Sunday, December 23, 2007

Il Piano

C'è un male che che affligge l'umanità, che attraverso i secoli ne minaccia la sopravvivenza stessa, che impedisce la legittima ricerca della felicità a cui ogni uomo anela. Questo male, questo cancro, è il potere, ovvero la presunzione dell'uomo di elevarsi al di sopra della legge e del diritto, e di governare gli altri. È da tale presunzione che originano tutte le tragedie del genere umano, le ingiustizie, la schiavitù. Ed è un male così ostinato e subdolo da infettare anche le aspirazioni più pure dell'uomo, ed usarle a suo vantaggio.

Già nel 1850 un grande pensatore francese, Frédéric Bastiat, nel suo saggio
La Legge, ammoniva del pericolo che si nascondeva negli scritti di molti autori di quel periodo, che nel promuovere una società più giusta – come invocata dalle masse di oppressi – ponevano se stessi su un al di sopra della stessa: tutti avevano un Piano, e questo Piano doveva essere imposto al popolo per raggiungere l'agognata libertà. Era la nefasta presunzione dell'uomo che si crede Dio, e fa del suo Piano un culto.

Questo è un brano di quel suo libro magistrale, che potete trovare integralmente sul sito PanArchia.
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Di Frédéric Bastiat


Non è sorprendente che i secoli diciassettesimo e diciottesimo abbiano ritenuto il genere umano come una materia inerte in attesa, che riceve tutto, forma, immagine, stimoli, movimento e vita da un grande Principe, da un grande Legislatore, da un grande Genio. Questi secoli si nutrivano dello studio dell'Antichità, e l'Antichità ci offre in effetti dappertutto, in Egitto, in Persia, in Grecia, a Roma, lo spettacolo di alcuni uomini che manipolano a loro piacere l'umanità asservita attraverso la forza o l'inganno. Che cosa mostra ciò? Il fatto che, poiché l'essere umano e la società sono perfettibili, l'errore, l'ignoranza, il dispotismo, la schiavitù, la superstizione, devono accumularsi di più all'inizio dei tempi. Il torto degli scrittori che ho citato non è quello di aver constatato il fatto, ma di averlo proposto, come regola, all'ammirazione e all'imitazione delle generazioni future. Il loro torto è quello di avere ammesso, con una incredibile assenza di senso critico, e sulla base di una convenzione puerile, ciò che è inammissibile, vale a dire la grandezza, la dignità, la moralità e il benessere di queste società fittizie dell'antichità, di non aver compreso che il corso della storia produce e diffonde la luce della civiltà; che, mano a mano che la civiltà si diffonde, la forza passa dalla parte del Diritto, e la società riprende possesso di sé stessa.

E in effetti, qual è l'operato politico di cui noi siamo testimoni? Non è altro che lo sforzo istintivo di tutti i popoli verso la libertà. [*]

E cos'è la Libertà, questa parola che ha la potenza di far battere tutti i cuori e di agitare il mondo intero, che cos'è se non l'insieme di tutte le libertà, libertà di coscienza, d'insegnamento, d'associazione, di stampa, di movimento, di lavoro, di scambio; in altri termini, l'esercizio franco, per tutti, di tutte le facoltà che non nuocciono ad alcuno; in altre parole ancora, la distruzione di tutti i dispotismi, anche il dispotismo legale, e la riduzione della Legge al suo solo attributo razionale, che è di regolarizzare il Diritto individuale di legittima difesa o di reprimere l'ingiustizia.

Questa tendenza del genere umano, occorre convenirne, è accesamente ostacolata, in particolare nel nostro paese, dal funesto atteggiamento, frutto dell'insegnamento classico, - comune a tutti gli scrittori, di porsi al di fuori dell'umanità per modificarla, organizzarla e istruirla a modo loro. Infatti, mentre la società si agita per realizzare la Libertà, i grandi uomini che si pongono al suo comando, imbevuti dei principi del diciassettesimo e diciottesimo secolo, non pensano altro che a piegarla sotto il dispotismo filantropico delle loro trovate sociali e a farle portare docilmente, secondo l'espressione di Rousseau, il giogo della pubblica felicità, come essi l'hanno immaginata.

Lo si è visto bene nel 1789. Non era ancora stato distrutto del tutto l'apparato legale dell'Ancien Régime, che ci si è subito preoccupati di sottomettere la nuova società ad altre disposizioni artificiali, partendo sempre da questo punto fisso: l'onnipotenza della Legge.
Saint-Just. «Il Legislatore dispone dell'avvenire. Spetta a lui volere il bene. Spetta a lui rendere gli esseri umani ciò che egli vuole essi siano.»

Robespierre. «La funzione del governo è quella di dirigere le forze fisiche e morali della nazione verso i fini della sua istituzione.»

Billaud-Varennes. «Occorre ricreare il popolo che si vuole rendere libero. Poiché occorre distruggere antichi pregiudizi, cambiare antiche abitudini, perfezionare i sentimenti depravati, tenere a freno i bisogni superflui, estirpare vizi inveterati; occorre dunque una azione forte, un impulso veemente...
Cittadini, l'inflessibile austerità di Licurgo divenne a Sparta la base indistruttibile della Repubblica; il carattere debole e fiducioso di Solone ripiombò Atene nella schiavitù. In questo parallelismo sta tutta la scienza di governo.»

Lepelletier. «Considerando a qual punto il genere umano si è degradato, mi sono convinto della necessità di operare una rigenerazione totale e, se così mi posso esprimere, di creare un nuovo popolo.»
Lo si vede, gli individui non sono nient'altro che dei materiali grezzi. Non sta a loro di volere il bene; - essi ne sono incapaci, - spetta al Legislatore, secondo Saint-Just. Gli individui non sono altro che ciò che egli vuole essi siano.

Seguendo Robespierre, che copia letteralmente Rousseau, il Legislatore comincia con il determinare il fine istituzionale della nazione. A quel punto i governi non hanno altro da fare che dirigere verso quel fine tutte le forze fisiche e morali. La nazione stessa resta sempre passiva in tutto ciò, e Billaud-Varennes ci insegna che essa non deve avere che i pregiudizi, le abitudini, le simpatie e i bisogni che il Legislatore autorizza. Egli arriva a dire che l'inflessibile rigidità di un uomo è la base della repubblica.

Si è visto che, nel caso in cui il male è così grande che i magistrati ordinari non sono in grado di porre rimedio, Mably consigliava la dittatura per far fiorire la virtù. “Ricorrete, egli dice, a una magistratura straordinaria, in carica temporaneamente e con notevoli poteri. L'immaginazione del cittadino deve essere colpita.” Questo insegnamento non è andato perduto. Sentiamo Robespierre:
«La base del governo repubblicano è la virtù, e il suo strumento, in attesa che essa metta radici, è il terrore. Noi vogliamo sostituire, nel nostro paese, la morale all'egoismo, la probità all'onore, i principi agli usi, i doveri alle buone azioni, il dominio della ragione alla tirannia della moda, il disprezzo del vizio al disprezzo del malessere, la fierezza all'insolenza, la grandezza d'animo alla vanità, l'amore della gloria all'amore del denaro, le buone persone alla buona compagnia, il merito all'intrigo, la genialità allo spirito brillante, la verità allo scalpore, l'attrazione della felicità ai fastidi della voluttà, la grandezza dell'uomo alla piccolezza dei grandi, un popolo magnanime, potente, felice, a un popolo amabile, frivolo, miserabile, vale a dire tutte le virtù e tutti i miracoli della Repubblica a tutti i vizi e a tutto il ridicolo della monarchia.»
A quale alto livello al di sopra del resto dell'umanità si pone qui Robespierre!
E notate la circostanza nella quale egli parla, Egli non si limita ad esprimere il desiderio di un grande rinnovamento dell'animo umano, egli non si limita nemmeno al fatto che essa risulterà da una normale amministrazione. No, egli vuole realizzarlo lui stesso attraverso il terrore. Il discorso, da cui è estratto questo puerile e pesante ammasso di posizioni contrapposte, aveva per oggetto di esporre i principi morali che devono dirigere un governo rivoluzionario.
Notate che, quando Robespierre viene a chiedere la dittatura, non è soltanto per respingere lo straniero e combattere le fazioni; è per far prevalere attraverso il terrore, e innanzitutto a spese della Costituzione, i suoi propri principi morali. La sua pretesa non chiede niente di meno che di estirpare dal paese, attraverso il terrore, l'egoismo, l'onore, gli usi, le buone maniere, la moda, la vanità, il gusto del denaro, la buona compagnia, l'intrigo, lo spirito arguto, il desiderio e la miseria. Solamente dopo che lui, Robespierre, avrà compiuto questi miracoli - come li chiama a ragione - egli permetterà alle leggi di riprendere il loro corso. - Eh! miserabili, che vi credete così grandi, che giudicate l'umanità così piccola, che volete tutto riformare, riformate prima voi stessi, questo sarebbe già abbastanza.

Nonostante tutto, in generale, i signori Riformatori, Legislatori, e Pubblicisti non chiedono di esercitare sull'umanità un dispotismo immediato. No, essi sono troppo moderati e troppo filantropi per pretendere ciò. Essi non reclamano altro che il dispotismo, l'assolutismo, l'onnipotenza della Legge. Soltanto essi aspirano a fare la Legge.

Per mostrare come questa strana inclinazione degli spiriti sia stata universale, in Francia, avrei dovuto non solo ricopiare tutto Mably, tutto Raynal, tutto Rousseau, tutto Fénelon, e lunghi estratti di Bossuet e Montesquieu, dovrei anche riprodurre per intero il processo verbale delle riunioni della Convenzione. Ma me ne guarderò bene, e rinvio il lettore a prendere visione direttamente di quei documenti.

Si pensa certo che questa idea abbia attratto Bonaparte. Egli l'ha abbracciata con ardore e l'ha messa energicamente in pratica. Considerandosi alla maniera di un chimico, egli non vide nell'Europa che una materia grezza su cui effettuare esperimenti. Ma ben presto questa materia si è manifestata come un potente reagente. Una volta privo di quasi tutte le sue illusioni, Bonaparte, a Sant'Elena, sembrò riconoscere che vi è una qualche iniziativa nei popoli, e si mostrò meno ostile alla libertà. Questo non gli impedì tuttavia di lasciare come testamento questo insegnamento a suo figlio: “governare significa diffondere la moralità, l'istruzione e il benessere.”

È forse a questo punto necessario mostrare attraverso delle citazioni noiose e stucchevoli da dove provengono Morelly, Babeuf, Owen, Saint-Simon, Fourier? Io mi limiterò a presentare al lettore alcuni estratti del libro di Louis Blanc sull'organizzazione del lavoro.
«Nel nostro piano, la società riceva lo stimolo dal potere.» (Pagina 126).
In che consiste lo stimolo che il Potere dà alla società? Nell'imporre il piano di M. L. Blanc. D'altro lato, la società, è il genere umano. Dunque, in definitiva, il genere umano riceve lo stimolo da M. L. Blanc. Affari suoi, dirà qualcuno. Senza dubbio il genere umano è libero di seguire i consigli di chicchessia. Ma non è così che M. L. Blanc vede la cosa. Egli intende che il suo piano sia convertito in Legge, e di conseguenza imposto con la forza dal potere.
«Nel nostro progetto, lo Stato non fa che dare al lavoro un insieme di leggi (vi pare poco), in virtù delle quali il movimento industriale può e deve compiersi in tutta libertà. Esso (lo Stato) non fa altro che porre la libertà su di un piano inclinato (nient'altro) di modo che essa discenda, una volta che essa vi è stata posta, attraverso la forza delle cose e il decorso naturale del meccanismo stabilito.»
Ma qual è questo piano inclinato? - Quello indicata da M. L. Blanc. – Non conduce per caso verso il baratro? – No, esso porta alla felicità. – Come mai allora la società non si pone spontaneamente su questa via? - Il motivo è che essa non sa ciò che vuole ed ha bisogno di uno stimolo - Chi le darà questo stimolo? – Il potere. – E chi darà impulso al potere? - L'inventore del meccanismo, M. L. Blanc.
Non usciamo mai da questo ragionamento circolare: da una parte l'umanità passiva e dall'altra un grande uomo che la mobilita attraverso l'intervento della Legge. Una volta incamminata su questa strada, la società godrà forse almeno di qualche libertà? - Senza dubbio. - E di quale libertà si tratta?
«Diciamolo una volta per tutte: la libertà consiste non soltanto nel DIRITTO accordato, ma nel POTERE concesso all'individuo di esercitare e sviluppare le sue facoltà, sotto il dominio della giustizia e sotto la salvaguardia della legge.»
«E questa non è affatto una distinzione inutile: il significato è profondo, le sue conseguenze immense. Infatti, non appena si ammette che occorre all'individuo, per essere veramente libero, il POTERE di esercitare e di sviluppare le sue facoltà, ne risulta che la società deve a ciascuno dei suoi membri una istruzione appropriata, senza la quale lo spirito umano non può dispiegarsi, e gli strumenti di lavoro, senza i quali l'attività umana non può procedere. Ora, attraverso l'intervento di chi la società offrirà a ciascuno dei suoi membri l'istruzione appropriata e gli strumenti di lavoro necessari, se non attraverso l'intervento dello Stato?»
Così la libertà non è altro che il potere. - In che cosa consiste questo Potere? - Nel possedere l'istruzione e gli strumenti di lavoro. - Chi garantirà l'istruzione e gli strumenti di lavoro? - La società, è suo compito - Attraverso l'intervento di chi la società garantirà gli strumenti di lavoro a coloro che ne sono privi? - Attraverso l'intervento dello Stato - A chi li prenderà lo Stato? Spetta al lettore di trovare la risposta e di vedere dove conduce tutto ciò.

Uno dei fenomeni più strani del nostro tempo, e che stupirà probabilmente molti dei nostri nipoti, è il fatto che la dottrina che si basa su questa triplice ipotesi, l'inerzia radicale dell'umanità, l'onnipotenza della Legge, l'infallibilità del Legislatore, sia il simbolo sacro del partito che si proclama totalmente democratico. È vero che si professa anche sociale. In quanto democratico, ha una fede illimitata nell'umanità. In quanto sociale, la mette al di sotto della melma.

Quando si tratta di diritti politici, quando si tratta di far uscire dal suo seno il corpo legislativo, oh! allora, a suo avviso, il popolo possiede la scienza infusa; esso è dotato di un tatto ammirabile; la sua volontà è sempre nel giusto, la volontà generale non può fallire. Il suffragio non potrebbe essere abbastanza universale. Nessuno deve alla società alcuna garanzia. La volontà e la capacità di scegliere bene sono sempre date per scontate. Può forse il popolo sbagliarsi? Non siamo forse nel secolo dei lumi? Che cosa dunque! Deve essere il popolo eternamente sotto tutela? Non ha esso conquistato i suoi diritti attraverso parecchi sforzi e sacrifici? Non ha esso forse dato abbastanza prove della sua intelligenza e della sua saggezza? Non è giunto alla sua maturità? Non è forse nello stato di giudicare in maniera autonoma? Non conosce forse i suoi interessi? Vi è forse un uomo o una classe che osi rivendicare il diritto di sostituirsi al popolo, di decidere e di agire in sua vece? No, no, il popolo vuole essere libero, e sarà libero. Vuole dirigere i suoi propri affari, e li dirigerà.

Ma per il Legislatore, una volta terminati i comizi elettorali, oh! allora la musica cambia. La nazione rientra nella passività, nell'inerzia, nel nulla, e il Legislatore acquista l'onnipotenza. A lui spetta inventare, dirigere, stimolare, organizzare. L'umanità non ha che da lasciarsi fare; l'ora del dispotismo è suonata. E notate che la cosa è inevitabile; perché questo popolo, fino allora così illuminato, così dotato di moralità, così perfetto, non ha più alcuna inclinazione, o, se le ha, esse lo trascinano tutte verso il degrado.


[*] Perché un popolo sia felice, è indispensabile che gli individui che ne fanno parte siano previdenti, prudenti, e abbiano quella fiducia gli uni nei confronti degli altri, che nasce dalla sicurezza.
Ora, l'essere umano non può raggiungere queste cose se non attraverso l'esperienza. Egli diventa previdente quando ha sofferto per non aver previsto, prudente, quando la sua temerarietà è stata sovente punita, ecc.
Ne risulta che la libertà comincia sempre per essere accompagnata dai mali che derivano dall'uso sconsiderato che se ne fa.
Di fronte a questo spettacolo, vi sono sempre delle persone che chiedono che la libertà sia messa al bando.
"Che lo Stato, essi dicono, sia previdente e prudente per tutti quanti."
A questo riguardo, io mi domando:
1. È ciò possibile? Può nascere uno Stato dotato di esperienza da un popolo che ne è privo?
2. Ad ogni modo, ciò non significa forse soffocare l'esperienza al suo nascere?
Se il potere impone gli atti individuali, come potrà l'individuo imparare dalle conseguenze dei suoi atti? Sarà dunque per sempre sotto tutela?
E lo Stato avendo tutto comandato sarà responsabile di tutto.
Vi è in tutto ciò un focolaio di rivoluzioni, e di rivoluzioni senza sbocco, poiché esse saranno opera di un popolo al quale, impedendo l'esperienza, si vieta il progresso.
(Pensiero ripreso dai manoscritti dell'autore)

Saturday, December 22, 2007

Manuale delle Giovani Talpe

Perfettamente in linea con il post precedente, ecco il nuovo dispaccio da Laputa, che sarà anche l'ultimo per quest'anno: anche a Laputa si festeggia il Natale (non fatelo sapere a Foxman!), e l'inviato Giovanni Pesce spegnerà il trasmettitore telepatico per accendere le lucette dell'albero, e lascerà da parte i personaggi nell'ombra per dedicarsi a quelli più confortanti del presepe. Poco male, approfitteremo della pausa festiva per interiorizzare la sua strenna natalizia, un prezioso vademecum per il perfetto esploratore delle trame oscure.

Con il consueto augurio di un buon fine settimana, quindi, trasmetto a tutti i lettori del Gongoro anche gli auguri di buon Natale e felice anno nuovo da parte del nostro esperto di cospirazioni e di tutti gli ospiti del Centro di Igiene Mentale di Laputa.
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Di Giovanni Pesce


Ero affascinato dai manuali di una famosa casa specializzata sul come rendere semplice qualunque problema tecnico: nella loro collana trovavo Il manuale dell’ingegnere e quello del geometra; ora, specializzatomi nel digging complottistico, mi piacerebbe scrivere qualche capitolo del Manuale delle Giovani Talpe, alla guisa del Manuale delle Giovani Marmotte.

Dato che l’azione di un complotto è basicamente teatrale, pensiamo che un approccio basato sul gioco dei personaggi possa tornare utile.

Il role-playing è la base della recitazione, e come l’italiana commedia dell’arte ha fornito un set di stereotipi legati a particolari nomi, così con i nomi standard possiamo identificare i ruoli base.


I Ruoli Base

L’attore generico Front-man che svolge l’azione in italiano/latino è il Tizio mentre in inglese/americano è il Guy in ricordo di Guy Fawks “Gunpowder” della congiura cattolica del 5 Novembre 1605.

Normalmente chiamato Patsie o Patsy, è il colpevole da presentare al mainstream mediatico; questa figura partecipa volontariamente all’azione con uno scopo mentre il regista ha deciso per lui una ben diversa soluzione finale.
Il termine inglese Patsie dovrebbe derivare dal nome fiorentino “Famiglia de' Pazzi” i cui componenti legati al Vaticano, tentarono di rovesciare il dominio della Famglia Medici; ma, alla fine i Pazzi (pronuncia “pat'si”), furono giustiziati senza tanti problemi esattamente come Guy Fawkes.
Altre teorie fanno riferimento ad un “Patsy Bolivar” personaggio stereotipato delle commedie di Broadway, colpevole di qualunque fatto negativo.

La tecnica dello Scapegoat o Capro Espiatorio è tipica delle popolazioni mediterranee, che preferivano utilizzare un capro da uccidere in onore degli dei piuttosto che un essere umano con un certo risparmio di fatica; favole paesane e scritture sacre sono piene di capri espiatori.

I Moles sono invece gli agenti che, diversamente dalla spettacolarità dei patsie, agiscono silenziosamente all’interno di un’organizzazione complessa di cui sono parte essenziale, conducendo una vita sotterranea come la talpa (non fatevi fuorviare dalla traduzione in italiano di talpa = scavatore).

I Whistleblowers sono invece quelle persone che informate sui fatti a causa del proprio lavoro, utilizzano il fischietto per invitare il malfattore a fermarsi ed a richiamare in quei momenti l’attenzione pubblica sul fatto. Il nome deriva dall’azione dei Bobbies inglesi che al momento dell’arresto di un malfattore dovevano fischiare utilizzando il fischietto di servizio.

Il Manchurian Candidate è l’agente che, mentalmente programmato, viene destinato a compiere platealmente l’azione (va', uccidi e fatti arrestare). La caratteristica principale di questo personaggio è la spendibilità della sua vita.

Agenti provocatori, spie, informatori sono personaggi di seconda scelta con compiti limitati; ad esempio i provocatori servono solo ad infiammare gli animi ed i sentimenti popolari al momento opportuno per l’azione da svolgere; la reazione popolare sarà poi convogliata verso un determinato obiettivo (azione-reazione-soluzione).


Le azioni

I False Flag Trick sono quelle azioni dove un’azione criminosa viene commessa utilizzando un’altra bandiera, solitamente quella del nemico, per poter addossare a lui le colpe.

Le Red Herring (aringa rossa) sono quelle azioni che tentano di sviare i cercatori della verità; i fuggiaschi utilizzavano un odore molto forte come quello dell’aringa rossa affumicata per sviare il fiuto dei migliori segugi che davano loro la caccia.

Con il nome Millefoglie si intende quella tecnica dove mille foglie semivere nascondono la parte centrale della torta; similmente tra i ragionieri esisteva un metodo che imponeva di creare un bilancio da consegnare, un altro semifinto da lasciare in un cassetto semisegreto da lasciar scoprire per eventuali ispezioni, ed un bilancio vero da tutelare sempre.


Copertura mediatica

I Gatekeeper sono dei disinformatori professionisti conosciuti come l’Esperto, il Mass-mediologo, il Comunicatore Ufficiale, il Componente la Commissione d’Indagine e l’Utile Idiota; personaggi veramente squallidi che, per sete di potere, hanno accettato di porre un limite alla verità da divulgare.

Fino all’800, erano accettati anche scrittori di romanzi; ora dopo l’avvento della multimedialità i registi di Hollywood sono i più gettonati.

Una tecnica particolare di nascondere la verità consiste nell’esposizione plateale della verità stessa “In Plane Sight”, magari facendola presentare da un personaggio poco noto, quindi poco credibile ovvero poco visibile.


Il Copione (the Plan)

E’ la parte essenziale della congiura: quella che miscela i ruoli da svolgere con i tempi ed i cambi di scena.

E’ tutto ammesso; agenti doppi che vengono promossi tripli agenti, Falsi Whistleblowers etc etc.. chi più vuole più ne metta; la parola d’ordine è : “We Play Games”.

Cercare di ricostruire il copione è un’arte che richiede tanto tempo, talmente tanto che quando ci si riesce a giungere ad un risultato dignitoso, è passata tanta acqua sotto i ponti che non c’è alcun effetto pratico.

Ma volete mettere la soddisfazione?

“ME, HAPPINESS, ENEMY”

The Parallax View (Perché un assassinio, 1974) di Alan J. Pakula è uno dei migliori tra i tanti film del genere cospirazionista che vennero girati negli anni '70. È un film inquietante, dall'atmosfera cupa e coinvolgente, che ci costringe a riflettere sull'influenzabilità della nostra percezione della realtà, e sulla possibilità che questa influenza venga pianificata. In questa scena – praticamente un film nel film – il regista ci sottopone, ad uno sbarramento di immagini e parole chiave, preparata dalla Parallax (corporazione che ricorda molto da vicino la ben nota Rand) per testare le reazioni emotive del protagonista Warren Beatty. Sono davvero i nostri pensieri, i nostri sentimenti, ciò in cui crediamo, solo il frutto della nostra mente e delle nostre esperienze, o non saranno forse il prodotto di ben studiati input progettati in qualche laboratorio di ingegneria umana? La visione di questo film – che consiglio vivamente – suggerisce una risposta non molto rassicurante.

Friday, December 21, 2007

Per centomila voti in più

My theories explain, but cannot slow the decline of a great civilization.
(Ludwig von Mises)
Cos'è un parassita? Leggiamo:
Il parassita non si limita a nutrirsi a spese dell’ospite, ma utilizza quest’ultimo come propria nicchia ecologica e gli affida in parte o totalmente il compito della regolazione dei rapporti di entrambi con l’ambiente esterno. I parassiti sono per definizione patogeni, attualmente o potenzialmente.
Si distinguono parassiti facoltativi, che possono vivere anche indipendentemente dall’ospite, e parassiti obbligati, che dipendono strettamente dall’ospite per le proprie necessità.
A questo punto dovreste aver riconosciuto in questa descrizione una certa categoria di persone. L'unico dubbio rimane tra le ultime due distinzioni: il politico è un parassita facoltativo o obbligato? Difficile dirlo, poiché se da un lato, teoricamente, il politico potrebbe sopravvivere senza sfruttare il lavoro altrui, dall'altro è molto, mooolto difficile immaginarsi un Frodi o un Fisco che fanno gli imbianchini o i metalmeccanici o un lavoro onesto qualsiasi, a scelta (l'imprenditore non lo prendo nemmeno in considerazione, visto che tale occupazione necessita di almeno un'infarinatura in materia economica, materia la cui conoscenza nelle segreterie di partito mi sento di poter escludere decisamente).

Probabilmente sarebbe necessario aggiungere una categoria alle specie di parassiti, dato anche che, nel caso del politico, non si tratta di organismo di specie diversa, ma di un parassitismo, quindi, tutto interno alla specie umana (a meno che David Icke abbia ragione, e si tratti di rettiloidi shape-shifting, ma è un dettaglio). Uno dei segreti del successo di questo particolare tipo di parassitismo sta nell'inganno operato ai danni dell'ospite, che dev'essere convinto della natura benefica del parassita – che ama infatti presentarsi come guida in grado di migliorare le condizioni dell'ospite – ed esprimere quindi sostegno alla sua vampirizzazione, sostegno che si concretizza nel voto.

Il problema del parassita è che, oltre un certo punto, l'ospite si accorge dell'inganno e smette di votare, esprimendo anzi ad ogni occasione la sua contrarietà. Il parassita-politico ha però un collaudato sistema per ovviare a questo contrattempo: proprio come un vampiro crea i propri schiavi, o succubi, il politico crea dipendenti pubblici. Sottrae cioè ancora più risorse dalle forze produttive della società per trasferirle nelle tasche di una certa quantità di persone, sufficiente ad assicurare la continuazione dell'inganno del voto, e trasformandole così, a loro volta, in parassiti, con l'ovvio risultato di avvicinare ulteriormente la morte dell'ospite. Osserviamo questa meraviglia della natura in questo articolo del Giornale:
[A] Palazzo Chigi sembra in voga la tattica, tipica della prima Repubblica, di assunzioni nel pubblico impiego. Tattica che veniva rafforzata in vista di un ciclo elettorale. All’epoca, però, non c’erano vincoli di bilancio da rispettare, e il debito volava rapido fino alle vette attuali.

Con la legge finanziaria, il governo sembra provare nostalgia per quelle pratiche. Tant’è che per il prossimo triennio prevede di spendere un miliardo e 161 milioni di euro per ampliare gli organici della pubblica amministrazione (Forze di sicurezza, ma non solo). Risultato: nel prossimo triennio potranno essere assunte più di 41mila persone. Esattamente gli abitanti di Macerata.

Al tempo stesso, però, con un blitz lessicale, introduce in uno dei maxi-emendamenti approvati con la fiducia alla Camera, una profonda modifica al regime di sanatoria per i precari. Cambiando qualche avverbio, rende possibile l’assunzione di circa 50mila precari; soprattutto quelli con contratti a termine presenti nelle amministrazioni regionali. Una popolazione pari a quella di Pordenone.

Al momento, i costi di queste nuove assunzioni, che arrivano a un totale virtuale di 91mila (ma potrebbero essere anche di più, fino a sfiorare le 100mila unità), sono garantite dal maggior gettito fiscale.
Maggior gettito fiscale: ovvero maggiori risorse sottratte al ciclo produttivo, per mantenere un esercito di inutili privilegiati. La morte dell'organismo ospite – leggi: collasso economico – diventa così sempre più vicina, ma di questo i parassiti possono ormai disinteressarsi: hanno accumulato a questo punto sufficiente ricchezza per continuare a vivere (ed “alla grande”) anche dopo, senza lavorare. E le centinaia di migliaia di schiavi privilegiati? Forse potranno riciclarsi come loro servitori personali: sempre meglio che crepare nel fango insieme a tutti gli altri disperati.

Thursday, December 20, 2007

Means to an end

The power of a thing or an act is in the understanding of its meaning.
(Heüaúa Sapa / Alce Nero)
La gloriosa tribù dei Lakota – meglio noti come Sioux – che nel 1875 ottennero la grande vittoria contro le giubbe blu di Custer al Little Big Horn sono decisi a dare una nuova lezione al governo federale: vogliono la secessione! E poiché Lakota deriva dal verbo lakolya, “essere amichevole,” dichiarano di essere pronti ad accogliere chiunque voglia unirsi a loro:
“Non siamo più cittadini degli Stati Uniti d'America e tutti coloro che in vivono nella zona dei cinque stati compresi nel nostro paese sono liberi di unirsi a noi” ha detto l'attivista per i diritti degli indiani Russell Means ad una manciata di reporter e una delegazione dell'ambasciata boliviana, riuniti in una chiesa in un sobborgo di Washington per una conferenza stampa.

Una delegazione dei capi Lakota ha consegnato lunedì un messaggio al Dipartimento di Stato, che annuncia il ritiro unilaterale dai trattati firmati con il governo federale degli Stati Uniti, alcuni di essi più di 150 anni fa.

Il paese di Lakota include parti degli stati del Nebraska, del Dakota del Sud, del Dakota del Nord, del Montana e del Wyoming.

Il nuovo paese emetterà i propri passaporti e patenti di guida e viverci sarebbe esente da imposte – se i residenti rinunciano alla loro cittadinanza degli Stati Uniti, ha detto Means.
Chissà se vale anche la rinuncia alla cittadinanza italiana... Ma leggiamo ancora:
I trattati firmati con gli Stati Uniti sono soltanto “parole senza valore su carta senza valore,” dicono sul loro sito gli attivisti per la libertà dei Lakota.
(Per non parlare dei soldi...)
I trattati “sono stati violati ripetutamente per rubare la nostra cultura, la nostra terra e la nostra capacità di mantenere il nostro stile di vita,” dice il rinato movimento per la libertà.

Ritirarsi dai trattati è del tutto legale, ha detto Means. “Questo rispetta le leggi degli Stati Uniti, specificamente l'articolo sei della costituzione,” che dichiara che i trattati sono la legge suprema della terra, lui ha detto.

“È inoltre all'interno delle leggi sui trattati passati alla convenzione di Vienna e messi in atto dagli Stati Uniti e del resto della Comunità internazionale nel 1980. Siamo legalmente nel nostro diritto di essere liberi ed indipendenti,” ha detto Means.
Tutta la solidarietà del Gongoro a chi reclama la propria libertà. I leghisti e tutti i secessionisti della domenica nostrani imparino la lezione. Ho detto.

(Segnalato da Nicolò [Orwell84] di Svolte Epocali)

Wednesday, December 19, 2007

The philosophy of liberty

Un bellissimo video sulla libertà di Ken Schoolland.

Tuesday, December 18, 2007

Un futuro di pace e capitalismo

Di Murray N. Rothbard


(Questo vivace saggio è comparso in James H. Tessitore, ed., Modern Political Economy (Boston: Allyn and Bacon, 1973), pp. 419-430, come capitolo 28; seguiva un saggio del professor Robert T. Averitt, a cui Rothbard si riferisce una o due volte nel suo pezzo. Una nota a piè di pagina fornita dal redattore originale è stata rimossa.)


Per discutere del “futuro del capitalismo,” dobbiamo in primo luogo decidere quale sia in realtà il significato del termine “capitalismo.” Purtroppo, il termine “capitalismo” è stato coniato dal suo nemico più grande e più famoso, Karl Marx. Realmente non possiamo contare su di lui per un uso corretto e arguto. Ed infatti, quello che Marx e autori successivi hanno fatto è raggruppare due concetti ed azioni estremamente differenti e perfino contraddittori sotto lo stesso termine ambivalente. Questi due concetti contradittori sono ciò che chiamerei “capitalismo del libero-mercato” da una parte e “capitalismo di stato” dall'altra.

La differenza fra il capitalismo del libero mercato ed il capitalismo di stato è precisamente la differenza fra, da una parte, lo scambio pacifico e volontario, e dall'altra, l'espropriazione violenta. Un esempio di uno scambio nel libero mercato è il mio acquisto di un giornale all'angolo per una moneta da dieci centesimi; ecco uno scambio pacifico e volontario che beneficia entrambe le parti. Compro il giornale perché lo valuto più della moneta da dieci centesimi che dò in cambio; e l'edicolante lo vende perché, a sua volta, stima il valore del decino superiore a quello del giornale. Entrambe le parti nello scambio ottengono un vantaggio. E cosa stiamo entrambi facendo è uno scambio di titoli di proprietà: cedo la proprietà della mia moneta in cambio del quotidiano e l'edicolante esegue il cambio di titolo esattamente opposto. Questo scambio semplice di una moneta da dieci centesimi per un giornale è un esempio di unica azione nel libero-mercato; è il mercato al lavoro.

In contrasto con questo atto pacifico, c'è il metodo dell'espropriazione violenta. L'espropriazione violenta si ha quando vado dall'edicolante e sequestro i suoi giornali o il suo denaro con la pistola puntata. In questo caso, naturalmente, non vi è beneficio reciproco; Guadagno a scapito dell'edicolante vittima. Tuttavia la differenza fra queste due transazioni – fra lo scambio reciproco volontario e la pistola puntata – è precisamente la differenza fra il capitalismo del libero mercato e il capitalismo di stato. in entrambi i casi otteniamo qualcosa – ma che siano soldi o giornali li otteniamo in modi completamente diversi, modi dagli attributi morali e dalle conseguenze sociali completamente diversi.

Qui non posso resistere alla tentazione di precisare che ho un'interpretazione completamente diversa di Jefferson e di Hamilton da quella del professor Averitt. Non considero Jefferson come una certa specie di Franz Boas in anticipo – leggi, un antropologo di sinistra in anticipo. Non lo fu. La mia lettura di Jefferson è completamente diversa; nella mia lettura, Jefferson era molto precisamente per il laissez-faire, o il libero-mercato, il capitalismo. E quella era la vera discussione fra loro. Non era realmente che Jefferson fosse contro le fabbriche o le industrie di per sé; era contro lo sviluppo imposto, cioè tassare i coltivatori con tariffe e sussidi per sviluppare artificialmente l'industria, che era essenzialmente il programma di Hamilton.

Jefferson, incidentalmente, con altri statisti del suo tempo, era una persona molto istruita. Leggeva Adam Smith, leggeva Ricardo, conosceva bene l'economia classica del laissez-faire. E così il suo programma economico, lontano dall'essere l'espressione di una bucolica nostalgia agraria, era un'applicazione molto specializzata di economia classica per la scena americana. Non dobbiamo dimenticarci che i classicisti del laissez-faire erano inoltre contro le tariffe, le sovvenzioni e lo sviluppo economico imposto.

Ancora, il termine “uguaglianza,” come usato da Jefferson e dai jeffersoniani, fu impiegato allo stesso modo dall'amico e collega di Jefferson George Mason incorniciando la Dichiarazione dei Diritti della Virginia poco prima che Jefferson scrivesse la Dichiarazione di Indipendenza:

“tutti gli uomini sono per natura ugualmente liberi e indipendenti”. In altre parole, “uguaglianza” allora non significava ciò che ora spesso intendiamo per uguaglianza: uguaglianza di condizione o uniformità. “Uguaglianza” significava che ogni persona ha il diritto di essere ugualmente libera ed indipendente, per godere il diritto “all'uguale libertà,” come Herbert Spencer la esprimerebbe un secolo dopo. Cioè, quello che ripeto ancora è che l'ala jeffersoniana dei Padri Fondatori era essenzialmente formata da capitalisti del libero mercato, del laissez-faire.

Per ritornare al mercato: il libero-mercato è realmente una rete ampia, un intreccio, di queste piccole unità di scambio cui ho accennato prima: come lo scambio della moneta da dieci centesimi di dollaro per un giornale. Ad ogni passo sulla via, ci sono due persone, o due gruppi di persone e queste due persone o gruppi scambiano due prodotti, solitamente denaro ed un altro prodotto; ad ogni passo, ciascuno si avvantaggia tramite lo scambio, altrimenti non lo avrebbero fatto in primo luogo. Se dovesse risultare che si sono sbagliati nel pensare che lo scambio gli avrebbe procurato vantaggi allora rapidamente si fermano e non fanno più lo scambio.

Un altro esempio comune di mercato libero è la pratica universale dei bambini che scambiano le figurine del baseball – il tipo di cosa dove scambiate due “Hank Aaron[s]” per un “Willie Mays”. Il “prezzo” delle varie figurine e gli scambi che sono avvenuti, sono stati basati sull'importanza relativa che i ragazzi hanno attribuito ad ogni giocatore di baseball. Come modo per turbare i liberali potremmo mettere il caso questa maniera: i liberali si suppone siano a favore di tutte le azioni volontarie realizzate, come recita il famoso cliché, tra “due adulti consenzienti.” Tuttavia è particolare che mentre i liberali sono a favore di ogni attività sessuale praticata da “due adulti consenzienti”, quando questi adulti consenzienti interagiscono nel commercio o nello scambio, i liberali si attivano per aggredire, paralizzare, limitare, o proibire quel commercio. Ma sia l'attività sessuale consenziente che il commercio sono espressioni simili della libertà in azione. Entrambi dovrebbero essere favoriti da ogni libertario coerente. Ma il governo, particolarmente un governo liberale, abitualmente si muove per regolare e limitare tale commercio

È proprio come [comunque] se io stessi per scambiare due Hank Aarons per un Willie Mays ed il governo, o qualche altra terza parte, avanzassero e dicessero: “no, non potete farlo; è diabolico; è contro il bene comune. Proscriviamo perciò questo proposto scambio; ogni scambio di tali figurine del baseball deve essere uno per uno, o tre per due" – o qualunque altro termine il governo, nella sua saggezza e grandezza, desideri arbitrariamente imporre. Che diritto hanno di fare questo? Per i libertari, nessun diritto.

Generalmente, l'intervento di governo può essere classificato in due modi: sia proibendo o parzialmente proibendo uno scambio fra due persone – fra due adulti consenzienti, uno scambio favorevole ad entrambe le parti; o forzando qualcuno a fare uno “scambio” unilateralmente con il governo, in cui la persona offre qualcosa al governo sotto la minaccia di coercizione. Il primo può includere l'autentica proibizione di uno scambio, regolandone i termini – il prezzo – o impedendo a determinate persone di fare lo scambio. Come esempio del primo intervento, per essere un fotografo nella maggior parte degli stati, bisogna essere un fotografo debitamente autorizzato – dimostrando di essere “di buon carattere morale” e pagando un importo determinato di grano all'apparato statale. Questo per avere il diritto di fotografare qualcuno! Il secondo genere di intervento è uno “scambio” forzato fra noi ed il governo, uno “scambio” che avvantaggia soltanto il governo e non noi stessi. Naturalmente, le tasse ne sono un ovvio ed evidente esempio. Contrariamente allo scambio volontario, le tasse sono questione di entrare e sottrarre con la forza le proprietà della gente senza il loro consenso.

È vero che molta gente sembra credere che le tasse non siano imposte senza il nostro consenso. Credono, come il grande economista Joseph Schumpeter una volta ha detto, che le tasse siano qualcosa come i debiti del club, in cui ogni persona paga volontariamente la sua parte delle spese del club. Ma se davvero lo pensate, provate un momento a non pagare le vostre tasse e state a vedere quel che succede. Nessun “club” che conosca ha il potere di venirvi a sequestrare i beni o di imprigionarvi se non pagate i relativi debiti. Nel mio punto di vista, allora, le tasse sono sfruttamento – le tasse sono un gioco “a somma zero”. Se c'è qualche cosa nel mondo che è un gioco a somma zero, è la tassa. Il governo sottrae i soldi da un insieme di persone, li dà ad un altro insieme di persone e nel frattempo naturalmente taglia via una grande fetta per il proprio “maneggiare le spese.” Le tasse, quindi, sono puramente e chiaramente una rapina. Punto.

In effetti, sfido chiunque tra voi a sedersi e lavorare ad una definizione di tassa che non sia applicabile anche alla rapina. Come il grande scrittore libertario H. L. Mencken ha precisato una volta, fra il pubblico, anche se non sono libertari convinti, rubare al governo non è mai considerato sullo stesso piano morale del rubare ad un'altra persona. Rubare ad un'altra persona è generalmente deplorato; ma se è il governo ad essere derubato tutto ciò che accade, come Mencken ha detto, “è che certe canaglie e fannulloni hanno meno soldi per giocarci di quelli che avevano prima.”

Il grande sociologo tedesco Franz Oppenheimer, che ha scritto un piccolo, magnifico libro chiamato Lo Stato, ha definito il caso brillantemente. Essenzialmente, egli disse, ci sono soltanto due maniere per gli uomini di acquistare la ricchezza. Il primo metodo è producendo un bene o un servizio e volontariamente scambiandolo per il prodotto di qualcun altro. Questo è il metodo dello scambio, il metodo del mercato libero; è creativo ed espande la produzione; non è un gioco a somma zero perché la produzione si espande ed entrambe le parti dello scambio ottengono un vantaggio. Oppenheimer ha denominato questo metodo “mezzi economici” per l'aquisizione di ricchezza. Il secondo metodo è sottrarre la proprietà di un'altra persona senza il suo consenso, cioè, con la rapina, lo sfruttamento, il saccheggio. Quando sottraete la proprietà di qualcuno senza il suo consenso, ottenete un vantaggio a sue spese, a scapito del produttore; questo è davvero un “gioco” a somma zero – non molto “un gioco,” a proposito, dal punto di vista della vittima. Anziché espandere la produzione, questo metodo della rapina chiaramente intralcia e limita la produzione. Così oltre che essere immorale mentre lo scambio pacifico è morale, il metodo della rapina intralcia la produzione perché è parassita sullo sforzo dei produttori. Con brillante arguzia, Oppenheimer ha chiamato questo metodo di ottenere la ricchezza “mezzi politici.” Ed ha quindi continuato definendo lo stato, o il governo, come “l'organizzazione dei mezzi politici,” cioè, la regolarizzazione, la legittimazione e l'istituzione permanente dei mezzi politici per l'aquisizione di ricchezza.

In altre parole, lo stato è furto organizzato, rapina organizzata, sfruttamento organizzato. E questa natura essenziale dello stato è evidenziata dal fatto che lo stato non rinuncia mai allo strumento cruciale delle tasse.

Devo qui commentare ancora la dichiarazione del professor Averitt circa “l'avidità.” È vero: l'avidità ha avuto una stampa molto negativa. Francamente non vedo nulla di male nell'avidità. Penso che le persone che attaccano sempre l'avidità sarebbero più coerenti con la propria posizione se rifiutassero il loro prossimo aumento di stipendio. Non vedo neppure lo studioso più a sinistra di questo paese bruciare con disprezzo il suo assegno mensile. In altre parole “avidità” significa semplicemente che state provando ad alleviare la natura data la penuria in cui l'uomo è nato. L'avidità continuerà fino a che il giardino dell'Eden non arriverà, quando tutto sarà sovrabbondante e non dovremo preoccuparci affatto per l'economia. Naturalmente non abbiamo ancora raggiunto quel punto; non abbiamo raggiunto il punto in cui ognuno brucia i suoi aumenti di stipendio, o l'assegno mensile in generale. Così la domanda allora diventa: che genere di avidità avremo, “l'avidità produttiva,” dove la gente produce e volontariamente scambia i propri prodotti con altri? O l'avidità sfruttatrice, la rapina e la depredazione organizzata, dove realizzate la vostra ricchezza a scapito di altri? Queste sono le due reali alternative.

Ritornando allo stato ed alle tasse, preciserei incidentalmente che Sant'Agostino, che non è famoso per essere stato un libertario, ideò tuttavia un'eccellente parabola libertaria. Scrisse che Alessandro Magno aveva catturato un certo pirata e gli aveva chiesto che cosa significasse prendere possesso del mare. Ed il pirata rispose orgogliosamente: “quello che tu intendi per conquistare la terra intera; ma poiché lo faccio con una piccola nave, mi chiamano ladro, mentre voi, che lo fate con una grande flotta, siete chiamato imperatore. Qui Agostino sottolinea il fatto che lo stato è semplicemente grande rapina, su una scala enorme, ma rapina legittimata dall'opinione intellettuale.

Prendete, per un altro esempio, la mafia, che anch'essa soffre per una cattiva stampa. Ciò che la mafia fa su scala locale, lo stato fa su una scala enorme, ma lo stato naturalmente ha una stampa molto migliore.

Contrariamente all'antichissima istituzione dello statalismo, dei mezzi politici, il capitalismo del libero mercato è arrivato come grande movimento rivoluzionario nella storia dell'uomo. Perché esso ha fatto il suo ingresso in un mondo precedentemente contrassegnato dal dispotismo, dalla tirannia, dal controllo totalitario. Emergendo in primo luogo nelle città-stato italiane il capitalismo del mercato libero è arrivato in grande scala con la rivoluzione industriale in Europa occidentale, una rivoluzione che ha determinato un notevole rilascio di energia creativa e di abilità produttiva, un aumento di produzione enorme. Potete chiamarla “avidità” se volete; potete attaccare come “ avidità” il desiderio di qualcuno che, ad un livello di povertà, vuole migliorare la sua condizione.

Ciò mi ricorda di un punto interessante sull'“avidità” che attraversa l'usuale continuità “sinistra-destra”. Mi ricordo di quando Russell Kirk in primo luogo lanciò il movimento conservatore contemporaneo in questo paese, a metà degli anni '50. Uno dei principali giovani conservatori di quell'era arringò un raduno ed opinò che il vero problema del mondo ed il motivo per lo sviluppo della sinistra, è che tutti sono “avidi,” le masse dell'Asia sono “avide,” e così via. Ecco una persona che possedeva la metà del Montana, attaccare la massa della popolazione del mondo, che stava provando a salire sopra il livello di sussistenza, per migliorare un poco la loro condizione. Ma erano “avide.”

Ad ogni modo, il capitalismo del libero mercato, la rivoluzione industriale, vide un enorme flusso di energie produttive, un flusso che costituì una rivoluzione contro il sistema mercantilista del diciassettesimo e diciottesimo secolo. In effetti il sistema mercantilista è essenzialmente quello che abbiamo ora. C'è pochissima differenza tra il capitalismo del monopolio nazionale, o il capitalismo corporativo di stato, comunque lo vogliate chiamare, negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale di oggi ed il sistema mercantilista dell'era pre-rivoluzione industriale. Ci sono soltanto due differenze; una è che la sua attività principale era il commercio e la nostra è l'industria. Ma il modus operandi essenziale dei due sistemi è esattamente lo stesso: privilegio di monopolio, un miscuglio totale in ciò che ora è chiamato “associazione di governo e industria,” un sistema pervasivo di militarismo e di contratti bellici, una tendenza verso la guerra e l'imperialismo; l'intero pacchetto che caratterizzò il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo; la vera differenza chiave è che non avevano un gigantesco apparato di P.R.; non avevano una flotta di intellettuali che strombazzano in giro le meraviglie del sistema: come esso promuova il bene comune ed il welfare generalizzato, come questo sia il Liberalismo in Azione. Loro dicevano, “siamo qui per fregare il pubblico e lo stiamo facendo!” Erano molto sinceri in quei tempi. È davvero rinfrescante, a proposito, andare a leggere il materiale di prima del 1914 e godere della sincerità di quel tempo.

Uno dei concetti importanti a questo proposito è quello di Albert Jay Nock, un grande pensatore libertario e seguace di Franz Oppenheimer. Nock ha coniato due concetti: ciò che ha chiamato “potere sociale” da un lato e “potere statale” dall'altro. Il potere sociale è essenzialmente quello di cui sto parlando: le energie produttive liberate dal mercato libero, tramite scambi volontari, dalle persone che interagiscono volontariamente e pacificamente. Il “potere statale” è parassitismo, sfruttamento e generalmente l'apparato di stato – tasse organizzate, regolamenti, ecc.. E Nock vide la storia essenzialmente come una gara fra il potere sociale e il potere statale. Nel periodo della rivoluzione industriale, per esempio, per varie circostanze il potere statale era minimo, e questo permise al potere sociale di aumentare vertiginosamente. E ciò che è accaduto nel ventesimo secolo è essenzialmente che il potere statale si è aggiornato; si sono infilati nella società ed hanno cominciato ancora una volta a paralizzarla.

Qual è, allora, il mio punto di vista sul “futuro del capitalismo” – il nostro tema di oggi? Il mio punto di vista sul futuro è altamente ottimista. Davvero penso che il capitalismo del libero mercato, anche se si suppone essere un'istituzione reazionaria, neanderthaliana, sia il movimento del futuro. Per un motivo, esso era il movimento del futuro cento o duecento anni fa, e quello che abbiamo ora è soltanto una reversione reazionaria al sistema precedente. Il sistema attuale non è in realtà affatto “progressista”.

In secondo luogo, è stato scoperto da Ludwig von Mises nel 1920 che il socialismo – l'altro polo alternativo al nostro attuale neo-mercantilismo – non può far funzionare un sistema industriale. Un sistema agricolo può essere guidato indefinitamente da quasi chiunque, finchè lasciate i contadini vivi. Potete avere quasi qualsiasi genere di sistema tirannico sui contadini. Ma in un sistema industriale avete bisogno di molto più di questo: avete bisogno di un mercato, avete bisogno di profitti e perdite, non potete far funzionare il sistema aleatoriamente. E Mises ha dimostrato che un sistema socialista non può eseguire il calcolo economico, perché non ha un sistema di prezzi per i beni capitali e quindi il socialismo non potrà operare un sistema industriale. Tutti i manuali dicono che Mises è stato rapidamente confutato da Oskar Lange ed altri, ma in realtà non è stato confutato affatto. Non ho avuto il tempo di entrare in una discussione teorica. Ma in pratica ciò che è accaduto è che, in risposta all'industrializzazione, c'è stata una variazione tremenda negli ultimi quindici anni nei paesi socialisti dell'Europa Orientale dal socialismo verso un mercato libero.

Per chi crede nella libertà e nel libero mercato, questo spostamento è uno degli sviluppi più emozionanti dei due decenni passati. Oggi ci sono soltanto due interpretazioni di questo sviluppo: o dovete dire, che i cinesi, gli yugoslavi, i polacchi, i cechi, gli slovacchi, gli ungheresi si sono tutti venduti al capitalismo – sono andati in segreto all'ambasciata americana ed hanno ricevuto la loro paga. Oppure dovete dire che qualcosa di più profondo sta accadendo, che quello che essenzialmente sta accadendo è che hanno provato il socialismo e non ha funzionato, particolarmente quando le economie hanno cominciato ad industrializzarsi. Hanno scoperto in pratica, pragmaticamente, senza leggere Mises (anche se ci sono prove che abbiano letto Mises entro questo tempo) e Hayek ed altri, che il socialismo non può calcolare, sono giunti a questa conclusione da soli.

Lenin, in effetti, giunse molto presto a questa conclusione, quando il “comunismo di guerra” venne scartato nel 1921. Il “comunismo di guerra” era un tentativo, subito dopo la rivoluzione dei bolscevichi, di passare al comunismo totale, ad un'economia senza moneta e senza prezzi, in cui, si supponeva, ognuno era tenuto – in pratica sarebbe stato forzato – a portare le sue merci al mucchio comune, per ritirare poi da quel mucchio per soddisfare i suoi bisogni. Il sistema del comunismo di guerra è risultato essere un disastro totale – non a causa della guerra civile (quella razionalizzazione è venuta solo molto più tardi), ma a causa del sistema comunista in sé. [1] Lenin presto realizzò quello che stava accadendo e rapidamente istituì la nuova politica economica, che era essenzialmente un ritorno ad un sistema di mercato quasi-libero. Ed ora i paesi dell'Est, particolarmente la Yugoslavia, stanno muovendosi molto velocemente dagli anni 50 via dal socialismo e dalla pianificazione centrale e verso un sistema del libero mercato.

In Yugoslavia, per esempio, l'agricoltura, ancora l'industria principale, è quasi completamente privata; un settore privato fiorente esiste nel commercio e nella piccola industria; e il “settore pubblico” è stato trasferito in effetti per legge dallo stato alla proprietà degli operai delle varie fabbriche – essenzialmente funzionando come cooperative di produttori. Ancora, c'è un mercato sostanzialmente libero fra le cooperative di questi produttori, con un sistema fiorente di prezzi e una severa legge dei profitti e delle perdite (quando una ditta perde troppi soldi, fallisce). Inoltre, la riforma economica yugoslava più recente che è cominciata nel 1967 ed è ancora in corso, ha visto un calo tremendo nel livello di tassazione delle loro cooperative – un calo dal precedente livello di imposta sul reddito di circa il 70% a circa il 20. Ciò significa che, il governo yugoslavo centrale non esercita più il completo controllo sugli investimenti: gli investimenti, inoltre, sono stati decentralizzati e destatalizzati. In effetti, se si leggono gli economisti comunisti in Yugoslavia – particolarmente nelle regioni relativamente industrializzate di Croazia e Slovenia – suonano molto come Barry Goldwater o Ronald Reagan. “Perchè dovremmo noi croati o sloveni produttivi” chiedono, “essere tassati per sovvenzionare quei pigri fannulloni giù in Montenegro?” E: “perchè dovremmo costruire fabbriche antieconomiche (“politiche”)? Ognuno deve reggersi sulle proprie gambe”, ecc. Il prossimo passo in Yugoslavia è la spinta delle banche – che, incidentalmente, sono in gran parte cooperative private competitive possedute dai loro clienti di affari – per un mercato azionario in un paese comunista, che sarebbe stato considerato incredibile dieci o vent'anni fa. Ed il nome che propongono di dare a questo sistema – letteralmente – è “capitalismo del popolo socialista.”

Su questo punto, alcuni anni fa stavo tenendo un corso sui sistemi economici comparativi. Naturalmente, ho speso il tempo elogiando il mercato libero ed attaccando la pianificazione centrale e il socialismo. Per concludere, ho invitato un professore di scambio dall'Ungheria – un eminente economista comunista – a tenere una conferenza come ospite ed i ragazzi hanno pensato: “Ah, almeno potremo sentire anche l'altra campana.” E cos'ha fatto l'economista ungherese? Ha speso l'intera conferenza elogiando il mercato libero ed attaccando la pianificazione centrale. Ha detto quasi esattamente quello che avevo detto fino a quel momento.

In Europa Orientale, quindi, penso che le prospettive per il mercato libero siano eccellenti. Penso che stiamo ottenendo il capitalismo del libero mercato e che il suo trionfo laggiù sia quasi inevitabile. Negli Stati Uniti, le prospettive sono un poco più offuscate, ma anche qui vediamo la “nuova sinistra” raccogliere molte posizioni che noi “di estrema destra” eravamo soliti avere. Gran parte delle posizioni che si usava chiamare “di estrema destra” venti anni fa sono ora considerate piuttosto di sinistra.

Di conseguenza, io, con la stessa posizione che tenevo allora, sono stato spostato materialmente dalla destra estrema alla sinistra senza alcuno sforzo da parte mia. Decentralizzazione; controllo della comunità; attacco al governo del Leviatano, alla burocrazia, all'interferenza di governo nella vita di ogni persona; attacco al sistema di istruzione guidato dallo stato; critica del sindacalismo colluso con lo stato; opposizione al militarismo, alla guerra, all'imperialismo ed alla coscrizione; tutte queste cose che la sinistra ora sta cominciando a vedere, è precisamente quello che noi “di estrema destra” stiamo dicendo da sempre. E, finché la “decentralizzazione” va, non c'è niente così decentralizzato come il libero mercato e forse anche questo giungerà all'attenzione del pubblico.

E così, sono molto ottimista sul futuro del capitalismo del libero mercato. Non sono ottimista sul futuro del capitalismo di stato – o piuttosto, sono ottimista, perché penso che finalmente terminerà. Il capitalismo di stato inevitabilmente genera ogni tipo di problemi che diventano insolubili; come ancora Mises ha precisato, un intervento nel sistema per provare a risolvere dei problemi genera soltanto altri problemi, che a loro volta richiedono ulteriori interventi, ecc. e così l'intero processo continua a scendere a valanga fino ad un sistema completamente collettivista, un sistema totalitario. Assomiglia molto all'escalation nel Vietnam, a proposito; il principio, come ben sappiamo a questo punto, è che l'intervento del governo in Vietnam genera problemi che richiedono un'ulteriore escalation, ecc. La stessa cosa accade nell'intervento domestico, con il programma agricolo che è uno splendido esempio di questo processo.

Sia nel Vietnam che nell'intervento domestico del governo, ogni passo nell'escalation genera soltanto altri problemi che mettono il pubblico davanti alla scelta: premi per avere ulteriori interventi, o abrogali – in Vietnam, ritirati dal paese. Ora in Yugoslavia e nel resto dell'Europa Orientale, hanno preso il percorso opposto: della deëscalation progressiva, dell'abrogazione continua di un intervento dopo l'altro e verso il mercato libero. Negli Stati Uniti finora abbiamo preso il percorso di accelerare gli interventi, di intralciare come non mai il mercato libero. Ma sta cominciando a diventare evidente che il sistema misto sta crollando, che non funziona. Sta cominciando ad essere palese, ad esempio, che il welfare non tassa i ricchi per dare ai poveri; tassa il più povero per dare al più ricco ed i poveri essenzialmente pagano per il welfare. Sta cominciando ad essere palese che l'intervento straniero è essenzialmente un metodo di sovvenzione delle società americane favorite invece di assistenza ai poveri nei paesi non sviluppati. Ed ora sta diventando evidente che le politiche keynesiane sono riuscite soltanto a portarci all'impasse attuale della inflazione con recessione e che i nostri olimpici economisti non hanno affatto modo di uscire dal pasticcio attuale, se non incrociando le dita ed i loro modelli econometrici e pregando. E, naturalmente, possiamo guardare avanti ad un'altra crisi della bilancia dei pagamenti in un paio di anni, un altro episodio della crisi inflazionistica in un paio di anni, un altro episodio di isteria da fuoriuscita di oro.

Quindi, abbiamo molte crisi che appaiono in lontananza in America, alcune sono per strada, altre imminenti o già qui. Tutte queste crisi sono i prodotti dell'intervento e nessuna di esse può essere realmente risolta per mezzo di altri interventi. Di nuovo, credo che finalmente invertiremo il nostro corso attuale – forse prendendo la Yugoslavia come nostro paradigma. Incidentalmente, il professor Averitt ha accennato alla Grande Depressione. La Grande Depressione è sempre stata considerata come il prodotto del capitalismo del libero mercato degli anni '20. Fu il risultato dell'intervento molto pesante degli anni '20, un intervento di governo, a proposito, che è molto simile all'intervento corrente. Negli anni '20 venne imposto il nuovo sistema della Riserva Federale, che tutti gli economisti istituzionali del momento assicurarono che avrebbe eliminato tutte le future depressioni; il sistema della Riserva Federale da quel momento in poi avrebbe manipolato i prezzi e la riserva monetaria ed eliminato i cicli congiunturali per sempre. Il 1929 e la Grande Depressione furono il risultato di quella manipolazione guidata dalle mani saggie dell'economia istituzionale – non il risultato di qualcosa come il capitalismo del libero mercato.

In breve, l'avvento dell'industrialismo e la rivoluzione industriale ha irreversibilmente cambiato la prognosi per la libertà e lo statalismo. Nell'era pre-industriale, lo statalismo e il dispotismo poterono imperversare indefinitamente, contenti di mantenere i contadini al livello di sussistenza e di vivere della loro eccedenza. Ma l'industrialismo ha rotto i vecchi schemi; perché è diventato evidente che il socialismo non può far funzionare un sistema industriale e sta diventando gradualmente evidente che neanche il neo-mercantilismo e l'interventismo, a lungo termine, non possono far funzionare un sistema industriale. Il capitalismo del libero mercato, la vittoria del potere sociale e dei mezzi economici, non è solo l'unico sistema morale e di gran lunga il più produttivo; si è trasformato in nell'unico sistema possibile per l'umanità nell'era industriale. Il suo trionfo finale è quindi virtualmente inevitabile.
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[1] Su comunismo di guerra, vedere l'importante articolo di Paul Craig Roberts, “War Communism: A Re-examination,” Slavic Review (giugno 1970), pp. 237-61.

Link all'articolo originale.

Bimbo!

Piccolo intermezzo con un'altra dose di lezioni di filologia per i lettori del Gongoro gentilmente offerta dalla prof.ssa Marina di Hotforwords. L'intelligenza è sexy! :-)

Monday, December 17, 2007

Piccolo Glossario della Neolingua #20

“There is very little difference between state monopoly capitalism, or corporate state capitalism, what­ever you want to call it, in the United States and Western Europe today, and the mercantilist system of the pre-Industrial Revolution era.”
(Murray N. Rothbard)
Ritorna il nostro Piccolo Glossario dopo una breve interruzione del servizio (causa trasloco), e per l'occasione ho scelto un termine fondamentale, il capitalismo, sul quale si è giocata tutta la politica dell'ultimo secolo. In questo caso anche il dizionario è di scarso aiuto, in quanto accetta in toto la definizione di capitalismo professata da Marx, che del capitalismo fu il più grande detrattore.
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Capitalismo
Significato originario:
1 sistema economico e sociale caratterizzato da una larga formazione e mobilità dei capitali, dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, dalla ricerca del profitto individuale e dalla separazione dei produttori in classi detentrici dei capitali e classi lavoratrici (ed è tipico dell’età della rivoluzione industriale)
2 l’insieme dei capitalisti, dei paesi capitalisti: il c. internazionale, imperialista
Succede spesso che, di fronte a gravi dissesti economici e alla sempre più diffusa ingiustizia, si metta sotto accusa il capitalismo e si richieda maggior controllo e regolamentazione del mercato. Nonostante il declino del marxismo, la sua definizione di capitalismo continua ad essere adottata, specie quando si tratta di spiegare le ragioni della grande sproporzione nella distribuzione della ricchezza. Ed è certamente un grande successo dello stato, che un sistema economico che si è dimostrato capace di produrre ricchezza come nessun altro prima venga accusato dei fallimenti provocati invece dall'intervento statale in economia. Con le parole di Rockwell:
L'economia di mercato ha generato una prosperità incalcolabile e, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo, miracolose capacità di innovazione, produzione, distribuzione e coordinazione sociale. Al mercato libero, dobbiamo tutta la prosperità materiale, tutto il tempo libero, la nostra salute e longevità, la nostra popolazione enorme e in crescita, quasi tutto ciò che chiamiamo la vita in sé. Il capitalismo e solo il capitalismo ha salvato la razza umana da degradante povertà, da malattie rampanti e da precoce morte.

In assenza dell'economia capitalista e di tutte le sue istituzioni fondamentali, la popolazione del mondo, col tempo, si ridurrebbe ad una frazione del suo numero attuale, con quel che fosse rimasto della razza umana ridotta sistematicamente alla sussistenza, mangiando soltanto ciò che può essere cacciato o raccolto. Anche l'istituzione che è la fonte della parola civilizzazione in sé – la città – dipende dallo scambio e dal commercio e non può esistere senza di essi.

E questo soltanto per accennare ai benefici economici del capitalismo. È anche un'espressione di libertà. Non è tanto un sistema sociale ma il risultato naturale di una società in cui i diversi diritti sono rispettati, dove ai commerci, alle famiglie ed a ogni forma di associazione è consentito di fiorire in assenza di coercizione, furto, guerra e aggressione.

Difesa dei diritti di proprietà e libertà di scelta, questi sono i cardini del capitalismo. Le classi? Un abbaglio: non si può forse lavorare e detenere un capitale allo stesso tempo, o passare dalla condizione di dipendente a quella di lavoratore e viceversa? E non sono forse i membri di una stessa classe in competizione tra loro, seppure eventualmente anche condividendo alcune esigenze?

Se c'è una separazione di classi nella società, questa va ricercata altrove, precisamente dove è presente una differenza di diritti: attualmente una simile differenza è riscontrabile nella classe politica, alla quale sono concessi privilegi che ai comuni mortali sono negati. C'è un famoso passo del De Civitate Dei di Sant’Agostino, in cui un pirata si rivolge ad Alessandro Magno:
Per lo stesso motivo per cui tu infesti la terra, anch’io infesto la terra. Ma poiché io lo faccio con una barca insignificante mi chiamano malfattore, poiché tu lo fai con una flotta eccezionale ti chiamano imperatore.
Il punto è che lo stato ha in orrore qualsiasi iniziativa privata, qualsiasi semplice e libero scambio tra due individui da cui esso non possa in qualche modo trarre profitto (leggi = estorcere il pizzo), e tale orrore cerca in ogni modo di trasmettere alla società, così da poter continuare a sottrarle risorse indisturbato. Divide et impera: lo stato trasforma la divisione del lavoro in conflitto di classe, e ruba indisturbato agli imprenditori come ai salariati, che si accuseranno l'un l'altro. Definisce guerra la competizione, e nasconde la scomoda verità che la guerra è sempre e solo lui a farla. Vediamo Mises:
Chiamare la concorrenza guerra competitiva, o semplicemente guerra, è soltanto una metafora. La funzione della battaglia è la distruzione; della concorrenza, la costruzione. La concorrenza economica assicura che la produzione proceda nel modo più razionale. Qui, come dappertutto, il suo compito è la selezione della cosa migliore. È un principio fondamentale della collaborazione sociale che non si può immaginare fuori dal quadro. Neppure una comunità socialista non potrebbe esistere senza di essa in una qualche forma, benché potrebbe essere necessario introdurla con l'apparenza, per esempio, di esami. L'efficienza di un ordine socialista della vita dipenderebbe dalla sua capacità di rendere la concorrenza sufficientemente spietata e pungente da essere correttamente selettiva.
Il senso del capitalismo è questo, è la constatazione che non è necessario né possibile operare su meccanismi naturali – perché adottati liberamente – per migliorarne la capacità di adattamento. Pensare di poter “manipolare geneticamente” la società per migliorarla è una grande illusione, che passa attraverso la limitazione della libertà e dei diritti dell'individuo. In realtà l'economia non è che la risultante di innumerevoli scelte quotidiane degli individui, delle loro preferenze ed esigenze, e che sia così naturalmente
possibile migliorare continuamente la condizione economica dell'intera società non è dovuto ad un incantesimo di magia bianca, ma semplicemente al fatto che ognuna delle interazioni economiche, dei liberi scambi avvenuti, ha migliorato in qualche misura la condizione dei contraenti. Rothbard:
La differenza fra il capitalismo del libero mercato ed il capitalismo di stato è precisamente la differenza fra, da una parte, lo scambio pacifico e volontario, e dall'altra, l'espropriazione violenta. Un esempio di uno scambio nel libero mercato è il mio acquisto di un giornale all'angolo per una moneta da dieci centesimi; ecco uno scambio pacifico e volontario che beneficia entrambe le parti. Compro il giornale perché lo valuto più della moneta da dieci centesimi che dò in cambio; e l'edicolante lo vende perché, a sua volta, stima il valore del decino superiore a quello del giornale. Entrambe le parti nello scambio ottengono un vantaggio. E cosa stiamo entrambi facendo è uno scambio di titoli di proprietà: cedo la proprietà della mia moneta in cambio del quotidiano e l'edicolante esegue il cambio di titolo esattamente opposto. Questo scambio semplice di una moneta da dieci centesimi per un giornale è un esempio di unica azione nel libero-mercato; è il mercato al lavoro.

In contrasto con questo atto pacifico, c'è il metodo dell'espropriazione violenta. L'espropriazione violenta si ha quando vado dall'edicolante e sequestro i suoi giornali o il suo denaro con la pistola puntata. In questo caso, naturalmente, non vi è beneficio reciproco; Guadagno a scapito dell'edicolante vittima. Tuttavia la differenza fra queste due transazioni – fra lo scambio reciproco volontario e la pistola puntata – è precisamente la differenza fra il capitalismo del libero mercato e il capitalismo di stato. in entrambi i casi otteniamo qualcosa – ma che siano soldi o giornali li otteniamo in modi completamente diversi, modi dagli attributi morali e dalle conseguenze sociali completamente diversi.
Per quanto incredibile possa sembrare, la propaganda statalista è riuscita a far accettare come legittima e giusta la transazione a mano armata, e ad attribuire a quella libera ogni iniquità e ingiustizia. Sarebbe quindi ora di ricominciare a chiamare le cose con il loro nome, se non vogliamo accettare la condizione di burattini e legittimare il dominio di Mangiafuoco.

La malapianta

Riporto interamente questa “lettera” pubblicata su Luogo comune di cui sottoscrivo i contenuti (eccezion fatta la stima espressa a Napolitano nelle prime righe: stima de che?).

È la storia di un episodio
inquietante, di un omicidio che, forse perché fa aprire gli occhi su cosa sia in realtà la legge dello stato, non riempie le prime pagine né i telegiornali.

Perché non dobbiamo vedere i viticci della pianta nociva che avviluppano il tronco della società, e ne succhia la linfa. No, non dobbiamo sapere: l'organismo parassita ha
ormai imposto la sua legge all'ospite.
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Lettera a Giorgio Napolitano

di Claudio Bianzino


Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Signor presidente,

nonostante la grande stima che ho nei suoi confronti, mi perdonerà se, seguendo l'esempio dei miei genitori, volutamente non uso le lettere maiuscole nel rivolgermi a lei ed alle istituzioni in genere, nel tentativo di riavvicinarvi un po', almeno simbolicamente, alla popolazione italiana.

Leggo sui giornali, con immensa gioia, che é stata finalmente presentata all'ONU la moratoria internazionale sulla pena di morte. Credo che sia una grande battaglia di civiltà portata avanti dal nostro Paese.

La vicenda di cui vorrei informarla, però, è un'altra.

Non so se ha sentito parlare di quell'uomo di 44 anni, trovato morto nel carcere di Capanne, nei pressi di Perugia, la mattina del 14 ottobre scorso.

Quell'uomo era un falegname che viveva nelle campagne dell'Umbria, nel cuore del nostro Paese, e conduceva una vita fatta di duro lavoro, amore per la propria famiglia ed i suoi tre figli, di preghiera ed amore per la natura. Quell'uomo costruiva mobili, mensole, porte, finestre, soppalchi. Era una delle persone più tranquille del mondo, quell'uomo, ed era circondato da centinaia di persone che gli volevano bene. Era un nonviolento, un "gandhiano", e, come me, avrebbe apprezzato moltissimo l'iniziativa per l'abolizione della pena di morte in tutto il mondo.

Quell'uomo la sera del 12 ottobre è stato arrestato ...

... perché nel suo orto è stata trovata qualche piantina di canapa indiana per uso personale.

La canapa, come è noto, è quella pianta che i nonni dei nostri nonni hanno coltivato e utilizzato per centinaia di anni, fino all'introduzione in Europa del tabacco, pianta che, a differenza della canapa, provoca dipendenza e causa milioni di morti in tutto il mondo.

Va da sé che se in un Paese aumentano le cose considerate illegali, il mondo dell'illegalità trova nuova linfa per alimentarsi e diventare sempre più forte. Ecco probabilmente perché, venendo incontro alla mafia, alla camorra, alla 'ndrangheta, alle multinazionali del tabacco, nonché alla malavita in genere, la canapa è stata equiparata alle droghe ed inserita tra le sostanze illegali.

Fermo restando, comunque, che il problema della droga, quella vera, quella che si trova con gran facilità in tutte le discoteche, o quella di cui fanno uso molti uomini d'onore che siedono sui banchi di Montecitorio e Palazzo Madama, sia un problema molto serio. Ma torniamo al nostro uomo, un problema ancor più serio.

L'arresto è avvenuto al termine di una giornata di perquisizioni, a seguito delle quali, oltre alle piantine, si è scoperto che il falegname aveva soldi in casa per un valore di 30 (trenta) euro, e nessun conto in banca o in posta. E' stato quindi deciso di mettere l'uomo, totalmente incensurato, in una cella di isolamento, e lasciare a casa, per un tempo indeterminato, un ragazzino di 14 anni in compagnia della nonna ultranovantenne in precarie condizioni di salute.

C'è chi dice che l'uomo sia stato scambiato per qualcun altro, forse per uno spacciatore, forse per un anarchico o chissà chi.

I fatti ci raccontano che dopo l'arresto, sono state effettuate le consuete ed accurate visite mediche e psichiatriche, attestanti che l'uomo era in perfette condizioni psico-fisiche, con pressione arteriosa e battito cardiaco ottimali. La mattina del 14 l'uomo è stato trovato morto.

I medici legali, la voce della scienza, ci dicono che dopo la prima autopsia sul corpo dell'uomo sono state riscontrate delle lesioni. Lesioni compatibili con l'omicidio. Compatibili con la tortura. Tortura che, se confermata, è stata certamente compiuta da professionisti, gente addestrata ad uccidere con metodi che non lasciano segni esteriori, ma svariate lesioni interne, riscontrabili solo tramite esami autoptici.

Ovviamente c'è un'indagine in corso, che potrà confermare o meno queste ipotesi. Ed a proposito dell'indagine, essendo lei anche il presidente del Csm, vorrei informarla di alcuni particolari. Si sa che un carcere di "sicurezza" è tenuto ad essere videosorvegliato ed a fornire le immagini di tutto ciò che succede al suo interno, 24 ore su 24. Ma le attese immagini chiarificatrici non hanno ancora chiarito nulla. Si sa anche che quando un magistrato fissa l'incidente probatorio è obbligato a convocare tutte le parti in causa. Ma anche questo non è successo. Ultima precisazione, poi, che potrebbe apparire alquanto bizzarra: il magistrato che sta conducendo le indagini è la stessa persona che ha ordinato l'arresto dell'uomo.

E' ovvio, comunque, che in un Paese civile come il nostro, un Paese che diffonde democrazia, pace e giustizia in tutto il mondo, ci si aspetterebbe che, se ci fosse qualcuno sospettato per aver commesso un simile assassinio, costui fosse quanto meno sospeso dal proprio incarico. Beh, non ci crederà, signor presidente, ma questo non è successo.

Un Paese come il nostro, che porta alta la fiaccola dei diritti umani ed urla al resto del mondo di abrogare la pena di morte, consente a propri dipendenti, sospettati di simili atrocità, di continuare ad esercitare la loro "professione" indisturbati, magari nei confronti di altri uomini o donne. Magari proprio in questo momento, mentre le sto scrivendo.

Sabato 10 novembre a Perugia c'è stata una grande manifestazione, piena di giovani e con oltre duemila persone, che chiedevano verità e giustizia per quell'uomo. Chiedevano di poter vivere in un Paese migliore, signor presidente.

Ho la speranza, signor presidente, che un giorno qualche nazione, ancora più civile della nostra, vada all'ONU a chiedere che venga fatta piena luce sulle centinaia di morti che avvengono all'interno delle carceri italiane.

Questo per sperare di poter vivere in un mondo un po' più giusto, un po' più libero, un po' più vivibile. Così come avrebbe voluto anche quell'uomo. Quell'uomo che si chiamava Aldo. E che era mio fratello.

Distinti saluti.

Claudio Bianzino

La lettera ci è stata segnalata da Claudio Negrioli (Clausneghe), che l'ha ricevuta dall'Autore e l'ha pubblicata sul suo blog.

Saturday, December 15, 2007

I Prodromi del Gongoro

Il dispaccio da Laputa ci riporta indietro nel tempo, negli anni '30, sulle labili tracce di quello zombie che noi italiani conosciamo col nome di gongoro. Già, il gongoro non è solo una leggenda: è la realtà di tanti, tantissimi uomini dei quali la storia non parla, ma che della storia sono la forza motrice.

Schiavi, servi della gleba, proletari, cannon fodder: cambia il nome, non la sostanza. Sono sempre coloro che pagano il costo di quella grande opera letteraria che è la storia dei grand'uomini e degli eroi, e che per non macchiarne il mito bisogna dimenticare, nascondere, degradare a semplice effetto collaterale.

Buona lettura, e un ottimo week-end a tutti i gongori in ascolto.
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Di Giovanni Pesce


Già che ci troviamo sulle rive del Potomac, risaliamo la corrente fino all’intersecarsi del Potomac con l’Anacostia River, dove, anni fa, avvennero fatti singolari.

Correvano gli anni 30, anzi stagnavano gli anni 30 nella grande depressione paludosa di “Foggy Bottom” nonostante qualche anno prima le idrovore di Wall Street avessero iniziato l’opera di drenaggio del risparmio dei lavoratori Usa ed avessero immerso nel fango la capacità di crescita economica e finanziaria della nazione americana.

Nel 1932 un gruppo di reduci della WWI, pressato dalle incertezze economiche, cercò di ottenere la liquidazione del Bonus (certificato di credito garantito dallo Stato di 1 dollaro al giorno) anticipatamente rispetto alla data stabilita (1945).

Con una pacifica marcia, i primi ex-soldati giunsero a Washington nel Maggio 1932 fino alla formazione a fine Luglio di una massa di circa 17mila persone, concentrate sull’argine dell’Anacostia; oltre ai reduci erano, infatti, presenti nell’accampamento le donne e bambini dei veterani.

Quello era un anno elettorale; infatti in Usa si vota, ogni 4 anni, la prima settimana di Novembre; praticamente negli anni bisestili.
Dal punto di vista elettorale è risaputo che le azioni plateali di inizio estate hanno un grande influenza sul voto di inizio Novembre.
Usando questa metrica temporale, si possono scoprire realtà che, sconosciute al grande pubblico, analizzeremo nel prossimo futuro.

Torniamo a Washington dove l’evento in questione è ricordato con i nomi “Bouns Army” o “Bonus March” o “Bonus Expeditionary Force”.
Il governo attese qualche mese e poi parti l’ordine “give em hell”; incaricati del dirty work furono tre ragazzi fin allora abbastanza per noi sconosciuti, ma, niente paura, saranno selezionati dal destino per godere di una maggior visibilità storica:

Generale Douglas MacArthur => Comandante dell’azione
Maggiore David Dwight Eisenhower => Coordinatore
Capitano George Patton => Comandante sul campo.

Noi conosciamo Eisenhower per il famoso discorso di commiato presidenziale nel 1961 basato sulla teoria del “complesso militare-industriale” e George Patton per quella folle corse verso Praga nel maggio 1945 per recuperare materiale atomico tedesco particolarmente significativo.
Peccato che quell’incidente di auto ci abbia privato di una persona tanto informata dei fatti e tanto loquace quanto il Gen. Patton.

Torniamo al Bonus Army i cui componenti furono dispersi il 28 Luglio 1932 con carri armati, baionette, gas lacrimogeni, incendi di tende e baracche e furono costretti a disperdersi nei diversi Stati USA.

Questi reduci della WWI dovettero inglobarsi nei circa due milioni di homeless che vagavano in quegli anni negli USA; operazione non facile poichè alcuni stati tra i quali la California avevano adottato misure di polizia contro i social zombie; in pratica era stato dato l’ordine ai poliziotti della California di arrestare i vagabondi, gli homeless, i senza lavoro e senza identità.

Così questi poveri, colpiti sia dalla sfortuna che dalle baionette, erano costretti a vivere, a causa di tali contingenze, senza farsi vedere.

In questo ambiente sociale nasce l’avventura di Bombie the Zombie (1949), forse influenzata anche dal film “White Zombie” di agosto 1932.

In Europa non ci si rendeva conto di ciò; sui giornali europei, infatti, i risultati elettorali tedeschi di luglio 1932 avevano oscurato i disordini americani del Bonus Army.

Carl Barks, impegnato con il malfunzionamento del famoso impianto di aria condizionata della Disney, probabilmente ha avuto qualche contatto con questo ambiente zombie.

Chi lo ricorda bene è, invece, Clint Eastwood nato in California nel Maggio del 1930.

Nel blog di Clint si parla della città fantasma conosciuta come Miseryville o Pipe City nei pressi della East Bay di Oakland California.

O tempora o mores! Che tempi terribili, speriamo che non ritornino, anche se…..

Comunque niente paura, questo mese Venerdì 13 è capitato di Giovedì.

Thursday, December 13, 2007

«Chi, noi?»

Non me lo sarei mai aspettato. Da Wired.com:
Per anni, nessun programma militare ha provocato più febbrili speculazioni tra i cospirazionisti del misterioso High Frequency Active Auroral Research Program, o HAARP. E per anni, il Pentagono ha sbeffeggiato la speculazione che l'enorme collezione di trasmettitori, radar e magnetometri in Alaska fosse un qualche tipo di super-arma.

Ora viene fuori che i cospirazionisti non avevano tutti i torti, dopo tutto.
I cospirazionisti che hanno preso per anni a pesci in faccia? Ma pensa. Per Wired, invece, era sempre tutto normale.
Un'iniziativa di Clifford Stone sul mega-sito X-filesco Above Top Secret volta ad usare il Freedom of Information Act per svelare documenti relativi agli UFO ha condotto al rilascio di un affascinante rapporto, HAARP: Ricerca ed Applicazioni. Proviene dal laboratorio di ricerca dell'aeronautica e dall'ufficio di ricerca navale e presenta gli usi che i militari vedono per HAARP. A quanto pare il Pentagono vuole ottenere un certo ritorno militare dal programma in cambio dei suoi dollari.
Non vedo nulla di nuovo: lo stato che dice di investire la refurtiva fiscale – i “suoi dollari,” che facezia! – in opere utili a tutti, quando lo sono solo per alcuni, i soliti. L'unica cosa sorprendente è la sorpresa di Wired, forse quando mollano un cinquantino al tossico in piazza credono davvero che lo userà per mangiare. Però sono i cospirazionisti (“che non avevano tutti i torti” a dubitare delle dichiarazioni ufficiali) ad essere X-fileschi.
HAARP può in effetti eseguire funzioni militarmente molto importanti, e tutte coinvolgono le interazioni delle onde radio con l'alta atmosfera, la magnetosfera e la ionosfera.
A Wired devono essere nati ieri.

Wednesday, December 12, 2007

Oneness

Una divertente striscia da Monty di Jim Meddick, in cui l'imbelle couch-potato esplora le filosofie orientali, con qualche piccolo infortunio...



Tuesday, December 11, 2007

Control this!

The environmentalist fear mongers are gearing up for a new propaganda blitz, based on an alleged connection between the two recent major hurricanes and alleged global warming. They apparently believe that modern education and cultural reconditioning have been at work long enough for most Americans by now to have adopted the mentality of primitive tribal villagers, who can be frightened into sacrificing their sheep and goats (substitute SUVs and air conditioners) to avoid the wrath of nature.
(George Reisman)
Il culto dello stato nasce dall'illusione del controllo: controllo dell'economia, della popolazione, della morale. L'organismo sociale si arroga i poteri che gli uomini erano soliti associare agli dei, non poteva quindi mancare il controllo del clima, argomento che torna utile anche per creare un senso di colpa collettivo, il peccato originale contro Gaia, la Madre Terra. Gli uomini l'hanno ferita, rischiano di distruggerla, i governi possono salvarla, questo ci dice l'ONU.

Ma un nuovo studio sul clima, pubblicato nel numero di dicembre dell'International Journal of Climatology della Royal Meteorological Society, contraddice le conclusioni dell'Intergovernmental Panel on Climate Change: secondo questo studio il cambiamento climatico non è il risultato delle attività umane ma un evento indipendente ed inevitabile. Uno degli autori, S. Fred Singer, ha detto:
L'attuale tendenza al riscaldamento, semplicemente, fa parte di un ciclo naturale di riscaldamento e raffreddamento del clima che è stato osservato nei nuclei del ghiaccio, nei sedimenti marini, nelle stalagmiti, ecc. ed è stato pubblicato in centinaia di documenti in pubblicazioni peer-reviewed. Il meccanismo che produce tali cambiamenti ciclici del clima è ancora in discussione; mamolto probabilmente questi ultimi sono causati da variazioni nel vento solare e nei campi magnetici associati che interessano il continuo flusso di raggi cosmici nell'atmosfera terrestre. A loro volta, tali raggi cosmici si pensa influenzino la nuvolosità e quindi controllino la quantità di luce solare che raggiunge la superficie così come il clima della terra. La nostra ricerca dimostra che il continuo aumento di CO2 atmosferico ha soltanto un'influenza secondaria sul cambiamento climatico. Dobbiamo concludere, quindi, che i tentativi di controllare le emissioni di CO2 sono inefficaci e superflui – anche se molto costosi.
Gli altri autori dello studio sono il prof. David H. Douglass (Univ. of Rochester), il prof. John R. Christy (Univ. of Alabama) e Benjamin D. Pearson (assistente).

Niente di nuovo, soprattutto ricordando che di scettici se ne trovano addirittura tra gli scienziati che l'ONU inserisce tra i promotori dell'Intergovernmental Panel. Richard Lindzen, professore di Meteorologia al MIT ha confessato: “la verità è che neanche chiedono il nostro parere.” Semplicemente un'altra conferma che quello che interessa davvero non è il cambiamento del clima, ma la possibilità di imporre una tassa globale, primo decisivo passo per arrivare all'anelato governo mondiale.

Sarebbe forse più utile e logico cominciare ad organizzarsi per affrontare al meglio una realtà in cui il clima non sarà più quello che conosciamo, invece di illudere il mondo della possibilità di fermare il processo andando in bicicletta. Ma se lo scopo di un governo è la spoliazione del territorio su cui espande il proprio dominio, quale potrebbe mai essere lo scopo di un “pannello intergovernativo” mondiale?