Thursday, March 4, 2010

Le colpe della guerra in Medio Oriente

La storia è scritta dai vincitori, si dice. E se per storia intendiamo la narrativa che ci viene propinata nei centri d'indottrinamento statali e ripetuta ad nauseam dai media asserviti, questo è certamente vero. Fortunatamente però, di tanto in tanto, la storia viene scritta anche da persone eccezionali, che sfuggono all'omologazione vigente affidandosi esclusivamente alla ragione e alla loro umanità. Allora il ritratto che se ne ricava è spesso molto meno lusinghiero per gli acclamati vincitori.

Rothbard è stato un uomo di questo tipo, indifferente al clamore della folla ed ai diktat dei potenti. Quella che segue è una delle innumerevoli dimostrazioni del suo amore per la giustizia e la verità, un pezzo scritto per Left and Right nel 1967, all'indomani della guerra dei sei giorni in Medio Oriente.
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DI Murray Rothbard


Il problema con i settari, che siano libertari, marxisti, o sostenitori del governo mondiale, è che tendono ad accontentarsi della causa alla radice di ogni problema ed a non preoccuparsi mai delle cause più dettagliate o più prossime. Il migliore, e quasi ridicolo, esempio di settarismo cieco e non intelligente è il Partito Laburista Socialista, un partito venerabile senza effetto alcuno sulla vita americana. A qualsiasi problema che la condizione del mondo potrebbe porre – la disoccupazione, l'automazione, il Vietnam, i test nucleari, o qualsiasi altra cosa – il PLS ripete semplicemente, a pappagallo: “adottare il socialismo.” Poiché il capitalismo si presume essere la causa originaria di tutti questi ed altri problemi, solo il socialismo li spazzerà via, punto. In questo modo il settario, anche se la sua identificazione della causa originaria fosse corretta, si isola da tutti i problemi del mondo reale e, per ulteriore ironia, evita a sé stesso di avere un qualche effetto verso lo scopo finale che serba in cuore.

Alla domanda sulle colpe di una guerra, di qualunque guerra, il settarismo alza la sua brutta e disinformata testa molto al di là della palude in cui affonda il Partito Laburista Socialista. Libertari, marxisti, sostenitori del governo mondiale, ciascuno dalla propria diversa prospettiva, hanno l'insita tendenza di evitare di tediarsi con i pro e i contro dettagliati di ogni dato conflitto. Ciascuno di essi sa che la causa alla radice della guerra è il sistema della nazione-stato; data l'esistenza di questo sistema, le guerre ci saranno sempre e tutti gli stati se ne divideranno la colpa. Il libertario, in particolare, sa che gli stati, senza eccezione, aggrediscono i loro cittadini e sa inoltre che in tutte le guerre ogni stato aggredisce i civili innocenti “appartenenti” all'altro stato.

Ora questo tipo di visione della causa originaria della guerra e dell'aggressione, e della natura dello stato in sé, è cosa buona e giusta ed estremamente necessaria per comprendere lo stato del mondo. Ma il problema è che il libertario tende a fermarsi lì, ed eludendo la responsabilità di conoscere che cosa sta accadendo in ciascuna specifica guerra o conflitto internazionale, tende a saltare ingiustificabilmente alla conclusione che, in qualunque guerra, tutti gli stati sono ugualmente colpevoli, e quindi a continuare a farsi gli affari suoi senza pensarci due volte. In breve, il libertario (e il marxista e il partigiano del governo mondiale) tende a trincerarsi nella comoda posizione di un “Terzo Accampamento,” assegnando uguali colpe a tutte le parti in ogni conflitto, e lasciando perdere. Questa è una posizione comoda da prendere perché in realtà non aliena i partigiani dell'uno o dell'altro lato. Entrambi gli schieramenti in una guerra scarteranno quest'uomo come “idealista” senza speranza e settario, un uomo anche piuttosto amabile perché ripete meccanicamente la sua posizione “pura” senza informarsi o prendere posizione su qualsiasi guerra stia infuriando nel mondo. In breve, entrambi gli schieramenti tollereranno il settario precisamente perché irrilevante, e perché la sua irrilevanza garantisce che non avrà effetto sul corso degli eventi o sull'opinione pubblica su questi eventi.

No: libertari devono arrivare a capire che ripetere meccanicamente i principi ultimi non è abbastanza per affrontare il mondo reale. Solo perché tutte le parti condividono la colpa ultima degli stati non significa che tutte le parti sono ugualmente colpevoli. Al contrario, virtualmente in ogni guerra, una parte è molto più colpevole dell'altra e a quella parte dev'essere assegnata la responsabilità di base per l'aggressione, la conquista, ecc. Ma per per scoprire quale parte in una guerra è la più colpevole, dobbiamo informarci approfonditamente sulla storia di quel conflitto e questo richiede tempo e riflessione – ed è inoltre necessaria la volontà ultima di diventare rilevanti prendendo posizione e assegnando un maggior grado di colpevolezza su un lato o sull'altro.

Diventiamo quindi rilevanti; e, con questo in mente, esaminiamo le cause storiche alla radice dell'attuale cronica e acuta crisi in Medio Oriente; e facciamolo con lo scopo di scoprire e giudicare il colpevole.

La crisi cronica del Medio Oriente risale – come molte altre crisi – alla Prima Guerra Mondiale. I britannici, in cambio della mobilitazione dei popoli arabi contro i loro oppressori della Turchia imperiale, promisero agli arabi la loro indipendenza alla fine della guerra. Ma, allo stesso tempo, il governo britannico, con un caratteristico gioco su due tavoli, prometteva la Palestina araba come “casa nazionale” per il sionismo organizzato. Queste promesse non erano sullo stesso piano morale: per ché nel primo caso, agli arabi veniva promessa la propria terra liberata dalla dominazione turca; e nel secondo, si prometteva al sionismo mondiale una terra enfaticamente non sua. Quando la guerra mondiale finì, i britannici senza alcuna esitazione scelsero di mantenere la promessa sbagliata, quella al sionismo mondiale. La loro scelta non fu difficile; se avesse mantenuto la propria promessa agli arabi, la Gran Bretagna avrebbe dovuto andarsene gentilmente dal Medio Oriente e consegnare quella terra ai suoi abitanti; ma, per adempiere alla sua promessa ai sionisti, la Gran-Bretagna doveva rimanere come potenza imperiale che governasse la Palestina araba. Che abbia scelto il corso imperiale non sorprende affatto.

Dobbiamo, quindi, tornare ancora più indietro nella storia: a cosa serviva il sionismo mondiale? Prima della Rivoluzione Francese, gli ebrei europei in gran parte erano stati relegati in ghetti, e dalla vita del ghetto era emersa una distinta identità culturale ed etnica (così come religiosa) ebraica, con lo Yiddish come linguaggio comune (essendo l'ebraico soltanto l'antica lingua dei riti religiosi). Dopo la Rivoluzione Francese, gli ebrei dell'Europa occidentale si emanciparono dalla vita del ghetto ed affrontarono la scelta di dove dirigersi. Un gruppo, gli eredi dell'Illuminismo, scelse e sostenne la scelta di uscire dalla cultura ristretta e parrocchiale del ghetto per assimilarsi nella cultura e nell'ambiente del mondo occidentale. Ma se l'assimilazionismo era chiaramente il corso razionale in America ed Europa occidentale, questo percorso non avrebbe potuto esser seguito facilmente in Europa Orientale, dove le mura dei ghetti ancora tenevano. In Europa Orientale, quindi, gli ebrei si rivolsero ai vari movimenti per la conservazione dell'identità etnica e culturale ebraica. Quello prevalente era il Bundismo, la visione del Bund ebraico, che sosteneva l'autodeterminazione nazionale ebraica, fino ad includere uno stato ebraico nelle regioni a predominanza ebrea dell'Europa Orientale (così, secondo il Bundismo, la città di Vilna, in Europa Orientale, con una popolazione a maggioranza ebrea, avrebbe fatto parte di uno stato ebraico di nuova formazione). Un altro gruppo di ebrei, meno potente, il movimento territorialista, disperando per il futuro degli ebrei in Europa Orientale, sosteneva la conservazione dell'identità ebraica Yiddish con la formazione di colonie e comunità ebree (non stati) in varie zone non popolate e vergini del mondo.

Date le condizioni dell'ebraismo europeo alla fine del XIX ed all'inizio del XX secolo, tutti questi movimenti avevano una base razionale. L'unico movimento ebraico privo di senso era il sionismo, un movimento che ebbe inizio all'interno del territorialismo ebraico. Ma mentre i territorialisti volevano semplicemente conservare l'identità ebrea-Yiddish in una terra propria di nuova formazione, il sionismo cominciò ad insistere per una terra ebraica unicamente in Palestina. Il fatto che la Palestina non fosse una terra vergine, ma fosse già occupata da popolazioni di contadini arabi, non significava niente per gli ideologhi del sionismo. Ancora, i sionisti, lungi dallo sperare di conservare la cultura Yiddish del ghetto, voleva seppellirla e sostituirla con una nuova cultura ed una nuova lingua basate su un'artificiale espansione secolare dell'antico ebraico religioso.

Nel 1903, i britannici offrirono un territorio per la colonizzazione ebraica in Uganda ed il rifiuto di questa offerta da parte dei sionisti polarizzò i movimenti territorialista e sionista, che in precedenza erano fusi insieme. Da quel momento in poi, i sionisti si dedicheranno alla mistica terra-e-sangue in Palestina e solo in Palestina, mentre i territorialisti avrebbero cercato una terra vergine in un'altra parte del mondo.

A causa degli arabi residenti in Palestina, il sionismo dovette trasformarsi in pratica in un'ideologia di conquista. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Gran Bretagna prese il controllo della Palestina ed usò il suo potere sovrano di promuovere, incoraggiare e favorire l'espropriazione delle terre arabe per l'uso e per l'immigrazione sionista. I vecchi titoli di proprietà terriera turchi venivano spesso raccolti e comprati a poco prezzo, espropriando così i contadini arabi in nome dell'immigrazione sionista europea. Nel cuore del mondo arabo agricolo e nomade del Medio Oriente arrivava così, sulle spalle e sulle baionette dell'imperialismo britannico, un popolo di colonizzatori in gran parte europeo.

Anche se il sionismo era ora impegnato per una Palestina come casa nazionale ebraica, non lo era ancora nell'allargamento di uno stato ebraico indipendente in Palestina. Effettivamente, soltanto una minoranza dei sionisti favoriva uno stato ebraico e molti di questi avevano rotto con il sionismo ufficiale, sotto l'influenza di Vladimir Jabotinsky, e avevano formato il movimento sionista-revisionista per mobilitarsi perché uno stato ebraico governasse l'antica Palestina storica su entrambe le rive del fiume Giordano. Non è sorprendente che Jabotinsky abbia espresso grande ammirazione per il militarismo e la filosofia sociale del fascismo di Mussolini.

All'altra ala del sionismo stavano i sionisti culturali, che si opponevano all'idea di stato politico ebraico. In particolare, il movimento del Ihud (Unità), raccolto intorno a Martin Buber e ad un gruppo di distinti intellettuali ebrei dell'università ebraica di Gerusalemme, sosteneva, quando i britannici se ne fossero andati, uno stato ebreo-arabo bi-nazionale in Palestina, in cui né l'uno né l'altro gruppo religioso dominasse l'altro, ma che lavorassero in pace ed armonia per costruire la terra della Palestina.

Ma la logica interna del sionismo non l'avrebbe tollerato. Nella tumultuoso congresso del Sionismo Mondiale all'Hotel Biltmore di New York nel 1942, il sionismo, per la prima volta, adottò l'obiettivo di uno stato ebraico in Palestina, e niente di meno. Gli estremisti avevano vinto. Da quel momento in poi, ci sarebbe stata una crisi permanente in Medio Oriente.

Pressati da lati opposti dai sionisti ansiosi di ottenere uno stato ebraico e dagli arabi che volevano una Palestina indipendente, i britannici decisero infine di andarsene dopo la Seconda Guerra Mondiale e di passare il problema alle Nazioni Unite. Con l'intensificarsi delle spinte per uno stato ebraico condizione, il riverito dott. Judah Magnes, presidente dell'Università Ebraica di Gerusalemme e capo del movimento del Ihud, denunciò amaramente il “totalitarismo sionista,” che, accusava, sta cercando di portare “l'intero popolo ebreo sotto la propria influenza con la forza e la violenza. Ancora non ho visto chiamare i terroristi sionisti con il loro giusto nome: assassini – che hanno brutalizzato uomini e donne. … Tutti gli ebrei in America condividono tale colpa, persino quelli che non sono d'accordo con le attività di questa nuova leadership pagana, ma che rimangono comodamente seduti con le mani incrociate….” Poco tempo dopo, il dott. Magnes ritenne necessario l'esilio dalla Palestina ed emigrò negli Stati Uniti.

Sotto la pressione incredibilmente intensa dagli Stati Uniti, nel novembre del 1947 l'ONU – compresi gli entusiasti Stati Uniti e l'URSS – approvò riluttante un programma di partizione della Palestina, un programma che costituì la base dell'uscita britannica e della dichiarazione dell'esistenza di Israele il 15 maggio dell'anno seguente. Il programma di partizione garantì agli ebrei, che possedevano una frazione trascurabile della terra palestinese, quasi metà dell'area territoriale del paese. Il sionismo era riuscito a ritagliare uno stato ebraico europeo in territorio arabo nel Medio Oriente. Ma non era affatto finita qui. L'accordo dell'ONU aveva permesso (a) che Gerusalemme venisse internazionalizzata secondo la regola dell'ONU e (b) che ci fosse un'unione economica fra i nuovi stati ebraico e arabo della Palestina. Queste erano le condizioni di base con cui l'ONU approvò la partizione. Entrambe vennero subito e bruscamente disattese da Israele – che cominciarono così una crescente serie di aggressioni contro gli arabi in Medio Oriente.

Mentre i Britannici erano ancora in Palestina, le forze paramilitari sioniste iniziarono a schiacciare le forze armate arabe palestinesi in una serie di scontri di guerra civile. Ma, cosa più fatidica, il 9 aprile 1948, i fanatici terroristi sionisti-revisionisti raggruppati nell'organizzazione Irgun Zvai Leumi massacrarono cento donne e bambini nel villaggio arabo di Deir Yassin. Dall'avvento dell'indipendenza di Israele il 15 maggio gli arabi palestinesi, demoralizzati, fuggivano in preda al panico dalle loro case e dalla minaccia del massacro. I vicini stati arabi mandarono allora le loro truppe. Gli storici sono soliti descrivere la guerra che seguì come invasione di Israele da parte degli stati arabi, eroicamente respinta da Israele, ma poiché tutti i combattimenti ebbero luogo su territorio arabo, questa interpretazione è chiaramente errata. Ciò che accadde, infatti, è che Israele riuscì ad occupare grossi pezzi dei territori assegnati agli arabi palestinesi dall'accordo di partizione, comprese le zone arabe della Galilea occidentale, della Palestina araba centro-occidentale come “corridoio” per Gerusalemme e delle città arabe di Jaffa e di Beersheba. Anche il grosso di Gerusalemme – la città nuova – fu occupata da Israele ed il programma di internazionalizzazione dell'ONU venne scartato. Gli eserciti arabi furono ostacolati dalla loro stessa inefficienza e disunità e da una serie di tregue imposte dall'ONU rotte solo per il tempo bastante a Israele per occupare più territorio arabo.

Prima dell'accordo di armistizio permanente del 24 febbraio 1949, allora, 600.000 ebrei avevano creato uno stato che in origine aveva alloggiato 850.000 arabi (da una popolazione araba palestinese totale di 1,2 milioni). Di questi arabi, tre quarti di milione erano stati cacciati dalle loro terre e case ed il resto sottoposto ad una dura regola militare che, dopo due decadi, è ancora in vigore. Le case, le terre ed i conti bancari dei rifugiati arabi fuggiti furono subito confiscati da Israele e consegnati agli immigranti ebrei. Israele a lungo ha sostenuto che i tre quarti di milione di arabi non furono cacciati con la forza ma piuttosto dal loro stesso ingiustificato panico indotto dai leader arabi – ma il punto chiave è che tutti conoscono il risoluto rifiuto di Israele a lasciare che questi rifugiati tornino e reclamino le proprietà a loro sottratte. Da quel giorno a oggi, per due decadi, questi sfortunati rifugiati arabi, le loro fila ora gonfiate per aumento naturale a 1,3 milioni, hanno continuato a vivere in assoluta indigenza nei campi profughi intorno ai confini israeliani, a mala pena mantenuti in vita dagli scarni fondi dell'ONU e dai pacchi CARE, vivendo soltanto per il giorno in cui potranno tornare alle loro legittime case.

Nelle regioni della Palestina originariamente assegnate agli arabi, non è rimasto nessun governo arabo palestinese. Il capo riconosciuto degli arabi palestinesi, il loro Grand Mufti Haj Amin el-Husseini, fu deposto sommariamente dallo strumento britannico di vecchia data, il re Abdullah della Trans-Giordania, che confiscò semplicemente le regioni arabe della Palestina centro-orientale, così come la città vecchia di Gerusalemme (la Legione Araba del re Abdullah era stata costruita, armata, provvista di uomini e perfino guidata da ufficiali colonialisti britannici come Glubb Pasha).

Per quanto riguarda i rifugiati arabi, Israele si aspetta che i contribuenti del mondo (ovvero, in gran parte i contribuenti degli Stati Uniti) si inseriscano e finanzino un ampio programma per risistemarli in qualche luogo in Medio Oriente – cioè, in qualche luogo lontano da Israele. I rifugiati, tuttavia, non hanno naturalmente interesse nella risistemazione; rivogliono le loro case e proprietà, punto.

L'accordo di armistizio del 1949 si presumeva fosse sorvegliato da una serie di Commissioni Miste di Armistizio, composta da Israele e dai suoi vicini arabi. Molto presto, tuttavia, Israele sciolse le Commissioni Miste di Armistizio e cominciò ad invadere sempre più territori arabi. Quindi, la zona ufficialmente demilitarizzata di El Auja venne sommariamente occupata da Israele.

Da quando il Medio Oriente era ancora tecnicamente in uno stato di guerra (c'era un armistizio ma nessun trattato di pace), l'Egitto, dal 1949 in poi, aveva continuato a bloccare lo stretto di Tiran – l'entrata al golfo di Aqaba – a tutti i trasporti israeliani e a tutto il commercio con Israele. In considerazione dell'importanza del blocco del golfo di Aqaba nella guerra del 1967, è importante ricordare che nessuno protestò per questa azione egiziana: nessuno disse che l'Egitto stava violando il diritto internazionale chiudendo questo “pacifico canale internazionale” (rendere qualsiasi canale aperto a tutte le nazioni, secondo il diritto internazionale, richiede due condizioni: (a) consenso delle potenze che si affacciano sul canale e (b) che non esista stato di guerra fra qualsiasi delle potenze che si affacciano sul canale. Nessuna di queste condizioni valevano per il golfo di Aqaba: l'Egitto non acconsentì mai ad un tale accordo e Israele era in uno stato di guerra con l'Egitto dal 1949, di modo che l'Egitto poté bloccare il golfo ai trasporti israeliani senza contestazioni dal 1949 in poi).

La storia della continua aggressione israeliana era appena cominciata. Sette anni più tardi, nel 1956, Israele, alleato agli eserciti imperialisti britannici e francesi, invase l'Egitto. E – oh, con quale fierezza Israele imitò coscientemente le tattiche naziste del blitzkrieg e dell'attacco a sorpresa! E – oh, che ironia che proprio lo stesso establishment americano che per anni aveva denunciato i blitzkrieg e gli attacchi a sorpresa nazisti fosse improvvisamente pieno d'ammirazione per esattamente le stesse tattiche impiegate da Israele! Ma in questo caso, gli Stati Uniti, abbandonando momentaneamente la loro devozione intensa e continua alla causa israeliana, si unirono alla Russia nell'obbligare gli aggressori a lasciare il territorio egiziano. Ma Israele non ha acconsentì a ritirare le proprie forze dalla penisola del Sinai finché l'Egitto non avesse acconsentito a permettere che una Forza Speciale d'Emergenza dell'ONU avesse amministrato la fortezza di Sharm-El Sheikh che controlla lo stretto di Tiran. Tipicamente, Israele rifiutò sdegnoso all'UNEF il permesso di pattugliare il proprio lato del confine. Soltanto l'Egitto acconsentì a permettere l'accesso alle forze dell'ONU, e fu a causa di questo che il golfo di Aqaba è rimasto aperto ai trasporti israeliani dal 1956 in poi.

La crisi del 1967 nacque dal fatto che, nel corso degli ultimi anni, i rifugiati arabi palestinesi avevano cominciato ad abbandonare la loro precedente disperazione triste e passiva ed a formare movimenti guerriglieri che si sono infiltrati nei confini israeliani per portare la loro lotta nella regione delle loro case perdute. Dall'anno scorso, la Siria è stata sotto il controllo del più militante governo anti-imperialista che il Medio Oriente abbia visto da anni. L'incoraggiamento siriano ai guerriglieri palestinesi ha spinto i forsennati capi di Israele a minacciare la Siria con la guerra e la conquista di Damasco – minacce punteggiate da severe incursioni di rappresaglia contro i villaggi siriani e giordani. A questo punto il primo ministro egiziano, Gamal Abdel Nasser, che era stato uno sbruffone anti-israeliano per anni, ma che si era concentrato preferibilmente su misure demagogiche e stataliste che rovinarono l'economia interna dell'Egitto, fu sfidato dai siriani a fare qualcosa di concreto per aiutare: in particolare, a metter fine al controllo dell'UNEF – e quindi al continuo passaggio israeliano – nel golfo di Aqaba. Da qui, la richiesta di Nasser perché l'UNEF se ne andasse. Le proteste pro-israeliane alla rapida acquiescenza di U Thant sono grottesche, quando consideriamo che le forze dell'ONU erano là soltanto su richiesta egiziana e che Israele ha sempre rifiutato risolutamente di avere le forze dell'ONU sul proprio lato del confine. Fu a quel punto, con la chiusura dello stretto di Tiran, che Israele ha cominciato evidentemente a prepararsi per il proprio prossimo blitzkrieg.

Mentre apparentemente approvava le trattative di pace, il governo israeliano alla fine cedeva alle pressioni dei “falchi” all'interno del paese e la nomina di un noto guerrafondaio, il generale Moshe Dayan, a ministro della difesa era ovviamente il segnale per il blitz israeliano avvenuto dopo pochi giorni. Le incredibilmente rapide vittorie israeliane; la glorificazione della stampa delle tattiche e della strategia israeliane; la chiara impreparazione delle forze arabe a dispetto della gran fanfara; tutto ciò dimostra a tutti tranne ai più ingenui il fatto che Israele lanciò la guerra del 1967 – un fatto che l'Israele a malapena si preoccupa di negare.
Uno degli aspetti più repellenti del macello del 1967 è l'aperta ammirazione per la conquista israeliana da parte di quasi tutti gli americani, ebrei e non ebrei. Sembra esserci una malattia nel profondo dell'animo americano che causa la sua identificazione con l'aggressione e l'omicidio di massa – più rapido e più brutale è, meglio è. Nell'ondata di ammirazione per la marcia israeliana, quanti si addolorarono per le migliaia di civili arabi innocenti assassinati con l'uso israeliano del napalm? E per quanto riguarda lo sciovinismo ebraico fra il cosiddetto popolo “pacifista” della sinistra, non c'è dimostrazione più nauseabonda di una totale mancanza di umanità che quella mostrata da Margot Hentoff nel liberal Village Voice:
“C'è qualche guerra che ti piace? In caso affermativo, sei ebreo? Fortunato te. Che gran momento per essere ebreo. Avete mai conosciuto dei pacifisti ebrei? Ne avete conosciuto qualcuno la settimana scorsa? … Del resto, questa era una guerra differente – un vecchio genere di guerra, un genere di guerra in cui la morte era portatrice di vita e le morti arabe non contavano. Che piacere essere, ancora una volta, a favore di una guerra. Che bella sensazione, sana e pulita, acclamare quelle jeep che attraversavano lo schermo televisivo piene di soldati EBREI duri, magri, risoluti, armati.

“‘Guarda come vanno! WOW! ZAP! Niente li fermerà adesso!’ ha detto un vecchio pacifista radicale. ‘Questo è un esercito di ebrei!’

“Un altro (il cui contributo principale al giudaismo finora è stato di scrivere articoli che ripudiano Israele e che annunciano che il giudaismo ha fallito e se lo merita) ha passato la settimana a dissimulare la sua nazionalità. ‘Come stiamo?’ Continuava a chiedere. ‘Dove arriveremo adesso?’”
Che “bella sensazione pulita” davvero, quando “le morti arabe non contano!” C'è qualche differenza fra questo tipo di atteggiamento e quello dei nazisti persecutori di ebrei che la nostra stampa attacca, giorno dopo giorno, da ben più di vent'anni?

Quando ebbe inizio questa guerra, i capi israeliani affermarono che non erano interessati nemmeno in un “pollice” di territorio; la loro lotta era puramente difensiva. Ma ora che Israele siede sulle sue conquiste, dopo ripetute violazioni dei cessate il fuoco dell'ONU, spira un'aria molto diversa. Le sue forze occupano ancora tutta la penisola del Sinai; tutto il Giordano palestinese è stato occupato, spingendo altri quasi 200.000 sfortunati profughi arabi ad unirsi a centinaia di migliaia di loro compagni dimenticati; ha strappato un bel pezzo di Siria; e Israele afferma arrogante che non restituirà mai, mai, la città vecchia di Gerusalemme e non la internazionalizzerà; l'occupazione israeliana dell'intera Gerusalemme è semplicemente “non negoziabile.”

Se Israele è stato l'aggressore in Medio Oriente, il ruolo degli Stati Uniti in tutto questo è stato ancor più sgradevole. L'ipocrisia della posizione degli Stati Uniti è quasi incredibile – o lo sarebbe se non sapessimo qual è stata la politica estera degli Stati Uniti per decenni. Quando la guerra è cominciata, e per un momento è apparso come se Israele fosse in pericolo, gli Stati Uniti sono accorsi velocemente per dichiarare la propria dedizione “all'integrità nazionale del Medio Oriente” – come se i confini del 1949-67 fossero in qualche modo imbalsamati per sacro decreto e debbano essere conservati a tutti i costi. Ma – non appena è stato chiaro che Israele aveva vinto e conquistato ancora una volta, l'America si è rapidamente liberata dei propri presunti cari “principi.” Ora non si parla più “dell'integrità nazionale del Medio Oriente”; ora tutto è “realismo” e l'assurdità di tornare agli obsoleti confini dello status quo ed alla necessità che gli arabi accettino un accordo generale in Medio Oriente, ecc. Di quante altre prove abbiamo bisogno per sapere che gli Stati Uniti hanno approvato dall'inizio, pronti ad accorrere in soccorso di Israele se necessario? Di quante altre prove abbiamo bisogno per sapere che Israele è ora l'alleato ed il satellite degli Stati Uniti, che in Medio Oriente come in tante altre zone del mondo hanno indossato il mantello portato un tempo dall'imperialismo britannico?

La cosa più importante che gli americani non devono essere spinti a credere è che Israele sia un “piccolo” “derelitto” contro i suoi potenti vicini arabi. Israele è una nazione europea con uno standard tecnologico europeo che combatte un nemico primitivo e non sviluppato; ancora, Israele ha dietro di sé la forza concentrata di innumerevoli americani e europei occidentali che lo alimentano e lo finanziano, così come i governi leviatanici degli Stati Uniti e dei suoi numerosi alleati e stati clientelari. Israele non è un “prode derelitto” a causa dell'inferiorità numerica più di quanto lo fosse l'imperialismo britannico quando conquistava terre molto più popolate in India, in Africa ed in Asia.

E così, Israele ora si siede, occupando il proprio aumentato territorio, polverizzando case e villaggi che contengono cecchini, mettendo al bando gli arabi, uccidendo giovani arabi in nome del controllo del terrorismo. Ma questa stessa occupazione, questa stessa elefantiasi di Israele, fornisce agli arabi una potente occasione a lungo raggio. In primo luogo, come i regimi anti-imperialisti militanti di Siria e Algeria ora vedono, gli arabi possono spostare la loro enfasi strategica dalla disperata guerra convenzionale con un nemico molto meglio armato ad una prolungata e totale guerriglia popolare. Armato con armi leggere, il popolo arabo potrebbe mettere in atto un altro “Vietnam,” un'altra “Algeria” – un'altra guerriglia popolare contro un esercito d'occupazione pesantemente armato. Naturalmente, questa è una minaccia soltanto a lungo termine, perché per eseguirla gli arabi dovrebbero rovesciare tutte le loro stagnanti e reazionarie monarchie e formare una nazione unita pan-araba – perché le spaccature in nazioni-stato nel mondo arabo sono la conseguenza delle artificiose macchinazioni e delle depredazioni dell'imperialismo britannico e francese. Ma nel lungo termine, la minaccia è molto reale.

Israele, quindi, affronta un dilemma di lungo termine che un giorno dovrà affrontare. O continuare nel suo attuale percorso e, dopo anni di reciproche ostilità e di conflitto venir rovesciato dalla guerriglia popolare araba. O cambiare drasticamente direzione, liberarsi completamente dai legami imperiali occidentali e trasformarsi in semplici cittadini ebrei del Medio Oriente. Se lo facesse, allora la pace e l'armonia e la giustizia regnerebbero infine in questa regione tormentata. Ci sono molti precedenti per questa coesistenza pacifica. Per secoli prima dell'imperialismo occidentale del XIX e XX secolo, ebrei e arabi avevano sempre vissuto insieme pacificamente in Medio Oriente. Non ci sono inimicizia o conflitti inerenti fra arabi ed ebrei. Nei grandi secoli della civiltà araba nell'Africa del Nord ed in Spagna, gli ebrei avevano un ruolo felice e prominente – contrariamente alla loro continua persecuzione da parte dei fanatici dell'occidente cristiano. Ripulita dall'influenza e dall'imperialismo occidentale, quell'armonia può tornare a regnare di nuovo.

Wednesday, March 3, 2010

Monday, March 1, 2010

Sunday, February 28, 2010

Clima di terrore

Documentario in 5 parti. Piccola domanda polemica: son più di dieci anni che ci spacciano – a carissimo prezzo – questa robaccia. Dov'erano i cosiddetti “debunker,” in tutto questo tempo?

Friday, February 26, 2010

Intervista a Lew Rockwell

Presi nel vortice della decomposizione del sistema centralizzato capita di perdersi d'animo, di non riusicre a vedere vie d'uscita. Il Leviatano sembra essere più forte che mai, ormai intrecciato in ogni attività umana, portatore di sofferenza e morte.

È allora davvero rinfrancante leggere le parole di Lew Rockwell in questa intervista per Daily Bell, e condividere la sua passione refrattaria a qualsiasi disperazione, la sua fiducia nei giovani, nelle idee e nella libertà.

Gli imperi passano e muoiono, la libertà è per sempre.
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Introduzione: Lew Rockwell è uno dei principali sostenitori del moderno movimento del mercato libero e un importante fautore del rinascimento dell'economia austriaca in America ed all'estero. Rockwell è stato l'editore di Ludwig von Mises negli anni 60 e successivamente ha lavorato come capo dello staff del membro del Congresso Ron Paul. È fondatore del Mises Institute di Auburn in Alabama e del blog di successo LewRockwell.com. Insieme, queste entità sono fra i siti internet sul libero mercato più frequentati nel mondo.

Daily Bell: Avete condotto quasi da solo una rivoluzione nel pensiero che ha cambiato il mondo. Che sensazioni vi dà?

Rockwell: Be', grazie, ma non è così che funzionano le idee. Senza donatori, facoltà, studenti, collaboratori, mezzi di distribuzione e divisione del lavoro, siamo tutti soltanto degli scribacchini isolati. Questo è sempre stato vero, dal mondo antico ad oggi. Ci piace dire che una persona può fare la differenza, ma è vero solo in parte. Tutte le forme di produzione, comprese quelle nel mondo delle idee, richiedono tutta la cooperazione possibile. Ed anche se stavamo facendo grandi progressi prima del 1995, l'avvento dei media digitali ha fatto una grande differenza proprio perché ha ampliato drammaticamente le opportunità di comunicare e cooperare.

Daily Bell: Potete far conoscere ai nostri lettori la profondità e l'ampiezza delle organizzazioni di servizi che avete fondato – in particolare sulla rete?

Rockwell: Ho fondato il Mises Institute nel 1982 per garantire che l'influenza di Mises e degli altri economisti austriaci potesse crescere. Oggi Mises.org è il più grande sito no-profit di economia sul pianeta, ed è un potente centro educativo ed editoriale. Ho fondato LewRockwell.com nel 1999, innanzitutto perché avevo una gran quantità di informazioni da condividere e mi ero stancato di usare le liste mail. Pensai che avrei potuto anche postare ciò che trovavo interessante, in ogni campo, su un sito pubblico. Oggi, è il sito libertario più letto della rete.

Daily Bell: Avevate mai sognato di poter raggiungere questo livello di successo?

Rockwell: Né io né nessuno dei miei mentori, come Rothbard, o di coloro che mi influenzarono, come Mises, avremmo potuto immaginare una cosa simile. Naturalmente, il raggiungere le menti è tutta una questione di libertà. La posizione base del mondo è il dispotismo. Nella realtà delle cose, la libertà è un'eccezione. A rendere l'eccezione possibile è il lavoro ideologico, ovvero la diffusione delle idee con ogni mezzo possibile.

Daily Bell: Attribuite parte del successo a vostro padre. Potete dire ai nostri lettori qualcosa su questo uomo unico?

Rockwell: Era un chirurgo e un uomo dal carattere forte, un uomo all'antica di quel genere che è difficile da trovare. Non si lamentava, non piagnucolava quando le cose non andavano come voleva lui. Era incredibilmente arguto ed amava la libertà nel senso in cui l'amavano gli uomini dell'Illuminismo: non credeva che lo stato potesse far qualcosa meglio di come ciascuno può farlo da sé. Era un uomo della Old Right che disprezzava FDR, nella cui guerra intenzionale venne ucciso il mio fratello più grande, e ammirava Robert Taft, specialmente a causa della sua politica estera non-interventista. Mio padre lavorò duro fino all'ultimo istante in cui poté farlo. Così dovremmo far tutti.

Daily Bell: Potete fornirci una breve storia di come è nato il vostro interesse per il libero mercato e di come avete deciso di farne il lavoro della vostra vita?

Rockwell: Come con la maggior parte delle persone, cominciò osservando qualcosa di profondamente sbagliato nella cognizione comune, che fin dalla scuola elementare sembrava presumere che i saggi padroni nelle alte sfere avessero maggiore conoscenza di chiunque altro e che per questo motivo dovessero avere autorità su tutto e tutti. Questa supposizione pareva difettare di prova empirica, per quel che potevo vedere. Scoprii la letteratura della libertà nascosta nelle biblioteche e mi resi conto che la verità era una cosa che avrei sempre dovuto scavare per trovarla. Non mi sarebbe stata offerta dai giornalisti, dai politici, né dai luminari delle istituzioni accademiche. Quando scoprii quel che era vero, non potei evitare di agire in base ad esso, e parlarne ad altri. Niente di più complicato.

Daily Bell: La scomparsa dello stato è la conseguenza logica dell'economia austriaca?

Rockwell: Mises non la pensava così; e nemmeno Hazlitt. Sudha Shenoy sostiene che di tutti coloro che hanno esaminato la possibilità di una società senza stato in quella generazione, Hayek fu quello che si avvicinò di più a comprendere il temperamento anarchico. Comunque, l'uomo che ha fatto la vera differenza nella scuola austriaca in questo senso è stato Rothbard. È stato lui a spingere l'apparato teorico “oltre il limite,” per così dire. Oggi è difficile che un moderno austriaco non sia un anarchico. Questo grazie anche a rothbardiani come Walter Block, Hans-Hermann Hoppe e David Gordon, naturalmente. Un tempo Rothbard era denunciato per i suoi punti di vista, per aver, dicevano, marginalizzato la scuola. Ora, naturalmente, il suo anarchismo è forse la maggior parte dell'eredità che ha lasciato al mondo. Attrae molto i giovani, diversamente dello statalismo degli economisti di regime.

Daily Bell: È ragionevole credere che lo stato possa un giorno appassire o la realtà ci insegna che il meglio che si può fare è limitarne il potere?

Rockwell: Per me, è come chiedere se possiamo immaginare una società senza furti ed omicidi. Forse non accadrà mai, ma dobbiamo avere l'ideale in mente oppure non ci avvicineremo mai ad esso. Senza l'ideale, si ferma il progresso. In qualche misura, allora, chiedersi se alla fine la realtà vi si conformerà non è la domanda cruciale. Ciò che conta è se quello che immaginiamo possa e debba esistere. Mi piace immaginare una società senza aggressione legalmente sanzionata contro la persona e la proprietà.

Daily Bell: Vi preoccupa il fatto che le vostre organizzazioni possano subire attacchi pesanti con il progredire del movimento per il mercato libero?

Rockwell: No, non mi preoccupo di questo. D'altra parte, per i radicali è del tutto normale essere sottoposti ad attacchi da ogni lato, quindi non mi sorprenderebbe.

Daily Bell: Torniamo indietro nel tempo. Avete fondato Imprimis. Eravate amareggiato quando ve ne andaste?

Rockwell: Per niente! Ammiravo e ammiro ancora George Roche. Ma il mio lavoro a Hillsdale era finito e sono andato oltre.

Daily Bell: Quando avete deciso di fondare il Mises Institute? Fu quando vi alleaste con il famoso economista austriaco Murray Rothbard?

Rockwell: Ero stato editore di Mises alle edizioni Arlington House, verso la fine degli anni 60. Dopo la sua morte nel 1973, mi apparve sempre più chiaro che nessuna idea in questo mondo ha una probabilità di successo senza un'infrastruttura di supporto. I misesiani non l'avevano nelle università né nei think-tank. Mises stesso affrontò il problema della mancanza di supporto lasciando l'Austria e muovendosi verso un meraviglioso istituto a Ginevra. Io volevo fondare un istituto negli Stati Uniti che potesse essere un santuario per il libero pensiero nella tradizione misesiana. Innanzitutto mi avvicinai alla sua vedova, Margit von Mises, che mi dette la sua benedizione ed acconsentì ad essere il nostro primo presidente. Allora chiesi a Murray, che avevo allora conosciuto, di guidare i nostri affari di studio. Ne fu entusiasta anche lui. Era un alleato naturale non solo perché era il più grande allievo di Mises, ma anche perché veniva evitato perché troppo estremo, troppo radicale, non sufficientemente disposto a partecipare al gioco – proprio come lo era stato Mises. Prendo molto seriamente il suo esempio e la fiducia che ha riposto in me rendendomi il suo esecutore. In molti sensi, è stato la forza critica dietro al nostro sviluppo ed al nostro successo. Il suo spirito ancora li circonda oggi.

Daily Bell: Cosa penserebbe Rothbard di ciò che è successo? Sarebbe sorpreso?

Rockwell: Be', soprattutto sarebbe eccitato. Ma si ricordi che è stato il più grande ottimista per la libertà. Era pieno di speranza e odiava la disperazione. E questa non era solo un atteggiamento. Era vera speranza radicata nella ferma convinzione che se avessimo fatto la cosa giusta, avremmo potuto fare la differenza. In questo senso, non penso che si sarebbe sorpreso vedendo che abbiamo più richieste di ammissione di quelle che possiamo accettare, che sempre più studiosi ci cercano, che i nostri programmi di affiliazione vadano esauriti, che i nostri file audio vengono scaricati da milioni, che i nostri libri vendano più velocemente di quanto riusciamo a stamparli, e tutto il resto.

Daily Bell: C'è stata una risurrezione del randismo. Siete sorpreso? L'approvate?

Rockwell: La incontrai ed ascoltai le sue conferenze, e ne rimasi sempre impressionato. Ricordate che quando uscì La Rivolta di Atlante, sia Mises che Rothbard scrissero delle appassionate recensioni. I suoi romanzi sono profondamente efficaci nel promuovere il messaggio capitalista e tutto ciò è un bene. Ma ci sono alcuni errori cruciali. Non penso che abbia capito completamente la natura cooperativa dell'ordine sociale capitalista, per esempio. Aveva meno riguardo per il consumatore che per il capitalista ed a tale riguardo aveva ragione soltanto a metà. Ma generalmente se i suoi libri possono liberare la gente da miti contro la libera economia, è un grande risultato.

Daily Bell: Potete fare ai nostri lettori una breve descrizione di Antiwar.com e, nel caso, di come è collegato alle vostre imprese?

Rockwell: Direi che AWC è specializzato in un aspetto del pensiero rothbardiano. Ma anche se è un parente ideologico di LRC e di Mises.org, non c'è un rapporto diretto. I figli di Rothbard sono ovunque, naturalmente. Una ragione è il modo speciale che aveva di comunicare con la gente. Parlava a lungo con chiunque circa i suoi precipui interessi intellettuali. Se amavate le notizie, vi parlava di notizie. Se amavate la storia delle idee, vi parlava della storia delle idee. Se eravate dedito alla partizione del Belgio, vi parlava di questa causa. Aveva una personalità e un intelletto giganteschi. Nessuna inclinazione o interesse o causa possono riassumere la sua vita.

Daily Bell: Come sta andando la raccolta di fondi? È diminuita con la crisi finanziaria?

Rockwell: Per niente. Se mai, la gente è ancor più dedicata all'ideale della libertà ed alla propagazione della verità. Le idee austriache stanno ottenendo tanta attenzione come mai prima, come conseguenza di una crisi spiegata così bene dal paradigma austriaco.

Daily Bell: Vedete un aumento constante nella gente che vuole finanziare gli sforzi a sostegno del libero mercato?

Rockwell: Anche qui vediamo un grande progresso.

Daily Bell: Qual è il futuro del movimento per la libertà di Ron Paul dal vostro punto di vista?

Rockwell: Una cosa è chiara: il movimento di Paul ha fatto una differenza enorme nell'avvicinare la gente alle idee libertarie. In qualche modo, c'è un elemento tragico nel fatto che serva la politica per risvegliare la gente. L'ideale sarebbe che le persone scoprissero le idee della libertà per altre vie. Ron Paul è d'accordo con questa osservazione, tra l'altro. Lui si vede prima di tutto come educatore. Ha scelto la politica perché, per lui, era un percorso efficace per il suo obiettivo più grande e importante. E che lavoro straordinario ha fatto, nei suoi scritti e discorsi e con il suo esempio per quasi quattro decadi. Ha portato alla luce un gran numero di persone. Quello è sempre stato il suo sogno. Dovrei aggiungere che suo sostegno nei primi tempi è stato molto importante per il successo dell'istituto. Siamo onorati di averlo come nostro Consigliere Distinto.

Daily Bell: Le vostre organizzazioni educative saranno in futuro più coinvolte nell'azione politica oppure no?

Rockwell: Direi di no. A meno di essere Ron Paul, la politica è un affare pericoloso, ed è una tentazione a dire e fare cose da pazzi. Il successo è effimero, mentre noi siamo qui per il lungo termine.

Daily Bell: Come va la diffusione del movimento per il mercato libero all'estero?

Rockwell: A meraviglia. L'austro-libertarismo è paragonabile al marxismo nell'estensione della sua diffusione internazionale. Tutto ciò è molto emozionante. La libertà dell'uomo è un desiderio universale, quindi è naturale che non possa esserci un movimento libertario che non sia davvero internazionale.

Daily Bell: Sperate che questa crescita continuerà al passo tenuto nel decennio passato?

Rockwell: Il futuro è sempre incerto, ma abbiamo gli strumenti, l'energia e le idee. Solo negli ultimi anni, abbiamo ristampato virtualmente tutto dalle biblioteche libertarie ed austriache. I nostri download sono immensi, in particolare fra i giovani. Se voleste predire il futuro, guardate alle idee dei giovani e vi avvicinerete a trovarlo. In questo senso, sono sicuro che il nostro movimento continuerà a crescere molto a lungo dopo la mia vita.

Daily Bell: Avete notato un aumento della resistenza ai vostri sforzi da parte degli enti governativi organizzati?

Rockwell: Si sentono delle voci, ma niente è sicuro. Il governo attualmente ha molti nemici e i soliti problemi burocratici nell'affrontarli tutti.

Daily Bell: Cosa succederà al governo degli Stati Uniti ed alla sua struttura di potere alleata? Pensiamo che stiano perdendo credibilità ed influenza.

Rockwell: Sì, e confrontate gli attuali sentimenti antigovernativi a come erano le cose subito dopo il 9/11/01, un enorme fallimento dello stato che lo stato ha usato per promuovere sé stesso. Oggi vediamo la crescita dei sentimenti anti-statalisti, ritornati ai livelli degli anni 90. Ma questo è il problema. La sinistra odia alcuni aspetti dello stato e ne ama altri. La destra è la sua immagine speculare. Il lavoro del libertario è di convincere entrambi gli schieramenti a vedere che gli altri hanno ragione a metà. Pensate ai Tea Parties, ad esempio. Le folle ruggiscono la loro disapprovazione per il socialismo proprio mentre applaudono le invasioni militari socialiste.

Daily Bell: È possibile restituire gli Stati Uniti ad una forma di governo più repubblicana? Si può abrogare la storia?

Rockwell: La nostra è la storia di una nazione radicalmente decentralizzata e questa memoria non si è volatilizzata del tutto. Potrebbe essere che il percorso verso la libertà negli Stati Uniti passi per la secessione. E guardo al Nullification Handbook di Tom Wood di prossima pubblicazione. O la decentralizzazione potrebbe essere de facto con sempre più persone che scoprono i mezzi per secedere individualmente da settori specifici dello statalismo: usando valute alternative, istruendo in casa i loro bambini, leggendo i media alternativi, aggirando il complesso industrial-farmaceutico, iniziando un'attività in nero, fumando qualsiasi sostanza vogliano, o rifiutando di tornare ad una missione militare. La ribellione può prendere molte forme. Dobbiamo imparare ad accoglierle tutte favorevolmente.

Daily Bell: Pensate che vedrete l'oro fare concorrenza al dollaro come valuta nel corso della vostra vita?

Rockwell: La tecnologia permette questa cosa come mai prima. L'oro non scomparirà, mentre la vita del dollaro è limitata.

Daily Bell: Vi aspettate una revisione della Fed?

Rockwell: Potrebbe accadere, comunque come nota Ron Paul, la trasparenza è soltanto un passo verso quello che dev'essere lo scopo finale: la fine della banca centrale.

Daily Bell: Cosa pensate della teoria di Ellen Brown secondo cui lo stato ha storicamente creato la moneta e che le banche, compresa la Fed, dovrebbe essere nazionalizzata ed guidata dal “governo del popolo.” Alcuni dicono che la supervisione che Ron Paul vuole che il congresso abbia sulla Fed è in qualche modo un'approvazione della posizione browniana.

Rockwell: Non la conosco molto, ma la Fed è la banca centrale del governo, la legge di revisione non dà potere monetario ad altre parti del governo, e le banche sono già in combutta con il regime. Ecco perché abbiamo una Fed e la riserva frazionaria è ufficialmente permessa.

Daily Bell: Sappiamo bene che Ron Paul vuole una parità aurea ed in un mondo perfetto la fine della Fed. Potete riaffermare questa posizione per i nostri lettori?

Rockwell: Sì, benché non voglia un monopolio per nessuna cosa, nemmeno per l'oro. Vuole che la moneta sia radicata nell'esperienza del mercato. Non è così complicato.

Daily Bell: Abbiamo notato quello che noi pensiamo essere un ammorbidimento della posizione istituzionale per quanto riguarda la parità aurea – e la possibilità che le libere attività bancarie siano anch'esse un'opzione considerata. È questa un'osservazione corretta della posizione delle vostre organizzazioni?

Rockwell: Non direi che abbiamo una posizione ufficiale. Ci sono molti modi per muoversi verso la moneta di mercato e le attività bancarie non-inflazionarie. Non vorrei mai chiudermi nessuna possibile via. Un problema con il programma misesiano per la parità aurea è che conta sull'idea che le persone in carica facciano la cosa giusta. Questa è un'idea affascinante, all'antica, ma non penso che possa funzionare nel nostro tempo. Dobbiamo essere aperti alla possibilità che la riforma non arrivi mai dal vertice.

Daily Bell: Siete favorevole ad uno standard privato oro-argento o la parità aurea è sempre preferibile?

Rockwell: Sono assolutamente per la concorrenza fra metalli. Ma un vero standard è sempre privato e lascia sempre spazio per valute concorrenti.

Daily Bell: Una delle questioni più difficili da risolvere dal punto di vista del mercato è la proprietà intellettuale. Potete dire ai nostri lettori la vostra posizione su questo difficile tema? In un mercato libero, gli individui potrebbero rivendicare e far rispettare i diritti di proprietà intellettuale con qualche prospettiva di successo?

Rockwell: Rothbard ha condannato i brevetti ma non il copyright. Mises e Machlup vedevano i brevetti come concessioni governative di monopolio, ma nessuno di loro li ha condannati completamente. Hayek era contro il copyright ed i brevetti, ma non ne ha scritto molto. Sono stati i media digitali a portare la questione al centro dell'attenzione. Il pensatore chiave qui è Stephan Kinsella. Lui e Jeffrey Tucker hanno fatto il lavoro pesante ed hanno convinto la maggior parte di noi che la proprietà intellettuale è un artificio che non ha posto in un'economia di mercato. Ci sono implicazioni incredibili in questa presa di coscienza. La riproducibilità infinita delle idee significa che abbiamo molte probabilità di successo. Il fatto che le idee non sono merci limitate significa che non devono essere controllate. Questa è una cosa meravigliosa. C'è molto lavoro da fare in questo campo. L'intera storia dell'invenzione ha bisogno di essere rivista e la nostra teoria dei mercati deve tenere migliore conto del ruolo centrale dell'emulazione nel progresso sociale.

Daily Bell: Pensate che il complesso militar-industriale negli Stati Uniti verrà gradualmente eroso con l'accrescersi della forza del movimento per il libero mercato, o la struttura del potere è determinata a mantenere l'impero?

Rockwell: Deve erodersi. L'impero è follemente sovradimensionato. Ad un certo punto, faremo la fine della Gran-Bretagna e di Roma. Possiamo solo sperare che gli Stati Uniti seguano questo percorso con saggezza e non per disperazione.

Daily Bell: Dove volete arrivare? Avete altri cambiamenti organizzativi in programma? Espansioni?

Rockwell: Ci sono espansioni giornalmente. Stiamo assistendo a cose meravigliose, cose che sono più grandi di qualsiasi cosa che abbiamo fatto. Ma non voglio rovinare la sorpresa.

Daily Bell: Qual è il vostro futuro personalmente? Su quali attività intellettuali avete rivolto la vostra attenzione?

Rockwell: Voglio continuare a lavorare, particolarmente sul mio sito e continuare ad allargare i confini delle idee e della tecnologia. Non penso mai di andare in pensione, e nessuno dovrebbe farlo. C'è troppo lavoro da fare.

Daily Bell: Potete suggerire ai nostri lettori quali pubblicazioni ed informazioni cercare sui vostri siti – dove cominciare?

Rockwell: Cominciamo sempre con le nostre passioni, quali che siano. Non ci sono due persone uguali. A questo servono i motori di ricerca. Ma lasciatemi dire che ad un certo punto, tutti dovrebbero aspirare ad essere un serio allievo di Mises e di Rothbard. Non c'è formazione completa senza di loro.

Daily Bell: Se i lettori desiderano imparare di più sulle vostre organizzazioni, qual è il punto di partenza più facile? È possibile per chiunque assistere ai seminari di Mises, ecc?

Rockwell: I siti sono un grande posto per cominciare, ma naturalmente amiamo far venire nuova gente ai nostri congressi. Stiamo lavorando per creare più occasioni per questo.

Daily Bell: Dove suggerireste di andare ad un giovane per l'istruzione superiore negli Stati Uniti?

Rockwell: Intendete per la formazione o l'università? Non sempre coincidono. Oggi potete ottenere una buona formazione online. Per i titoli universitari, suggerirei l'investimento meno caro. Ma ricordate che il costo opportunità dell'educazione scolastica è molto alto. Dopo quattro – sei anni in un istituto universitario, una persona può scoprire di non avere alcuna abilità. Questo è il modo peggiore di entrare nel mondo del lavoro.

Daily Bell: Grazie per il vostro tempo e per la vostra analisi.

Rockwell: Grazie a voi.

Thursday, February 25, 2010

Le misure della secessione

Riporto questo ottimo articolo di Kirkpatrick Sale (inviagli una mail), studioso, direttore del Middlebury Institute e autore di Secession is in the air (tradotto da Micaela Marri per il sito www.comedonchisciotte.org).

Un pezzo che merita di essere diffuso il più possibile.
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Di Kirkpatrick Sale


Più grande è lo stato, più sono i disastri economici e le vittime militari, è la legge della grandezza del governo.

Sì, Aristotele ha dichiarato che ci doveva essere un limite alla grandezza di uno stato: “un limite, come c’è per le altre cose, piante, animali, strumenti; perché nessuno di questi conserva la propria capacità naturale quando è troppo grande…, ma rimarrà interamente privo della propria natura, o si troverà in cattive condizioni”, così ha detto. Ma che diamine ne sapeva veramente? Ha vissuto in un’epoca in cui l’intera popolazione mondiale arrivava a circa 50 milioni di persone – pressappoco la grandezza dell’Inghilterra oggi – la popolazione delle città stato dove si parlava greco, che non erano unite in una nazione, potrà essere stata in tutto 8 milioni, ed Atene, dove viveva, considerata una grande città, avrebbe avuto meno di 100 000 abitanti. Limiti? Non poteva nemmeno immaginare un mondo (il nostro) con una popolazione di 6,8 miliardi, una nazione (la Cina) con 1,3 miliardi di abitanti, né una città (Tokyo) con 36 milioni di abitanti. In che modo ci può aiutare?

Innanzitutto sapeva che esistono dei limiti: “l’esperienza insegna che una città molto popolosa può raramente essere ben governata; dato che tutte le città che hanno fama di essere governate bene hanno un limite di popolazione. E questo è provato anche da un ragionamento convincente: poiché la legge è ordine, e la buona legge è buon ordine; ma un numero troppo smisurato non può avere ordine”. E non conta se quella città ha 1 milione o 36 milioni di abitanti – le entità politiche di tali dimensioni non potrebbero certamente essere democratiche in alcun senso, non potrebbero possibilmente funzionare in alcun modo che si avvicini all’efficienza, e potrebbero esistere solo con grandi sperequazioni di ricchezza e benessere materiale.

In secondo luogo, sapeva che gli esseri umani hanno un cervello di dimensioni e capacità di comprensione limitate, e che metterli in aggregazione non li rende più intelligenti – come ha detto un altro filosofo, Lemuel Gulliver, “la ragione non aumenta con la massa corporea”. C’è una scala umana per la politica umana, definita dalla natura dell’uomo, che funziona bene solamente in quelle aggregazioni che non solleciti e sovraccarichi troppo il … molto capace e ingegnoso ma limitato cervello umano, né la capacità umana.

Quindi le unità politiche, diceva Aristotele – pensava principalmente a città, non conoscendo le nazioni – ma anche se potessimo allargare tali unità con l’esperienza di altri 2000 anni fino ad unità più grandi come le nazioni, devono essere limitate: limitate dalla natura umana e dall’esperienza umana. Ed è con quella massima di Aristotele che adesso possiamo iniziare a contemplare quale dimensione di uno stato nel mondo odierno rappresenterebbe la grandezza ideale, o diciamo la grandezza ottimale, con questi due criteri di primaria importanza: “sufficiente”, citando Aristotele, “per una buona vita nella comunità politica” – che sarebbe una qualche forma di democrazia – e “il massimo numero che è sufficiente per gli scopi di una vita agiata” – che sarebbe l’efficienza. Democrazia ed efficienza.

E sentite – questa non è una di quelle futili ricerche filosofiche. È, o potrebbe essere, il fondamento di una seria riorganizzazione del nostro mondo politico, e di una riorganizzazione che il processo di secessione – in effetti, che solo il processo di secessione, per come la vedo io – potrebbe darci. Abbiamo prove in abbondanza che uno stato di 305 milioni di abitanti è ingovernabile – uno studioso ha detto a un quotidiano la scorsa domenica che siamo al quarto decennio dell’inabilità del Congresso di approvare il benché minimo provvedimento di utilità sociale. Gonfiato e corrotto oltre la sua abilità di affrontare, né tantomeno di risolvere, nessuno dei problemi come un impero che ha creato, è un palese fallimento. Allora dobbiamo chiederci cosa potrebbe sostituirlo, quali [dovrebbero essere] le dimensioni? La risposta, come sarà chiaro, sono stati indipendenti, ovvero le nazioni d’America.

Diamo innanzitutto uno sguardo ai numeri del mondo reale delle nazioni dei nostri giorni per farci un’idea delle dimensioni della popolazione che funzionano veramente.

Di tutte le entità politiche mondiali – ce ne sono 223, contando anche le isole indipendenti più piccole – 45 sono al di sotto dei 250 000 abitanti, 67 sotto 1 milione, 108 sotto i 5 milioni; in effetti il 50 per cento delle nazioni sono sotto i 5,5 milioni, ed un netto 58 per cento sono più piccole della popolazione della Svizzera di 7,7 milioni (Wikipedia: popolazioni mondiali in ordine di grandezza). Da questo si evince che è ovvio che la maggior parte dei paesi nel mondo funzionano con popolazioni relativamente piccole. E guardando alle nazioni che sono modelli riconosciuti di governo, ce ne sono otto persino sotto i 500 000 abitanti – il Lussemburgo, Malta, l’Islanda, le Barbados, l’Andorra, il Liechtenstein, il principato di Monaco e la repubblica di San Marino – e l’esempio dell’Islanda, con il parlamento più vecchio d’Europa e modello incontestato di democrazia (lasciando da parte i suoi problemi bancari), suggerisce che 319 000 abitanti sarebbero più che sufficienti. Salendo un po’ con le dimensioni, ci sono altri nove modelli di buon governo sotto i 5 milioni di abitanti, compresi Singapore, la Norvegia, la Costa Rica, l’Irlanda, la Nuova Zelanda, l’Estonia, il Lussemburgo e Malta.

Adesso diamo uno sguardo alle dimensioni delle nazioni più prospere in ordine di prodotto interno lordo (Wikipedia: elenco dei paesi per pil, CIA Factbook). (Tra parentesi, lasciatemi dire che mi rendo conto che il PIL è una misura cruda ed acritica della crescita economica, e riflette tutti i tipi di crescita, molti non desiderabili, ma fintantoché avremo nazioni dedite ad economie “steady state”, questo è il miglior modo per misurare la prestazione economica). Diciotto dei 20 maggiori paesi in ordine di PIL (un totale di 27 paesi a causa di situazioni di parità) sono piccoli, sotto i 5 milioni di abitanti, e tutti tranne uno dei primi dieci sono sotto i 5 milioni (sono gli Stati Uniti, al decimo posto, e gli altri sono, in ordine, il Liechtenstein, il Qatar, il Lussemburgo, le Bermuda, la Norvegia, il Kuwait, il Jersey, Singapore e il Sultanato del Brunei); la grandezza media di questi nove è di 1,9 milioni di abitanti. La grandezza media delle 27 nazioni più grandi, Stati Uniti esclusi, è di 5,1 milioni di abitanti. Si inizia a capire come stanno le cose.

Prendiamo un altro parametro – la libertà, come viene classificata da tre diversi siti, Freedom House, il Wall Street Journal, e il The Economist, usando misure delle libertà civili, elezioni aperte, media liberi, e via dicendo. Dei 14 stati ritenuti i più liberi al mondo, nove (il 64 per cento) hanno una popolazione minore di quella della Svizzera di 7,7 milioni, 11 minore di quella della Svezia di 9,3 milioni, e gli unici stati di una certa grandezza sono il Canada, il Regno Unito e la Germania, la più grande, con 8,1 milioni di abitanti.

C’è un’altra misura della libertà pubblicata da Freedom House, che classifica tutte le nazioni del mondo secondo i diritti politici e le libertà civili, e ci sono solo 46 nazioni con un punteggio perfetto. Di queste 46, la maggior parte hanno una popolazione sotto i 5 milioni, e per l’appunto 17 hanno una popolazione persino sotto il milione. Questo in sé è sbalorditivo. E solo 14 delle 46 nazioni libere superano i 7,5 milioni. Ad esclusione degli Stati Uniti, la cui reputazione per la libertà è del tutto smentita dall’incarcerazione di 2,3 milioni di persone, il 25 per cento dei detenuti nel mondo, ed escludendo il Regno Unito, la Spagna e la Polonia, la popolazione media degli stati liberi del mondo è di circa 5 milioni.

Lasciatemi infine prendere in esame altre classifiche nazionali: Alfabetizzazione: dei 44 paesi che sostengono di avere una percentuale di alfabetizzazione pari al 99 per cento o maggiore, (dico sostengono, dato che è difficile verificarlo), solo 15 sono grandi, 29 (il 66 per cento) dei 44 sono sotto i 7,5 milioni. Sanità: misurata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, 12 dei primi 20 paesi sono sotto i 7 milioni di abitanti, nessuno supera i 65 milioni. In una classifica della felicità e del tenore di vita secondo il sociologo Steven Hales, le nazioni in testa sono la Norvegia, l’Islanda, la Svezia, i Paesi Bassi, l’Australia, il Lussemburgo, la Svizzera, il Canada, l’Irlanda, la Danimarca, l’Austria e la Finlandia, tutti tranne il Canada e l’Australia sono paesi piccoli. Ed un “indice di società sostenibile” creato da due studiosi l’anno scorso, che tiene conto di fattori ambientali ed ecologici, classifica solo i paesi più piccoli tra i primi 10 – in ordine sono Svezia, Svizzera, Norvegia, Finlandia, Austria, Islanda, Vietnam, Georgia, Nuova Zelanda e Latvia.

In sostanza – la mia idea è chiara e semplice. Una nazione può essere non solo possibile e sostenibile a livelli di popolazione abbastanza bassi, un modello di governo efficiente e più o meno democratico, ma può in effetti fornire tutte le qualità necessarie ad una vita superiore. Per l’appunto, le cifre sembrano suggerire che, seppure sia possibile prosperare a dimensioni sotto il milione di abitanti, esiste una grandezza più o meno ottimale per uno stato riuscito, ossia tra i 3 e i 5 milioni di abitanti.

Adesso diamo una rapida scorta alla grandezza geografica delle nazioni prospere. Molte nazioni sono sorprendentemente piccole – sottolineando il fatto, spesso non notato dai critici della secessione, che una nazione non deve essere autosufficiente per funzionare bene nel mondo moderno. Infatti ci sono 85 entità politiche, delle 223 contate dall’ONU, che sono più piccole di 16 000 chilometri quadrati – ossia la grandezza del Vermont o anche più piccole – e comprendono Israele, El Salvador, le Bahamas, il Qatar, il Libano, il Lussemburgo, Singapore e l’Andorra.

E se torniamo a quella misura di forza economica che è il prodotto interno lordo pro capite, le nazioni piccole dimostrano di essere decisamente vantaggiose: delle prime 20 nazioni nella classifica (27 in totale incluse quelle pari merito), tutte tranne otto sono piccole per territorio, meno di 56000 chilometri quadrati, la media globale (grande come il South Carolina) e due di quelle otto includono la Norvegia e la Svezia, tecnicamente grandi, ma che escluse le loro aree settentrionali deserte, sono effettivamente piccole; in altre parole il 77 per cento delle nazioni prospere sono piccole. E la maggior parte di queste sono davvero piuttosto piccole, meno di 16000 chilometri quadrati (Liechtenstein, Qatar, Lussemburgo, Bermuda, Kuwait, Jersey, Singapore, Brunei, Guernsey, Isole Cayman, Hong Kong, San Marino, Isole Vergini Britanniche e Gibilterra).

Tutto questo è prova certa che le nazioni economicamente coronate da successo non devono necessariamente essere grandi in quanto a dimensioni geografiche, e anzi, questo è il punto importante: è molto indicativo che la grandezza possa essere in effetti un ostacolo. Il motivo di ciò è che i costi di amministrazione, distribuzione, trasporto e di simili operazioni ovviamente devono crescere, forse esponenzialmente, con l’aumento delle dimensioni geografiche. Anche il controllo e la comunicazione diventano più difficili da gestire sulle lunghe distanze, spesso fino al punto che autorità e governo centrali diventano quasi impossibili, e mentre le linee e i segnali diventano più complessi, l’abilità di gestire efficientemente diminuisce fortemente.

Piccolo, ammettiamolo, non è solo bello ma vuol dire anche ricchezza.

[Una volta capita questa importante idea, ne può derivare un ulteriore argomento logico: che in molti casi una nazione piccola potrebbe desiderare di suddividersi ulteriormente per sfruttare il vantaggio di aree più piccole per funzioni economiche più efficienti. Questo potrebbe comportare una secessione vera e propria, in alcuni luoghi dove porterebbe semplicemente un buon vantaggio economico – e in altri posti dove avrebbe anche vantaggi politici e culturali. Ma potrebbe anche prendere la forma di una “devolution” economica e politica, in cui si concedono autonomia e potere ad aree più piccole senza una vera e propria secessione, un po’ secondo il modello svizzero].

In effetti, voglio proporre, considerando queste cifre ed ancor più considerando la storia del mondo, che c’è una Legge di Grandezza del Governo, che dice: la miseria sociale ed economica aumenta proporzionalmente alla grandezza e al potere del governo centrale di una nazione.

Nel verificare questa legge – la legge di Sale, come mi piace chiamarla – alla luce della storia, lasciatemi iniziare con lo studio giustificabilmente classico della civilizzazione dell’uomo di Arnold Toynbee, la cui conclusione primaria è che il penultimo stadio di qualunque società, che conduce direttamente al suo finale stadio di crollo è “la sua forzata unificazione politica in uno stato centralizzato”, e cita come esempi gli imperi romano, ottomano, bengalese e mongolo, e lo Shogunato Tokugawa, ed infine gli imperi spagnolo, britannico, francese e portoghese. Il consolidamento delle nazioni in imperi potenti porta, non a periodi felici di pace e prosperità e al progresso del miglioramento umano, ma ad un aumento delle restrizioni, alla guerra, all’autocrazia, l’affollamento, la riduzione in miseria, le sperequazioni, la povertà e la fame.

La ragione di tutto questo non è un mistero. Mentre il governo cresce, allarga sia il suo potere burocratico sugli affari interni che il suo potere militare sugli affari esteri. Si deve trovare il denaro per tale espansione, e questo arriva o sotto forma di tassazione, che porta all’aumento dei prezzi ed infine all’inflazione – un risultato che Micawber definirebbe miseria sociale – o [proviene] dalla stampa di nuove banconote, che porta lo stesso a prezzi più alti e all’inflazione – il risultato, ancora, è la miseria sociale. Si crede inoltre che la ricchezza provenga dalla conquista e dalla colonizzazione, dall’aumento dei saccheggi attraverso la guerra, ma si paga con l’imposizione di un maggiore controllo da parte del governo e del reclutamento militare in patria (“la guerra è la salute degli stati” come avrebbe detto Randolph Bourne), con più violenza, spargimenti di sangue e miseria per il proprio esercito e per i propri civili e per le forze di opposizione all’estero. Risultato: miseria economica e sociale. Ho trattato approfonditamente questo argomento nel mio libro Human Scale (disponibile su richiesta dalla New Catalist Books), ma lasciatemene dare giusto una versione riassuntiva qui, concentrandoci sull’Europa. Ci sono stati quattro maggiori periodi di grande consolidamento ed espansione statale nell’ultimo millennio:

1. Dal 1150 al 1300 d.C., con l’instaurarsi delle dinastie reali che hanno rimpiazzato le baronie medievali e le città stato in Inghilterra, Aquitania, Sicilia, Aragona e Castiglia, portando come risultato un’inflazione rampante di quasi il 400 per cento e guerre quasi ininterrotte, con l’aumento dei caduti in battaglia da qualche centinaia a più di quasi un milione.

2. Dal 1525 al 1650, con il consolidamento del potere nazionale attraverso eserciti permanenti, tassazione regia, banche centrali, burocrazie civili, e religioni di stato, si è visto un tasso di inflazione di oltre il 700 per cento in soli 125 anni ed un aumento delle guerre senza precedenti, un’intensità bellica sette volte maggiore di quanto l’Europa avesse mai visto prima, l’aumento delle morti in guerra fino a forse 8 milioni, forse 5 milioni di caduti solo durante la Guerra dei Trent’anni.

3. Dal 1775 al 1815, il periodo del governo dello stato moderno in gran parte d’Europa, comprese le forze di polizia nazionali, gli eserciti di coscritti, il potere statale centralizzato in stile napoleonico, c’è stato un tasso d’inflazione di oltre il 250 per cento in soli 40 anni, nel 1815 è stato il più alto in assoluto fino a quello degli anni ’20, e i caduti di guerra hanno raggiunto i 15 milioni (forse 5 milioni nelle guerre napoleoniche) in quel breve periodo.

Infine, nel quarto periodo, dal 1910 al 1970, familiare a noi tutti, tutte le nazioni europee si sono consolidate ed hanno ampliato il loro potere, conosciuto in molti luoghi come totalitarismo (seppure conosciuto negli USA come libertà e democrazia – pur avendo avuto tutte le componenti del totalitarismo – potere centrale consolidato, banca nazionale, imposta sul reddito, polizia nazionale, reclutamento, presidenza imperiale), avendo come risultato la peggior depressione della storia e un’inflazione del 1400 per cento, e certamente le due guerre più devastanti di tutta la storia dell’umanità, avendo contribuito alla morte di 100 milioni di persone o più.

Conclusione inevitabile: più grande è lo stato, più sono i disastri economici e le vittime militari. La legge della grandezza del governo.

Adesso che abbiamo stabilito la virtù dell’essere piccolo in tutto il mondo, applichiamo questi numeri agli Stati Uniti e vediamo cosa ci dicono.

Dei 50 stati, appena più della metà (29) sono al di sotto dei 5 milioni di abitanti. La metà della popolazione vive in 40 stati che hanno in media 3,7 milioni di abitanti; l’altra metà è nei 10 stati più grandi. Ci sono 10 stati ed una colonia nella classe che va dai 3 ai 5 milioni di abitanti, che, suggerirei, sarebbero candidati ideali per una secessione – Iowa, Connecticut, Oklahoma, Oregon, Porto Rico, Kentucky, Louisiana, South Carolina, Alabama, Colorado, e Mississippi – altri 13 stati tra 1 e 3 milioni di abitanti - Montana, Rhode Island, Hawaii, New Hampshire, Maine, Idaho, Nebraska, West Virginia, New Mexico, Nevada, Utah, Kansas, ed Arkansas – ed altri otto stati sotto il milione di abitanti ma più grandi dell’Islanda, compreso l’amato Vermont. In altre parole, 30 degli stati (insieme al Porto Rico) rientrano in una categoria dove stati di simili dimensioni nel resto del mondo avrebbero prodotto nazioni indipendenti riuscite. Questi sono i candidati a una secessione di successo.

Aggiungiamoci le lezioni imparate dalle dimensioni geografiche. Abbiamo già visto che 84 aree politiche nel mondo sono più piccole del Vermont, il penultimo stato americano in ordine di grandezza. Ora vediamo come gli stati si rapportano alle cifre mondiali. La dimensione media dell’area di uno stato americano è di circa 93 000 chilometri quadrati – 25 stati sono più piccoli, 25 più grandi. Se tutti quelli al di sotto di 93 000 fossero indipendenti, sarebbero come altre 79 nazioni nel mondo, tra cui Grecia, Nicaragua, Islanda, Ungheria, Portogallo, Austria, Repubblica Ceca, Irlanda, Sri Lanka, Danimarca, Svizzera, Paesi Bassi e Taiwan. In altre parole, la grandezza non è in alcun modo di intralcio al successo del funzionamento delle nazioni nel mondo – e, come ho suggerito, le piccole dimensioni sembrano appunto essere una virtù.

Non devono necessariamente importare solo la popolazione o le dimensioni geografiche – un fattore importante di coesione sociale, infrastruttura sviluppata, identità storica e affini – ma quello certamente mi sembra il punto più logico da cui iniziare, quando si considerano stati possibili. E dato che l’esperienza del mondo ha dimostrato – per l’appunto, di volta in volta nella formazione delle nazioni a partire dal XIX secolo – che le entità nella fascia dai 3 ai 5 milioni di abitanti possono essere l’optimum per governabilità e l’efficienza, ed alcuni nella fascia da 1 milione a 7 milioni, è così che si deve iniziare a valutare gli stati per il loro potenziale di secessione e per le loro possibilità di successo nazionale.

Spero che tutto questo esame aristotelico non venga considerato come un mero esercizio accademico, anche se ci è voluto un bel po’ di esercizio, vi assicuro, [per scriverlo]. Credo che stabilisca qualcosa alla maniera di un impeto propellente per quegli Americani che capiscono che il loro governo nazionale (ossimoro non intenzionale) è rotto e non può essere riparato (ce n’erano un 70 per cento in un sondaggio nazionale non tanto tempo fa), e che si rendono conto che l’unica maniera di ridare energia alla politica americana e ricreare la vibrante collezione di democrazie, che si era figurata la generazione dei fondatori nel XVIII secolo, è quella di creare stati veramente sovrani attraverso una secessione pacifica, popolare e potente.

Lasciatemi sottolineare questa conclusione: l’unica speranza è la secessione.

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Wednesday, February 24, 2010

Tuesday, February 23, 2010

Riflessioni su un'intervista del generale Stanley McChrystal

In Afghanistan, la democrazia continua a piovere allegramente dal cielo sulle teste delle reticenti popolazioni autoctone, mentre sulle nostre grandina impietosa la retorica guerriera e imperialista della giusta guerra, passpartout di ogni potere costituito che sulla morte e sulla disperazione costruisce le sue fortune programmando al contempo la propria fine.

A noi non resta che assistere stupefatti al suicidio della civiltà, ringraziando il cielo per la penna di Fred Reed.
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Di Fred Reed


Ossignore. Ossignore. Non posso farcela. Qualcuno mi porti un drink.

Recentemente ho visto un'intervista con il generale McChrystal, capo macellaio della Forza d'Impianto della Democrazia in Afghanistan del Pentagono. Il generale spiegava i progressi della nostra vittoria. Sì, della vittoria. Stiamo facendo progressi. È solo una questione di tempo. Egli vede la luce in fondo al tunnel. Non ha però spiegato cosa stiamo facendo in un tunnel in primo luogo. Immagino che se ne sia dimenticato.

L'uomo era un superbo esegeta. Intelligente, magro e in forma, abbronzato – gotico americano in mimetica. Irradiava Serietà a ondate, insieme a Fermezza, Soldatesca Determinazione e, sospetto, assoluta incomprensione di quel che stava facendo. Trent'anni nei militari trasformano il più brillante ufficiale in un sempliciotto. La maggior parte ci arriva nel momento in cui diventa tenente.

Il tipo è grezzo, ho pensato. Lo hanno dissotterrato e lo hanno animato in digitale. Aveva le stesse statistiche, ha tracciato gli stessi confortanti grafici che mostrano gli stessi progressi nella pacificazione, lo stesso declino delle cose brutte e l'aumento delle cose buone. Sì, pensava, dovremmo davvero finirla di ammazzare tanti civili, e la finiremo. Aiuteremo gli afgani, non appena avremo finito di ammazzare la gran parte di essi (non ha citato la parte a proposito l'ammazzamento della gran parte di essi ma pare che ci stia lavorando). Vinceremo i loro cuori e le loro menti con salubri e caritatevoli bombardamenti (ok, non ha detto neanche questo. Ma pare che sia quel che pensa).

Buon Dio, ho pensato non troppo caritatevolmente, se questo tizio dovesse mai ammalarsi, avrà bisogno di un proctologo equino.

Così ora stiamo invadendo Marjah, una città, per costruire scuole e ospedali. Le scuole e gli ospedali si costruiscono tipicamente con l'artiglieria pesante. Non appena avremo distrutto quel posto, ci ameranno e vedranno le virtù del Metodo Americano (la prima cosa che abbiamo fatto è stata far esplodere una casa, ammazzare dodici civili incluso la quota obbligatoria di bambini. Se questa non è un'azione del tipo hearts-and-minds, non so immaginare cosa potrebbe essere. Questo resoconto l'ho letto su Antiwar.com, e lo suggerisco a tutti).

Questa strategia ha perfettamente senso, davvero. Voglio dire, se gli afgani ammazzassero il vostro pargolo, non vi farebbe venir voglia di adottare la loro forma di governo e lasciare che migliorino la vostra vita? A me sì.

Tutto ciò è così minacciosamente familiare. Westmoreland, il Fantasma del McChrystal Passato, fu anch'egli un pacificatore di villaggi. Uccidi i loro bambini, e da' loro cinquecento dollari e un lecca-lecca come compensazione. Spiega il voto. Che piano perfetto.

Datemi retta, agli ufficiali non dovrebbe essere permesso di pensare. Un emendamento costituzionale sarebbe la cosa migliore. Passano decenni immersi come bustine di tè verde in una cultura marziale priva della minima concezione di come funzioni la gente. Se volete combattere l'Armata Rossa a Fulda Gap (io non lo desidero in particolar modo) mandateci McChrystal. Senza dubbio conosce le corazze, gli elichoppers, i grossi cannoni che fanno boom. Ma per quanto riguarda il popolo, ha meno senno di quello che Dio ha dato ad un melograno. E questa è una guerra di popolo.

Dovete capire: i soldati non sono normali. Vivono in un mondo in una bolla, sigillato in basi semi-isolate con menti profondamente isolate. Le caratteristiche tipiche del comportamento umano, come il pensiero individuale e l'indipendenza mentale, qui non si applicano. Credono in Dio e nella Patria (almeno, coloro che ci rimangono dentro abbastanza a lungo da farne una politica). Sono lindi e puliti, si sentono parte di una collettivo che lavora insieme, rispettano l'autorità e credono che gli altri, come gli afgani, sarebbero più felici se solo facessero quel che viene loro detto e seguissero il programma. La nozione militare di Buono e Cattivo è rigida e molto, molto semplice. Noi siamo i buoni e i negri che non ci vogliono nel loro paese sono cattivi.

Qualcosa in tutto ciò non è così sciocco come appare, finché rimanete nelle basi. Queste ultime sono tipicamente piacevoli e ordinate, autoritarie ma non tiranniche, con piscine pubbliche e palestre e cliniche e per molti versi il genere di welfare-più-responsabilità a cui anelano i liberal. I soldati vogliono che gli afgani vivano alla stessa maniera. Non funzionerà.

Lo stile protestante da “Selezione dal Reader’s Digest” non si può trasferire a Kandahar. “Siamo qui per aiutarvi” nella maggior parte del mondo si traduce “scappa a gambe levate.” Il senso del giusto fra gli ufficiali di campo è forte. Stanno facendo il lavoro di Dio. Non passa per la loro testa – non può passare per la loro testa – che i musulmani devoti non vogliono affatto alcun cristiano nel loro paese, ancor meno dei cristiani che scardinano le loro porte e umiliano le loro donne. I colonnelli pensano che stanno cercando di estirpare il male, e che sei robotici soldati stranieri che ammanettano un uomo davanti alla sua famiglia è un piccolo prezzo da pagare per la democrazia.

Naturalmente i bulli che si occupano di scardinare odiano i locali, che si vestono in modo buffo e mangiano della strana merda e gli sparano addosso.

Ciò che McMoreland non afferra è che alla gente, semplicemente, non piace essere invasa. Sì, sì, è per il loro stesso bene. Naturalmente, siamo noi a decidere qual è il loro bene.

Tale è l'ingratitudine di questa gente e la loro mancanza di rispetto per i confini, che ci troviamo costretti a ampliare la guerra in Cambog – volevo dire, Pakistan. Il Pakistan. E così i Predator volano, Predando, ammazzando le persone sbagliate perché di quelle ce n'è di più. Che questo potrebbe produrre dell'animosità è irrilevante per i soldati. La missione è sacra. Le nostre intenzioni sono buone.

Le conseguenze di non comprendere ciò che state facendo possono essere conseguenti (è geniale o no? Lo avete letto qui per la prima volta).

È così noioso. Stiamo sempre salvando il mondo da questo o da quel terrore, di solito senza che ce l'abbiano chiesto. Recentemente un amico mi ha letto un passaggio da Robert Bork, l'intellettuale molto brillante e molto conservatore che non riuscì ad arrivare alla Corte Suprema. Parlava di quanto fosse giusta e necessaria la guerra nel Vietnam, dicendo che era cruciale per lo sforzo di fermare la diffusione del comunismo. Coloro che si opposero alla guerra semplicemente non capivano il pericolo.

Abbiamo perso la guerra. Cosa accadde? L'Unione Sovietica uscì pacificamente di scena. Le sue “repubbliche” si sono unite alla NATO o vogliono farlo. La Cina “comunista” è un importante partner commerciale. Il Vietnam, ancora comunista, ospita un grande impianto della Intel. La Cambogia è quella che è sempre stata, un piccolo posto caldo e grigio di nessuna importanza. Anche il Laos è verde e caldo e pieno di gente che ricorda i loro padri uccisi dagli americani.

Per questo abbiamo macellato milioni, abbiamo portato Pol Pot al potere per ammazzarne degli altri ed abbiamo ucciso in proporzione pochi dei nostri concittadini. Ora, se l'America vuole uccidere i suoi stessi soldati, quello è un affare dell'America. È una questione di sovranità nazionale con cui nessun altro paese dovrebbe avere il diritto di interferire. McChrystal potrebbe forse condurre una sua guerra privata da qualche parte nei deserti sud-occidentali. Sapete, McCrystal contro David Petraeus, con due divisioni ciascuno, dodici colpi o ko, nessuna mossa vietata, ma devono comprarsi le armi da soli.

E che lascino fuori gli altri.

Collective Hope #105