Friday, November 14, 2008

Egalitarismo, rivolta contro la natura #5

Di Murray N. Rothbard

L
a rivolta egalitaria contro la realtà biologica, per quanto significativa, è soltanto un sottoinsieme di una ribellione più profonda: contro la struttura ontologica della realtà in sé, contro la “stessa organizzazione della natura”; contro l'universo come tale. Al cuore della sinistra egalitaria c'è la credenza patologica che non esista una struttura della realtà; che tutto il mondo sia una tabula rasa che può essere cambiata in qualsiasi momento in qualsiasi direzione per mezzo del semplice esercizio della volontà umana – in breve, che la realtà possa immediatamente essere trasformata dal desiderio o dal mero capriccio degli esseri umani. Certamente questo tipo di pensiero infantile è il cuore dell'appassionata richiesta di Herbert Marcuse per la negazione completa dell'attuale struttura della realtà e per la sua trasformazione in ciò che egli profetizza essere il suo vero potenziale.

Da nessun'altra parte l'attacco della sinistra alla realtà ontologica è più apparente che nei sogni utopistici su come sarà la futura società socialista. Nel futuro socialista di Charles Fourier, secondo Ludwig von Mises,
tutte le bestie nocive saranno scomparse, ed al loro posto ci saranno animali che aiuteranno l'uomo nel suo lavoro – o persino faranno il lavoro al posto suo. Un anticastoro si occuperà della pesca; un antibalena sposterà le navi in porto; un antiippopotamo rimorchierà le barche sul fiume. Anziché il leone ci sarà un antileone, uno destriero di meravigliosa velocità, sulla cui groppa il cavaliere si siederà confortevolmente quanto in un carro ben ammortizzato. “Sarà un piacere vivere in un mondo con tali servitori.” [15]
Ancora, secondo Fourier, gli oceani stessi conterrebbero limonata piuttosto che acqua salata. [16]

Fantasie similmente irragionevoli sono alla radice dell'utopia marxista del comunismo. Liberata dai presunti confini della specializzazione e della divisione del lavoro (il cuore di ogni produzione oltre il livello più primitivo e quindi di ogni società civilizzata), ogni persona nell'utopia comunista svilupperebbe completamente tutti i suoi poteri in ogni direzione. [17] Come Engels scrisse nel suo Anti-Dühring, il comunismo darà a “ciascun individuo l'occasione di sviluppare ed esercitare tutte le sue facoltà, fisiche e mentali, in ogni direzione.” [18] E Lenin guardava nel 1920 all'“abolizione della divisione del lavoro fra i popoli… l'educazione, istruzione ed addestramento del popolo con uno sviluppo totale e un'addestramento totale, il popolo dev'essere in grado di fare tutto. Il comunismo sta marciando e deve marciare verso questo obiettivo e lo raggiungerà.” [19]

Nella sua tagliente critica della visione comunista, Alexander Gray accusa
Che ciascun individuo debba avere l'opportunità di sviluppare tutte le sue facoltà, fisiche e mentali, in ogni direzione, è un sogno che incoraggierà la visione soltanto dei semplici, dimentichi delle restrizioni imposte dagli stretti limiti della vita umana. Perché la vita è una serie di scelte ed ogni scelta è allo stesso tempo una rinuncia.

Anche l'abitante del futuro regno delle fate di Engels dovrà decidere prima o poi se desidera essere arcivescovo di Canterbury o primo signore del mare, se dovrebbe cercare di eccellere come violinista o come pugile, se dovrebbe scegliere di conoscere tutto sulla letteratura cinese o sulle pagine nascoste della vita di uno sgombro. [20]
Naturalmente un modo per provare a risolvere questo dilemma è di fantasticare che l'uomo nuovo comunista del futuro sarà un superuomo, sovrumano nelle sue capacità di trascendere la natura. William Godwin pensava che, una volta che la proprietà privata venisse abolita, l'uomo diventerebbe immortale. Il teorico marxista Karl Kautsky ha asserito che nella futura società comunista, “un nuovo tipo di uomo sorgerà… un superuomo… un uomo esaltato.” E Leon Trotsky profetizzò che sotto il comunismo
l'uomo diventerà incomparabilmente più forte, più saggio, più bello. Il suo corpo più armonioso, i suoi movimenti più ritmici, la sua voce più musicale…. La media umana aumenterà al livello di un Aristotele, un Goethe, un Marx. Sopra queste altre altezze nuovi picchi appariranno. [21]
Abbiamo cominciato considerando l'opinione comune che gli egalitari, malgrado un po' di impraticità, hanno l'etica e l'idealismo morale dalla loro parte. Finiamo concludendo che gli egalitari, anche se intelligenti come individui, negano la base stessa dell'intelligenza umana e della ragione umana: l'identificazione della struttura ontologica della realtà, delle leggi della natura umana, e l'universo. Così facendo, gli egalitari agiscono come bambini terribilmente viziati, che negano la struttura della realtà in nome della rapida materializzazione delle loro irragionevoli fantasie. Non solo viziati ma anche molto pericolosi; perché il potere delle idee è tale che gli egalitari hanno buone probabilità di distruggere lo stesso universo che desiderano negare e trascendere, e di far crollare quell'universo sulle nostre teste. Dal momento che la loro metodologia ed i loro obiettivi negano la struttura stessa dell'umanità e dell'universo, gli egalitari sono profondamente antiumani; e, pertanto, anche la loro ideologia e le loro attività possono essere stabilite come profondamente malvagie. Gli egalitari non hanno l'etica dalla loro parte a meno che si voglia sostenere che la distruzione della civiltà e perfino della razza umana in sé, debba essere premiata con la corona dell'alloro di un'alta e lodevole moralità.
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Note

[15] Ludwig von Mises, Socialism: An Economic and Sociological Analysis (New Haven, Conn.: Yale University Press, 1951), pp. 163–64.
[16] Ludwig von Mises, Azione Umana. Mises cita il primo e il quarto volume delle Opere Complete di Fourier.
[17] Per altro sull'utopia comunista e sulla divisione del lavoro, vedi Murray N. Rothbard, Freedom, Inequality, Primitivism, and the Division of Labor (cap. 16, presente volume).
[18] Citato in The Socialist Tradition, Alexander Gray (London: Long-mans, Green, 1947), p. 328.
[19] Il corsivo è Lenin..V.I. Lenin, Left-Wing Communism: An Infantile Disorder (New York: International Publishers, 1940), p. 34.
[20] Gray, The Socialist Tradition, p. 328.
[21] Citato in Socialism: An Economic and Sociological Analysis, Mises p. 164.
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Thursday, November 13, 2008

Egalitarismo, rivolta contro la natura #4

Di Murray N. Rothbard

Le donne sono un altra “classe oppressa” recentemente scoperta,” ed il fatto che i delegati politici maschi sono stati abitualmente molto più del 50 per cento è oggi ritenuto un segno evidente della loro oppressione. I delegati alle convention politiche provengono dalla truppa degli attivisti di partito, e poiché le donne non sono mai state politicamente attive quanto gli uomini, il loro numero comprensibilmente è sempre stato più basso. Ma, a fronte di questo argomento, le forze in espansione del movimento per la “liberazione delle donne” in America fanno di nuovo ricorso all'argomento talismano del “lavaggio del cervello” della nostra “cultura.” Perché i liberazionisti difficilmente possono negare il fatto che ogni cultura e civiltà nella storia, dalle più semplici alle più complesse, è stata dominata dai maschi. (Nella disperazione, i liberazionisti ultimamente stanno ricorrendo a fantasie circa il potente impero delle amazzoni.) La loro risposta, ancora una volta, è che da tempo immemorabile una cultura maschilista ha lavato il cervello alle femmine oppresse per confinarle alla cura dei figli nel focolare domestico. La missione dei liberazionisti è di realizzare una rivoluzione nella condizione femminile per pura volontà, con una “crescita della consapevolezza.” Se la maggior parte delle donne continua a dedicarsi alle occupazioni domestiche, questo rivela soltanto una “falsa consapevolezza” che dev'essere estirpata.

Naturalmente, una risposta trascurata è che, se effettivamente gli uomini sono riuscito a dominare ogni cultura, quindi questa in sé è una dimostrazione di una “superiorità” maschile; perché se tutti i generi sono uguali, com'è che la dominazione maschile è emersa in ogni caso? Ma oltre a questo problema, è la biologia in sé che viene negata irosamente e gettata da parte. Il grido è che non ci sono, non possono esserci, non devono esserci differenze biologiche fra i sessi; tutte le differenze storiche o attuali devono essere dovute al lavaggio del cervello culturale.

Nella sua brillante confutazione della liberazionista Kate Millett, Irving Howe descrive parecchie importanti differenze biologiche fra i sessi, differenze abbastanza importanti da avere effetti sociali durevoli. Queste sono
  1. “la distintiva esperienza femminile della maternità” compresa quello che l'antropologo Malinowski chiama un “collegamento intimo ed integrale con il bambino… connesso con effetti fisiologici e forti emozioni”;
  2. “le componenti ormoniche dei nostri corpi che variano non solo fra i sessi ma fra età differenti all'interno dei sessi”;
  3. “le diverse possibilità di lavoro generato da diverse quantità di muscolatura e di controllo fisico”; e
  4. “le conseguenze psicologiche delle differenti posizioni e delle possibilità sessuali,” in particolare la “distinzione fondamentale fra il ruolo sessuale attivo e passivo” come biologicamente determinato rispettivamente negli uomini e nelle donne. [8]
Howe continua citando l'ammissione della dott.ssa Eleanor Maccoby nel suo studio sull'intelligenza femminile che
è del tutto possibile che ci siano fattori genetici che differenzino i due sessi e pesino sulle loro prestazioni intellettuali…. Per esempio, ci sono buone ragioni per credere che i ragazzi siano congenitamente più aggressivi delle ragazze – e intendo aggressivo nel senso più vasto, non solo poiché implica il combattimento, ma poiché implica anche la dominanza e l'iniziativa – e se questa qualità sta alla base dello sviluppo successivo del pensiero analitico, allora i ragazzi hanno un vantaggio che le ragazze… troveranno difficile da superare.
La dott.ssa Maccoby aggiunge che “se proviamo a dividere l'addestramento dei bambini fra maschi e femmine, potremmo scoprire che le femmine ne hanno bisogno mentre i maschi no.” [9]

Il sociologo Arnold W. Green punta all'emersione ripetuta di ciò che gli egalitari denunciano come “ruoli sessuali stereotipati” anche in comunità originariamente dedicate all'uguaglianza assoluta. Quindi, cita le note sui kibbutzim israeliani:
Il fenomeno è mondiale: le donne sono concentrate in campi che richiedono, separatamente o in associazione, abilità casalinga, pazienza e routine, destrezza manuale, fascino, contatto con i bambini. La generalizzazione regge anche nei kibbutz israeliani, con il loro ideale stabilito dell'uguaglianza sessuale. Una “regressione” ad una separazione del “lavoro da donne” dal “lavoro da uomini” è avvenuta nella divisione del lavoro, verso una situazione parallela a quella che vige altrove. Il kibbutz è dominato dai maschi e dagli atteggiamenti maschii tradizionali, per la soddisfazione di entrambi i sessi. [10]
Irving Howe correttamente percepisce che alla radice del movimento di liberazione della donna c'è il rancore contro la stessa esistenza delle donne come entità distintiva:
Perché ciò che sembra disturbare la sig.na Millett non è soltanto l'ingiustizia che le donne abbiano sofferto discriminazioni a cui continuano ad essere soggette. Quello che la disturba soprattutto… è l'esistenza stessa delle donne. La sig.na Millett non gradisce la distinzione psicobiologica delle donne, e non andrà oltre il riconoscimento – che scelta c'è, del resto? – delle differenze inevitabili dell'anatomia. Ella odia il rifiuto perverso della maggior parte delle donne di riconoscere la grandezza della loro umiliazione, la vergognosa dipendenza che mostrano verso gli uomini (non molto indipendenti), l'esasperante piacere che ottengono persino dalla cottura dei pranzi per il “capo del gruppo” e dal pulire i nasi dei loro mocciosi. Infuriandosi contro la nozione che tali ruoli ed atteggiamenti siano biologicamente determinati, poiché il pensiero stesso della biologia le appare come un modo per ridurre per sempre le donne ad una condizione secondaria, ella attribuisce tuttavia alla “cultura” una gamma così sconvolgente di abitudini, oltraggi e malvagità che questa viene a sembrare una forza più irremovibile e minacciosa della stessa biologia. [11]
In una critica percettiva del movimento di liberazione delle donne, Joan Didion intuisce la sua radice come una ribellione non solo contro biologia ma anche contro la “vera e propria organizzazione della natura” in sé:
Se la necessità per la riproduzione convenzionale della specie sembra ingiusta alle donne, allora oltrepassiamo, per mezzo della tecnologia, l'“organizzazione stessa della natura,” l'oppressione, come vista da Shulamith Firestone, “che risale la storia fino allo stesso regno animale.” Io accetto l'universo, concesse infine Margaret Fuller: Shulamith Firestone, no. [12]
Al che si è tentati di parafrasare l'ammonimento di Carlyle: “Oddio, signora, sarebbe meglio.”

Un'altra ribellione in espansione contro le norme biologiche sessuali, così come contro la diversità naturale, è stato il recente aumento di proclami a favore della bisessualità da parte degli intellettuali di sinistra. Evitare la “rigida, stereotipata” eterosessualità ed approvare la bisessualità indiscriminata si suppone possa ampliare la coscienza, eliminare le distinzioni “artificiali” fra i sessi e rendere tutte le persone semplicemente e unisessualmente “umane.”

Ancora una volta, il lavaggio del cervello da parte di una cultura dominante (in questo caso, eterosessuale) si presume abbia oppresso una minoranza omosessuale e bloccato l'uniformità e l'uguaglianza inerenti alla bisessualità. Perché allora ogni individuo potrà raggiungere la sua più completa “umanità” nella “perversione polimorfa” così cara ai cuori dei principali filosofi sociali della nuova sinistra come Norman O. Brown e Herbert Marcuse.

Che la biologia si erga come una roccia di fronte alle fantasie egalitarie è stato sempre più chiaro negli ultimi anni. Le ricerche del biochimico Roger J. Williams hanno ripetutamente enfatizzato la grande gamma di diversità individuali nell'intero organismo umano. Così
Gli individui differiscono l'uno dall'altro anche nei più minuscoli dettagli dell'anatomia e della chimica e fisica del corpo; impronte digitali e dei piedi; struttura microscopica dei capelli; distribuzione dei peli sul corpo, creste e “lune” sulle unghie delle mani e dei piedi; spessore della pelle, suo colore, sua tendenza a produrre delle bolle; distribuzione dei terminali nervosi sulla superficie del corpo; dimensione e forma delle orecchie, dei canali uditivi, o canali semicircolari; lunghezza delle dita; carattere delle onde cerebrali (piccoli impulsi elettrici emanati dal cervello); numero esatto dei muscoli nel corpo; azione cardiaca; resistenza dei vasi sanguigni; gruppi sanguigni; tasso di coagulazione del sangue – e avanti così quasi ad infinitum. Oggi sappiamo molto su come funzioni l'ereditarietà e come è non solo possibile ma certo che ogni essere umano possiede per eredità un mosaico eccezionalmente complesso, composto di migliaia di oggetti, distintivo per lui solo. [13]
La base genetica per la diseguaglianza dell'intelligenza è inoltre diventata sempre più evidente, malgrado l'abuso emozionale accumulato su tali studi da colleghi scienziati così come dal pubblico. Gli studi su gemelli identici cresciuti in ambienti contrastanti sono stati fra i sistemi con cui questa conclusione è stata raggiunta; ed il professor Richard Herrnstein ha recentemente stimato che l'80 per cento della variabilità nell'intelligenza umana è in origine genetica. Herrnstein conclude che qualsiasi tentativo politico di fornire un'uguaglianza ambientale per tutti i cittadini potrà soltanto intensificare il grado di differenze socio-economiche causate dalla variabilità genetica. [14]
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Note

[8] Irving Howe, “The Middle-Class Mind of Kate Millett,” Harper's (December, 1970): 125–26.
[9] Ibid., p. 126.
[10] Arnold W. Green, Sociology (6a ed., New York: McGraw-Hill, 1972), p. 305. Green cita lo studio di A.I. Rabin, “The Sexes: Ideology and Reality in the Israeli Kibbutz,” in Sex Roles in Changing Society, G.H. Seward and R.G. Williamson, eds. (New York: Random House, 1970), pp. 285–307.
[11] Howe, “The Middle-Class Mind of Kate Millett,” p. 124.
[12] Joan Didion, “The Women's Movement,” New York Times Review of Books (July 30, 1972), p. 1.
[13] Roger J. Williams, Free and Unequal (Austin: University of Texas Press, 1953), pp. 17, 23. Vedi anche di Williams Biochemical Individuality (New York: John Wiley, 1963) e You are Extraordinary (New York: Random House, 1967).
[14] Richard Herrnstein, “IQ,” Atlantic Monthly (September, 1971).
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Wednesday, November 12, 2008

Egalitarismo, rivolta contro la natura #3

Di Murray N. Rothbard

I
l grande fatto della differenza individuale e della variabilità (ovvero diseguaglianza) è evidente nella lunga storia dell'esperienza umana; da cui, il riconoscimento generale della natura antiumana di un mondo di uniformità obbligata. Socialmente ed economicamente, questa variabilità si manifesta nell'universale divisione del lavoro e nella “Ferrea Legge dell'Oligarchia” – la comprensione che, in ogni organizzazione o attività, pochi (generalmente i più abili e/o i più interessati) diventeranno leader, mentre la massa degli altri membri riempirà i ranghi dei seguaci. In ambo i casi, si verifica lo stesso fenomeno: il successo o la guida eccezionali in ogni data attività sono raggiunti da quella che Jefferson ha chiamato “aristocrazia naturale,” coloro che meglio si adattano a quell'attività.

L'antichissima storia della diseguaglianza sembra indicare che tali variabilità e diversità siano radicate nella natura biologica dell'uomo. Ma è precisamente una tal conclusione sulla biologia e la natura umana ad essere in assoluto la più irritante per i nostri egalitari. Persino per gli egalitari sarebbe difficile negare il dato storico, ma la loro risposta è che la colpa è della “cultura”; e poiché sostengono ovviamente che la cultura è un puro atto di volontà, ne consegue che l'obiettivo di cambiare la cultura e di inculcare l'uguaglianza nella società sembra essere raggiungibile. In questo campo, gli egalitari si liberano da qualsiasi pretesa di scientificità; sono scarsamente soddisfatti dal riconoscere biologia e cultura come influenze mutualmente interagenti. La biologia deve essere tolta di mezzo rapidamente e completamente.

Riflettiamo su un esempio deliberatamente semi-frivolo. Supponiamo di osservare la nostra cultura e trovarvi un'asserzione comune che recita, “quelli con i capelli rossi sono eccitabili.” Ecco un giudizio di diseguaglianza, una conclusione che quelli con i capelli rossi come gruppo tendono a differire dal resto della popolazione. Supponiamo, quindi, che i sociologi egalitari studino il problema e trovino che quelli con i capelli rossi, effettivamente, tendano statisticamente ad essere più eccitabili degli altri in misura significativa. Invece di ammettere la possibilità di un certo tipo di differenza biologica, l'egalitario aggiungerà rapidamente che la “cultura” è responsabile del fenomeno: lo “stereotipo” comunemente accettato che quelli con i capelli rossi sono eccitabili è stato infuso in ogni bambino con i capelli rossi in giovane età e lui o lei ha semplicemente interiorizzando questi giudizi e si comporta nella società come ci si aspetta che faccia. A quelli con i capelli rossi, in breve, è stato fatto il “lavaggio del cervello” dalla cultura predominante di quelli con i capelli di un altro colore.

Anche se non stiamo negando la possibilità che un simile processo possa avvenire, questo comune reclamo sembra decisamente improbabile ad un'analisi razionale. Perché la lo spauracchio della cultura egalitaria suppone implicitamente che la “cultura” arrivi e si accumuli in modo aleatorio, senza riferimento ai fatti sociali. L'idea che “quelli con i capelli rossi sono eccitabili” non è nata dal nulla o per intervento divino; in che modo, dunque, l'idea si è prodotta ed ha guadagnato valenza generale?

Uno dei dispositivi egalitari preferiti è di attribuire ogni simile dichiarazione d'identificazione di gruppo ad oscure pulsioni psicologiche. Il pubblico aveva una necessità psicologica di accusare un certo gruppo sociale di eccitabilità e quelli con i capelli rossi sono stati scelti come capri espiatori. Ma perché sono stati scelti loro? Perché non i biondi o le brunette?Comincia a formarsi l'orribile sospetto che forse quelli con i capelli rossi sono stati scelti perché erano e sono effettivamente più eccitabili e che, quindi, lo “stereotipo” della società è semplicemente una generale comprensione dei fatti nella realtà. Certamente questa spiegazione contempla una maggiore quantità dei dati e dei processi in corso ed è inoltre una spiegazione molto più semplice.

Considerato obiettivamente, sembra essere una spiegazione molto più ragionevole dell'idea della cultura come babau arbitrario e ad hoc. In caso affermativo, allora potremmo concludere che quelli con i capelli rossi sono biologicamente più eccitabili e che la propaganda irradiata su di loro dagli egalitari che li invitano ad essere meno eccitabili è un tentativo di indurli a violare la loro natura; quindi, è questa propaganda a posteriori che può essere più esattamente denominata “lavaggio del cervello.”

Questo non vuol dire, naturalmente, che la società non possa mai fare un errore e che i suoi giudizi delle identità di gruppo siano sempre radicati nei fatti. Ma pare a me che l'onere della prova spetti molto più agli egalitari che ai loro presunti “non illuminati” avversari.

Dal momento che gli egalitari cominciano con l'assioma a priori che tutte le persone, e quindi tutti i gruppi di persone, sono uniformi ed uguali, allora segue per loro che ciascuna e tutte le differenze di gruppo di status, prestigio, o autorità nella società devono essere il risultato di “ingiusta oppressione” ed “irrazionale discriminazione.” La prova statistica dell'“oppressione” di quelli con i capelli rossi procederebbe in una maniera fin troppo familiare nella vita politica americana; potrebbe essere mostrato, per esempio, che il loro reddito medio è più basso di quello degli altri, ed inoltre che la percentuale di uomini d'affari, professori universitari, o membri del Congresso con i capelli rossi è più bassa della loro quota di rappresentazione nella popolazione.

La manifestazione più recente e cospicua di questo tipo di pensiero di quote si verificò nel movimento di McGovern alla Convention Democratica del 1972. Alcuni gruppi furono scelti come “oppressi” in virtù di un numero di delegati alle convention precedenti al di sotto della loro quota percentuale nella popolazione complessiva. In particolare, le donne, i giovani, i neri, i chicanos (o il cosiddetto Terzo Mondo) vennero designati come oppressi; di conseguenza, il Partito Democratico, sotto la guida del pensiero quota-egalitario, ignorò le scelte degli elettori per raggiungere la dovuta quota di rappresentazione di questi gruppi particolari.

In alcuni casi, il distintivo di “oppresso” era una costruzione quasi ridicola. Che i giovani dai 18 ai 25 anni fossero “sottorappresentati” potrebbe essere messo facilmente nella giusta prospettiva da una reductio ad absurdum, certamente un qualche appassionato riformatore macgoverniano avrebbe potuto alzarsi per sottolineare la grave “sottorappresentazione” dei cinquenni alla convention e sollecitare che il blocco dei cinquenni ottenesse immediatamente quanto dovuto. È solo una comprensione biologica e sociale di buonsenso rendersi conto che i giovani guadagnano il loro spazio nella società con un processo di apprendistato; i giovani sanno di meno ed hanno meno esperienza degli adulti maturi, cosicché dovrebbe essere chiaro perché tendono ad avere minor status ed autorità dei loro vecchi. Ma accettare questo significherebbe gettare nella dottrina egalitaria un certo dubbio sostanziale; ancora, sarebbe fumo negli occhi per il culto della gioventù che è stato a lungo un grave problema della cultura americana. E così i giovani sono stati debitamente indicati come “classe oppressa,” e la costrizione della loro quota è stata concepita come semplice riparazione per la loro precedente condizione di sfruttati. [7]
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Note

[7] Gli egalitari, fra le loro altre attività, sono stati attivamente occupati nel “correggere” la lingua inglese. L'uso della parola “ragazza,” per esempio, è ora considerato una grave diminuzione e degradazione della gioventù femminile che implica la loro naturale sottomissione agli adulti. Di conseguenza, gli egalitari di sinistra ora si riferiscono alle ragazze virtualmente di ogni età come “donne,” e possiamo aspettarci fiduciosi di leggere delle attività di “una donna di cinque anni.”
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Tuesday, November 11, 2008

Egalitarismo, rivolta contro la natura #2

Di Murray N. Rothbard

P
rocediamo, quindi, ad una critica dell'ideale egalitario in sé – è giusto che all'uguaglianza venga assegnato il suo attuale status di ideale etico indiscusso? In primo luogo, dobbiamo confrontarci con l'idea stessa di una separazione radicale fra qualcosa che sia “vera in teoria” ma “non valida in pratica.” Se una teoria è corretta, allora in pratica funziona; se non funziona in pratica, allora è una teoria sbagliata. La separazione comune fra la teoria e la pratica è artificiale e fallace. Ma questo è vero nell'etica così come in qualsiasi altra cosa. Se un ideale etico è inerentemente “non pratico,” cioè se non può funzionare nella pratica, allora è un mediocre ideale e dovrebbe essere scartato immediatamente. Per dirlo più precisamente, se un obiettivo etico viola la natura dell'uomo e/o dell'universo e, pertanto, non può funzionare nella pratica, allora è un ideale sbagliato e dovrebbe essere scartato come obiettivo. Se l'obiettivo in sé viola la natura dell'uomo, allora è anche un'idea sbagliata lavorare in direzione di quell'obiettivo.

Supponiamo, per esempio, che venga adottato come obiettivo etico universale che tutti gli uomini possano volare sbattendo le braccia. Ammettiamo che ai “pro-volo” siano state generalmente concesse la bellezza e la qualità del loro obiettivo, ma siano stati criticati come “non pratici.” Ma il risultato è un'infinita miseria sociale poiché la società prova continuamente a muoversi verso il volo a braccia, ed i predicatori dello sbattimento di braccia rovinano la vita di tutti accusandoli di essere troppo negligenti o peccatori per raggiungere l'ideale comune. La critica adeguata qui è di sfidare l'obiettivo “ideale” in sé; precisare che l'obiettivo in sé è impossibile in considerazione della natura fisica dell'uomo e dell'universo; e, pertanto, liberare l'umanità dal suo asservimento ad un obiettivo inerentemente impossibile e conseguentemente malvagio.

Ma questa liberazione potrebbe non accadere mai finché gli anti-volo a braccia continueranno a stare solamente nel regno del “pratico” e a concedere l'etica e l'“idealismo” agli alti sacerdoti del volo a braccia. La sfida deve aver luogo al centro – nella presunta superiorità etica di un obiettivo assurdo. Lo stesso, sostengo, è vero per l'ideale egalitario, salvo che le sue conseguenze sociali sono molto più perniciose di una ricerca infinita per il volo umano senza aiuto. Perché la condizione dell'uguaglianza potrebbe danneggiare molto di più l'umanità.

Che cos'è, infatti, l'“uguaglianza”? Il termine è stato molto invocato ma poco analizzato. A e B sono “uguali” se sono identici tra loro rispetto a un dato attributo. Quindi, se Smith e Jones sono alti entrambi esattamente un metro e sessanta, allora si può dire che sono di altezza “uguale.” Se due bastoni sono identici in lunghezza, allora le loro lunghezze sono “uguali,” ecc. C'è un modo e uno soltanto, quindi, in cui due persone qualsiasi possono davvero essere “uguali” nel senso più completo: devono essere identiche in tutti i loro attributi. Questo significa, naturalmente, che l'uguaglianza di tutti gli uomini – l'ideale egalitario – può essere realizzato soltanto se tutti gli uomini sono precisamente uniformi, precisamente identici riguardo a tutti i loro attributi. Il mondo egalitario sarebbe necessariamente un mondo da film dell'orrore – un mondo di creature anonime ed identiche, privo di qualsiasi individualità, varietà, o creatività particolare.

Effettivamente, è precisamente nella fiction dell'orrore che le implicazioni logiche di un mondo egalitario sono state compiutamente descritte. Il professor Schoeck ha riesumato per noi il dipinto di un simile mondo nel racconto distopico britannico Facial Justice di L.P. Hartley, in cui l'invidia è istituzionalizzata dallo Stato assicurando che i volti di tutte le ragazze siano ugualmente graziosi, eseguendo operazioni chirurgiche sia sulle ragazze belle che su quelle brutte per livellare le loro fattezze verso l'alto o verso il basso al comune denominatore generale. [5]

Un racconto di Kurt Vonnegut fornisce una descrizione ancor più completa di una società completamente egalitaria. Così, Vonnegut comincia la sua storia, “Harrison Bergeron”:
L'anno era il 2081 ed tutti erano infine uguali. Non erano uguali soltanto davanti a dio ed alla legge. Erano uguali in ogni senso. Nessuno era più intelligente degli altri. Nessuno era più bello degli altri. Nessuno era più forte o più veloce degli altri. Tutta questa uguaglianza era dovuta agli Emendamenti alla Costituzione 211, 212 e 213 ed alla vigilanza incessante degli agenti dell'Handicappatore Generale degli Stati Uniti.
L'“handicappatura" funzionava in parte come segue:
Hazel aveva un'intelligenza perfettamente media, il che significa che non poteva pensare a qualcosa tranne in brevi lampi. E George, dato che la sua intelligenza era parecchio sopra la norma, aveva una piccola radio per handicap mentale nel suo orecchio. Era tenuto per legge a portarla sempre. Era sintonizzata ad un trasmettitore del governo. Ogni circa venti secondi, il trasmettitore trasmetteva un qualche rumore acuto per impedire alle persone come George di trarre ingiusto vantaggio dal loro cervello. [6]
L'orrore che tutti proviamo istintivamente con queste storie è il riconoscimento intuitivo che gli uomini non sono uniformi, che la specie, l'umanità, è unicamente caratterizzata da un alto livello di varietà, diversità, differenziazione: in breve, diseguaglianza. Una società egalitaria può soltanto sperare di realizzare i suoi obiettivi con metodi totalitari di coercizione; e, persino qui, tutti crediamo e speriamo che lo spirito umano dell'individuo si solleverebbe e contrasterebbe qualsiasi tentativo di realizzare un mondo formicaio. In breve, la rappresentazione di una società egalitaria è fiction dell'orrore perché, quando le implicazioni di un mondo simile sono espresse completamente, riconosciamo che un tale mondo e tali tentativi sono profondamente antiumani; essendo antiumani nel senso più profondo, l'obiettivo egalitario è, quindi, malvagio ed ogni tentativo nella direzione di un simile obiettivo devono essere considerati anch'essi malvagi.
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Note

[5] Helmut Schoeck, Envy (New York: Harcourt, Brace, and World, 1970), pp. 149–55.
[6] Kurt Vonnegut, Jr., “Harrison Bergeron,” in Welcome to the Monkey House (New York: Dell, 1970), p. 7.
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Monday, November 10, 2008

Egalitarismo, rivolta contro la natura #1

Uno dei più importanti dogmi della dottrina democratica è quello dell'uguaglianza. Ma l'uguaglianza è davvero un valore assoluto e non criticabile? Questo saggio di Rothbard lo mette in dubbio. Prima parte di cinque.
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Di Murray N. Rothbard

Per ben più di un secolo, la sinistra è stata considerata generalmente detentrice della moralità, della giustizia e dell'“idealismo”; l'opposizione conservatrice alla sinistra si è limitata in gran parte all'“impraticità” dei suoi ideali. Un'opinione comune, per esempio, è che il socialismo è splendido in “teoria,” ma che non può “funzionare” nella vita pratica. Ciò che i conservatori non sono riusciti a vedere è che mentre a breve scadenza può effettivamente procurare dei vantaggi il far appello alla mancanza di praticità delle deviazioni radicali dallo status quo, concedendo l'etica e l'“ideale” alla sinistra essi erano condannati alla sconfitta nel lungo termine. Perché se ad una fazione è garantita l'etica e l'“ideale” dal principio, allora quella fazione sarà in grado di effettuare cambiamenti graduali ma sicuri nella propria direzione; e con l'accumulo di questi cambiamenti, il marchio di infamia dell'“impraticità” diventa sempre meno rilevante. L'opposizione conservatrice, avendo puntato tutto sul terreno apparentemente solido del “pratico” (ovvero, lo status quo) è condannata a perdere mentre lo status quo si sposta verso sinistra. Il fatto che gli stalinisti reazionari siano considerati universalmente come i “conservatori” in Unione Sovietica è un felice scherzo logico sul conservatorismo; perché in Russia gli statalisti impenitenti sono effettivamente i depositari di una “praticità” almeno superficiale e di un'adesione all'esistente status quo.

Mai il virus di “praticità” è stato più diffuso che negli Stati Uniti, dato che gli americani si considerano gente “pratica” e, quindi, l'opposizione alla sinistra, mentre in origine è stata più forte che altrove, è stata forse la meno ferma alle sue fondamenta. Sono ora i fautori del libero mercato e della società libera che devono sopportare la comune accusa di “impraticità.”

In nessun campo è stata riconosciuta giustizia e moralità alla sinistra estesamente e quasi universalmente quanto nel suo abbracciare ampiamente l'uguaglianza. È raro in effetti trovare negli Stati Uniti qualcuno, specialmente un intellettuale, che sfidi la bellezza e la bontà dell'ideale egalitario. Sono tutti così devoti a questo ideale che l'“impraticità” – ovvero, l'indebolimento degli incentivi economici – è stata virtualmente l'unica critica contro i programmi egalitari, persino i più bizzarri. L'inesorabile marcia dell'egalitarismo è un'indicazione sufficiente dell'impossibilità di evitare degli impegni etici; i ferocemente “pratici” americani, nel tentativo di evitare le dottrine etiche, non possono evitare di stabilire tali dottrine, ma possono ora farlo soltanto in modo inconscio, ad hoc e non sistematico. La famosa intuizione di Keynes che “gli uomini pratici, che si credono essere del tutto esenti da qualsiasi influenza intellettuale, sono di solito schiavi di qualche economista defunto” – è vero tanto più per i giudizi etici e la teoria etica. [1]

L'indiscusso status etico dell'“uguaglianza” può essere osservato nella pratica comune degli economisti. Gli economisti rimangono spesso intrappolati nei giudizi di valore – bramosi di fare dichiarazioni politiche. Come possono farlo rimanendo “scientifici” e liberi dal valore? Nel campo dell'egalitarismo, hanno potuto esprimere un chiaro giudizio di valore in nome dell'uguaglianza con notevole impunità. A volte questo giudizio è stato francamente personale; altre volte, l'economista ha preteso di essere il surrogato della “società” nell'esprimere il proprio giudizio di valore. Il risultato, tuttavia, è lo stesso. Considerate, per esempio, l'ultimo Henry C. Simons. Dopo aver correttamente criticato vari argomenti “scientifici” per la tassazione progressiva, è alla fine venuto fuori a favore della progressione come segue:
Il caso per una drastica progressione nelle tasse deve essere basato sull'argomento contro la diseguaglianza – sul giudizio etico o estetico che la distribuzione prevalente di patrimonio e di reddito rivela un grado (e/o genere) di diseguaglianza che è distintamente malvagio o sgradevole. [2]
Un'altra tattica tipica può essere estratta da un testo standard sulle finanze pubbliche. Secondo il professor John F. Due,
Il più forte argomento per la progressione è il fatto che l'opinione generale nella società oggi considera la progressione necessaria per l'equità. Ciò a sua volta è basato sul principio che il modello di distribuzione del reddito, prima delle tasse, prevede un'eccessiva diseguaglianza.
Quest'ultima “può essere condannata in base all'inerente slealtà nei termini degli standard accettati dalla società.” [3]

Sia nel caso che l'economista promuova i propri giudizi di valore, sia che presuma che essi riflettano i valori della “società,” la sua immunità dalla critica è stata comunque notevole. Anche se la sincerità nell'affermazione dei propri valori può essere ammirevole, questo non è certamente sufficiente; nella ricerca della verità è a malapena sufficiente affermare i propri giudizi di valore come se dovessero essere accettati come tavole della legge non soggette a critica e valutazione intellettuali. Non è necessario che questi giudizi di valore siano in un certo senso validi, sensati, convincenti, veri?

Fare tali considerazioni, naturalmente, significa schernire i canoni moderni della pura wertfreiheit nelle scienze sociali da Max Weber in poi, così come l'ancora più vecchia tradizione filosofica della netta separazione di “fatto e valore,” ma forse è giunta l'ora di sollevare tali questioni fondamentali. Supponiamo, ad esempio, che il giudizio etico o estetico del professor Simons non riguardasse l'uguaglianza ma un ideale sociale molto diverso.

Supponiamo, per esempio, che fosse stato a favore dell'omicidio di tutte le persone basse, di tutti gli adulti al di sotto del metro e settanta d'altezza. E supponete che quindi avesse scritto, “il caso per la liquidazione di tutte le persone basse deve essere basata sull'argomento contro l'esistenza delle persone basse – sul giudizio etico o estetico che il numero prevalente di adulti bassi è distintamente malvagio o sgradevole.” Ci si domanda se l'accoglienza accordata alle osservazioni del professor Simons dai suoi colleghi economisti o sociologi sarebbe stata esattamente la stessa.

Oppure, possiamo similmente riflettere sullo scritto del professor Due a nome dell'“opinione della società di oggi” nella Germania degli anni 30 riguardo al trattamento sociale degli ebrei. Il punto è che in tutti questi casi la condizione logica delle osservazioni di Simons o Due sarebbe stata precisamente la stessa, anche se la loro ricezione da parte della comunità intellettuale americana sarebbe stata straordinariamente diversa.

Il mio ragionamento finora è stato in due parti:
  1. non è sufficiente per un intellettuale o sociologo affermare i suoi giudizi di valore – che questi giudizi devono essere razionalmente difendibili e dev'essere dimostrabile la loro validità, correttezza e verità: in breve, che non devono più essere trattati come fossero al di sopra della critica intellettuale; e
  2. l'obiettivo dell'uguaglianza è stato trattato per troppo tempo non criticamente ed assiomaticamente come l'ideale etico.
Quindi, gli economisti per i programmi egalitari hanno controbilanciato tipicamente il loro " uncriticized; ideal" contro gli effetti possibili di disincentivo su rendimento economico; ma l'ideale in se è stato messo in discussione raramente. [4]
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Note

[1] John Maynard Keynes, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta
[2] Henry C. Simons, Personal Income Taxation (1938), pp. 18–19, citato da Walter J. Blum e Harry Kalven, Jr. in The Uneasy Case for Progressive Taxation (Chicago: University of Chicago Press, 1953), p. 72.
[3] John F. Due, Government Finance (Homewood, Ill.: Richard D. Irwin, 1954), pp. 128–29.
[4] Quindi:
Una terza linea di obiezione alla progressione, ed indubbiamente quella che ha ricevuto la maggior parte dell'attenzione, è che diminuisce la produttività economico della società. Virtualmente tutti coloro che hanno sostenuto la progressione nell'imposta sul reddito lo ha riconosciuto come considerazione controbilanciante. (Blum and Kalven, The Uneasy Case for Progressive Taxation, p. 21)
Ancora una volta l'“ideale” contro il “pratico”!
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Cookies and lemonade

Suvvia, apriamo la settimana con un sorriso...

Dilbert.com

Saturday, November 8, 2008

Chi rompe vince (e i cocci sono suoi)

Rimango sempre di sasso nel constatare quanto sono diffuse e radicate fallacie economiche già note e confutate da più di un secolo. È il caso, ad esempio, della cosiddetta fallacia della finestra rotta, spiegata da Frédéric Bastiat nel 1850:
Avete assistito alla rabbia del buon commerciante, James Goodfellow, quando il suo sbadato figlio ruppe un vetro? Se siete stati presenti ad una tal scena, potrete sicuramente testimoniare che ogni spettatore, dei trenta presenti, apparentemente di comune accordo, offriva allo sfortunato commerciante questa consolazione: "È un vento cattivo quello che non porta benefici a nessuno. Ognuno deve vivere e che cosa sarebbe dei vetrai se i vetri non si rompessero mai?"

Ora, questa consolazione contiene un'intera teoria, che sarà bene spiegare in questo caso semplice, dato che è precisamente la stessa che regola infelicemente la maggioranza delle nostre istituzioni economiche.

Supponiamo che riparare i danni costi sei franchi, quindi l'incidente porta sei franchi agli affari del vetraio - aumenta il suo fatturato di sei franchi - ve lo assicuro; non ho niente in contrario, il ragionamento è giusto. Il vetraio viene, fa il suo lavoro, riceve i suoi sei franchi, si frega le mani e, in cuor suo, benedice il ragazzino. Tutto questo è quello che si vede.

Ma se, d'altra parte, giungete alla conclusione, come è troppo spesso il caso, che è una buona cosa rompere le finestre, che induce i soldi a circolare e che l'incoraggiamento del commercio sarà generalmente il risultato di ciò, mi obbligherete ad esclamare, "Fermi lì! La vostra teoria è limitata a ciò che si vede; non tiene conto di ciò che non si vede."

Non si vede che, poiché il nostro commerciante ha speso sei franchi per una cosa, non può spenderli per altro. Non si vede che se non avesse avuto una finestra da riparare, forse avrebbe sostituito le sue vecchie scarpe, o aggiunto un altro libro alla sua biblioteca. In breve, avrebbe impiegato i suoi sei franchi in qualche modo, che questo incidente ha impedito.
In sostanza, l'arguta storiella dimostra che spostare risorse da una parte all'altra non produce ricchezza, tanto più se tale spostamento è causato da una precedente distruzione. Questa elementare constatazione è sufficiente a smontare l'idea keynesiana e statalista della creazione di ricchezza per mezzo della spesa pubblica, secondo la quale l'impegnare la gente a scavare buche per poi riempirle darebbe il via ad un circolo virtuoso in grado di arricchire la società nel suo insieme: in realtà tale “ricchezza” non è che un'illusione ottica permessa dal fatto che non vediamo ciò che è stato sottratto.

Tale cecità selettiva è la stessa che permette di credere alla validità della ridistribuzione, e a questo proposito riporto un commento all'articolo di Lew Rockwell sull'elezione di Obama da me recentemente tradotto e riportato su questo forum:
Purtroppo il problema è proprio questo: la collaborazione economica fra tutti i soggetti RICHIEDE la redistribuzione della ricchezza.
Che collaborazione è se la gente comune continua ad impoverirsi ed i ricchi ad arricchirsi (come stà avvenendo ora?)

Non consideriamola solo da un punto di vista "etico", se mi passi il termine, per cui anche i poveracci hanno il diritto di vivere una vita degna.
Consideriamola anche solamente dal punto di vista puramente economico. Come dicevo prima, la nostra economia si basa sul fatto che la gente comune compri ciò che le aziende producono.

Ma se la gente comune viene licenziata e/o impoverita, che cosa compra? E se non compra più, a chi vendono le aziende?

E' per questo che tutte le grandi aziende automobilistiche hanno programmato fermi di una/due settimane dei loro impianti. Non c'è più nessuno che gli compra le auto.

Per come la vedo io, redistribuzione e collaborazione non sono due opposti ma due sinonimi.
Qui in realtà di fallacie ve ne sono più d'una. La prima, è l'etica riferita al diritto dei poveracci di vivere una vita degna: primo, manca una definizione di “poveracci” – e nel caso, i poveracci sono tali per sempre? Cosa impedisce loro di emendarsi dalla loro condizione? – secondo, manca la definizione di vita “degna” – dove posizioniamo l'asticella? basta avere una tazza di riso al giorno, o è necessaria almeno una tv al plasma? – e terzo, è fuori luogo parlare di etica se si giustifica l'esproprio, anche se per uno scopo “giusto.” Infatti, qualsiasi ladro ha sempre in mente un “giusto scopo” nel momento in cui ruba, dal momento che lo ritiene necessario per sopravvivere e, magari, per sollevarsi dalla propria condizione di “poveraccio.”

Ma la fallacia più evidente, come dovrebbe essere palese, è quella spiegata da Bastiat: spostare semplicemente la ricchezza non ne produce di nuova, anzi, con ogni probabilità ne ridurrà il volume complessivo. Se i consumatori non acquistano determinati beni è semplicemente perché questi sono, nella loro scala di priorità, più in basso di altri: nel libero mercato, questo fatto provoca sempre uno spostamento degli investimenti dai settori produttivi caratterizzati da domanda calante verso i settori in cui la domanda è in aumento.

In pratica, se la domanda di automobili è in calo, com'è in questo momento, è perché i consumatori danno priorità ad altri beni di consumo. La soluzione logica è sempre offerta dal mercato: gli investimenti nel settore automobilistico diminuirebbero a favore di un aumento nei settori in cui la domanda cresce, permettendo così di soddisfarla meglio e a prezzi più convenienti.

La soluzione statalista – appena prospettata anche dal neo eletto presidente USA – è di sovvenzionare l'industria automobilistica, ovvero sottrarre denaro ai consumatori – che così avranno maggiori difficoltà a soddisfare quei bisogni che considerano prioritari rispetto all'acquisto di una macchina nuova – e ai settori produttivi che vedono una domanda in crescita, rendendo la sua soddisfazione più difficile e costosa. Come scrive l'economista Percy L. Greaves,
Quando il governo raccoglie fondi di spesa prendendo in prestito il risparmio o tassando i suoi cittadini, trasferisce soltanto il potere d'acquisto dai proprietari privati ai politici al potere. Questo non genera nuova ricchezza. Riduce la quantità di denaro che i privati cittadini possono spendere mentre aumenta quella del governo. Con meno soldi nei loro conti bancari e nelle loro tasche, gli individui privati e le società devono ridurre gli importi che spendono o che investono. Assumendo che i prezzi e gli stipendi rimangano gli stessi, devono comprare meno beni ed occupare meno operai nella produzione di ciò che la gente chiede maggiormente.
In questo modo si impedisce anche ai settori in cui la domanda è alta di assorbire forza lavoro, dirottandola nei settori in cui è in calo: ma proprio per questo gli eventuali posti di lavoro che si verrebbero a creare sarebbero comunque destinati a dissolversi nel momento in cui l'offerta eccessiva di beni non richiesti incontrerebbe nel mercato una domanda inesistente, e in ogni caso si tratterebbe di posti lavoro sottratti ai settori in cui la domanda è costante o in crescita, dove quindi sarebbero più stabili.

In conclusione, laddove l'errore di calcolo del singolo imprenditore avrebbe una ricaduta limitata al suo campo d'azione, che potrebbe essere compensata dagli imprenditori il cui calcolo è stato più accurato, le conseguenze dell'intervento dello stato – sempre errato perché slegato dalla legge della domanda e dell'offerta – ricadono sull'intera economia, premiando oltretutto quegli imprenditori che hanno peggio operato a scapito di chi meglio è venuto incontro ai bisogni dei consumatori.

Friday, November 7, 2008

Ron Paul on the Alex Jones Show

“A world central bank, worldwide regulation and world control of the whole system, of all the commodities and all the natural resources, what else can you call it other than world government?”



(2a parte)

Thursday, November 6, 2008

Barriere abbattute?

Il cambiamento promosso e promesso da Obama non è una novità, ma solo l'ultima declinazione della vecchia visione marxista della società: una visione che vede gli uomini sempre in conflitto tra loro, e lo stato come risolutore del conflitto in favore dell'oppresso di turno, in una rivoluzione perenne.

Una visione che non tiene conto, però, di tutti i casi in cui questo conflitto non esiste, che ciascuno di noi sperimenta quotidianamente nella sua vita. Sono i casi in cui gli uomini si accordano, collaborano, si uniscono e si aiutano spontaneamente con reciproco profitto.

È la società di cui tratta Rockwell in questo articolo.
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Di Llewellyn H. Rockwell, junior


Fra coloro che si lamentano per i risultati delle elezioni, si deve chiedere ai sostenitori della libertà: date le opzioni, quale sarebbe stato un buon risultato? Abbiamo vissuto otto anni di quella che si potrebbe considerare la peggiore erosione della libertà umana provocata da un esecutivo nella storia americana al di fuori di una guerra mondiale o civile e questo è vero per quanto riguarda sia la politica interna che la politica estera.

Una vittoria di McCain sarebbe stata percepita nel paese ed all'estero come una ratifica degli otto anni passati ed è difficile immaginare un corso degli eventi peggiore. La vittoria di Obama simbolizza un meritato ripudio di questa orrenda esperienza.

Naturalmente, la vittoria di Obama ha una sua propria inerzia, anch'essa molto pericolosa. Il messaggio principale è incentrato sulla razza. Tutti i titoli hanno proclamato che una barriera razziale era stata abbattuta. Farsi sfuggire il sottotesto è impossibile: fino ad oggi l'America è stata un paese irrimediabilmente razzista che poneva barriere alle persone di colore.

Ma perché mai dovrebbe essere la politica il campione per ciò che costituisce una barriera o una barriera abbattuta? La capacità degli individui di un gruppo di attraversare le acque oscure e perfide delle politiche elettorali non ha necessariamente un collegamento alla condizione del gruppo nel suo complesso.

Un indice molto migliore riguardo alla condizione di un qualsiasi gruppo – razziale, religioso, sessuale, o altro –– è al contrario il commercio, che è il vero motore della società. E qui vediamo che non ci sono tali barriere in atto. Dobbiamo soltanto osservare la condizione delle aziende di proprietà di neri per vedere che sono più di un milione negli Stati Uniti, generando un reddito di circa 89 miliardi di dollari l'anno, che è più del PIL di 140 paesi nel mondo, e che crescono (secondo la maggior parte dei dati recenti) ad un passo più veloce di tutte le altre aziende.

Tragicamente, Obama non sembra dell'idea che espandere questa tendenza sia la strada giusta. Per lui, la risposta è la fallita politica della ridistribuzione, una via che può solo esacerbare le tensioni razziali. Lungi dall'essere una forza curativa nella vita americana, il suo successo nel prendere da un gruppo per dare ad un altro aumenterà soltanto il conflitto.

Conflitto è la parola critica, dato che la visione conflittuale della società è ciò che sta dietro, in realtà, agli isterici proclami che il vero contributo di Obama sia di aver abbattuto delle barriere. Per capire questa visione, dobbiamo esaminare la filosofia sociale implicita sostenuta da coloro che scrivono i titoli e danno il taglio politico sugli eventi importanti.

Difettando di qualunque genere di seria formazione in economia o filosofia politica liberale, questa gente assume un metodo marxista morbido all'osservazione sociale, convinta che importanti passi avanti nascano dai grandi disaccordi fra gruppi intrinsecamente antagonisti.

Guardate indietro nella storia e provate a capire come i marxisti interpretarono la Rivoluzione Industriale e tutti i successivi passi avanti nello sviluppo economico. C'erano sempre più persone che traevano giovamento dagli scambi e dagli investimenti economici ed i livelli di vita della classe lavoratrice aumentavano anno dopo anno, mentre la popolazione viveva più lungo e meglio. Ma i marxisti si rifiutarono di vederlo o di capirne il significato. Tutto ciò che potevano vedere veniva dalla loro struttura mentale fissa che presupponeva un conflitto fra capitale e lavoro. Tutti i guadagni di uno venivano a scapito dell'altro. Se c'erano ricchi capitalisti che vivevano nel lusso poteva essere soltanto perché avevano sottratto il surplus di valore dalla forza lavoro. L'unica via era far girare la ruota: espropriare gli espropriatori.

Ora, questo antiquato atteggiamento mentale oggi non è molto in vista, ma altre versioni della visione conflittuale della società sono tutt'intorno a noi. C'è la visione che il rapporto fra uomini e donne sia inerentemente antagonistico e che l'unico modo di capovolgerlo e di spingere avanti la storia è di disarcionare il gruppo economicamente dominante e di esaltare con l'intervento statale il gruppo economicamente più debole (nel caso vi stiate domandando quale sia l'uno è quale l'altro, la convenzione asserisce che il gruppo sfruttato sono le donne).

Così è con la religione. La visione conflittuale afferma che soltanto una corrente dottrinale può occupare il posto di comando, e così ogni progresso dei gruppi più in basso nella scala della fede dipende dal privare altri gruppi del potere. I gruppi secolari possono mantenere questa visione, credendo che la religione debba essere spazzata via dalla terra, ed allo stesso modo i gruppi religiosi credono che il laicismo debba essere distrutto.

Potete scorrere la lista: età, abilità, livello di formazione, classe, regione: è davvero infinito il numero delle direzioni in cui potete trovare questa visione conflittuale della società. Una di queste è la razza, e questa c'è da molto tempo ed ha le sue radici in America nel vero sfruttamento rappresentato dalla schiavitù fisica reale. Ma nell'ambito della visione conflittuale, una forma di schiavitù persiste in tutti i rapporti fra bianchi e neri. Vedono soltanto lo sfruttamento e l'antagonismo mentre ignorano ogni prova contraria. Il percorso dell'emancipazione per i neri, in questa visione, si ottiene soltanto con la presa del potere e della ricchezza dei bianchi, ed il modo più sicuro per farlo è di rinforzare lo stato.

Questi sono i presupposti di fondo dietro gran parte della celebrazione dei media della vittoria di Obama. Proviene dalla convinzione che “la ruota deve girare” – il forte deve essere reso debole ed il debole forte – così che la storia possa progredire sul suo percorso verso qualche immaginato ideale sociale. Di nuovo, le prove di progressi in conflitto con questa agenda sono regolarmente ignorate, ed è per questo che non sentite parlare spesso delle associazioni pacifiche, produttive, commerciali fra neri e bianchi a tutti i livelli di società.

Ecco perchè sentiamo parlare di “abbattere le barriere” piuttosto che di incoraggiare le opportunità, di politiche piuttosto che di libertà, di potere piuttosto che di attività imprenditoriale. Perché per i media che scrivono su tutto ciò, è l'unico modello intellettuale che hanno in mente. La visione conflittuale della società è stata insegnata loro negli istituti universitari ed è rinforzata giornalmente dalla stampa. Inoltre, a meno che abbiate un certo chiaro filtro nella mente, sembra che tale visione sia sostenuta da un'abbondanza di prove, dato che la crescita dello stato ha effettivamente creato dell'antagonismo sociale dove non dovrebbe esisterne affatto.

Il posto di lavoro è un buon esempio. Il campo minato legale che ha sostituito il libero contratto ha aumentato le tensioni. Così ugualmente con lo stato sociale discriminatorio. Crea l'impressione che qualcuno saccheggi qualcun altro e ne tragga vantaggio.

Qual è l'alternativa alla visione conflittuale? È la vecchia visione liberale di come funzioni l'ordine sociale. C'è un'armonia di interessi nella società in cui la gente coopera e scambia senza l'intervento di uno stato leviatano che tutto controlli. La società contiene al suo interno la capacità di autogestirsi. Un altro modo di spiegare questa visione è che la società libera funziona. Tristemente, questa visione non è considerata né dalla destra, né dalla sinistra nella nostra cultura politica.

Se c'è del vero nella visione conflittuale della società, riguarda la vera questione: che lo stato sempre e ovunque esiste in un rapporto antagonista al resto della società. Per questo motivo, il vero liberale potrebbe scoprirsi a detestare l'amministrazione di Obama tanto quanto quella di Bush. Come ho già detto molte volte, il problema vero non è la persona; è l'istituzione.

Wednesday, November 5, 2008

Amabo



“At this moment the entire group of people broke into a deep, slow, rhythmic chant of 'B-B! .... B-B! .... B-B!'—over and over again, very slowly, with a long pause between the first 'B' and the second—a heavy murmurous sound, somehow curiously savage, in the background of which one seemed to hear the stamps of naked feet and the throbbing of tom-toms. For perhaps as much as thirty seconds they kept it up. It was a refrain that was often heard in moments of overwhelming emotion. Partly it was a sort of hymn to the wisdom and majesty of Big Brother, but still more it was an act of self-hypnosis, a deliberate drowning of consciousness by means of rhythmic noise.”
(George Orwell, Nineteen Eighty-Four)

I culti della personalità caratterizzano di norma gli stati totalitari o le nazioni che hanno sperimentato di recente una rivoluzione. La reputazione di un singolo capo, spesso caratterizzato come "liberatore" o "salvatore" del popolo, eleva questi a un livello quasi divino. Le immagini del capo appaiono ovunque, così come statue e altri monumenti innalzati alla grandezza e alla saggezza del capo. Slogan del capo ricoprono enormi cartelloni, e libri contenenti i discorsi e gli scritti del capo riempiono le biblioteche e le librerie. Il livello di adulazione può raggiungere vette che appaiono assurde agli estranei. Ad esempio, durante la Rivoluzione culturale cinese, tutte le pubblicazioni, comprese quelle scientifiche, avevano una citazione di Mao Zedong, e tutte le citazioni di Mao apparivano in grassetto e in rosso.

I culti della personalità mirano a far apparire il capo e lo stato come sinonimi, così che diventi impossibile comprendere l'esistenza dell'uno senza l'altro. Aiuta inoltre a giustificare le regole spesso dure della dittatura, e a propagandare nei cittadini la visione che il capo opera come un governante giusto e buono. In aggiunta, i culti della personalità spesso sorgono dallo sforzo di reprimere l'opposizione interna a una elite dominante. Sia Mao Zedong che Josif Stalin usarono il loro culto della personalità per schiantare i loro oppositori politici.

Il virus dell'immoralità

Salvare le banche dal fallimento è di fatto una ricompensa per il loro comportamento irresponsabile, ed un incentivo a continuare sulla stessa strada, nella certezza che alla prossima crisi lo stato correrà di nuovo in soccorso con i soldi dei contribuenti.

Questa è in breve la sostanza di ciò che in economia viene chiamato azzardo morale, e la cosa più preoccupante è che, come un virus, esso infetta tutti i campi della vita sociale in cui lo stato interviene.

Vale a dire, in tutti.
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L'azzardo morale della regolamentazione

Di Ron Paul


Da quando la legge salvabanche è stata approvata, mi sono spesso irritato sentendo degli “esperti” incolpare scorrettamente il mercato libero dei nostri recenti problemi economici e richiedere più regolamentazione. In realtà, un'ulteriore regolamentazione può solo peggiorare le cose.

È importante capire che i regolatori non sono onniscienti. Non è concepibile per loro prevedere ogni possibile cosa che potrebbe funzionare male nell'industria o attività che stanno regolamentando. Quando formulano le regole stanno solo congetturando. È spesso difficile per i regolati capire le molte complesse regole che ci si attende che seguano. Le ricche corporazioni impiegano avvocati che possono scoprire una miriade di scappatoie da sfruttare per rendere lo spirito delle regolazioni nullo e privo d'effetto. Per questo motivo, la pesante regolamentazione favorisce le grandi aziende contro quelle piccole imprese che non possono permettersi costosi avvocati.

L'altro problema è la fiducia che la gente ripone ciecamente nella regolamentazione e l'azzardo morale che questo genera. Troppe persone si fidano dei regolatori del governo in modo così totale da abdicare il proprio buonsenso a questi burocrati governativi. Credono che se qualcosa non viola la legge, dev'essere sicuro. Quanti raggiri usano “è perfettamente legale” come selling point ipnotico, per attirare gli ingenui? Molte persone non hanno compreso che razza di castello di carte finanziario sono i derivati, ma poiché erano legali e promettevano un grande ritorno, vi hanno investito. Ed è lo stesso in qualsiasi aerea in cui il governo svolga un ruolo importante. Molti credono che solo perché i loro bambini ottengono voti alti in una scuola pubblica, stanno avendo una buona educazione. Dopo tutto, stanno superando la prova del nove garantita dal governo. Ma questo non garantisce l'eccellenza dell'educazione. Neppure è sempre vero che un bambino che non ottiene buoni voti a scuola non avrà successo nella vita. La vostra acqua potabile è sicura, solo perché il governo lo dice? Internet diventerà magicamente più sicuro per i vostri bambini se il governo approva delle regolamentazioni? Ammonirei ogni genitore a non credere che sia così. Niente dovrebbe sostituirsi al vostro buonsenso ed alla vostra doverosa diligenza.

Questi principi spiegano perché il mercato libero funziona così tanto meglio di un'economia pianificata centralmente. Con la pianificazione centrale, tutto si sposta dal proprio personale giudizio circa la sicurezza, la saggezza ed i benefici relativi di un comportamento, alla discrezione dei burocrati governativi. La domanda allora diventa “cosa posso guadagnarci,” e ci saranno sempre vantaggi per coloro che possono permettersi gli avvocati per trovare delle scappatoie. Il risultato allora è che il cattivo comportamento, che fallirebbe rapidamente nel libero mercato, viene invece promosso, protetto e perpetuato, mentre talvolta il comportarsi bene è effettivamente scoraggiato.

La regolamentazione può in effetti avvantaggiare le grandi aziende e l'avidità corporativa, mentre allo stesso tempo uccide le piccole imprese che sono la spina dorsale della nostra economia ora in fallimento. Ecco perché mi irrita così tanto ogni volta che qualcuno afferma che la regolamentazione può risolvere la crisi in cui siamo. Piuttosto, la potrà soltanto esacerbare.

Tuesday, November 4, 2008

La prospettiva femminista

“La chiave di ogni uomo è il suo pensiero. Benché egli possa apparire saldo e autonomo, ha un criterio cui obbedisce, che è l'idea in base alla quale classifica tutte le cose. Può essere cambiato solo mostrandogli una nuova idea che sovrasti la sua.”
Orsù, seguite con attenzione, è l'ora di ingegneria sociale. Prima lezione: creazione e diffusione del meme.




(Antifeminist)

In morte dell'istruzione

Continua ad “infuriare” la protesta stagionale di studenti ed insegnanti, e continuo a non aver nemmeno la voglia, se pur trovassi la forza, di commentare tali eventi. Sono probabilmente solo gli ultimi spasmi prima del prossimo, definitivo decesso della d/istruzione pubblica, una situazione penosa che sarebbe giusto terminare in fretta con il classico e pietoso colpo di grazia. Preferisco quindi offrire un contributo più costruttivo rispetto alla mera cronaca morbosa di questa lenta agonia, con questo piccolo ma significativo brano del romanzo La macchia umana di Philip Roth, uno dei migliori scrittori contemporanei.

Perché, anche se pare ormai che tutti se ne siano dimenticati, la cultura, le idee, i pensieri, stanno nei libri, e per educarsi, in assenza di altre strutture adeguate, rimane comunque un sistema vecchio ma efficace: aprirli, e leggerli.
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Di Philip Roth


Delphine Roux aveva frainteso le sue occhiate pensando, un po' melodrammaticamente (un peso morto per la sua sagacia, questo impulso, non soltanto di saltare alla melodrammatica conclusione, ma di cedere eroticamente al fascino del melodramma), che volesse solo legarle le mani dietro la schiena: quello che Coleman voleva, per ogni possibile motivo, era non averla tra i piedi. E così lui l'assunse. E così cominciarono subito a non andare affatto d'accordo.

E ora era lei che lo aveva convocato nel suo ufficio per interrogarlo. nel 1995, l'anno in cui aveva lasciato la sua carica per tornare all'insegnamento, a Coleman era parso che il fascino dell'avvolgente sciccheria della piccola e graziosa Delphine, con le sue monellesche allusioni a una sotterranea sensualità,insieme alle lusinghe della sua raffinatezza da normalienne (quella che Coleman descriveva come “la sua continua opera di autopompaggio”), avesse conquistato quasi tutti i più stupidi professori corteggiabili; e Delphine, che non aveva ancora trent'anni (ma che forse mirava alla carica che era stata di Coleman), aveva ottenuto la direzione del piccolo dipartimento che una dozzina di anni prima aveva assorbito, insieme agli altri dipartimenti di lingua, il vecchio dipartimento di lettere classiche dove Coleman aveva iniziato la propria carriera di docente. Nel nuovo dipartimento di lingue e letteratura c'erano undici professori, uno di russo, uno di italiano, uno di spagnolo, uno di tedesco, c'erano Delphine per il francese e Coleman Silk per i classici, e c'erano cinque aggiunti oberati di lavoro,assistenti alle prime armi come pure qualche straniero del posto, che tenevano i corsi elementari.

– Il fraintendimento di queste due tragedie da parte della signorina Mitnick, – stava dicendole Coleman, – si basa su preoccupazioni ideologiche così anguste e limitate che non si presta ad alcuna correzione.
– Lei dunque non smentisce ciò che dice la ragazza: che non ha cercato di aiutarla.
– Una studentessa che mi dice che io le rivolgo la parola in una lingua “sessista” ha scarsissime probabilità di poter essere aiutata da me.
– Allora, – disse con dolcezza Delphine, – c'è un problema, no?
Coleman rise, spontaneamente e con intenzione. – Sì? L'inglese che parlo io manca forse delle sottigliezze indispensabili per uno spirito raffinato come quello della signorina Mitnick?
– Coleman, lei è stato assente dall'aula per moltissimo tempo.
– E lei non ne è mai uscita. Mia cara, –disse lui volutamente, e con un sorriso volutamente irritante, – io ho letto e ho meditato su queste tragedie per tutta la vita.
– Mai, però, dalla prospettiva femminista di Elena.
– E mai dalla prospettiva ebraica di Mosè. Mai, neppure, dalla prospettiva, oggi molto in voga, nietzscheana sulla prospettiva.
– Coleman Silk, unico sul pianeta, non ha altra prospettiva che la prospettiva letteraria totalmente disinteressata.
– Quasi senza eccezione, mia cara, – (ancora? Perché no?) – i nostri studenti sono di un'ignoranza abissale. Sono stati educati incredibilmente male. La loro vita è un deserto intellettuale. Vengono qui senza sapere nulla e se ne vanno, per la maggior parte, senza sapere nulla. Meno di tutto sanno, quando mettono il naso nell'aula dove tengo lezione, come leggere la tragedia classica. Insegnare ad Athena, specie negli anni novanta, insegnare a quella che è di gran lunga la generazione più ottusa nella storia americana, è lo stesso che venire su per Broadway, a Manhattan, parlando da soli, con la differenza che le diciotto persone che ti sentono parlare da solo per la strada sono tutte lì, nell'aula. Non sanno, cioè, voglio dire... niente. Dopo essermi occupato per quasi quarant'anni di studenti come questi – e la signorina Mitnick è un caso tipico – posso dirle che la prospettiva femminista su Euripide è l'ultima cosa di cui hanno bisogno. Fornire alle più ingenue delle lettrici una prospettiva femminista su Euripide è uno dei modi migliori che si potrebbero ideare per farle smettere di pensare prima che abbiano avuto anche solo un'occasione di cominciare a demolire uno solo dei loro stupidi “come dire.” Stento a credere che una donna istruita come lei, con una preparazione accademica francese come la sua, creda che esista una prospettiva femminista su Euripide che non sia una semplice idiozia. Lei è stata veramente edificata in così breve tempo, o questo è solo antiquato carrierismo che oggi affonda le sue radici nella paura delle sue colleghe femministe? Perché se si tratta di semplice carrierismo, per me va benissimo. È umano e lo capisco. Ma se si tratta di un impegno intellettuale nei riguardi di questa idiozia, allora devo dire che sono perplesso, perché lei non è un'idiota. Perché lei la sa lunga. Perché in Francia, di sicuro, nessun professore uscito dall'Ècole Normale si sognerebbe di prendere sul serio queste cose. O no? Leggere due tragedie come Ippolito e Alcesti, seguire una settimana di discussioni in aula per ciascuna, e non avere niente da dire su nessuna delle due all'infuori del fatto che sono “degradanti per le donne” non è una “prospettiva,” per l'amor di Dio... è sciacquarsi la bocca con le parole. È l'ultimo colluttorio lanciato sul mercato.

Monday, November 3, 2008

Golpe, dollari e banane

Lo stato è un'organizzazione criminale: estorce denaro alle sue vittime e – fatta salva una percentuale investita in “servizi” di scarsa qualità che servono da “vetrina” – lo utilizza per operazioni criminose da cui gruppi selezionati di persone riescono ad ottenere lauti profitti. È normale quindi che chi si trova più vicino alla cupola dove le decisioni vengono prese abbia la possibilità di trarne profitto. E non è detto che si tratti solo di membri o associati della cupola: talvolta, chissà anche qualche “mistress” d'alto bordo, o qualche cognato o cugino riesce a fare il colpo.

Com'è successo nei casi raccontati in questo articolo, dove i vari golpe orditi dalla CIA si sono trasformati in ottime occasioni per sbancare il mercato azionario.
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Di Ray Fisman


Nel 1951, Jacobo Árbenz Gúzman diventò il secondo presidente democraticamente eletto del Guatemala. Gli autoritari predecessori di Árbenz erano stati molto graditi agli interessi commerciali americani, specialmente quelli della United Fruit Co. (ora Chiquita), che aveva comprato a basso costo titoli sulla terra dall'élite corrotta del Guatemala per il proprio impero della banana in continua espansione. Una volta eletto, il presidente Árbenz cercò di riprendersi tutto, nazionalizzando i beni guatemaltechi della UFC e ridistribuendoli ai poveri.

Ma la UFC aveva amici molto in alto – l'assistente del ministro per gli affari interamericani, John Moor Cabot, era fratello del presidente Thomas Cabot della UFC. Il ministro stesso, John Foster Dulles, aveva svolto compiti legali per la UFC e suo fratello Allen Dulles era direttore della CIA ed era membro del consiglio della UFC. Grazie alla Legge sulla Libertà di Informazione, ora sappiamo che il vari Cabot e Dulles tennero una serie di riunioni top-secret in cui decisero che Árbenz se ne doveva andare e finanziarono un golpe che allontanò Árbenz dalla presidenza nel 1954.

Con un burattino degli Stati Uniti di nuovo nel palazzo presidenziale, i profitti della UFC erano sicuri. Ma sembra che l'azienda non sia stata l'unico beneficiario di questa diplomazia mantello e coltello da Guerra Fredda: uno studio recente degli economisti Arindrajit Dube, Ethan Kaplan e Suresh Naidu sostiene che coloro che erano implicati nel processo di progettazione hanno inoltre tratto sostanziosi profitti. Seguendo i prezzi delle azioni della UFC e di altre ditte politicamente vulnerabili nei mesi che portano ai golpe organizzati dalla CIA in Guatemala, Cile, Cuba e Iran, i ricercatori forniscono le prove che qualcuno – forse uno dei Dulles, dei Cabot, o degli altri che sapevano – trattava azioni basandosi su informazioni segrete di questi golpe in nuce.

Questa rivelazione è un contributo al campo in veloce espansione dell'“economia legale,” che prova a capire il chi, il cosa, e il perché delle transazioni illecite. Poiché queste sono attività che avvengono di nascosto (quando sono fatte bene, almeno), i ricercatori sono costretti a cercare le impronte digitali lasciate nei dati da contrabbandieri, politici corrotti ed altri trasgressori.

Dube, Kaplan e Naidu esaminano come il mercato azionario ha reagito ad eventi di cui nessun trader di Wall Street avrebbe dovuto sapere niente: riunioni top-secret di congiure che ordivano colpi di stato nelle sedi della CIA e approvazioni presidenziali di invasioni organizzate dalla CIA. Questi eventi avrebbero aumentato i futuri profitti di aziende come la UFC – se il golpe della CIA in Guatemala fosse riuscito, per esempio, la UFC si sarebbe ripresa le sue piantagioni. Se i trader di azioni fossero stati informati del processo di progettazione del golpe, ci si dovrebbe attendere che avrebbero scommesso sul rialzo dei prezzi delle aziende coinvolte in previsione di questi più alti profitti. Queste riunioni ed autorizzazioni erano tuttavia tutte altamente segrete, e poiché non si può trattare sulla base di informazioni che non si hanno, il prezzo delle azioni della UFC non avrebbe dovuto muoversi fino a che il golpe non fosse realmente avvenuto ed il mondo degli investimenti non avesse saputo del cambio di regime.

A meno che, ovviamente, alcuni tra i Cabot, i Dulles, o altri insider stessero usando le loro informazioni privilegiate per trarre profitto personalmente dal futuro golpe. Per capire come l'insider trading avrebbe alzato il prezzo delle azioni di un'azienda, supponete che qualcuno interno alla progettazione – forse nella UFC o nello stesso State Department – avesse cominciato silenziosamente a comprare a basso costo le azioni UFC in previsione del balzo dei prezzi che sarebbe avvenuto dopo il golpe (o che avesse avvertito i suoi cugini trader così che lo facessero loro). Tutti questi acquisti pre-golpe avrebbero aumentato la domanda di azioni UFC, facendo alzare il loro prezzo ben prima che gli operatori della CIA avessero cominciato il loro lavoro per rovesciare il governo guatemalteco.

Tale commercio sulla base di informazioni riservate è illegale, e quando coinvolge dettagli altamente segreti su un futuro golpe della CIA, scivola verso il tradimento. Tuttavia i ricercatori hanno scoperto che i prezzi delle aziende influenzate dagli sforzi della CIA per rovesciare regimi – UFC in Guatemala, Anglo-Iranian (petrolio) in Iran, Anaconda (estrazione mineraria) in Cile e American Sugar a Cuba – erano saliti nelle settimane e nei mesi che precedettero i colpi di stato. (Gli autori limitano la loro analisi ai golpe per i quali hanno avuto accesso ai documenti di progettazione desecretati e dove aziende degli Stati Uniti avevano visto nazionalizzare dai regimi designati le loro proprietà.)

Ancora, questi guadagni erano concentrati in giorni che seguivano cruciali autorizzazioni o piani governativi per il colpo di stato (suggerendo che gli acquisti non erano semplicemente il risultato di giusta previsione circa un possibile golpe). Per esempio, nella settimana in cui il presidente Eisenhower diede l'approvazione completa all'operazione PBFortune per rovesciare Árbenz, il prezzo delle UFC salì del 3,8 per cento; e il mercato azionario, quella settimana, era piatto.

In tutto, le azioni delle aziende influenzate dai golpe salirono complessivamente del 10 per cento a seguito di autorizzazioni top-secret, sommergendo il guadagno del 3,5 per cento che arrivò nel periodo immediatamente successivo ai golpe. Se le informazioni non fossero filtrate nel mercato azionario con l'insider trading, l'intero impatto del golpe sarebbe apparso soltanto quando le invasioni pubbliche furono avvenute e le notizie del cambiamento di regime ebbero raggiunto infine il mondo degli investimenti. Purtroppo, ci sono limiti a ciò che questa indagine del mercato azionario può scoprire. Quando i ricercatori si sono messi in contatto con la Commissione delle Operazioni di Borsa per scoprire chi stava acquistando in quei giorni, hanno scoperto che ci sono limiti a quello che la Legge sulla Libertà di Informazione può ottenere. Così, non possiamo far risalire l'apparente insider trading a qualcuno in particolare.

C'è inoltre qualche prova, anche se sperimentale, che il mercato era molto bravo a prevedere il successo e il fallimento di un golpe – un'indicazione ulteriore che i trader che spingevano in alto il prezzo avevano conoscenza dettagliata dei piani segreti (e dei loro risultati previsti). L'invasione CIA di Cuba viene a ragione ricordata attualmente come il fiasco della Baia dei Porci, e chiunque fece insider trading in quella occasione sembrava sapere bene il fatto suo: l'aumento del prezzo delle azioni American Sugar nel periodo pre-invasione fu molto più basso dei guadagni su aziende influenzate dagli altri, riusciti golpe nella ricerca.

E cosa dice l'economia legale dell'amministrazione di Bush? I ricercatori hanno già valutato quanto vale per le aziende collegate ai repubblicani avere George W. Bush nella Casa Bianca esaminando quello che è accaduto ai prezzi delle azioni di aziende con ex legislatori repubblicani nei loro consigli d'amministrazione quando Al Gore rinunciò alla sua lotta per la presidenza il 13 dicembre 2000 (salirono; i prezzi delle società collegate ai democratici, invece, scesero).

Se e quando la storia dietro all'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti diventerà pubblica, i ricercatori certamente analizzeranno anche i prezzi delle azioni delle molte aziende che hanno tratto profitto da un Iraq occupato dagli Stati Uniti. E nessuna sarà esaminata più accuratamente del gigante Halliburton, il cui ex CEO Dick Cheney lasciò l'azienda per diventare vice presidente nel 2000 ed indubbiamente partecipò alla pianificazione dell'invasione (alcuni dicono che fu l'uomo chiave nella decisione di invadere). Nel periodo successivo all'invasione dell'Iraq, Halliburton ha ricevuto miliardi in contratti di ricostruzione senza concorso, aumentando i suoi profitti e conducendo alle accuse di corruzione.

Il prezzo delle azioni Halliburton balzò del 7,6 per cento il giorno in cui il Senato autorizzò l'uso della forza in Iraq, quindi gli investitori hanno anticipato chiaramente che la guerra sarebbe stata buona cosa per l'azienda. Hanno inoltre profittato gli insider dalla comunicazione preliminare di questi dolci affari futuri? I teorici della cospirazione senza dubbio saranno interessati a ciò che è accaduto alle azioni Halliburton nei giorni in cui le riunioni riservate hanno avuto luogo. Cheney stesso certamente non avrebbe potuto acquistare su informazioni riservate – il controllo sull'insider trading e sulle transazioni azionarie è oggi molto più sofisticato di quanto fosse negli anni 50. Ma forse altri nell'ufficio del vice presidente o alla Halliburton (o i loro cugini, o i cugini dei loro cugini) può essere che abbiano avuto l'occasione di fare qualche operazione sleale. In caso affermativo, potrebbero aver lasciato ai ricercatori delle tracce nei dati da seguire.