Monday, April 20, 2009

La legge dei numeri

“If most people are not willing to see the difficulty, this is mainly because, consciously or unconsciously, they assume that it will be they who will settle these questions for the others, and because they are convinced of their own capacity to do this.”
(Friedrich August von Hayek)

Un lettore, commentando l'intervista di Peter Schiff, solleva un'obiezione che è ormai classica, quando si discute di economia. Guru2012 scrive, infatti:
Cerco di capirci qualcosa di quel che dicono questi cervelloni della finanza e dell'economia, ma così, da parvenue, sento ancora parlare di competitività, di crescita, di vendere più prodotti.

... a mio parere, sono proprio quei modelli di "competitività" e di "crescita" che andrebbero interpretati in chiave diversa.
Mi sembra una buona occasione per provare a fare un po' di chiarezza su di un punto fondamentale: l'economia propone modelli da seguire? La risposta è no. L'economia studia le interazioni tra gli uomini e le loro conseguenze, permette di capire – ovviamente con un certo grado di incertezza – dove porterà un determinato corso di azioni, e quindi può aiutare a scegliere il più proficuo, ma nel momento in cui si pretende di usarla per imporne uno, pur con tutte le buone intenzioni di questo mondo, cessa a mio avviso di essere scienza e si trasforma in religione. Entra in gioco quella presunzione di sapere di cui parlava Hayek: armato di grafici e statistiche l'economista si pone al di fuori ed al di sopra dell'umanità presumendo di conoscere la volontà di milioni di esseri umani tutti diversi tra loro, e quindi di essere investito dell'autorità di guidarne il cammino e correggerne gli errori.

Questo tipo di attitudine mentale non ha niente a che fare con il libero mercato, ovvero il campo di studio della scienza economica, e infatti lo stesso Keynes, guida spirituale degli attuali economisti di corte alla Krugman, confessò candidamente che la sua visione di economia era molto più adatta ad una società totalitaria piuttosto che ad una in cui le relazioni e gli scambi interpersonali fossero liberi. Questa è anche la differenza fondamentale tra gli economisti austriaci, eredi dei classici, e i keynesiani o pianificatori: laddove i primi suggeriscono che gli uomini siano lasciati liberi di agire nel mercato, ragionevolmente certi che le spinte costruttive e positive compensino abbondantemente quelle distruttive e negative, i secondi credono il contrario e si autoinvestono dell'autorità di correggere l'umanità, della quale si considerano evidentemente superiori.

La vera differenza, quindi, è nel come si considera l'uomo: se l'austriaco si limita ad osservarne le azioni con la curiosità e la meraviglia dello studioso, rendendosi conto dei limiti che sono anche i suoi, per il keynesiano, come l'agente Smith del film Matrix, l'umanità è invece un virus, un organismo votato alla distruzione se non corretto con le sue cure “scientifiche.” L'agente Smith però, a differenza del keynesiano, non è umano (anche se su questo punto esistono diverse scuole di pensiero). La cosa curiosa è che è proprio da questa specie di “complesso di superiorità” che hanno origine le considerazioni con cui Guru2012 conclude il suo commento:
Capisco che un'azienda debba essere chiusa perché non produttiva, o meglio, troppo poco competitiva, ma non ci si può fermare a questo.

Non può vincere la cruda legge dei numeri.
Considerazioni apparentemente condivisibili, ma che in questo contesto sottintendono la capacità dell'economista di intervenire per ristabilire l'etica nelle interazioni tra gli individui, interazioni che, in accordo con la dottrina marxista (e prima ancora hobbesiana) sono per natura conflittuali. Ora, al di là del fatto che l'economista è anch'egli un uomo, e che quindi in questa ottica a sua volta immerso in questa presunta logica di conflitto, ciò che salta agli occhi è che la legge dei numeri, in realtà, vince sempre: se compro l'uovo oggi non potrò comprare la gallina domani, e fino ad oggi l'unica moltiplicazione di beni di cui siamo a conoscenza risale a duemila anni fa e riguardava alcuni pesci e poche pagnotte, ma non a caso viene ricordato come miracolo.

Il mercato, essendo una figura astratta che definisce l'insieme degli scambi tra gli uomini, non può essere immorale: lo possono essere alcuni di coloro che in esso agiscono, nel caso che, ad esempio, impongano degli scambi non volontari. Guarda caso, proprio il tipo di azione intrapresa da quell'ente dotato del monopolio della forza che si chiama stato, a cui i sacerdoti della new economy si sforzano di fornire giustificazioni morali, spesso ricorrendo a concetti quali la sostenibilità o l'equità. Ma un'economia sostenibile, per definizione, è un'economia che produce almeno quanto consuma, se non di più. Se un'azienda consuma risorse per produrre beni che nessuno vuole, quelle risorse mancheranno al resto dell'umanità. Se il consumo viene spinto dal credito – o dalla moneta creata dal nulla, che è praticamente la stessa cosa – e non dal risparmio, vengono consumate oggi delle risorse future. E se quel consumo non riesce a produrne almeno altrettante, quelle risorse domani non ci saranno più.

Questa è la vera immoralità: stampando moneta e moltiplicando il credito deprediamo il futuro delle prossime generazioni, un futuro che peraltro si avvicina sempre più rapidamente. Si sente spesso parlare del concetto di “decrescita felice.” Ecco, la decrescita l'abbiamo già imposta su chi verrà dopo di noi, e non credo proprio che saranno felici di scoprirlo. Vogliamo un'economia sostenibile? Allora ricordiamoci che la legge dei numeri vince sempre, e comportiamoci di conseguenza.

6 comments:

Vaaal said...

ottimo post.

Daniele said...

Complimenti davvero per questa riflessione, articolata in maniera impeccabile. Seguo regolarmente le questioni economiche e ho letto un po' di scuola austriaca (che condivido in toto), invidio il tuo saper rispondere in maniera semplice, lineare e scientifica alle osservazioni dei "profani" in materia. Spesso pure io mi trovo con conoscenti, colleghi o amici a riflettere su alcuni aspetti o fatti e, a volte, mi manca il "link" al nocciolo fondamentale della questione, quello che chiarisce i dettagli su cui la gente si sofferma a discutere.
Bravo Pax!

guru2012 said...

Paxtibi, forse le mie parole scritte “in libertà”, ti hanno in qualche modo “costretto” a tornare qualche passo indietro, per chiarire concetti che tu davi per scontati.

Non sapevo di essere su posizioni keynesiane, perché anche a me, certe volte, mi viene da pensare che l’umanità sia un virus che si vuol mangiare il pianeta.
Beh, ora lo so.

Ci studierò un po’ su. Magari va a finire che divento un convinto assertore della scuola austriaca.

Paxtibi said...

Grazie a Vaal e a Daniele per i complimenti, e al Guru per lo spunto di riflessione.

Vedi Guru, io non credo che tu sia su posizioni “keynesiane”: io penso semplicemente che le giuste e ammirevoli aspirazioni di giustizia che la maggior parte di noi prova siano spesso deviate dal loro corso dalla propaganda dei politici e dei loro tirapiedi.

Così ad esempio il giusto desiderio che tutti abbiano la possibilità di costruirsi la propria vita diventa una giustificazione per il furto, ma non ce ne accorgiamo perché, nella nostra buonafede, siamo distratti dalle vesti falsamente solidaristiche con cui gli intellettuali di corte lo ricoprono.

A volte è utile separare le emozioni dalla ragione, per capire davvero cos'è morale e cosa no.

Alla Scoperta said...

Vuoi collaborare con noi ?

Paxtibi said...

Come? Siete un aggregatore, mi par di capire?