opponendosi a costo della perdita del suo lavoro alle letali ricette iperstataliste di Roosevelt.

Anche se il suo nome è stato dimenticato, possiamo dire che la sua esperienza a qualcuno è servita: oggi non c'è traccia, infatti, di giornalisti che dimostrino anche solo una frazione del suo coraggio e della sua onestà intellettuale.
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Di Jeffrey Tucker


Il giornalista della vecchia destra Garet Garrett descrisse il New Deal come una rivoluzione contro la tradizione americana della proprietà privata, del governo limitato e della norma di legge. Effettivamente ne aveva tutte le caratteristiche. Il presidente Roosevelt basò la sua campagna sulla lotta contro la spesa pubblica ed i deficit, ma una volta eletto si comportò come un dittatore.

Roosevelt distrusse i limiti tradizionali del ruolo del governo ed istituì la pianificazione centrale e il welfarismo in ogni settore dell'economia.

Dopo, la forza inesorabile dello stato non potè più essere fermata: arrivarono il socialismo di guerra di FDR, il sindacalismo di Truman, la Great Society di Johnson, il controllo dei prezzi di Nixon, l'inflazione di Carter, la spesa di deficit di Reagan, la regolamentazione di Bush e il fabianismo di Clinton.

Poiché le idee sono tanto importanti quanto il desiderio per il potere, il New Deal non avrebbe potuto accadere senza una giustificazione intellettuale pubblica. Questo richiedeva delle teorie sulle cause del crollo del mercato azionario e della depressione economica che ne seguì. Per far sì che il socialismo potesse prevalere negli Stati Uniti, le accademie e il pubblico dovevano essere convinti che il capitalismo avesse fallito.

Henry Hazlitt era al centro di quel dibattito, tenendo duro nelle pagine The Nation, un quindicinale specializzato e di tendenza. Era stato assunto come redattore letterario, una posizione relativamente apolitica. Ma poiché la politica quotidiana era diventata più polemica, gli fu concessa un profilo più editoriale. Cominciò a scrivere contro l'invasione federale nell'impresa privata.

Una volta che Roosevelt ebbe invertito la retorica della sua campagna ed abbracciato lo stato totale, i redattori di The Nation seppero che dovevano prendere posizione. Mentre le critiche di Hazlitt a FDR aumentavano, lo stesso accadeva con i reclami interni per la filosofia di Hazlitt. Piuttosto che licenziare semplicemente il loro redattore da due anni, organizzarono una lotta senza quartiere fra coloro che dicevano che il capitalismo aveva fallito (quindi rendendo il socialismo la risposta) e coloro che dicevano invece che a fallire era stato l'interventismo e la risposta era il capitalismo.

In un angolo c'era Hazlitt, il critico letterario e giornalista finanziario. Nell'altro Louis Fischer, rifugiato politico russo, giornalista e socialista. Lo scambio, “La depressione ed il sistema di profitto,” fu pubblicato nell'edizione del 24 maggio 1933, in mezzo alla rivoluzione monetaria e fiscale di FDR.

Fischer aveva adottato una spiegazione marxista della depressione. Citando dati dall'Ufficio delle Statistiche del Lavoro, sostenne che mentre la produttività era aumentato dall'inizio del secolo, gli stipendi erano diminuiti rispetto alla produzione. I lavoratori quindi potevano comprare sempre meno del loro prodotto perché i capitalisti scremavano il loro surplus di valore. “La concentrazione della ricchezza e del reddito nazionale dell'America in sempre meno mani ha accelerato rapidamente per molti anni.”

Cosa innescò la crisi?

Fischer spiegava che si trattava di una combinazione di teoria marxista della crisi e di teoria keynesiana del sottoconsumo: “La gente che voleva consumare tutto non aveva i mezzi e la gente che aveva i mezzi non poteva consumare tutto. Da qui il nostro potere di acquisto ridotto.”

Che cosa bisognava fare? “Dividere e ridividere i profitti,” disse. “Questa è l'uscita.” Avrebbe dovuto esserci una “misura per una divisione perfettamente uguale del surplus di valore durante gli anni a venire;” avremmo dovuto eliminare “il profitto del proprietario del capitale” e creare “il socialismo.”

Hazlitt rispose mostrando che i grafici di Fischer sul surplus di valore erano basati “su un errore di selezione.” Fischer aveva selezionato anni di base (1899 e 1929) con uno scopo in mente e quindi confuso le anomalie con una tendenza generale. In due possono giocare questo gioco e Hazlitt mostrò che il prodotto del lavoro si poteva dire che fosse aumentato rispetto alla produzione selezionando anni diversi (1869 e 1921).

Inoltre, Hazlitt domandò, se il calo della parte di profitti dei lavoratori è la causa, come spieghiamo i miglioramenti economici durante lo stesso periodo in questione? Come possiamo spiegare, usando questo ragionamento, perché la crisi non è arrivata prima?

Come Hazlitt disse, la teoria di Marx “rende difficile spiegare perché non siamo sempre in una crisi ed impossible spiegare come mai ne superiamo una.” Su quella base, rifiutò la più generale implicazione che il crollo del 1929 avesse rappresentato qualcosa come una tendenza di fondo nella base strutturale dell'economia.

Ma se Fischer avesse avuto ragione, e i lavoratori stavano realmente guadagnando un minore ritorno rispetto al capitale? Hazlitt notò che questo non avrebbe significato necessariamente che la gente fosse sfruttata. Avrebbe potuto significare semplicemente che il volume di capitale nell'industria stava aumentando ad un maggior tasso di quello dei lavoratori, ad indicare una tecnologia sempre più efficiente. In caso affermativo, questo poteva dar peso alle aspettative degli economisti classici che i lavoratori avrebbero posseduto più capitale con l'aumento della produttività. Per esempio, il numero degli azionisti è aumentato drammaticamente durante gli anni 20.

Messa da parte la teoria marxista radicale di Fischer, egli sostenne che il migliore periodo da esaminare da un punto di vista economico era quello “fra l'ultima crisi e quella attuale, diciamo fra il 1922 ed il 1929.” In questo periodo si nota che i prezzi e la produzione del capitale e del lavoro nel settore industriale stavano crescendo sproporzionatamente rispetto al settore agricolo. Questo può non avere alcuna importanza nella causa della crisi, ma introduce dei dubbi nell'idea dello sfruttamento dei lavoratori nell'intera economia.

Dopo aver smontato i dati e la teoria economica di Fischer, continuò a speculare su un'alternativa. Non c'era una visibile teoria del libero mercato che spiegasse perché gli Stati Uniti erano in crisi. Ma Hazlitt sapeva dalla sua lettura della storia dei problemi che un governo iperattivo e indebitato porta con sé. Sapeva che il segreto del crollo si trovava in questi problemi.

Un ordine stabile di mercato, egli disse, richiede un'atmosfera esente da scosse, o almeno un governo che permetta all'economia di correggersi una volta che queste scosse si fossero verificate. La guerra aveva inflazionato artificialmente i prezzi dei prodotti ed essi dovevano essere corretti verso il basso ad un livello più realistico. Affermò che la crisi del 1929 era quella correzione in discesa.

“Ma il centro di questo crollo,” scrisse, “è stato aggravato enormemente dall'intera serie di politiche del dopoguerra.” Fra queste elencò il “ vizioso Trattato di Versailles,” la “disorganizzazione causata dalle riparazioni e dai debiti di guerra,” gli “assurdi dazi messi in atto dovunque,” l'abbandono della parità aurea e l'adozione della “parità del cambio dell'oro,” e gli “avventati prestiti ai paesi stranieri.”

Soprattutto, accusò “la politica dei costo artificialmente basso del denaro perseguita sia in Inghilterra che in America, che ha condotto qui ad una colossale speculazione nei mercati azionario e immobiliare e sotto il benigno incoraggiamento dei signori Coolidge e Mellon.” Questo cattivo investimento, causato dalle politiche inflazionistiche, aveva generato distorsioni nella massa del capitale che richiedevano una correzione.

Successivamente Hazlitt avrebbe concluso che il cattivo investimento era il problema centrale, non solo nella Grande Depressione, ma in tutti i cicli economici. Questo sotto l'influenza di Ludwig von Mises, con il quale si incontrò circa una decennio più tardi. Sostennero insieme la parità aurea come politica, e la teoria “austriaca” del ciclo economico. La teoria, sviluppata da Mises, mostra come i mercati coordinino dei piani nel tempo e come la moneta della banca centrale e l'espansione del credito scombussolino quei piani.

Hazlitt era inclinato alla teoria austriaca persino prima di conoscerla formalmente. Era estremamente consistente con il suo modo di pensare. Come critico letterario, la sua specialità stava nello smontare le pretese degli ideologhi. Amava prendere un testo accademico alla moda, separarne gli assunti essenziali dalla prosa esagerata e mostrare quanto chiaramente irragionevole fosse. Aveva in breve un talento per l'individuazione dell'essenza di una discussione e verificarla implacabilmente con i criteri della ragione. Queste sono tutte caratteristiche che la scuola austriaca porta con sé dalla sua nascita nel la Vienna del diciannovesimo secolo e, prima, nell'ultima tradizione scolastica della Spagna del XVI secolo, che era in debito con il ragionamento tomista e quindi aristotelico.

Una raccomandazione chiaramente irragionevole nel saggio di Fischer, secondo Hazlitt, era la sua richiesta per nuove alte tasse sul capitale. Questa misura “aggraverebbe violentemente la catastrofe,” disse Hazlitt, inducendo il commercio a scendere nuovamente facendo sembrare insignificante il crollo del 1929. Anche un aumento degli stipendi sarebbe stato indesiderabile, Hazlitt diceva, perché avrebbe causato un aumento del loro costo al commercio conducendo ad ulteriore disoccupazione. Per far recuperare l'economia, egli disse, abbiamo bisogno di più capitale privato, non meno, e questo significa lasciare che i mercati facciano il loro lavoro.

Più di ogni cosa, disse Hazlitt, noi non abbiamo bisogno del socialismo, del comunismo, o di “quella cosa ambigua chiamata Pianificazione.” Sulla base del tipo di gente che sarebbe stata in carica, e della natura della politica, era sicuro che l'economia sarebbe stata gestita da “analfabeti economici,” gente, senza dubbio intendeva, come Louis Fischer.

Virtualmente tutto ciò che Hazlitt ha scritto in questo potente saggio – la sua analisi di causa, effetto e soluzione – più tardi ha trovato giustizia nel lavoro di studiosi come Murray Rothbard e Robert Higgs. Nei suo libro Modern Times, Paul Johnson abbozza lo stesso scenario che Hazlitt aveva presentato nel pieno del massacro del New Deal stesso. Più recentemente, Richard Vedder e Lowell Gallaway hanno presentato essenzialmente la stessa posizione nel loro Out of Work.

Hazlitt avrebbe potuto salvare il suo lavoro se il suo attacco al consenso emergente non fosse stato così completo e così devastante. Se avesse fatto qualche concessione, o magari non avesse completamente distrutto Fischer, avrebbe potuto durare. Ma non era nella natura di Hazlitt nascondere la verità per convenienza. Dovette percepire che per il suo prestigioso lavoro a The Nation la fine era vicina e decise di uscire con il botto.

Il drammatico dibattito fra Fischer e Hazlitt si concluse con una nota minacciosa dall'editore: “La discussione… sarà commentata con un editoriale in una prossima edizione.” Effettivamente, nell'edizione seguente The Nation annunciò la sua devozione alla causa socialista. “Il sig. Roosevelt sta tentando di salvare il capitalismo,” diceva l'editoriale echeggiando la saggezza popolare del momento, “per salvarlo da sé stesso sottraendogli temporaneamente alcune delle sue prerogative più fondamentalmente capitalistiche.”

Se il New Deal passa, dissero i redattori con rara comprensione, “avrà il potere di dire all'industria cosa e quanto può produrre, quanto può chiedere per i suoi prodotti, quanto pagherà i lavoratori, quante ore questi lavoreranno.”

Ma questo non era abbastanza per The Nation. “Tendiamo ad essere d'accordo” con Fischer, dissero i redattori, “che una società collettiva offre la migliore speranza a questo fine desiderabile.” Favorivano “un movimento verso il collettivismo” il prima possibile. Criticando la presunta timidezza di Roosevelt, dissero che “i passi del paese verso una società industriale integrata e socializzata dovrebbero essere intenzionali e con uno scopo.”

Le pagine di una rivista votata in gran parte a spingere la riforma culturale progressista si erano votate completamente al collettivismo. La dottrina interna era stata resa esplicita per la prima volta e Hazlitt venne eliminato e forzato a trovare altre pubblicazioni per il suo lavoro.

Dopo la sua morte, il propagandista socialista Irving Howe, editore di Dissent, fu elogiato continuamente nei media popolari, anche se (o possibilmente perché) le sue idee anti-proprietà e anti-borghesia erano assolutamente estranee all'esperienza americana pre-New Deal. E così è anche dopo il fallimento del socialismo in tutto il mondo.

Hazlitt ebbe più volte ragione, sul socialismo, sul welfarismo, sull'inflazione e la parità aurea, sulla cultura popolare e molto altro. E diversamente da Howe, Hazlitt scriveva chiaro come pensava. Non usò mai la sua posizione per spargere disinformazione al servizio dell'ideologia, come ha fatto Howe; Hazlitt aveva una fede profonda nella verità ed ha lasciato parlare la logica ed i fatti. È una misura della corruzione della cultura ufficiale che la morte di Henry Hazlitt sia stata appena notata.

Alla sua morte, sono certo, la sua più grande speranza era che questo paese avrebbe compreso gli errori della sua storia e li avrebbe rettificati. Quando la nostra storia sarà riscritta, e gli Irving Howe saranno visti come le minacce sociali che erano, Hazlitt sarà ricordato come un profeta che disse la verità di fronte al potere. The Nation, con una sbalorditiva inversione delle politiche editoriali socialiste, riconoscerà che Hazlitt aveva sempre avuto ragione.

Sunday, September 21, 2008

«This has nothing to do with capitalism»

Ron Paul sulla crisi finanziaria globale.



Non ho l'esatta traduzione in italiano, ma potete leggere ciò che scrisse Hayek nel 1932, all'epoca della Grande Depressione. Il senso, tragicamente, è lo stesso.
Invece di procedere all'inevitabile liquidazione delle cattive regolazioni portate dal boom durante gli ultimi tre anni, tutti i mezzi immaginabili sono stati usati per impedire che quel riaggiustamento avvenisse; ed uno di questi mezzi, che è stato provato ripetutamente ma senza successo, dalle prime alle più recenti fasi della depressione, è stata questa politica intenzionale di espansione del credito. … Combattere la depressione con un'espansione del credito forzata è tentare di curare il male con gli stessi mezzi che l'hanno causato; poiché soffriamo per un indirizzo errato della produzione, vogliamo perseverare in questo errore – una procedura che può condurre soltanto ad una crisi molto più grave non appena l'espansione del credito terminerà. … È probabilmente a questo esperimento, insieme ai tentativi di impedire la liquidazione una volta che la crisi era arrivata, che dobbiamo la gravità e la durata eccezionali della depressione. Non dobbiamo dimenticare che, per gli ultimi sei o otto anni, la politica monetaria dovunque ha seguito il consiglio degli stabilizzatori. È giunto ormai il momento che la loro influenza, che già ha arrecato abbastanza danni, venga eliminata.

(Introduction to Monetary Theory and the Trade Cycle (PDF, pp. 5-7), from Prices and Production and Other Works.)

Tovarisch George

“I do not think it is an exaggeration to say history is largely a history of inflation, usually inflations engineered by governments for the gain of governments.”
(Friedrich August von Hayek)
C'è anche un risvolto positivo nella crisi economica che sta travolgendo le maggiori istituzioni bancarie e che ha già cominciato a farsi sentire nelle nostra vita quotidiana: finalmente i governi – quello USA in primis – che fino a ieri si proclamavano eroi del libero mercato gettano la maschera, nazionalizzando colossi finanziari falliti e iniettando enormi quantità di denaro fresco di stampa nei mercati per dare l'illusione di gestire la crisi quando in realtà non fanno altro che farla pagare ai contribuenti.

Liberisti? Ovviamente no, socialisti come ogni governo che si rispetti è sempre stato, con le mani ben sistemate sulle leve della politica monetaria, peccato originale che rende qualsiasi sembianza di mercato un ben congegnato inganno. Come notato acutamente da Robert B. Ekelund and Mark Thornton in un recente articolo:
... anche una forma insidiosa di “politica basata sul mercato” è uno dei veri colpevoli nel disordine corrente. Nel 1999 un Congresso repubblicano passò una legge, firmata dal presidente democratico Bill Clinton, che annullava il Glass-Stegall Act del 1933, ovvero il divorzio, sancito nell'era della depressione, delle attività bancarie commerciali da quelle di investimento. Questo ha provocato un diluvio di strumenti finanziari “creativi” coperti da banconote e da altre carte commerciali. Gran parte della regolamentazione bancaria dell'amministrazione Roosevelt – compreso l'abbandono della parità aurea – non aveva assolutamente alcun senso, ma i mercati possono fallire con terribili conseguenze a breve termine con un sistema monetario fiat. Con il Glass-Stegall, il Congresso attenuò la tendenza e le tentazioni delle banche di generare esternalità enormemente costose per la società, in questo caso, mantenendo pacchetti di titoli garantiti da mutui ritenuti sicuri dalle agenzie di valutazione ma che alla fine hanno fallito la prova del mercato.

La Legge di Ammodernamento dei Servizi Finanziari del 1999 avrebbe avuto perfettamente senso in un mondo regolato da una parità aurea, con riserva bancaria al 100%, e nessuna assicurazione sui depositi della FDIC; ma in questo mondo, questa “deregulation” è in pratica un welfare corporativo per le istituzioni finanziarie e un rischio morale che costerà caro ai contribuenti. Tali privilegi di governo non sono niente di nuovo per i repubblicani – considerate le efficaci sovvenzioni alle industrie farmaceutiche, siderurgiche, e agli zuccherifici – ma questo particolare regalo alle istituzioni finanziarie è ciò che ha permesso alla bolla del credito di espandersi a tali irragionevoli proporzioni, perché ha permesso ad ogni tipo di banca di dedicarsi a transazioni sempre più rischiose e di ampliare notevolmente il livello dei loro bilanci. Mentre la crisi si spande, il credito continua a contrarsi, il rischio di fallimenti di banche aumenta e la possibilità di conseguenze economiche molto più gravi diventa più evidente. La crisi S&L è costata ai contribuenti alcune centinaia di miliardi, ma questa crisi ha il potenziale di accollare al contribuente parecchi trilioni in prestiti.
In poche parole, in un sistema fallato alla radice, come questo in cui viviamo dove il denaro, slegato da qualsiasi contatto con il mondo reale, è diventato un'astrazione, anche le norme più ragionevoli per regolare i liberi scambi tra gli attori economici si trasformano in trappole per i lavoratori ed ulteriori fonti di guadagno e di potere per le élite.

Ed è persino divertente vedere oggi il vero volto dei campioni del “libero mercato” mentre professano apertamente il nuovo verbo dell'intervento statale, del maggior controllo come se la bolla immobiliare non fosse il prevedibile risultato delle scellerate politiche delle banche centrali, con tassi mantenuti innaturalmente bassi e la possibilità delle banche di moltiplicare denaro inesistente ricorrendo alla riserva frazionaria sicure del salvagente statale quando la nave sarebbe affondata. Un premio all'irresponsabilità, puntualmente e criminalmente consegnato dallo stato ai principali artefici di un disastro epocale:
E' stato impedito che banche, assicurazioni, finanziarie, un sistema quasi criminale che stava pagando i propri errori con il fallimento, ricevesse la sua giusta punizione dal mercato. In questo mondo, possono fallire gli imprenditori di qualunque industria, non i banchieri. Da oggi è finalmente chiaro.

Un privilegio speciale concesso dallo stato. Non bastava quello di stampare moneta dal nulla grazie al moltiplicatore monetario. Adesso viene concesso un privilegio ancora più speciale. Godere della protezione dallo stato per gli errori commessi. Protezione che paghiamo noi taxpayers. I tartassati. Con il nostro lavoro e i nostri sudati risparmi.
La storia si ripete, e quella che stiamo vivendo è la replica, in versione maggiorata, della Grande Depressione degli anni trenta. Le soluzioni proposte e messe in atto dagli stati sono le stesse: più stato, più spesa, più deficit, più controllo. Le conseguenze, purtroppo, saranno logicamente le stesse:
... nessuno in realtà pose fine alla Depressione. L'economia crebbe a singhiozzo durante gli anni 30. Ma la disoccupazione rimase in doppia cifra, ed i brevi sbalzi di crescita si smorzarono sempre.

Entro il '38, c'erano più disoccupati di quando FDR era stato eletto sei anni prima.

La disoccupazione ricadde ai livelli pre-Depressione soltanto dopo che un quinto della forza lavoro venne arruolata per combattere la Seconda Guerra Mondiale.
E il rombo della guerra in arrivo già è percepibile in sottofondo, per chi ha l'udito più sensibile, appena nascosto dai proclami dei politici e dal rumore delle borse che crollano. Ottimo lavoro, tovarisch George!

Saturday, September 20, 2008

Il carteggio tra Einstein e Freud

A Laputa, ormai l'abbiamo capito, anche le cose che a noi uomini di terra paiono del tutto innocenti (anzi, soprattutto quelle) vengono viste sempre con un certo sospetto: sarà la prospettiva dall'alto, sarà l'aria rarefatta delle alte quote in cui l'isola volante volteggia, o forse è solo la possibilità di guardare agli eventi del mondo con un certo distacco, un po' come gli scienziati guardano allo scontro di particelle lanciate a folle velocità nel LHC di Ginevra, alla ricerca del bosone di Higgs. Ed è proprio la corrispondenza tra due uomini di scienza il tema del dispaccio telepatico della settimana: possibile che sia servita ad uno scopo opposto a quello immediatamente apparente? Se lo domanda il nostro inviato, il Pesce Volante, con quella sua aria un po' così che hanno quelli che vivono a Laputa.

Da accompagnare con un cocktail Manhattan miscelato però con precisione scientifica, per conciliare il relax di questo weekend arrivato alla fine di una settimana veramente da cani per l'economia mondiale.
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Di Giovanni Pesce


Facendo pulizia tra le cartacce lasciate in giro dai figli, ho ritrovato una tesina sul carteggio Einstein - Freud.

L’argomento delle conversazioni dei due mittel-europei, interpretato con gli occhi di un liceale ha una sua valenza, ma visto con gli occhiali di They live assume una ben più tragico significato.

Il Timeline del carteggio è intrigante: Albert Einstein scrive la sua lettera a Freud il 30 luglio 1932. Il giorno dopo, il 31 luglio 1932, si svolgono le elezioni politiche tedesche che permetteranno l’ascesa al potere di tale Hitler Adolfo, oscuro imbianchino di origini austriache.

L’argomento di discussione è inserito in questa domanda che Einstein pone a Freud.” C’e un modo di liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”.

In realtà, la Società delle Nazioni aveva sollecitato a Einstein “di invitare una persona di suo gradimento ad un franco scambio di opinioni su un problema qualsiasi, da lui scelto”; ed Einstein sceglie l’argomento guerra, come interlocutore Freud e come data il 30 Luglio 1932.

Questi tre elementi fanno già scattare una serie di “early warnings” di tipo cospirazionistico.

Penso che i miei ragionamenti filosofici siano abbastanza modesti e neanche minimamente paragonabili a quelli di un buon liceale o ad una qualunque delle recensioni presenti sul Web, però gli occhiali di Carpenter mi danno una possibilità in più per sottolineare frasi come:
Ma sono perfettamente consapevole del fatto che l’istinto aggressivo opera anche in altre forme e in altre circostanze (penso alle guerre civili, per esempio, dovute un tempo al fanatismo religioso, oggi a fattori sociali; o, ancora, alla persecuzione di minoranze razziali). (Lettera Einstein)
oppure
Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire - da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros nel Convivio di Platone) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, - e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva. (Risposta Freud)
Come posso valutare serenamente questa strategia della tensione scientifica?

Sapevano i due studiosi di che cosa stava per bollire nel pentolone europeo e mondiale?

E’ mia opinione che i due, nonostante il loro impegno antimilitarista, alimentando i discorsi sulla guerra, abbiano acceso i fornelli del gran calderone della WW2, coinvolgendo sull’argomento la comunità scientifica internazionale.

Qui al Centro di Igiene Mentale di Laputa si propende per l’ipotesi del megacopione che è stato distribuito a tutti i componenti della sceneggiata (banchieri, politici, scienziati della Royal Society); pertanto a ciascuno è stato affidato un ruolo e una tempistica ben precisi.

Il 30 gennaio 1933, il caporale Hitler Adolfo entra sul palcoscenico del teatro e fa la sua prima battuta “Sono il nuovo Cancelliere della Germania.”

Le battute successive sono abbastanza conosciute.

Friday, September 19, 2008

Bomb Iran?

“I Could Never Endorse Somebody Who Thinks It's Funny To Say Bomb Bomb Bomb Iran.”
Grande Ron Paul.

Quanti federali per svitare una lampadina?

Continua la saga dell'antrace: adesso neanche al Senato USA credono più alla FBI. Ai due capi del Comitato Giudiziario del Senato, il democratico Pat Leahy (che fu anche uno degli obiettivi degli attacchi) e il repubblicano Arlen Specter, infatti, sono bastati 30 minuti dell'udienza concessa al direttore della FBI per comunicargli che le accuse a Bruce Ivins non sono considerate accettabili.

Pat Leahy ha detto a Mueller di non credere che Ivins sia stato il principale colpevole, e di non essere del resto neppure certo che sia stato uno dei partecipanti, e di essere invece assolutamente convinto che ci fossero altri coinvolti nella preparazione e nella spedizione dell'antrace. Leggiamo:
Leahy ha cominciato l'udienza identificando nel Dugway Proving Ground dell'esercito degli Stati Uniti e nell'appaltatore della CIA Battelle Corporation – ma non Fort Detrick – come le uniche due istituzioni negli Stati Uniti capaci di produrre l'antrace del tipo che è stato spedito a lui ed al sen. Daschle. Leahy ha chiesto a Mueller se era informato di qualunque altra struttura in grado di produrre quell'antrace e quando Mueller – in modo stupefacente anche se prevedibile – ha sostenuto di non avere la risposta, Leahy lo ha invitato a trovarla durante la pausa e a comunicarla al Comitato oggi stesso.

Il senatore del GOP ed ex procuratore Arlen Specter è stato altrettanto enfatico nel dire Mueller che il caso della FBI mancava chiaramente di qualcosa che possa essere usato per condannare Ivins in un processo penale. Ha detto di aver seri dubbi sul caso, e ha richiesto a Mueller il consenso per permettere a un corpo indipendente di esaminare le prove della FBI (benché Specter, come di consueto, sia confuso o deliberatamente ottuso perché Mueller continua a sostenere di avere scienziati esterni che esaminano i metodi scientifici della FBI ma non l'intero caso contro Ivins – una distinzione che il senatore del GOP Charles Grassley, uno degli scettici chiave al Senato per quanto riguarda il caso della FBI, aveva appena sottolineato ed obiettato).
Pare quindi che il caso che così frettolosamente la FBI ha cercato di chiudere, con la compiacenza della maggior parte dei media, nonostante l'assenza pressoché totale di prove che non fossero puramente indiziarie se non controverse, sia destinato a trascinarsi a lungo. Dopo averla vista accusare “Al-Qaeda”, poi scaricare la colpa su un morto, infine sostenere che la polverizzazione è stata provocata dalle macchine delle Poste, ora scopriamo che la FBI non ha idea di dove fosse possibile produrre l'antrace.

Non male per L'Ufficio Federale di “Investigazione”. Ma in fondo, un'abbondanza di inefficienza e falsità non è proprio quello che ci si deve aspettare da un agenzia di sicurezza statale?

Thursday, September 18, 2008

Predator contro tutti

Gli aerei senza pilota come il Predator sono un terribile strumento nelle mani del presidente americano, che può mettere a morte in qualsiasi momento qualsiasi persona sulla faccia del globo, con il bonus di qualche “effetto collaterale” (leggi: innocenti il cui torto era di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato – sfiga!) a corredo. Eppure ben pochi sembrano preoccupati da questo sviluppo nefasto della “giustizia” nelle mani dello stato.

Tra questi pochi, Robert Higgs, del quale traduco l'articolo in tema pubblicato su LewRockwell.com, che si chiede quale legittimità possa avere una condanna a morte eseguita a distanza, e decretata unilateralmente senza un regolare processo. È questa, dunque, la cosiddetta “superiorità occidentale?”
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Quindi il presidente può uccidere chi vuole, giusto?

Di Robert Higgs


Fra le molte storie incoerenti raccontate dall'amministrazione Bush nel corso della marcia di avvicinamento al suo attacco all'Iraq c'era quella sugli infami droni della morte. Più tardi, è diventato abbastanza evidente che questa presunta minaccia non aveva più sostanza delle altre che l'amministrazione ed i servili media tradizionali hanno servito ad un pubblico credulone.

Anche se i ridicolmente primitivi droni iracheni non avevano alcuna capacità di nuocere al pubblico americano, la letalità dei droni degli Stati Uniti è un'altra questione. I droni Predator forniti di missili Hellfire ora forniscono al governo degli Stati Uniti la possibilità di volare sul territorio che le truppe terrestri degli Stati Uniti non osano penetrare, osservando le attività sul terreno ed uccidendo la gente con, diciamo, un minimo di processo dovuto.

Nel novembre 2002, per esempio, BBC News riportava: “La CIA ha effettuato un attacco in Yemen uccidendo sei sospetti membri della rete al-Qaeda di Osama bin Laden, secondo i funzionari degli Stati Uniti. Secondo fonti degli Stati Uniti gli uomini sono morti quando la jeep su cui stavano viaggiando è stata colpita da un missile lanciato da un –velivolo senza equipaggio della CIA – probabilmente un drone Predator.”

Le forze USA inoltre hanno utilizzato attivamente il Predator in Afghanistan e, recentemente, nella regione del Waziristan in Pakistan. Oggi, ho letto il resoconto dell'attacco di un drone vicino alla città di Miramshah nel Waziristan del nord che si riporta abbia “ucciso almeno 14 persone e ferite altre 12,” compresi “almeno sei donne e bambini.”

In Afghanistan, tali attacchi aerei, non sempre di droni, naturalmente, hanno creato non sempre un delicato dilemma per il governo di Karzai che finge di essere un vero governo, invece del fantoccio degli Stati Uniti che realmente è. Le proteste ufficiali sono diventate sempre più rumorose, tuttavia non s'è visto segno che le forze USA intendano cambiare le loro operazioni in risposta.

Che potere impressionante ha il presidente e, con la sua autorizzazione, i suoi subordinati: possono uccidere gente a volontà, compreso le mogli e i bambini di quelle persone, senza alcun rischio di ricevere fuoco di ritorno o altra punizione. Certamente questo è il culmine a lungo cercato dai repubblicani per stabilire “la legge e l'ordine.”

A condurmi a riflettere su questa materia, tuttavia, non sono i suoi risvolti tecnologici o il suo collegamento con le relazioni padrone-burattino nel sud-ovest asiatico, ma piuttosto la completa indifferenza con cui il pubblico americano accoglie i rapporti delle morti da drone. Non esagero se dico che la reazione generale è “annoiata.” Be', dice l'americano medio, questo sistema decentemente i “cattivi.” L'omicidio gratuito dei membri della famiglia del cattivo, dei vicini e di altre persone innocenti nei dintorni sembra non provocare segnale di ritorno sullo schermo radar morale dell'americano medio. Forse gli americani non considerano gli yemeniti, gli afgani ed i pakistani come veri esseri umani il cui diritto alla vita siamo obbligati a rispettare?

La morte da drone è semplicemente una altra occasione in cui il presidente, avendo etichettato un insieme di azioni come “guerra,” crede e agisce come se avesse carta bianca per distribuire morte e distruzione volente o nolente?

Naturalmente, i rapporti degli attacchi dei droni si riferiscono solitamente a militanti, a forze dei talibani, o a membri di Al-Qaeda. A queste informazioni, potremmo ben rispondere: certo, chi lo dice? Se siamo soddisfatti dall'assumere che gli agenti segreti degli Stati Uniti, che ottengono quasi sempre le loro informazioni da collaboratori nei territori dell'obiettivo, realmente sappiano chi stanno designando come bersaglio, allora davvero è facile soddisfarci. Non è necessario fare una grande indagine sulle affermazioni del governo degli Stati Uniti su Iraq, Afghanistan, Pakistan, e altre località nel sud-ovest asiatico nei sette anni passati per vedere che generalmente i comandanti degli Stati Uniti, dal Comandante in Capo giù fino al più sudato sottufficiale di pattuglia, o sono – chi più chi meno – all'oscuro di tutto, oppure i più grandi bugiardi del pianeta. Non scarto che possano essere entrambe le cose.

Il risultato è che chi coopera per arrivare al punto in cui qualcuno spinge il pulsante per spedire lo Hellfire verso il suo obiettivo designato non può in effetti sapere per certo chi sta per uccidere, o quanti altri saranno uccisi insieme a questo presunto “nemico” o chi sono questi altri.

Senza lanciarsi in una grande inchiesta geopolitica, potremmo fare una bella pausa di tanto in tanto per chiedere, cosa stanno facendo le forze USA in Afghanistan e in Pakistan, in ogni caso? Certamente non sono là per catturare o uccidere le persone responsabili dei crimini del 9/11, perché già hanno dimostrato oltre ogni dubbio di essere incapaci di farlo (come i video di Osama bin Laden ci ricordano periodicamente). Sono, tuttavia, fin troppo capaci di divergere le loro energie da quell'obiettivo verso altri non correlati, come l'attacco e l'occupazione dell'Iraq.

Noi americani osserviamo, quindi, con estremo disimpegno morale mentre il presidente ed i suoi subalterni assassinano persone le cui identità rimangono incerte insieme a varie altre il cui unico crimine è di essere nella stessa zona degli individui designati – dopo tutto, lo Hellfire, che provoca un'esplosione molto grande, può a malapena essere descritto come strumento di morte chirurgicamente preciso.

Inoltre, l'uso presidenziale di questo dispositivo di esecuzione a distanza non ha apparentemente limiti geografici, perché, come ci ha assicurato, “la guerra contro il terrore” non ne ha. Oggi, una mulattiera in Waziristan; domani, l'autostrada a Santa Monica. Sarà interessante vedere, quando gli attacchi dei droni saranno eseguiti in questo paese, se il pubblico americano se ne curerà.
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Robert Higgs [mandagli una mail] è membro anziano per l'economia politica all'Independent Institute ed editore della The Independent Review. È inoltre un cronista per LewRockwell.com. Il suo libro più recente è Neither Liberty Nor Safety: Fear, Ideology, and the Growth of Government. È inoltre autore de Depression, War, and Cold War: Studies in Political Economy, Resurgence of the Warfare State: The Crisis Since 9/11 e Against Leviathan: Government Power and a Free Society.