Saturday, May 30, 2009

La “cura dell'acqua”

“La pratica della tortura rivela la natura elementare dello Stato ancora più efficacemente dell'esecuzione sommaria di persone innocenti.” Questa frase è il nodo centrale del seguente articolo di William Grigg: perché non ci può essere dimostrazione più lampante di come si pone lo stato nei confronti dell'individuo, ridotto ad oggetto la cui identità va estirpata con ogni mezzo. E gli Stati Uniti, che anche sotto la nuova amministrazione continuano tali ignobili pratiche, non possono certo millantare quella superiorità morale nel nome della quale pretendono di ergersi a paladini della giustizia e della libertà, se non ricorrendo alla cara, vecchia neolingua.
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Di William Norman Grigg



Sono bastati sei secondi per esorcizzare l'immeritata e ingiustificata considerazione di sé che aveva posseduto il polemista radiofonico di Chicago Erich “Mancow” Muller: tutta quello che è servito è stata una breve applicazione della “cura dell'acqua,” un protocollo di tortura ora citato comunemente come “waterboarding.”

Mancow (come lo chiameremo) sostiene di aver subito la procedura, nella sua forma più mite – poteva interromperla di sua volontà in qualunque momento, e lo scopo era di condurre una dimostrazione, non di spezzare la sua resistenza – per dimostrare che è relativamente inoffensiva e che i critici del suo uso si preoccupano per niente.

Sei terrificanti secondi più tardi, Mancow è emerso dall'esperienza più umile e più saggio. “È molto peggio di quanto pensavo che fosse,” ha ammesso Mancow con l'orrore ancora stampato nella mente e nel corpo. A lui, la sensazione – per quanto breve – di impotenza mentre l'acqua gli riempiva la bocca e le narici, aveva ridestato il ricordo tangibile di un quasi annegamento che sperimentò da bambino.

Questo personaggio radiofonico di Chicago è uno delle tante figure dei media che hanno subito una forma relativamente civilizzata e benigna di waterboarding.

Ciascuna di esse ha provato soltanto la meccanica di questo metodo di tortura; infatti, le mani del Mancow sono rimaste slegate e avrebbe potuto alzarsi e lasciare la tavola senza l'aiuto di altri. Come soggetti di una “dimostrazione ed esercitazione,” Mancow e ciascuna delle altre figure dei media che hanno subito la “cura dell'acqua” potevano interromperla in qualunque momento ed erano circondati da persone che volevano esser certe che evitassero di farsi seriamente del male. Nessuno di loro era impotente nelle mani di un aguzzino professionista che li considerasse come una cosa da spezzare ed umiliare.

La pratica della tortura rivela la natura elementare dello Stato ancora più efficacemente dell'esecuzione sommaria di persone innocenti. Lo Stato è un'entità che esige il monopolio della forza su una data regione geografica. E la forza, come Simone Weil osservò così acutamente, è quel potere misterioso “che trasforma chi vi sia sottoposto in una cosa. Esercitato al limite, trasforma l'uomo in una cosa nel senso più letterale: fa di lui un cadavere.”

È possibile che un individuo perda la sua vita per mano di coloro che fanno rispettare la volontà dello Stato senza perdere ciò che lo rende un essere umano: la sovranità sulle sue scelte individuali, un senso di proprietà e possesso di sé, anche nelle mani dei suoi nemici. Questo è precisamente ciò che l'aguzzino cerca di strappare dall'individuo, specialmente quando lascia viva la vittima.

A causa della sua condizione di governo più grande e più potente del mondo, il Regime che ci governa dev'essere anche considerato come il maggior praticante mondiale di tortura. Sì, cose orribili vengono fatte nei sotterranei di Pyongyang, di Pechino, dell'Avana, di Riyadh e di Tehran. Ma nessuno di quei governi può proiettare il proprio potere a in mezzo mondo, o operare un arcipelago globale di “black sites” nei quali degli aguzzini – spesso appaltatori stranieri di regimi satelliti – svolgono il loro mestiere.

A completamento di questa grottesca ironia c'è il fatto che i più aperti sostenitori della tortura oggi nel mondo – forse in tutta la storia dell'umanità registrata – sono americani che professano di adorare Gesù di Nazareth.

Come uomo, Gesù fu sottoposto ad ogni orribile metodo di tortura inventato dalla perversa ingegnosità di sadici di professione.

Anche se Gesù volle sopportare quei tormenti, compresa una morte ignominiosa con il supplizio della croce, è impossibile estrapolare dai suoi insegnamenti, o dalle istruzioni morali di coloro che lo conobbero di persona, qualcosa che assomigli ad un'approvazione della tortura per qualsiasi scopo, o almeno un suggerimento che tale pratica possa essere moralmente accettabile.

Esibendo una deprecabile dote per il ragionamento capzioso, alcuni apologeti “cristiani” della tortura descrivono i metodi contemporanei – quali l'annegamento controllato, la privazione del sonno, l'uso di posizioni innaturali e il pestaggio occasionale – come forme relativamente miti di “punizione corporale” inferte a “terroristi” catturati.

“Il terrorista, degno di morte ma al quale viene offerto il patteggiamento della punizione corporale in cambio di informazioni vitali, dovrebbe essere terribilmente felice di essere soltanto pestato a sangue per aver progettato il genocidio, invece di essere ucciso nello stesso modo che avrebbe usato per assassinare dei civili,” sogghigna un difensore “cristiano” della confraternita di Torquemada.

“La punizione corporale per i crimini capitali è immorale soltanto se non viene raggranellata mai alcuna informazione importante e vitale,” continua. “Se gli Stati Uniti stessero distribuendo pestaggi perché troppo conigli per amministrare dei plotoni d'esecuzione, sì, per me sarebbe un problema e lo chiamo immorale. Ma se stiamo negoziando un patteggiamento prendendo a pugni il tipo che avrebbe fatto scoppiare un camion bomba fuori da Chuck E. Cheese's, allora direi che il terrorista dovrebbe esserci molto riconoscente per, paf, essere dei negoziatori tanto delicati.”

Nel suo delirio questo individuo presume che chiunque sia accusato o sospettato di partecipare al terrorismo sia colpevole di quel crimine, e che non ci sia bisogno di alcuna prova oltre all'accusa. Questa definitiva domanda è lasciata similmente senza risposta da altri fautori “cristiani” della tortura, tra cui almeno qualcuno che rovista tra le pene severe prescritte nella Legge di Mosè nella fuorviata credenza che, primo, i termini del Vecchio Testamento siano ancora in vigore; e secondo, che si stia discutendo di punire dei crimini provati, invece dell'interrogare persone ancora non condannate per un crimine.

Un altro apologeta della tortura che si professa cristiano sostiene che la tortura sia un metodo valido per interrogare in tempo di guerra e che comunque il waterboarding ed altri “metodi d'interrogatorio avanzati” istituzionalizzati dalla junta di Bush non equivalgono alla tortura.

“La ‘tortura’ è stata definita nel tempo dai Mongols all'Inquisizione Spagnola alla Gestapo nazista ai brutali giapponesi della Seconda Guerra Mondiale,’” scrive, come sua consuetudine, con molto maggior sicurezza che conoscenza. Handicappato da un cervello irrilevante piena zeppa di slogan e di parole chiave da talk-show radiofonico e desideroso di isolare i suoi pregiudizi dall'esposizione ai fatti non congeniali, questo collega rigurgita coscienziosamente l'eufemismo del regime di Bush per la tortura – “interrogatorio avanzato” [enhanced interrogation, NdT] – ignorando beatamente il fatto che la frase è l'esatta traduzione in inglese della stessa frase usata dai Nazisti (verscharfte vernehmung) per descrivere quasi esattamente la stessa collezione di metodi di tortura.

Allo stesso modo, ignora o è indifferente al fatto che il waterboarding, noto con il suo nome spagnolo El Tormento de Agua, fu impiegato ampiamente dall'Inquisizione Spagnola, o che l'uso della tortura dell'acqua era fra i crimini di guerra per cui molti dei “ brutali giapponesi” della Seconda Guerra Mondiale” furono giustiziati.

“Il nazionalista non solo non disapprova le atrocità commesse dalla propria parte,” osservò Orwell, “ma ha la notevole capacità di non sentirne neppure parlare.” In alcuni casi, come quello attualmente in esame, il nazionalista è chiaramente informato delle atrocità soltanto quando sono commesse “dall'altra parte,” ed è disperatamente cieco quando sono eseguite dal governo che adora.

“[N]on vi sbagliate: abbiamo a disposizione tecniche non letali per spaventare a morte quei pazzi musulmani e convincerli a cantare, ma questa non è ‘tortura,’ gente,'” insiste. “Noi non tagliamo le teste ai prigionieri innocenti come Daniel Pearl su video mentre quei macellai degenerati cantano, ‘Allah è grande!’”

In effetti, no: “noi” – intendendo il nostro governo, e quelli abbastanza stolti per identificarsi con esso – distribuisce esplosivi ad alto potenziale da grande altitudine, o lancia missili di crociera su obiettivi a migliaia di miglia di distanza, o schierare droni assassini senza equipaggio telecomandati contro obiettivi in mezzo mondo, e la carneficina che ne risulta non desta mai un qualche scandalo pubblico, almeno qui da noi. “Noi” non giriamo e non facciamo circolare i video delle vittime civili – compresi donne e bambini – che risultano ogni volta che sono impiegati tali metodi selettivamente asettici di omicidio di massa.

Sì, l'omicidio e la mutilazione dell'eroico Daniel Pearl illustra la depravazione assolutamente demoniaca di cui i jihadisti sono capaci. In che modo quel fatto attenua le tendenze assassine del nostro governo, il quale – diversamente dal jihadismo – è una minaccia contro noi presente e tangibile, piuttosto che interamente ipotetica? Dovremmo supporre che la decapitazione di Daniel Pearl rappresenta il punto di riferimento esterno per un comportamento ammissibile, e che qualsiasi cosa meno grave della decapitazione videoregistrata di ostaggi impotenti sia accettabile?

L'entusiasmo per fare pubblicità a imprese quali l'omicidio di Daniel Pearl dimostra che i jihadisti possono quantomeno essere espliciti su cosa sono esattamente. Non si dedicano a ciance bigotte sul fatto che tali episodi non riflettono i loro ideali, né esternano severi ammonimenti contro il rilascio di immagini che metterebbero le loro “truppe” a rischio – come alcuni difensori americani della guerra aggressiva che insistono nell'opporsi alla pubblicazione delle atrocità ad Abu Ghraib ed altrove.

La pratica della tortura, nell'esperienza americana, è solitamente una conseguenza di una guerra estera aggressiva. Non fa niente per accrescere la sicurezza del paese. Ed indipendentemente dal fatto che venga apertamente riconosciuta e divulgata, insidia la sicurezza delle truppe americane sul campo di battaglia. Il comandante dell'Esercito degli Stati Uniti Matthew Alexander, che è stato fra gli interrogatori militari con più successo in Iraq, asserisce che sono stati la tortura ed altri abusi a Guantanamo ed Abu Ghraib, non l'ideologia islamica, a servire come tema principale per il reclutamento di jihadisti stranieri riunitisi in Iraq. Secondo i suoi calcoli, la tortura ha contribuito direttamente alla morte di più americani in Iraq e in Afghanistan di quanti persero la vita l'11 settembre 2001.

Supponendo che la “Lunga Guerra” all'estero possa mai finire, la tortura continuerà ad esigere un prezzo dagli americani a meno che venga rinnegata definitivamente ed i suoi praticanti e mandanti siano giustamente puniti. È stato Jesse Ventura, tra tutti, a sottolineare la ragione per cui il tollerare la tortura da parte dei funzionari degli Stati Uniti in qualsiasi luogo minacci ovunque i diritti degli americani.

Durante il suo recente Smackdown Media Tour '09, il sig. Ventura ha votato la sua imponente presenza fisica e la sua voce rauca satura di testosterone all'uso migliore e più lodevole: respingere i bulli ufficiali che promuovono la tortura e i lecchini dei media che ripetono meccanicamente la linea ufficiale. Avendo subito il waterboarding durante l'addestramento SERE come Navy SEAL all'epoca del Vietnam, Ventura non tollera disoneste dissimulazioni sul fatto che la pratica costituisca o meno tortura.

Sulla questione se la pratica possa essere giustificata come tecnica crudele ma efficace di interrogatorio, Ventura ha fatto una domanda cruciale: se funziona così bene, perché la polizia non la usa contro i sospetti criminali?

Ciò che Ventura potrebbe non sapere è che circa un secolo fa, a seguito della guerra americana quasi di genocidio per “liberare” le Filippine dal peso dell'autogoverno, la tortura dell'acqua è diventata un metodo molto ordinario per la somministrazione del “terzo grado” nei Dipartimenti di Polizia da Los Angeles a New York, con enfasi particolare a Chicago e in varie parti del profondo sud.

La “cura dell'acqua,” nota il dott. Darius Rejali, autore di Torture and Democracy, “è migrata qui dopo che le truppe americane tornarono dall'insurrezione filippina all'inizio del 20esimo secolo. Entro gli anni 30, la cura dell'acqua era diventata la preferita dalla polizia del sud.” La polizia di Chicago preferiva una variazione che denominavano la “cura dell'acqua ghiacciata,” con cui cercavano di estrarre confessioni dai prigionieri “raffreddandoli con bagni d'acqua gelata.”

Durante la Prima Guerra Mondiale, “le prigioni militari americane sottoposero gli obiettori di coscienza a docce e bagni d'acqua gelata fino a far loro perdere i sensi.” Effettivamente, prima del rilascio del rapporto della Commissione Nazionale sul Rispetto e sull'Applicazione della Legge (la cosiddetta Wickersham Commission) nel 1931, i metodi ora conosciuti come “interrogatorio avanzato” erano comunemente chiamati “Terzo Grado” – l'inliggere dolore fisico o mentale per estrarre confessioni o dichiarazioni,” nelle parole del rapporto.

La pratica si scoprì essere “diffusa in tutto il paese” e “sotto tutti i punti di vista di casa a Chicago.” Le tattiche del Terzo Grado variavano “dal pestaggio alle forme più dure di tortura,” segnalava la Commissione. “Le forme più comuni sono il picchiare coi pugni o con qualche strumento, in particolare il tubo flessibile di gomma, che infligge dolore, ma è probabile che non lasci cicatrici visibili permanenti…. [L]e autorità spesso minacciano ferite corporee… e sono arrivate all'estremo di ottenere una confessione puntando una pistola.”

È interessante notare che queste pratiche ripugnanti prosperarono in larga misura a causa della politica che la Wickersham Commission doveva revisionare: la proibizione dell'alcool, la versione del primo 20esimo secolo della Guerra alla Droga. E può essere il caso che le atrocità del tempo di guerra nelle Filippine si fossero sviluppate dalle pratiche comuni nei Dipartimenti di Polizia, che erano state raffinate nei campi di battaglia stranieri prima di essere importate, in forma notevolmente amplificata, in patria.

Nel 1902, l'esercito riunì una corte marziale per il comandante Edwin F. Glenn (tra altri ufficiali e soldati arruolati) per crimini di guerra, compreso l'uso della “cura dell'acqua” contro i rivoltosi filippini catturati. Fra le vittime di Glenn c'era un prete cattolico chiamato Fratel Bartolomeo Picson, che fu “curato con l'acqua” fino alla morte sotto la sua supervisione, e la sorella di Picson, che venne uccisa a colpi di baionetta ai suoi ordini. La difesa del comandante Glenn tentò di presentare le prove che il generale di brigata Frederick D. Grant (figlio di Ulysses S. Grant), che presiedeva il processo, aveva impiegato o autorizzato la tortura dell'acqua e simili pratiche nel 1894 come commissario di polizia a New York City.

In un esempio di ipocrisia istituzionale autoreferenziale paragonabile a quella rappresentata nel film “Breaker” Morant, la corte marziale si rifiutò di accettare una prova che avrebbe messo sotto accusa l'autorità del suo presidente.

Le cose si risolsero un po' meglio per Glenn che per Harry Morant ed il suo camerata Peter Handcock: Glenn fu condannato per crimini di guerra ad una sospensione di un mese e ad una multa di cinquanta dollari.

Dopo la guerra di controinsurrezione nelle Filippine, ci vollero quasi tre decenni per eliminare la pratica della tortura sanzionata ufficialmente dal sistema di applicazione di legge americano. Quella guerra durò circa due anni. Il conflitto attuale è cominciato più di sette anni fa.

L'Establishment bipartitico considera le guerre in Afghanistan e Iraq come parti di una “Lunga Guerra” che dovrebbe durare una generazione o più.

Ciò che al governo è consentito di fare ai sospetti terroristi e ribelli all'estero, alla fine lo infliggerà sui sospetti criminali civili qui nel paese. Questo principio è illustrato chiaramente dall'esperienza nella guerra filippina di controinsurrezione.

La prospettiva di un sistema nazionalizzato di applicazione di legge infuso di una visione cheneyiana della tortura dovrebbe essere sufficiente per curare ogni persona senziente da quella che potremmo chiamare “Morbo di Mancow”: una paralizzante assenza di immaginazione morale che lascia la vittima incapace di riconoscere la tortura per quel che è finché non ne sperimenta personalmente un assaggio il più mite possibile nelle condizioni più delicate possibili.



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